Storia di Israele e del Sionismo – 01

DESERTO A
Nel 1995 ho avuto per la prima volta la possibilità di andare in Israele, tornandoci poi nel 1999. In quei momenti in cui si fa pulizia delle proprie cose ho trovato un lungo testo storico che avevo preparato all’epoca, documentandomi e leggendo sull’argomento, grazie anche all’interessantissimo esame universitario “Storia della colonizzazione  e decolonizzazione” che reputo uno degli insegnamenti più utili per capire il mondo moderno (anche se oggi tutto si tende semplificarlo alla stregua o di numeri finanziari o di numeri di uno smartphon) sulla storia dello Stato ebraico che ripropongo oggi a puntate ad una platea più vasta. Luigi
CAPITOLO 1 – NAZIONALISMO EBRAICO E NAZIONALISMO ARABO
Dalla caduta dello stato di Giudea (70-135) solo due volte si formarono stati ebraici in diciannove secoli di storia: nello Yemen, fra il V e gli inizi del VI secolo, retto da arabi del sud convertiti all’ebraismo; e sul corso meridionale del Volga, dall’VIII al X secolo per opera dei cazari, popolazione di ceppo turco/mongolo. La trasformazione degli ebrei, da aliquota della popolazione tollerata e con diritti limitati,  a cittadini con parità di diritti venne preparata dal costume di vita fortemente improntato alla tradizione antico-testamentatira dei Puritani delle colonie inglesi del nordamerica e dall’illuminismo. Nel XVIII secolo il nuovo spirito diffusosi nell’Europa occidentale mutò. Dallo stato inteso come comunità religiosa si passò al concetto di nazioni, e per molti uomini e donne la divinità si ritirava lentamente dalla scena del mondo fino a scomparire. La Rivoluzione Francese proclamò la fine delle discriminazioni con la costituzione del 27 settembre 1791; un documento simile era stato già adottato dal despota Giuseppe II e sul medesimo  contenuto si fondava la Costituzione degli Stati Uniti d’America.

Pionieri spirituali dell’emancipazione in Germania furono Gothold Ephraim Lessing ed  il consigliere militare Christian Dohm (che nel suo libro, “Sulla emancipazione civile degli ebrei”, sostiene la tesi che gli errori loro rimproverati derivano dalla loro inferiorità giuridica e che la concessione dell’eguaglianza di fronte alla legge può solo renderli buoni cittadini). Le conseguenze sulla popolazione ebraica furono enormi. Queste decisioni politiche rendevano le confessioni religiose una specie di associazione e, nel caso specifico, un ebreo che aveva perso la fede nel “Dio dei padri” non era più costretto a convertirsi ad un’altra. L’assimilazione fu anche culturale nel segno del cittadino dai pieni diritti.

Nell’Europa occidentale gli ebrei ottengono nel XIX secolo la piena parità di diritti, salvo poche eccezioni, come il  Portogallo (1910). Nell’Europa orientale, soprattutto in Polonia e Russia, dove esistevano fiorentissime comunità legate da secoli allo sviluppo commerciale di quelle regioni, si accentuarono invece le persecuzioni, culminanti nei cosiddetti pogrom, ovvero dei massacri collettivi. Questo accadeva normalmente perché gli ebrei erano una vera e propria sottoclasse, che parlavano una lingua particolare lo yiddish. L’ultrareazionario zar Alessandro III decise di vendicare sugli ebrei la morte del padre vittima, nel 1881, di un attentato i cui esecutori erano di origine ebraica. I pogrom russi lanciati all’assalto delle diverse comunità suscitarono orrore in tutto il mondo. Nell’Europa sud-orientale, invece, vigeva un regime di tolleranza, salvo che in Romania e Turchia.

Nel 1879, nel costituendo secondo Reich tedesco, il cancelliere Bismark lanciò una campagna antisemitica interna perché i grandi innovatori del tempo erano proprio giudei, e questo contrastava con la situazione ideologica che non vedeva di buon occhio le nuove forme di liberismo, di industrialismo e di laicismo. Le risposte alla repressione furono diverse. C’era chi attendeva la fine della tempesta e  chi collaborava con i “Cristiani” e con gli altri per la realizzazione di una società egalitaria. E qui che incomincia a nascere l’idea del nazionalismo ebraico. A seguito dei pogrom russi il medico Leo Pinsker di Odessa, nel suo scritto “Autoemancipazione” (1882), rivendica una patria per gli ebrei oppressi. Il sionismo politico nasce con lo scritto “Lo Stato Ebraico” di Theodor Herzl, giornalista viennese, sconvolto dalle manifestazioni francesi relativamente all’Affaire Dreyfuss, il generale accusato di spionaggio contro la Francia solo perché ebreo: “Gli ebrei europei costituiscono un elemento estraneo, in parte non assimilato e alla lunga non assimilabile – scrive – . Formano un popolo, una nazione. Il rimedio consiste nell’abbandonare l’Europa, nel possedere un proprio territorio secondo la regola delle normali nazioni”.

Una terra sì, ma dove? Progetti furono fatti relativamente ad un insediamento in Argentina, ma la maggioranza degli ebrei guardava ad una nuova colonizzazione della loro antica patria, quella Palestina abbandonata da quasi due millenni. Le aspirazioni messianiche degli ebrei religiosi, le emozioni suscitate dai testi biblici, l’attaccamento ad una tradizione consentivano una mobilitazione più efficace su questo obiettivo (continua…).

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