28 aprile 2014-28 aprile 1945 – Cronache di guerra – Antefatti politici

Como anni 30La conformazione geografica della provincia di Como fa assumere a questo territorio un’importanza particolare rispetto alle altre province italiane di confine. La provincia lariana, che al termine della prima guerra mondiale comprende anche l’attuale provincia di Varese[1], è delimitata a Nord dalla frontiera con la Svizzera, ad occidente dalle Prealpi lecchesi e ad oriente dal fiume Ticino che segna il confine tra la regione Lombardia ed il Piemonte. A Sud c’è la pianura della Brianza che porta a Milano. 

Il circondario della provincia di Como, che disponeva già di un certo apparato industriale avanzato, eredità della grande considerazione che il passato impero asburgico nutriva per questo territorio, dopo gli avvenimenti risalenti al 1859 ritornò prepotentemente alla ribalta, come palcoscenico storico, durante la seconda fase dell’ultimo conflitto mondiale, ovvero nei “600 giorni” della Repubblica Sociale Italiana, e fu anche il luogo ove terminò la vita di un uomo che per più di ventanni aveva recitato la parte del protagonista nella vita politica del paese decidendone la buona e la cattiva sorte, il Duce, Benito Mussolini. Durante la R.S.I. la provincia di Como fu uno dei principali mandamenti amministrativi colpiti dalla crudeltà della “guerra civile” pur essendo il numero degli accaniti sostenitori della Repubblica e dei partigiani strettamente limitato se confrontato con i dati relativi al totale degli abitanti residenti nel territorio, la maggior parte dei quali rimase esclusivamente spettatrice di tutti gli avvenimenti che si verificarono tra l’autunno 1943 e la primavera 1945.

L’origine e, successivamente, l’affermazione del fascismo in questa provincia va ricercata nel periodo immediatamente seguente al primo conflitto mondiale soprattutto nelle conseguenze di carattere economico che questo ebbe sul tessuto industriale comasco. La Prima guerra mondiale lasciò infatti prostrata l’economia lariana dalla quale ereditò una grave crisi nel comparto produttivo più significativo, ovvero quello della lavorazione tessile, in particolare serica. Dal 1919 la provincia di Como, come la maggior parte del territorio italiano, fu teatro dello scontro politico tra le forze schierate a difesa della borghesia e quelle popolari, appoggiate dalle organizzazioni dei lavoratori, che cercavano dei miglioramenti alle condizioni del proletariato operaio e agricolo, duramente colpito dalle perdite umane verificatesi nel disastroso conflitto.

Tre erano i principali schieramenti politici che si fronteggiavano. Nelle località comasche il Partito Liberale rappresentava la voce della classe più “nobile” del territorio, mentre espressione dei rurali e dei lavoratori delle tante industrie seriche e tessili erano il Partito Socialista e, soprattutto, il neonato Partito Popolare. Questa formazione politica ottenne un numero così alto di consensi che la zona venne definita “bianca”[2]. Nel comasco trovavano poi spazio anche altri partiti e piccoli movimenti, sorti tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, la cui forza elettorale era però limitata. In particolare si distinguevano i repubblicani ed i nazionalisti. Tra questi ultimi va annoverata anche la locale sezione del Partito Nazionale Fascista. I Fasci di Como vengono fondati nel freddo pomeriggio del 20 dicembre 1920. Gli aderenti della “prima ora” sono, per lo più, ex combattenti, professionisti, giovani intellettuali, piccoli imprenditori, commercianti e impiegati[3]. La repentina nascita della sezione locale fascista è la più lampante reazione delle classi medie al risultato elettorale che ha visto trionfare per il secondo anno consecutivo le forze socialiste nelle consultazioni elettorali amministrative comunali tenutesi il 31 ottobre dello stesso anno.

Come nelle elezioni del 1919, il Partito Socialista conserva la maggioranza in Consiglio Comunale[4], ed all’avvocato Angelo Noseda, divenuto nel frattempo deputato, si sostituiscono prima l’avvocato Beltrami e poi Paolo Nulli alla guida della città. I socialisti si impongono anche nelle elezioni per il rinnovo del Consiglio Provinciale con 54.397 voti, frutto del lavoro svolto dalla locale sezione del P.S.I. gestita da Riccardo Momigliano[5]. Altri dati significativi di quella consultazione amministrativa furono rappresentati dal buon numero di voti raccolto dal neonato P.P.I. (41.157) e dal vistoso calo che registrò l’elettorato liberale (31.386). Ma la sostanziale incapacità dimostrata dai socialisti ad amministrare una città colpita da una grave crisi economica e urbana[6], accompagnata con duri slogan inneggianti al massimalismo rivoluzionario ed anticlericale in una zona molto cattolica e conservatrice, vide crescere in modo molto repentino le simpatie verso il fascismo. Il sempre maggiore sostegno al nuovo partito si tramutò prima in feroci polemiche verbali con le altre forze politiche dalle pagine de “Il Gagliardetto”, il settimanale dei Fasci di Como, e poi in veri e propri scontri armati diretti in particolar modo contro esponenti socialisti con vasto spargimento di sangue. Nei primi mesi del 1921 in città si susseguono le incursioni fasciste operate delle squadre d’azione S.Elia, Sinigaglia ed Oberdan che portano alla misteriosa morte del socialista Giuseppe Lissi, alla distruzione della Camera del Lavoro ed a violente colluttazioni in alcuni caffè cittadini.

Nel mese di aprile, a poche settimane dalle elezioni politiche fissate per il successivo 15 maggio, in Piazza Duomo si svolge la prima, solenne, manifestazione popolare fascista. Da quel momento anche il quotidiano laico “La Provincia” inizia a simpatizzare per questa formazione politica[7]. Ma il risultato delle urne premia ancora i socialisti (23.435 voti raccolti). Anche il Partito Popolare ottiene vasti consensi con le 20.271 preferenze ottenute. Delusione invece per i fascisti che, presentatisi sotto l’insegna di Blocco Nazionale, raccolgono solo 15.526 voti mentre i neonati comunisti appena 1.699[8]. La sezione comasca del Partito Popolare Italiano era stata fondata dal sacerdote Don Primo Moiana nel 1919 e poteva vantare collegamenti con il vasto movimento sindacale cattolico lariano, rappresentato soprattutto dalle figure di Abbondio Martinelli e Achille Grandi, quest’ultimo fondatore anche delle A.C.L.I.[9].

La formazione politica cristiana stava cercando di modificare la propria condotta dato che, vista la situazione a livello locale, una forte ala del partito chiedeva di rinunciare all’intesa con le forze liberali che sembravano non essere più in grado di raggiungere risultati di rilievo. Allo stesso tempo risultava però impossibile per i cattolici un’alleanza con l’altra grande forza politica del paese rappresentata dai socialisti[10], definiti nel congresso regionale svoltosi a Milano nell’ottobre 1921, membri di: “(…) un partito rivoluzionario che mira alla sostituzione integrale del regime socialista a quello individualista (…)”[11], i cui massimalisti erano ritenuti ancora volgarmente anticlericali. Ma pur cercando, almeno per oltre un anno, di attenuare i toni dello scontro politico con gli avversari socialisti, le sezioni comasche del partito continuarono a denunciare la confusione nella vita pubblica rappresentata dai massicci scioperi organizzati dall’ex Partito dei Lavoratori e dalle ripetute ondate di violenza da questi determinate con vivaci articoli pubblicati sul quotidiano cattolico “L’Ordine” e sul settimanale “La Vita del Popolo”. In piena crisi si trovava il Partito Liberale, che continuava la polemica con i popolari, il cui fulcro può essere riassunto in una sola parola: diffidenza. Il sospetto di eventuali accordi loro contrari aveva da sempre permeato il pensiero liberale nonostante tutte le prove di lealtà dimostrate dai cattolici nel corso dell’ultimo conflitto bellico.

Il 30 ottobre 1922, mentre Mussolini, dopo la marcia su Roma, ottiene dal re Vittorio Emanuele III l’incarico di formare il nuovo governo, a Como gli esponenti fascisti occupano la Questura, gli uffici delle poste e del telegrafo e le sedi dell’amministrazione comunale. Il clima in città è sempre più teso in seguito alle minacce ed alle azioni violente delle squadre fasciste nei due mesi successivi[12]. Il 30 dicembre il sindaco Nulli ed i componenti della Giunta municipale presentano le dimissioni e per l’amministrazione comunale incomincia un lungo periodo di commissariamento interrotto solo nel 1924.

Nel 1923 le squadre in camicia nera, che hanno ormai assorbito gli schieramenti nazionalisti, passano dalle rappresaglie all’azione violenta pianificata, diretta ad assumere il controllo della città. Per raggiungere questo obiettivo Como è scossa, in poche settimane, da tanti fatti violenti come le distruzioni operate contro la tipografia de “L’Ordine[13] e la sede del Partito Popolare Italiano, le percosse in luogo pubblico subite dai principali esponenti politici avversari[14]. L’ondata di violenza non risparmia anche i sostenitori del Partito Repubblicano, il cui peso politico si era sensibilmente ridotto nel corso del tempo. Molti esponenti al carcere preferiscono l’espatrio clandestino, soprattutto in Francia ed in Svizzera.[15]

 

 

[1] Solo nel 1926 il governo accoglierà la richiesta delle amministrazioni comunali varesine che chiedevano un distaccamento da Como in favore o della costituzione di un’apposita provincia oppure di essere posti sotto il controllo di Milano, città con la quale non esistevano contrasti di carattere economico. Per ulteriori approfondimenti: Giovanni GRILLI, Como e Varese nella storia della Lombardia, La Varesina Grafica, Varese 1968, pp. 386-396.

[2] Per poter approfondire la nascita, l’evoluzione e la consistenza del Partito Popolare Italiano in provincia di Como si può consultare il volume dell’ex senatore e ministro Mario MARTINELLI, Aspetti e problemi del movimento cattolico comasco dal 1919 al 1945, New Press, Como 1985, pp. 7-34.

[3] Marco PIPPIONE, Como dal fascismo alla democrazia, F. Angeli, Como 1993, p. 19.

[4] Per comprendere il clima in città bisogna sottolineare il fatto che anche la Giunta dell’Amministrazione Provinciale di Como era composta esclusivamente da rappresentanti socialisti.

[5] Queste furono le ultime elezioni provinciali con il territorio varesino legato amministrativamente ancora a Como. Per un’analisi dei dati elettorali vedere AA.VV., Enciclopedia dell’antifascismo e della resistenza, Como, I, La Pietra, Milano 1968, p. 620.

[6] Con i primi anni venti a Como si cercò di applicare un nuovo piano regolatore secondo il quale la città doveva essere suddivisa in quattro settori: residenziale borghese e operaio; zona industriale; centro storico e zona mista abitativa-industriale. Maggiori informazioni in Fabio CANI, Giorgio MONIZZA, Como e la sua storia, dalla preistoria all’attualità, NodoLibri, Como 1993, p. 271.

[7] Nel 1927 i settimanali fascisti “Il Gagliardetto” ed “Il Corriere delle Prealpi” vennero fusi ne “La Provincia” che divenne così organo ufficiale locale del P.N.F.

[8] L’analisi completa del risultato elettorale è commentata da Dante SEVERIN, Fascismo a Como 1919-1943, New Press, Como 1983, p. 36.

[9] Associazione Cristiana Lavoratori Italiani, fondata da Grandi nel 1944 per volontà del Pontefice Pio XII. Da questo vasto movimento sociale dei lavoratori cristiani nascerà, nel 1948 dopo la rottura dell’unità sindacale, prima la Libera Confederazione Generale dei Lavoratori e successivamente il sindacato C.I.S.L.

[10] Nei mesi seguenti al XVII Congresso socialista di Livorno, che determinò la nascita del P.C.d’I., la maggior parte del proletariato lariano continuò a schierarsi con la vecchia formazione politica. Solo a partire dal 1924 inizierà il massiccio afflusso degli operai nelle file comuniste.

[11] MARTINELLI, Aspetti e problemi, cit., pp. 40-43.

[12] Il 26 dicembre come rappresaglia all’uccisione di due giovani fascisti viene devastato il circolo socialista di Albate, oggi frazione della città, allora piccolo comune a sud di Como.

[13] Questa azione venne effettuata non solo per colpire uno dei giornali più importanti della città ed il suo direttore, don Brusadelli schietto contestatore del Partito Nazionale Fascista, ma per far cessare gli attacchi che dal quotidiano cattolico colpivano “Il Gagliardetto”, organo dei Fasci comaschi.

[14] Tra le tante persone colpite dalla violenza fascista notevole eco ebbero le aggressioni subite da don Primo Moiana e da Abbondio Martinelli, ambedue malmenati in pieno centro dalle camice nere guidate dal fondatore dei fasci lariani, Gigi Maino. PIPPIONE, Como dal fascismo, cit., p. 22.

[15] Nel Paese transalpino si rifugiarono, tra gli altri, l’On. Mario Bergamo, Randolfo Pacciardi e Ferdinando Schiavetti, già direttore de “Voce Repubblicana”. Nel territorio della Conferedazione Elvetica trovarono invece asilo Eugenio Chiesa e l’anziano senatore Carlo Sforza, che di frequente sostava a Como.

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