4 novembre 1918 – 4 novembre 2013

Bollettino-della-vittoria-300x233Qualche tempo fa questa data era una delle ricorrenze civili più importanti per l’Italia. Una festa nel vero senso classico del termine: le scuole erano chiuse, i negozi pure e non si andava a lavorare. Da tanto tempo non è più così. A pochi anni ormai dal 100° anniversario dello scoppio della Grande Guerra se chiediamo, soprattutto ai più giovani, cosa significò per i loro ormai bisnonni o avi la Prima guerra mondiale nessuno lo sa. Eppure di quella che l’allora Papa Benedetto XV definì “inutile strage” restano i numeri impietosi: 600mila caduti dal 1915 al 1918; ogni mille soldati mobilitati, 105 non tornarono più a casa. Parte delle nostre Alpi, così come i numerosi ospedali militari sparsi un po’ ovunque in tutto il nord Italia, furono le loro tombe…tutti le località del nostro Paese hanno dato il loro notevole contributo in termini di vite umane; il Carso ed il fiume Piave videro e udirono grida di dolore ma anche urla di gioia per la fine del rovinoso conflitto. La generazione che combatté quella guerra oggi è definitivamente scomparsa. Di quei soldati che stoicamente combatterono nella guerra delle “trincee” adesso non è rimasto più nessuno fisicamente ma qualcosa di loro è ancora con noi. Qui… adesso. I soldati che tornarono dalla I guerra mondiale, infatti, ci hanno insegnato l’amore per la Patria ed il ricordo del sacrificio di coloro che invece non fecero ritorno dal fronte è fondamentale proprio nel giorno della celebrazione delle Forze Armate Italiane. I nostri soldati, infatti, sono ormai protagonisti anche qui, nel nostro Paese. Non passa giorno, infatti, che anche i nostri militari cercano di salvare le vite di uomini, donne, bambini in fuga da terre che si affacciano sulle sponde del mar Mediterraneo martoriate dalla guerra, dalla violenza, dalla fame. In tanti, troppi, trovano la morte in questi loro drammatici viaggi della speranza tra le onde di un mare mentre sono alla mercé di individui, non mi sembra il caso di definirli uomini, privi di alcuno scrupolo. Quello che succede lo sappiamo bene. Lo abbiamo visto e, purtroppo, lo vedremo ancora. Le immagini delle spiagge e del lungomare dell’isola di Lampedusa con i cadaveri ma anche con i superstiti, le lunghe code al centro di Emergenza, i visti scavati dalla fame, dalla sofferenza, dalla privazione, dalla violenza subita. Un popolo in fuga anche e soprattutto da militari che vogliono uccidere e che trovano sul loro cammino altre persone in divisa pronte però a dare loro aiuto, soccorso, conforto. Anche questo è amor di Patria.

 

« Comando Supremo, 4 novembre 1918, ore 12

La guerra contro l’Austria-Ungheria che, sotto l’alta guida di S.M. il Re, duce supremo, l’Esercito Italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi, è vinta. La gigantesca battaglia ingaggiata il 24 dello scorso ottobre ed alla quale prendevano parte cinquantuno divisioni italiane, tre britanniche, due francesi, una cecoslovacca ed un reggimento americano, contro settantatré divisioni austroungariche, è finita. La fulminea e arditissima avanzata del XXIX Corpo d’Armata su Trento, sbarrando le vie della ritirata alle armate nemiche del Trentino, travolte ad occidente dalle truppe della VII armata e ad oriente da quelle della I, VI e IV, ha determinato ieri lo sfacelo totale della fronte avversaria. Dal Brenta al Torre l’irresistibile slancio della XII, della VIII, della X armata e delle divisioni di cavalleria, ricaccia sempre più indietro il nemico fuggente. Nella pianura, S.A.R. il Duca d’Aosta avanza rapidamente alla testa della sua invitta III armata, anelante di ritornare sulle posizioni da essa già vittoriosamente conquistate, che mai aveva perdute. L’Esercito Austro-Ungarico è annientato: esso ha subito perdite gravissime nell’accanita resistenza dei primi giorni e nell’inseguimento ha perduto quantità ingentissime di materiale di ogni sorta e pressoché per intero i suoi magazzini e i depositi. Ha lasciato finora nelle nostre mani circa trecentomila prigionieri con interi stati maggiori e non meno di cinquemila cannoni. I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza. Il capo di stato maggiore dell’esercito, il generale Diaz »

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