Storia di Israele e del Sionismo – 02

L'effige di Theodor Herzl in una nuova banconota Shekel

L’effige di Theodor Herzl in una nuova banconota Shekel

1) NAZIONALISMO EBRAICO E NAZIONALISMO ARABO (II parte)

La Palestina allora era una provincia araba dell’Impero ottomano, ma questo non era considerato un problema per i discendenti di re Davide,che pensavano di portare il progresso e la civiltà a popolazioni più o meno arretrate, anche a costo di sloggiarle o di sottometterle. Esistevano già piccole comunità ebraiche in Palestina formate da ebrei di diversa provenienza (nel 1880 si contano 24.000 ebrei). Dopo l’ondata di antisemitismo russa del 1881 della massa di ebrei in fuga molti si rifugiarono in Palestina. Questi  si dedicarono principalmente all’attività agricola, lavorando in colonie riunite in associazioni, che presero il nome di “Chowewe Zion” (Amanti di Sion), comunità socialisteggianti nella speranza di costituire una società socialista vera, dato che il poco numero di insediamenti scartava la possibilità della costituzione di uno “Stato” nel senso ottocentesco del termine. La particolarità dell’occupazione degli immigrati nel lavoro agricolo derivava dal fatto che questo era giudicato capace di rigenerare il popolo avvilito, o almeno deformato, dalla vita nei ghetti in cui era stato costretto da secoli. Nello stesso anno Theodor Herzl fonda il movimento sionistico e scrive il libro “Der Judenstaat”: la questione ebraica diventa una questione nazionale la cui soluzione spetta agli stessi ebrei. Nel 1897 a Basilea si tenne il primo congresso sionistico, organizzato, proprio da Herzl che diede alla luce l’Organizzazione sionistica. Di fatto vengono gettate le basi per una rigida organizzazione politica e viene annunciata anche la creazione di una sede in Palestina per il popolo ebraico, garantita dal diritto pubblico. Nel frattempo inizia ad agire anche il Sionismo culturale, con un’azione di tipo politico ed intellettuale, che si propone di fare della Palestina un centro spirituale grazie alla cui opera illuminante gli ebrei di tutto il mondo possono raggiungere un’unità interiore, soprassedendo, in contrasto con il sionismo politico a un’immediata realizzazione dello Stato. Tra queste due tendenze ve ne è anche una terza. Tra i suoi protagonisti un ruolo di primo piano spetta ad Hajim Wiezmann, che  si adopera per giungere a una sintesi dei due orientamenti. In pratica essa si realizza nella creazione di un centro sionistico palestinese a Giaffa (1907) e nella fondazione di una università ebraica (1918).

Nello stesso tempo le popolazioni arabe stavano covando gli stessi sentimenti degli ebrei, dopo secoli di dominio turco. Gli ottomani, che ancora nel 1683 per poco non avevano preso Vienna, erano sulla fine del XIX secolo in piena parabola discendente. Soggetti alla penetrazione coloniale di Gran Bretagna, Francia, Germania ed Italia, vedevano il loro impero anche smembrato dalle rivolte interne e dagli intellettuali che studiavano in occidente i quali più di una volta aizzavano alla rivolta. Il primo grande agitatore fu Giamàl ad-dìn al-Afghanì, cospiratore e massone di ispirazione laica. Sciita, si fece credere sunnita per agire meglio nel Vicino Oriente e per diffondere l’idea della liberazione, ovvero il fatto di non essere più sottomessi né ai turchi, né, allo stesso tempo, rischiare di essere controllati da qualche potenza occidentale, soprattutto la Gran Bretagna. Nella forma di nazionalismo questa diede vita ad un regime capace fortemente centralizzato, ad esclusiva supremazia turca, che finì per dare un nuovo impulso alla reazione dei sentimenti di un’ideologia nazionalistica araba. In Palestina la situazione si era ulteriormente complicata. Herlz, morto nel 1904, aveva cercato di ottenere dal sultano la costituzione di un entità ebraica sul tipo di quelle esistenti nel Libano, ma non aveva ottenuto successo. I suoi successori, comunque, continuarono l’insediamento di coloni (nel 1914 se ne contavano ben 85.000 su un totale di 730.000 abitanti). Gli arabi palestinesi avevano vivacemente protestato al parlamento ottomano di questa situazione perché avevano capito le reali intenzioni di questi profughi. Ma le autorità non diedero peso alle loro lamentele perché convinti che si trattasse di un fenomeno momentaneo e comunque passeggero. In ogni caso il governo ottomano mise in atto delle limitazioni relativamente all’insediamento in Palestina ma queste, di fatto, erano facilmente raggirate con la corruzione. Alcuni elementi del nazionalismo arabo arrivarono a pensare di vedere un’alleanza con gli ebrei, tecnicamente ed economicamente più progrediti, ma tutto rimase allo stadio di “intenzione”.  (continua…)

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