Storia di Israele e del Sionismo – 5

Evoluzione delle campagne del I conflitto arabo-israeliano 1948-49

Evoluzione delle campagne del I conflitto arabo-israeliano 1948-49

III) la prima guerra arabo/israeliana (1948/49) – prima parte

All’alba del 15 maggio 1948 gli uomini della Legione Araba oltrepassarono il fiume Giordano in Palestina. Il morale delle truppe era molto alto. Il giorno precedente, mentre attraversavano le strade di Amman, avevano ricevuto gli applausi della popolazione. Essi sapevano tuttavia che li avrebbe aspettati una dura battaglia: il loro compito era quello di riprendere possesso dei territori arabi assegnati dall’ONU al neonato stato di Israele. Tutto ciò comportava uno scontro con gli uomini del nuovo stato, den determinati ad assicurare l’esistenza della loro giovane nazione. Una parte della strada tra Gerusalemme e Gerico si snodava lungo una stratta gola dove era possibile un’imboscata. Per questo motivo il tenente John Bagot Glubb “Pascià”, comandante della Legione dal 1940, inviò lungo questo sentiero, che conduce al Monte degli Ulivi, solo due compagnie (la I e l’VIII) mentre il resto delle truppe affrontava una pista su uno sperone roccioso. Questo sentiero, lo stesso percorso da Giosuè dopo la caduta di Gerico, era stato reso transitabile grazie ad una spesa di 4.000 sterline affrontata con i fondi di cui il generale disponeva. Gli inglesi avevano insistito affinché non vi fossero unità della Legione Araba in Palestina prima della fine del mandato ed infatti, a parte una guarnigione di stanza ad Hebron, tutte le truppe si trovavano ad est del Giordano. Ciò dette un vantaggio iniziale alle forze israeliane. Stando alle calcagna dell’esercito inglese in ritirata, gli ebrei entrarono nella Città Vecchia attraverso la porta di Damasco. A Gerusalemmme la resistenza araba fece appello all’emiro di Transgiordania, Fajsal ‘Abdallh, il quale a sua volta ordinò a Glubb di inviare la sua legione ad occupare i luoghi sacri dell’Islam.

Alle 8.00 del 18 maggio egli inviò la I compagnia sul monte degli Ulivi per fermare gli israeliani entrati in città, ma vi riuscì solo temporaneamente perché gli avversari erano in superiorità numerica. Glubb comunicò laconicamente al suo comandante di campo, il generale di brigata Norman Lash, la decisione di intervenire di forza nella città. Questi iniziò subito ad organizzare le operazioni. Di regola il comando sarebbe spettato al colonnello ‘Teal’Ashton, comandante della III brigata ma questi era ricoverato in ospedale. La scelta cadde allora sul maggiore Bob Slade del reggimento Suffok. Questi ricevette l’ordine di entrare in Gerusalemme per “difendere l’integrità della Città Vecchia e per ripulire il quartiere arabo”. La colonna di Slade doveva entrare attraverso il sobborgo di Shikh Jarrah, dove gli israeliani avevano eretto  massicci blocchi stradali. Le barricate furono smantellate solo a colpi di cannone. Alle 14.00 gli autoblindo giunsero alla porta di Damasco, da dove presero contatto con la Città Vecchia cominciando a bombardare il grande monastero di Nostre Dame de France con i cannoni. Alcuni colpi finirono contro i muri del Consolato Generale britannico, che si trovava nei paraggi, e di conseguenza venne loro intimato di cessare il fuoco. Il sobborgo di Shiekh Jarrah era già nelle mani della Legione ma la linea difensiva nella Città Vecchia si stava pericolosamente assottigliando. Le squadre erano sparpagliate, praticamente impossibilitate a comunicare e costrette a combattere in una zona altamente popolata dove molta gente era in preda al terrore. In serata apparve chiaro che senza l’arrivo di rinforzi ben poco si poteva fare. Il 20 maggio il III reggimento ricevette l’ordine di raggiungere Gerusalemme. Nei tre giorni successivi i combattimenti non conobbero soste. Ogni battaglia è confusa, ma senza moderni mezzi di comunicazione i rischi che la confusione si trasformi in caos sono elevatissimi.

Il 25 maggio Glubb si rese conto che la sua Legione stava morendo dissanguata dalle perdite. Ma nonostante tutto gli israeliani erano stati fermati e la situazione era sotto controllo. Vi fu una tregua nella battaglia e le parti ebbero il tempo di soccorrere i feriti. Dal momento che la Città Vecchia era salva, anche se per un solo soffio, l’attenzione delle manovre venne rivolta verso la città di Latrun, posta a circa 50 km a nord/est di Gerusalemme, dove Lash aveva inviato il IV reggimento per controllare la strada che univa la città a Tel Aviv. Finchè Latrun rimase in mano araba i tentativi degli israeliani di far giungere rinforzi e rifornimenti a Gerusalemme furono frustrati. Ma la posizione chiave della cittadina, costituita da una vecchia stazione radar, era in mano a 70 israeliani, ben trinceratie protetti da ampi sbarramenti di filo spinato. Il 26 maggio ad una compagnia del I reggimento venne affidato il compito di conquistare questa posizione. Seppur lodevole l’apporto degli addetti ai mortai, data la scarsità delle munizioni, il filo spinato doveva essere tagliato a mano. Il primo uomo che raggiunse il reticolato venne ucciso, ma altri giovani lo sostituirono e solo dopo tre morti, tra i quali il comandante ed il vice della compagnia, il varco permise la conquista della postazione alle ore 4.30 di mattina. Gli israeliani, a questo punto, sferrarono ripetuti attacchi contro Latrun ed il 25 maggio impiegarono nella battaglia un’intera brigata appoggiata da un intenso bombardamento di mortai, ma furono costretti a ritirarsi egualmente con molte perdite.

Nel pieno della battaglia per Latrun, il governo inglese infranse alla Legione Araba un colpo che avrebbe potuto essere catastrofico. Il 29 maggio il Consiglio di Sicurezza dell’ONU adottò una risoluzione, proposta dagli inglesi, per una tregua di quattro settimane e, nei giorni seguenti, a tutti gli ufficiali britannici della Legione venne ordinato di tornare ad est del fiume Giordano. L’ordine fu accolto con molto risentimento soprattutto da parte dei militari inglesi, molto meno da parte giordana. Alcuni ufficiali britannici ignorarono l’ingiunzione; altri, dopo alcuni periodi trascorsi secondo gli ordini, tornarono nuovamente ad ovest nei loro reparti. Questa tregua aveva lo scopo di far giungere le parti a più miti consigli. Era stato convenuto che nessuna delle due parti potesse essere rifornita di armi, né avanzare dalle linee occupate al momento dell’entrata in vigore del cessate il fuoco. Ma ciò di fatto non accadde. Gli israeliani trovarono armi dal “rifornitore ufficiale” Cecoslovacchia ma anche dai francesi che volevano fare un dispetto agli inglesi. Invece agli egiziani, agli iracheni, ai giordani, ai siriani e libanesi-tutti dipendenti dalle forniture britanniche-fu impossibile disporre di nuovo materiale bellico. Dal momento che la tregua stava per scadere senza che si fossero registrati fatti nuovi, venne convocato al Cairo, un vertice arabo per discutere le mosse successive. A rappresentare la Giordania c’era il primo ministro Tewik che sperava, come il vertice politico e militare del paese, in un prolungamento del periodo di tregua. Con rammarico Tewik tornò ad Amman con la notizia della ferma volontà di continuare i combattimenti da parte araba. Durante la tregua, la Legione Araba, aveva inviato una compagnia ad occupare le città costiere di Lydda e Ramle ma le due città non erano difendibili in caso di ripresa dei combattimenti. L’11 luglio, infatti, di fronte all’avanzata dell’esercito israeliano, la popolazione locale fuggì in preda al terrore, che era esattamente ciò che ricercavano gli ebrei, impegnati a ricacciare la popolazione araba ad est del Giordano. Nei giorni successivi ci fu una disperata battaglia: il II reggimento riconquistò il paese di Al Bury dopo aver percorso due chilometri allo scoperto sotto il fuoco del nemico.

Gli israeliani si accanivano in quelle ore contro Lydda e Ramla, mentre Nazareth era già stata occupata, perché questi due paesi rappresentavano un punto di passaggio obbligato per la riconquista di Latrun. Il 18 luglio il Palmach fece uno sforzo finale, appoggiato da 5 carri armati e veicoli semicorazzati dotati di mitragliatrice. Il II reggimento per la difesa di Latrun faceva affidamento solo su un cannone anticarro, posizionato sul tetto della stazione di polizia. Questo pezzo era in piena vista e gli israeliani tentarono ripetutamente di neutralizzarlo con i cannoni dei carri armati. Ogni volta che uno dei serventi del pezzo era colpito veniva sostituito da un altro. Alla fine, incredibilmente, quell’unico cannone distrusse e danneggiò irreparabilmente tutti i carri armati israeliani. La fanteria non si mosse e dalle 17.00 entrò in vigore una seconda tregua. A differenza di quanto era accaduto la volta precedente, durante la seconda tregua i combattimenti continuarono soprattutto dove erano dislocate le forze egiziane. A Gerusalemme c’erano molti cecchini che facevano fuoco dai nascondigli. Si concluse anche la seconda tregua ed i combattimenti tra arabi ed israeliani continuarono. A metà ottobre gli israeliani lanciarono un’offensiva per aprirsi una strada verso gli insediamenti del Negev, che si concluse con la presa di Beersheba. Alla fine dell’anno l’esercito israeliano era forte di centomila uomini e aveva stabilito nella zona una preponderanza che non ha mai più perduto. I negoziati per l’armistizio si aprirono a Rodi il 12 gennaio 1949 e furono firmati con l’Egitto il 14 febbraio. Sugli altri fronti gli attacchi continuarono sporadicamente fino al 24 febbraio. Il 23 marzo i libanesi si accordarono per un cessate il fuoco con Israele ed il 3 aprile anche la Giordania firmò un armistizio con il quale re Fajsal si appropriava della riva occidentale del fiume Giordano. Infine l’armistizio con la Siria fu firmato l’11 luglio. Con l’Iraq non ci fu nessun accordo ma in ogni caso i cinque stati arabi rimasero formalmente in guerra con Israele: il conflitto era finito ma la pace non era stata fatta.  I piani di attacco a lunga portata dei musulmani non permisero una vittoria salvo che in Gerusalemme. Su tutti i fronti vinse l’Haganah, che disponeva di truppe animate da un morale altissimo e da una devozione totale. Gli ebrei furono avvantaggiati dal fatto di disporre di  linee di comunicazione più brevi. Ma gli arabi persero la guerra soprattutto per la loro inesperienza militare, per il basso morale delle truppe, per le ruberie degli ufficiali e per la corruzione e l’inefficienza delle loro amministrazioni, impegnate a rivaleggiare tra loro. Le tregue della guerra permisero agli ebrei di rifornirsi di armi e di volontari. Solo una minaccia statunitense impedì agli ebrei di invadere il Sinai.

Per gli ebrei era nato il loro Stato, più piccolo di quello sognato, ma la maggioranza era disposta ad accontentarsi di quella piattaforma sostanziale. Agli occhi degli arabi Israele non era altro che una colonia straniera, sostenuta dai “soliti bianchi” che era riuscita ad insediarsi sul loro territorio. La guerra ufficiale era finita ma la battaglia della luna crescente era pronta a continuare in altre forme. (continua…)

Capitolo I – Nazionalismo ebraico e nazionalismo arabo – prima parteseconda parte.

Capitolo II – Dal nazionalismo alle nazioni – prima parteseconda parte.

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3 thoughts on “Storia di Israele e del Sionismo – 5

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