Gigi Meroni da San Bartolomeo

Meroni_Genoa_3Pubblicato sul “Settimanale della Diocesi di Como” del 7 dicembre

Si può dire tutto ma non che abbia lasciato indifferente anche i telespettatori che leggono “Il Settimanale” la messa in onda della fiction “La farfalla granata” ispirata alla vita del calciatore Gigi Meroni. Il commento più ricorrente è che in questo prodotto televisivo si è completamente ignorata la giovinezza del campione comasco e la sua esplosione come giovanissimo talento del pallone nelle fila del Libertas San Bartolomeo. In effetti gli esordi della carriera di Meroni sono particolarmente interessanti perché come altri campioni che lo hanno preceduto e poi seguito, ha mosso i suoi primi passi in oratorio. Come tante società che ancora oggi permettono ai giovani di avvicinarsi anche al mondo dello sport, la Libertas è una società nata all’interno di una parrocchia ed a seguirne da vicino le vicende, così come delle altre realtà parrocchiali dedicate ai più giovani, negli anni ’50 dello scorso secolo era don Alessandro Botta. Classe 1927, originario di Sant’Agata, don Botta aveva incominciato il suo ministero sacerdotale a San Bartolomeo il 1° agosto 1950, anno della sua ordinazione. Seguirà l’oratorio maschile ed in seguito quello femminile, insieme alla cura dei malati, fino al 1964 quando diventerà parroco di Gemonio, nelle valli varesine, per poi tornare come pastore di San Bartolomeo l’8 giugno 1974 alla scomparsa di mons. Onorio Cairoli che aveva retto le sorti della parrocchia dal 1941. Perché dunque citare don Botta e Meroni? Perché fu il giovane sacerdote uno dei primi ad accorgersi delle potenzialità del ragazzo. Di quell’epoca i resoconti ufficiali della sua carriera sono alquanto frammentari. Innanzitutto si deve dire che nel mondo calcistico comasco c’era già un Meroni che a metà degli anni ’50, ovvero all’epoca di cui stiamo parlando, ha già fatto carriera. Si tratta del fratello maggiore di Gigi, Celestino, che proprio da San Bartolomeo è finito a quel Calcio Como che nel 1949 ha conquistato per la prima volta nella sua storia la serie A, riuscendo a mantenerla per quattro anni (e sarebbero potuti anche essere di più se la FIGC fosse stata più celere a condannare l’Udinese per una serie di combine dell’Udinese che nel 1953 danneggiarono proprio gli azzurri costringendoli alla retrocessione). Ma il vero e proprio astro di famiglia Gigi, classe 1943. E’ con le parole del compianto giornalista, per tanti anni addetto stampa dell’AC Como, Gianfranco Usuelli, allora giovane calciatore in forza alla Lario del suo nativo quartiere di Monte Olimpino, che abbiamo la possibilità di saggiare le qualità di Meroni, incontrato dallo stesso come avversario in un torneo estivo disputato nel 1956. Un resoconto pubblicato in occasione di una pubblicazione edita per festeggiare il ritorno del Calcio Como in serie A nell’estate del 1975 descrive proprio le gesta di Meroni sul campo con la casacca biancoverde: “Succede che al “Crocifisso” in quel luglio si gioca la finale per il terzo e quarto posto – scrisse Usuelli -. A noi della Carioca tocca la Libertas San Bartolomeo che aveva un nome serio e blasonato. Si comincia e nella Libertas si vede subito quel ragazzino terribile, piccolo, tutto nervi e ciuffo nero. Lo aveva preso in consegna il più aitante e scattante dei nostri che ad ogni intervento sembrava dovesse spaccare in due l’avversario. E invece lui, il Gigino, sistematicamente o quasi, lo mandava a farfalle e veniva avanti col pallone. Sgolarsi dalla porta era inutile. Perdemmo 4 a 2 e tre gol erano suoi, del Gigino”. Fu proprio dopo quell’estate del 1957 che Meroni poi lasciò la società biancoverde. Le cronache dell’epoca narrano che stesse per andarsene al vivaio dell’Inter di Moratti Sr. ma la società neroazzurra tergiversò sulle promesse fatte (ovvero 200.000 lire di forniture sportive per la Libertas) e così Meroni finì al Como. Da segnalare, tornando ancora al rapporto sportivo tra Meroni ed Usuelli, che i due si incontrarono nuovamente in casacca biancoazzurra nel 1960 durante gli allenamenti del Calcio Como sul campo “Ripamonti” di Orsenigo. Usuelli poi abbandonò il calcio e divenne un entusiasta narratore delle vicende del Como (suo, tra l’altro, il bellismo volume “Como ’80” edito nel 1987 che per la precisione e la mancanza di errori fa impallidire il volume edito per il centenario della società, opera monumentale ma piena di imprecisioni per i fanatici dei dettagli e delle statistiche). Meroni, invece, giocò due anni del Como prima di andare al Genoa e poi al Torino, con tanto di capatina in nazionale, e per finire tragicamente la sua vita sull’asfalto della città piemontese il 15 ottobre 1967. Una carriera veloce e incompleta che, complice la sua drammatica conclusione, ha reso Meroni uno dei calciatori più famosi degli anni ’60. Come scrisse lo stesso Usuelli “dopo tanti guizzi e tanti dribblings vittoriosi sui campi di tutta Italia, c’è una maledetta autovettura che lo falcio in mezzo alla strada”. Folle gigantesche occuparono la chiesa di San Bartolomeo e gli spazi antistanti in occasione dei suoi funerali che portarono al blocco del traffico sulla direttrice viale Giulio Cesare-via Milano. Ad oltre mezzo secolo di distanza dai suoi primi calci ad un pallone ed a tanti anni dalla sua morte la sua figura e la sua militanza nella Libertas sono comunque un capitolo ancora importante per la società biancoverde che, ad esempio, sul suo sito internet non manca di dedicare una sezione al suo campione per eccellenza, perpetuandone il ricordo: Gigi Meroni.

Luigi Clerici

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