Storia di Israele e del Sionismo – 07

bolli israeleIV) I primi anni di vita dello Stato d’Israele

Israele era stato fondato da un gruppo che si riconosceva in un uomo: David Ben Gurion. Per il suo Stato si richiamava ai principi di un socialismo non marxista: l’ideologia era un mezzo, non il fine dello stato. Israele sarebbe dovuto diventare una comunità dura e pura di lavoratori, non dominati da alcuna classe oziosa o parassitaria. L’jishuw era stato fondato in buona parte da coloni provenienti dalla Russia, penetrati da una ideologia socialista o socialisteggiante, di tipo marxista o tolstoliano. Proprio questo strato di coloni ha fornito al nuovo stato i suoi quadri principali. Alcuni emigranti fondarono colonie agricole di tipo collettivistico, i famosi kibbuzzim (forma plurale del vocabolo kibbuz). Col tempo queste si sono trasformate in imprese di tipo capitalistico, dove semplicemente l’imprenditore è rappresentato da una collettività.Se il paese era disomogeneo nella popolazione queste diversità si rifletteva, evidentemente, sul piano politico. Fin dai primi giorni Israele contava oltre una ventina di formazione partitiche, ma la nazione si riunì sotto Ben Gurion ed il suo Mapai (Partito Operaio d’Israele). Alle prime elezioni del gennaio 1949, il Mapai ottenne il 35% dei voti, e non disponendo di una maggioranza, diede vita ad un governo di coalizione con i partiti religiosi. Nonostante gli odi e le lotte interne, la violenza e l’aggressività di parte, i riflessi di solidarietà finivano col prevalere: lo stato era come una fortezza assediata. A livello istituzionale Israele divenne una repubblica parlamentare e primo capo dello stato fu Haijm Weizmann. Non si diede una costituzione ma una serie di leggi fondamentali votate dall’assemblea (Knesset). Il progetto sionistico voleva Israele patria di tutti gli ebrei del mondo ed un solenne appello di immigrazione venne lanciato a tutti coloro che erano parte del “popolo ebraico” perchè venissero ad insediarsi. Nel luglio 1950 venne promulgata la “legge del ritorno”. I nuovi cittadini immigrati, oleh, avrebbero conservato anche la nazionalità di provenienza, come per gli arabi residenti nel territorio e non fuggiti dopo la guerra.

Dal 1948 al 1951 arrivarono circa 687 mila ebrei, soprattutto dalla Romania e dalla Polonia. I primi 70 mila erano reduci dai campi di sterminio. Fra il 1948 ed il 1953 fu la volta di 350 mila ebrei asiatici, tuttavia il flusso rallentò molto e nel 1953 ci furono più partenze che arrivi. Nel 1956 in Israele c‘erano 1.667.500 ebrei e 200.000 arabi. Il neonato paese di Sion non se la passava per nulla bene dal punto di vista economico/commerciale. L’economia ebraica era evidentemente in crisi. Tagliato fuori dai paesi arabi era costretto a commerciare sopratutto con nazioni lontane e cioè Gran Bretagna; Canada, Stati Uniti e – tra il risentimento di parte della popolazione – Germania Occidentale. Le risorse nazionali si rivelarono insufficienti, soprattutto dopo gli sforzi della guerra, affrontata grazie all’opera di persuasione attuata da Golda Meyerson presso la comunità americana.  Notevole fonte di spesa era anche l’armamento per l’Haganah,  mantenuta costantemente pronta ad una mobilitazione rapida. Come lingua di stato viene adottato l’Iwrith ed insieme ai kibbutzim  sono sviluppati anche i villaggi cooperativistici Mosciavim. Lo Stato era minacciato dal crollo finanziario quando nel gennaio 1952, Ben Gurion proproste di accettare l’offerta di riparazione tedesca. La Knesset votò a favore per 61 a 50. L’Europa occidentale, traumatizzata e con molti pesi di coscienza, sposò la causa israeliana e fornì aiuto al paese, uno stato puramente ebraico solo nella sua direzione e nella sua ideologia ufficiale. Nello stesso anno diventa presidente dello stato Isaak Ben Zwi, che terrà la carica fino al 1963, anno della sua morte.

Se i vincitori non se la passavano bene, ma neanche del tutto male, l’umore degli avversari era a terra. A tutti gli arabi la sconfitta aveva inflitto un’umiliazione senza precedenti e pesanti problemi gravavano sulla  maggioranza dei fuggiaschi che aveva  sperato di tornare, a guerra finita, nelle proprie case. Le frontiere stabilite sulla riga di fronte lo impedirono. Così l’80% della popolazione araba rimasta in Palestina fu sottoposta a regime militare.  In queste “sacche di resistenza”, ma soprattutto nei paesi limitrofi ad Israele ed usciti sconfitti dalla guerra,  si formarono gruppi di giovani milanti che si diedero come compito immediato la distruzione delle strutture arcaiche e nefaste che erano giudicate responsabili della sconfitta militare. L’unica personalità araba che guadagnò qualcosa dalla guerra fu Fajsal ‘Abdallah, emiro di Transgiordania, che si fece proclamare re nell’aprile del 1946 del suo territorio, che prese il nome di Regno di Giordania, dato che la guerra aveva consentito l’appropriazione delle terre comprese tra Israele e la sponda est del fiume Giordano. Fajsal ‘Abdallah aveva più volte aveva cercato un’intesa coi sionisti per la spartizione della Palestina. Nel dicembre del 1948 era riuscito dunque ad occupare le terre ad occidente del Giordano proclamando la costituzione di uno Stato hashimita. Nel biennio 1949/50 entrò in trattative segrete con Moshe Dayan, generale delle forze di Israele, per una pace segreta se gli si fosse assicurato un porto ad Haifa, via d’uscita per il Mediterraneo. Il suo progetto fallì perchè venne assassinato il 20 luglio 1951 da un palestinese davanti alla moschea al-Aqsa di Gerusalemme. La Giordania, dal territorio prevalentemente montuoso e desertico, nacque come regno militare e tale resterà anche quando l’appoggio britannico fu sostituito da quello statunitense. La popolazione palestinese sottomessa non si cristallizzò in un immobilismo di stampo tribale. Non erano ammessi alle cariche pubbliche o ai quadri alti dell’esercito ma era gente particolarmente industriosa ed attiva, che riuscirà a far rinverdire le aride pendici delle montagne creando una vera e propria agricoltura. Solo una minoranza continuò a vivere come massa disoccupata nelle nuove e moderne città giordane o nei villaggi, oppure come pastori allo stato nomade. Nel complesso si trattò di una popolazione fortemente insoddisfatta, repressa nelle legittime aspirazioni, sempre più impregnata di un nazionalismo diretto non solo come Israele ma proprio contro questa monarchia hashimita straniera ed usurpatrice dei naturali diritti del popolo palestinese. Ecco la radice della morte di re ‘Abdallh, prima espressione palese dei malcontenti dei palestinesi e dei profughi rifugiatisi in Giordania. Con la morte del re ‘Abdallah si dissipò anche il disegno di una “grande Siria” che avrebbe dovuto realizzare l’unione di Iraq, Siria ed appunto Giordania.

Stessa sorte drammatica toccò, in Egitto, al primo ministro ed in Siria i militari presero il potere il 30 marzo 1949 con un colpo di stato, rovesciando le istituzioni lasciate dalla Francia al termine del suo dominio coloniale nella regione. Ma fu la situazione egiziana a subire un ulteriore crisi verso gli inglesi che nel 1952 riuscirono a convincere i militari della necessità di spodestare re Faruk e di assumere direttamente il potere. Il 23 luglio 1952 i liberi ufficiali misero in atto il loro colpo di stato. La monarchia venne eliminata con un solo rapido colpo e nel 1953 fu proclamata la nasciata della repubblica. Ma fatto questo gli inglesi non si accorsero che per gli egiziani era arrivato il momento di far “partire” anche loro dal paese. Quindi, per far sloggiare i britannici, il governò egiziano stipulò un trattato di pace col Sudan, diventato stato sovrano nel 1953, ed ottenne l’evacuazione dei soldati inglesi dalla zona del canale di Suez. Ora non esisteva più alcuna colonna frapposta tra Egitto ed Israele: questa era l’avvisaglia che la lotta tra le due controparti sarebbe presto ripresa. La sostituzione in Egitto del generale Negib, autore del colpo di stato, con il colonnello Jamàl ‘Abd en-Nasser (novembre 1954), delineò un importante svolta nella storia dei paese islamici e nella loro via verso l’emancipazione totale. Nel frattempo prese posizione il ruolo dell’URSS nella politica del Vicino Oriente. Come risposta gli occidnetali cercarono in tutti i modi di accattivarsi le simpatie degli arabi con aiuti e forniture di  armi.

La nascita dello Stato di Israele indubbiamente costituì una spina nel cuore nella “nazione araba”. Lo sviluppo economico/sociale, e la tenacia degli abitanti di questo piccolo stato, divennero ben presto un segno di contraddizione: da un lato l’indubbia possibilità di sviluppo e modernizzazione anche tecnologica nel pieno rispetto delle tradizioni e radici culturali, dall’altro l’arretratezza degli arabi e la loro frustrazione. Una contraddizione che lasciava aperte le porte a una moltiplicità di scelte ideologiche e conseguentemente, anche politiche ed economiche. E d’altra parte anche l’insuccesso militare non poteva non accentuare una serie di crisi intestine, crisi che furono ben presto esasperate non solo dalle endemiche rivalità fra gruppi tribali diversi e diverse componenti etniche e religiose, ma anche dai generosi interventi di una o altra potenza straniera.

In Israele ufficialmente la politica internazionale era di non allineamento. La sinistra chiedeva un’amicizia con l’URSS ma, come aveva ben visto Ben Gurion, era l’occidente il naturale l’alleato dello stato. Il Capo del governo detestava gli arabi ma capiva le loro ragioni. L’11 dicembre l’ONU si espresse per il ritorno dei profughi arabi alle loro case e per la costituzione della città di Gerusalemme come territorio internazionale. A modo di sfida Ben Gurion, due giorni dopo,  trasferì la capitale dello stato da Tel Aviv alla vera capitale degli ebrei, la Città di Davide, anche se circoscritta alla parte nuova, senza avere il controllo delle mura, territorio giordano. Riguardo al primo punto della decisione dell’ONU, in cuor suo, non voleva più vedere quegli arabi cacciati. Nel 1953 i paesi confinanti Israele accolsero, in parte, le risoluzioni dell’alto commissariato ONU per i rifugiati (UNHCR) e accettarono nei loro territori parte dei profughi.  Ma le frontiere del 1948 lasciavano aperte ancora diverse questioni, cause frequenti di incidenti tra le controparti. Le linee finali avevano diviso in due, senza criterio, alcuni villaggi e delle terre di pascolo; inoltre le disposizioni sulla smilitarizzazione delle frontiere non vennero mai prese sul serio per l’evidente carattere di  instabilità della regione. Dal punto di vista israeliano i paesi arabi vicini erano responsabili delle infiltrazioni, dei saccheggi, delle violenze e degli omicidi commessi all’interno delle sue frontiere, così riteneva giusto rispondere con rappresaglie collettive. Uno di questi attacchi, finito in un ingiustificato bagno di sangue, portò alle dimissioni di Ben Guiron che si ritirò nel Kibbuz di Sde Bnoker nel deserto del Negev. Capo del governo divenne Sharett che restò in carica fino al 1955 ed attuò una più flessibile politica verso gli arabi, cercando anche un’intesa con il nuovo primo ministro egiziano Nasser. Era un obiettivo totalmente opposto rispetto a quello di Ben Gurion. Secondo il padre dello stato, Israele, perennemente in stato bellicoso, sarebbe stato l’ancora del sionisto e nessun ebreo nel mondo avrebbe permesso la sua scomparsa. Intanto, nel 1954, era stata fondata a Gerusalemme ovest la Università ebraica.

(continua…)

Capitolo I – Nazionalismo ebraico e nazionalismo arabo – prima parteseconda parte.

Capitolo II – Dal nazionalismo alle nazioni – prima parteseconda parte.

Capitolo III – La prima guerra arabo/israeliana – prima parte; seconda parte

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2 thoughts on “Storia di Israele e del Sionismo – 07

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