28 aprile 1945-28 aprile 2014: 2) Cenni di “ventennio” nel Comasco

Manifestazione davanti alla Casa del Fascio per l'annuncio della conquista dell'Etiopia (1936)

Manifestazione davanti alla Casa del Fascio per l’annuncio della conquista dell’Etiopia (1936)

Il 1924 è l’anno che vede instaurarsi la dittatura fascista con lo scioglimento di tutti i partiti ed i sindacati, l’abolizione del diritto di sciopero e la forte limitazione della libertà di stampa[1]. A Como segretario locale del Partito Fascista è Alessandro Tarabini[2], inviso alla maggioranza delle camice nere lariane. L’astio ed il sospetto nei suoi riguardi porteranno allo scioglimento della federazione provinciale nell’agosto 1929 ed al suo commissariamento straordinario. Ma negli anni in cui Tarabini può adempiere al proprio dovere non si può non rilevare come il P.N.F. fosse molto attivo a livello propagandistico anche se il “ras” non riuscì a colmare l’effettivo distacco esistente tra la maggioranza della popolazione ed i rappresentanti istituzionali fascisti.Infatti, pur vivendo in un regime dittatoriale, la maggior parte della popolazione non è entusiasta sostenitrice del nuovo corso politico italiano e da più parti si auspica un ritorno alla legalità. Queste considerazioni sono supportate dal fatto che ben 1/3 dei cittadini aventi diritto di voto non si presenta alle urne per le elezioni politiche del 1924, le prime che videro la presenza del cosiddetto “Listone”.  Per cercare di ottenere il favore della popolazione Como diventa oggetto di molteplici lavori urbani[3] e non, tra i quali va ricordata, nel 1925, la realizzazione dell’autostrada Milano-Laghi, primo opera stradale in Europa di questo tipo.

Gli ultimi fautori di un ritorno alla legalità subiscono un duro colpo in seguito all’emanazione delle leggi politiche eccezionali del 1926. Queste disposizioni riescono a diminuire l’attività degli antifascisti comaschi ma non a stroncarla definitivamente. Nel 1927 entra in carica il primo podestà di Como, Carlo Baragiola, che però non riusce a porre in silenzio il pacato dissenso che contro il regime continua ad essere manifestato in modo particolare dai cattolici che, con i fascisti, danno vita a scontri quasi quotidiani con “in prima fila” soprattutto i parroci ed i responsabili della federazione cattolica giovanile diocesana diretta da Mario Martinelli. Figlio del fondatore del movimento sindacale cristiano[4], Mario Martinelli nasce a Como il 12 maggio 1906 e fin da ragazzo partecipa alle attività dell’Azione Cattolica. Dal 1929 è controllato dai fascisti a causa della vasta eco ottenuta da un suo telegramma inviato al Pontefice Pio XI nel quale, a nome dell’associazione diocesana, si rammarica per il mantenimento della ricorrenza del 20 settembre, ovvero i festeggiamenti per la presa di Roma nel 1870, ritenuta un’inutile offesa al Papa ora che lo Stato italiano ha firmato i Patti Lateranensi ed è giunto alla conciliazione. Il testo del telegramma è intercettato dalla Polizia e su ordine proveniente direttamente da Roma, il Prefetto ordina la sostituzione dei membri del consiglio giovanile diocesano dell’Azione Cattolica il 23 marzo 1929[5]. Due anni più tardi questa associazione è ufficialmente sciolta ed i suoi compiti riguardo l’educazione e l’attività giovanile passano all’Opera Nazionale Balilla, poi sostituita dalla Gioventù Italiana del Littorio. Durante la resistenza Mario Martinelli sarà uno dei principali protagonisti nelle vicende del C.L.N. comasco.

Meno consistente, come intensità, è l’opposizione socialista. Dopo tante e feroci rappresaglie (devastazione delle sedi rionali e di quelle degli organi di informazione) i fascisti erano riusciti ad impedire qualsiasi forma organizzata di dissenso di matrice socialista sin dal 1924. Questa situazione era ben conosciuta dai rappresentanti istituzionali, cui pervenivano regolari rapporti dell’O.V.R.A.[6], la polizia segreta di Mussolini. Uno in particolare sottolineava che : “(…) il partito socialista non gode più l’antico prestigio fra le masse, né dispone di mezzi ed organizzazioni come nel passato tali da consentire un’azione vasta e profonda”[7].

Sicuramente erano gli aderenti al Partito Comunista a creare i maggiori problemi di opposizione, perché inclini, a differenza dei cattolici e popolari, a manifestazioni violente. Il P.C.I. contava un discreto seguito in provincia anche se la maggioranza delle forze operaie nel territorio erano rimaste fedeli ai socialisti dopo il congresso di Livorno del maggio 1921. I dirigenti comunisti scelsero subito l’attività clandestina attuata per mezzo del sistema delle cellule nelle fabbriche e diretta particolarmente al passaggio di uomini[8] e materiale propagandistico da e per la vicina Svizzera.

Complessivamente le repressioni delle camice nere furono sporadiche e solo in due occasioni i comunisti comaschi ebbero veramente paura delle forze fasciste e cioè tra il 1927 ed il 1929, quando in seno alla federazione giovanile agì un infiltrato[9], e nel 1935 quando un’azione squadristica, in seguito ad una delazione, portò all’arresto di una ventina di militanti.

In Provincia di Como coloro che continuarono a professare ideali liberali e  repubblicani entrarono a far parte delle correnti politiche appartenenti al movimento “Giustizia e Libertà” dal quale, nel 1942, nascerà il Partito d’Azione. In città erano soprattutto persone di tendenza moderata a sostenere questa ideologia, ormai in declino. Tra i personaggi di maggior spessore bisogna ricordare Eugenio Rosasco, imprenditore, che aveva abbandonato la vecchia struttura del partito per aderire, nel 1925, all’Unione Nazionale delle Forze Liberali e Democratiche promosse da Giovanni Amendola, gruppo giudicato filofascista da Mussolini. Per questo motivo Rosasco riusce non solo a continuare nella sua attività politica, paradossalmente proprio lui antifascista convinto, ma figura anche tra i fondatori della “Lega Insurrezionale Italia Libera”. Durante il periodo badogliano ricoprirà l’incarico di commissario prefettizio per l’amministrazione comunale di Como e poi, successivamente, sarà membro del C.L.N. cittadino. Nello svolgere questi compiti dimostrerà, oltre che tanto coraggio, onestà ed impegno.

Tante sono anche le persone che singolarmente ebbero il coraggio di opporsi agli abusi dei fascisti durante il ventennio, e tra queste non può essere dimenticata la figura di Pier Amato Perretta. Figlio di un garibaldino, Pier Amato Perretta era nato a Laurenzana, in provincia di Potenza, il 24 febbraio 1885. Laureatosi a soli ventuno anni all’Università di Napoli divenne magistrato e durante la grande guerra fu decorato al valore militare e promosso sul campo. Tornato ad esercitare la professione di giudice fu assegnato, nel 1921, al Tribunale di Como e qui si distinse subito per la sua correttezza e perché sostenne sempre l’indipendenza della magistratura dal potere politico. Nel 1925, chiamato a giudicare una controversia tra impiegati e federali del P.N.F. scontentò, con la sua decisione, l’allora sottosegretario di Stato, On. Teruzzi ed il federale Tarabini. Per punizione fu trasferito a Lanciano, provvedimento contro il quale Perretta il 25 luglio 1925 ricorse scrivendo direttamente al re Vittorio Emanuele III. In seguito fu arrestato due volte, nel 1926 gli fu distrutto lo studio e venne confinato in Lucania. Quest’ultimo provvedimento fu poi tramutato in un’ammonizione e in tre anni di domicilio coatto[10]. La vicenda dell’avvocato Pier Amato Perretta è la più nota, ma tante sono state le persone che per amore della legalità si opposero al regime e ne pagarono le pesanti conseguenze[11].

Anche nell’altro principale centro urbano della provincia, ovvero Lecco, persistettero a lungo le forme organizzate dei partiti antifascisti. Una sezione giovanile socialista ebbe vita fino al 1926, mentre nelle fabbriche più grandi si mantennero attivi gruppi e cellule comunisti. “Giustizia e Libertà” invece si affidò alla propaganda fatta con giornali clandestini che denunciavano tutte “le nefandezze”[12] del regime fascista. Questo a dimostrazione del fatto che la popolazione lariana non fu mai completamente entusiasta sostenitrice dello “Stato in camicia nera”, anche perché economicamente, se si eccettua il periodo immediatamente seguente alla proclamazione dell’Impero con l’annessione dell’Etiopia, il numero di operai disoccupati ed il costo della vita crebbero in maniera impressionante nel territorio, con una media superiore al resto della nazione[13]. Piuttosto bisogna rilevare che, tra i fanatici fautori ed i coraggiosi oppositori del regime, la maggior parte della gente conservò sempre quell’atteggiamento attendista già rilevato di cui si liberò improvvisamente la sera del 25 luglio 1943.

 

[1] Indro MONTANELLI, Mario CERVI, L’Italia littoria, Rizzoli, Milano 1979, pp. 9-15.

[2] Alessandro Tarabini, nato a Cosio Valtellino il 15 settembre 1894. Reduce della prima guerra mondiale, nel 1921 si iscrisse al PNF e partecipò alla marcia su Roma. Eletto in Parlamento fu processato per tre investimenti stradali. Già Luogotenente generale della Milizia, Consigliere Nazionale della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, Membro del Direttorio nazionale del CONI, dal gennaio al luglio del  1943  ricoprì la carica di vice segretario del Partito. Per altre informazioni vedi Mario MISSORI, Gerarchie, statuti e funzioni. Gli organismi del Partito Nazionale Fascista, Giuffré, Milano 1989.

[3] Durante il ventennio a Como vennero realizzate diverse opere di pubblico interesse. Tra le tante meritano di essere ricordati il Tempio Voltiano, il Monumento ai Caduti, l’Ospedale S. Anna, la sede del Mercato Coperto, lo stadio calcistico dedicato alla memoria del canottiere Giuseppe Sinigaglia ed i Bagni Pubblici. Fu inoltre per merito della sezione provinciale del PNF che nel maggio 1928 si tenne in città l’Esposizione Voltiana. Per avere informazioni dettagliate sulle opere architettoniche realizzate durante il regime nel comasco, vedere Giorgio CAVALLERI e Augusto RODA (a cura di), Novocomun, Nuove Parole, Como 1988.

[4] Mario Martinelli è uno dei maggiori esponenti politici cattolici comaschi. Militante dell’Azione Cattolica, fu giovanissimo presidente della Federazione Giovanile Diocesana Comense. Iscritto al Partito Popolare dal 1922 al 1926. Nel 1929 fu schedato e condannato ad un biennio di ammonizione. Nel C.L.N. sarà il rappresentante del Partito della Democrazia Cristiana.

[5] Maggiori informazioni sulla vicenda sono ben documentate dal volume dello stesso MARTINELLI, Aspetti e problemi movimento cattolico, cit., p. 187.

[6] Organizzazione di Vigilanza e Repressione Antifascismo.

[7] Il documento è contenuto nel volume di Gianfranco BIANCHI, Antifascismo e resistenza nel comasco, Amministrazione Provinciale e Comunale di Como, 1975, p. 23.

[8] Dai confini comaschi transitarono Pietro Nenni, il professore Gaetano Salvemini, Rodolfo Pacciardi e Ferruccio Parri. Antonio Gramsci invece fu ospite nel 1926 della Capanna “Mara”, situata sopra Erba, ove guidò il primo congresso nazionale del “Soccorso Rosso”. Per ulteriori notizie vedi AA.VV., Enciclopedia dell’Antifascismo e della resistenza, voce Como, cit., pp. 620-622.

[9] L’infiltrato era Mario Foletti che riuscì a disorganizzare l’attività comunista ed a favorire l’arresto di personalità di spicco del movimento come Battista Tettamanti e Anita Pusterla. Vedi Enciclopedia dell’antifascismo, cit., p. 622.

[10] Dopo questi avvenimenti Pier Amato Perretta fu costretto a dedicarsi ad attività agricolo-industriali, nelle quali fu ostacolato al punto di essere ridotto in povertà. Ritornò sulla scena politica nel periodo badogliano e si distinse il 9 settembre nell’incitare la popolazione comasca alla resistenza contro i tedeschi. Fuggito dalla Lombardia, durante il 1944 svolse attività partigiana nelle Marche ed in Toscana. Ferito alla spina dorsale il 13 novembre 1944 a Milano da una pattuglia fascista che aveva cercato di arrestarlo, morì due giorni dopo senza che la famiglia venisse messa a conoscenza dell’accaduto. La vita di Pier Amato Perretta è ben descritta nel volume, L’altra bussola, lettere familiari di Pier Amato Perretta riordinate dal figlio Giusto Ultimo, Graficop, Como 1987.

[11] Si tratta soprattutto di sacerdoti e religiosi. Vanno ricordati, per il loro coraggio, don Antonio Romanò, parroco di Careno, che si oppose alla costituzione nel paese di un gruppo di Balilla; don Truzzoni, di Maslianico, che sfidò le locali camice nere; don Luigi Santi, arciprete di Castiglione Intelvi, e l’avv. Giovanni Castioni, vicepretore di Menaggio, che continuarono a manifestare la propria simpatia verso il disciolto Partito Popolare. Per ulteriori approfondimenti si può consultare lo scritto di Gianfranco BIANCHI, Aspetti dell’attività cattolica nella vita pubblica in Diocesi di Como. Dall’avvento del fascismo ai dissidi dopo la Conciliazione in “Chiesa, Azione Cattolica e fascismo nell’Italia settentrionale durante il pontificato di Pio XI (1922-1939), Vita e Pensiero, Milano 1979.

[12] Giusto Perretta, Un accenno con intelletto d’amore, I.C.S.M.L., Como 1990, p. 73.

[13] Alla vigilia della seconda guerra mondiale, su una popolazione di circa 500.000 persone, i disoccupati erano oltre 22.400 dei quali circa 4.000 impossibilitati a percepire il sussidio statale. Vedi PIPPIONE, Como dal fascismo, cit., pp. 33-38.

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