Storia della RSI nel Comasco – 01 – La caduta del Regime Fascista

LiraIl 1 settembre 1939, con l’invasione della Polonia da parte della Germania nazista in accordo con l’Unione Sovietica di Stalin, segna l’inizio del secondo conflitto mondiale a poco più di vent’anni dalla precedente terribile guerra che ha sconvolto l’assetto politico, oltre che le condizioni economico-sociali, di gran parte dei paesi europei. L’Italia fascista di Mussolini dichiara il proprio stato di belligeranza il 10 giugno 1940, con l’annuncio della dichiarazione di guerra a Francia e Gran Bretagna che è accolto nel paese con sentimenti molto differenti. In ogni caso, qualunque sia l’umore della popolazione, ha termine lo stato di neutralità proclamato dall’inizio del conflitto, una scelta che dal mese di marzo era risultata sempre più difficile da sostenere in quanto sottoposta a forti pressioni interne ed esterne perché venisse sciolta l’ambiguità di un atteggiamento che suscitava la diffidenza dell’alleato tedesco e consentiva agli occidentali (in modo particolare ai francesi in difficoltà) di illudersi sulle reali intenzioni italiane[1].

L’Italia viene impegnata su quattro fronti tra il 1940 ed il 1942: un’azione di contenimento verso la Francia, parzialmente occupata dai nazisti; l’attacco alla Grecia, il fronte africano ed infine, con la decisione di Hitler di invadere l’URSS, la campagna di Russia.

Il primo attacco italiano viene sferrato il 20 giugno 1940 contro la Francia meridionale al fine di raggiungere Nizza e si conclude solo quattro giorni dopo a causa della resistenza disperata dei soldati francesi che rende difficile lo sfondamento dei nostri alpini. La breve campagna è deludente dato che le nostre truppe riescono a conquistare solo il paese di Mentone, posto a tre chilometri dal confine di Ventimiglia, lasciando sul campo ben 600 morti e 3.000 feriti.

In ogni città la guerra è seguita con attenzione ed anche a Como l’umore della popolazione è raccolto con dovizia di particolari da parte dei funzionari della Federazione Provinciale. Ogni settimana il Segretario Provinciale, Carlo Ferrario, trasmette i comunicati mattinali direttamente alla segreteria di Roma diretta da Ettore Muti, che dal 31 ottobre 1939 ha sostituito Achille Starace, per nove anni  segretario del P.N.F.[2].

Nel primo comunicato inviatogli dopo la vittoria contro i francesi viene sottolineato che:

“I recenti avvenimenti hanno portato il morale della popolazione tutta ad un elevatissimo grado di assoluta fiducia nella Vittoria finale (…) si acuisce sempre di più il risentimento verso la vicina Svizzera e specie nei riguardi del Canton Ticino dove predomina un radicato sentimento di pietismo per la Francia (…). D’altra parte in Svizzera è abbastanza diffusa l’opinione che l’Italia – alla resa dei conti – faccia giustizia della campagna antifascista svizzera annettendosi il Canton Ticino”[3].

E’ con questo messaggio ufficiale che incomincia apertamente a manifestarsi l’interesse dei fascisti comaschi, peraltro mai celato nel corso degli anni Trenta, per i territori italiani della vicina Confederazione più volte definiti “irredenti”. Ma per il momento la più viva attenzione è rivolta all’evoluzione militare delle truppe in Africa. Sensazione desta la conquista Somalia Britannica:

“(…) Il progredire vittorioso dell’avanzata in Somalia ha suscitato soddisfazione ed entusiasmo. E’ generale l’attesa di un grosso attacco da parte del Maresciallo Graziani       sull’Egitto (…)”[4].

Ma queste manovre risultano per nulla positive e, dopo una serie di attacchi inconcludenti, gli italiani sono costretti a ritirarsi ed a cedere parte della Cirenaica agli inglesi che, con la collaborazione di contingenti indiani, nel gennaio del 1941 penetrano in Eritrea, Somalia ed Etiopia, restituendo quest’ultimo stato al negus Hailé Selassié, profugo a Londra dal 1936[5].

L’opinione pubblica comasca rimane molto colpita da questo fatto e l’umore della gente traspare dalle parole del segretario del fascio di Como trasmesse a Roma Littorio:

“La tristezza è generale ma è un dolore austero e fiero,e se vi è un diffuso sentimento di ribellione, questo nasce dall’impotenza di poter accorrere come vorrebbe fare la massa nel suo istinto generoso”[6].

Con l’arrivo dell’autunno nuovi motivi di preoccupazione sono dati anche dall’umore dei soldati in licenza. L’impreparazione dell’esercito risulta già manifesta, ma il Federale lariano giudica questo da un punto di vista esclusivamente positivo. Infatti secondo lui:

“(…) sull’opinione pubblica favorevolmente agisce lo spirito dei militari che tornano a casa in licenza, i quali se “sacramentano” in qualche dettaglio organizzativo del reparto, in cui sono inquadrati, manifestano una irriducibile volontà di combattere (…)”[7].

Solo grazie alla collaborazione di contingenti della Wermacht viene positivamente portata a termine la “campagna di Grecia”, iniziata il 28 ottobre del 1940, e l’offensiva in Africa del nord, sotto il comando del generale Rommel, per contenere le incursioni in Cirenaica  e passare poi all’offensiva.

Il 22 giugno 1941 Hitler scatena l’operazione “Barbarossa” contro l’URSS. Qualche settimana più tardi varcano i confini sovietici anche le divisioni italiane del C.S.I.R. (Corpo di Spedizione Italiano in Russia) seguite nel 1942 dalle armate, numericamente più consistenti, dell’A.R.M.I.R.

Ma dopo una rapida avanzata, la campagna di Russia, con l’arrivo dei mesi autunnali diviene critica e, con l’inizio del 1943, drammatica. Nel gennaio le divisioni alpine, sprovviste di viveri ed abbandonate dai tedeschi, sono costrette a ritirarsi per 700 chilometri sotto il fuoco dei sovietici. Le perdite della campagna saranno quantificate in oltre 110.000 soldati e 4.300 ufficiali rimasti sul campo[8].

Il 1943 è l’anno, di fatto, decisivo per le sorti del secondo conflitto mondiale, dato che in Africa del nord si sta consumando la disfatta delle truppe dell’Asse in ritirata dopo la battaglia di El-Alamein. Questo fronte sarà irrimediabilmente perso nel successivo maggio in seguito all’occupazione angloamericana della Tunisia.

Con la primavera iniziano in numero consistente anche le incursioni aeree delle forze Alleate sul territorio nazionale. Di fronte a questi nuovi avvenimenti il morale della popolazione civile e dell’esercito, provato da quasi tre anni di combattimenti affrontati in situazioni deficitarie sotto molti punti di vista, diviene così molto basso davanti al profilarsi della disfatta ed incominciano le prime defezioni.

La difficile situazione bellica determina la crescita del malcontento verso il regime, diretto responsabile dell’entrata in guerra. Anche nel territorio provinciale comasco l’umore della popolazione è decisamente pessimista, seppur la corrispondenza dei soldati dai fronti di guerra sia sottoposta ad una pesante censura esercitata negli appositi uffici del palazzo delle poste. Prefetto della città è lo squadrista Rino Parenti costretto a trasmettere a Roma il contenuto filtrato di centinaia di missive provenienti dai diversi fronti. Laconico è il suo giudizio personale in un telegramma inviato il 23 gennaio che accompagna i quotidiani rapporti trasmessi al Minstero degli Interni:

“(…) le espressioni di stanchezza continuano ad aumentare di numero ed intensità (…) In genere nelle non numerose lettere che vengono dalla Libia il morale è depresso e sono evidenti i segni della stanchezza. Anche dalla Russia non arrivano che notizie deprimenti circa le sorti del nostro Corpo di spedizione laggiù.”[9].

Lo stesso Prefetto è costretto a riconoscere che il tono delle lettere, inviate dalla popolazione civile ai parenti al fronte, non sia molto differente:

“(…) Le invocazioni alla pace sembrano avere la prevalenza assoluta, assorbendo ogni altra considerazione (…) l’inquietudine oggi è diffusa e profonda”[10].

Di spirito e parere completamente opposto sono le comunicazioni inviate ai superiori da parte del nuovo Segretario Federale del P.N.F. di Como, Erberto Casagrandi[11], subentrato il 13 giugno 1942 a Carlo Majorino che aveva ereditato la carica da Ferrario il 22 settembre 1941.

Un telegramma inviato dal Federale proprio negli stessi giorni in cui il Prefetto Parenti comunicava le proprie perplessità, recita:

“(…) La situazione politica è soddisfacente. La popolazione segue le vicende della guerra nella certezza della vittoria. (…) Nella Provincia di Como le dichiarazioni di guerra delle nazioni del Tripartito all’America hanno tonificato gli animi, mentre lo stesso non può dirsi per l’Inghilterra in dipendenza dell’intervento americano al suo fianco. Insomma, i più forti siamo noi”[12].

Nei due mesi seguenti la protesta verso il regime, da nascosta, incomincia a manifestarsi apertamente. In città compaiono scritte sui muri contro il fascismo e la sua guerra mentre vengono rinvenuti in luoghi di ritrovo della popolazione, soprattutto operaia, fogli stampati che accusano apertamente il regime del disastro cui sta portando la popolazione.

Tutti questi avvenimenti sono seguiti con preoccupazione crescente da parte del Prefetto Parenti che, nel mese di febbraio, arriva a definire critica la situazione civile circa il tenore di vita e le possibilità di approvvigionamento alimentare, come risulta da una puntuale relazione relativa allo spirito dei cittadini comaschi nei confronti dell’andamento del conflitto:

“(…) I giudizi sulla guerra sono sempre assai aspri e sconfortanti, le previsioni oscure. Rincari a dismisura, lotta per gli acquisti, insufficienza della tessera annonaria, un disastro a trovare roba, la mancanza di combustibile, le difficoltà dell’agricoltura, la mancanza di foraggi, le requisizioni, le consegne obbligatorie a prezzi disastrosi, tutto ciò è materia di incessanti constatazioni e di crescenti gravi malumori (…)”[13].

Il 29 marzo, come in altre città, anche a Como si ferma in alcuni stabilimenti l’attività produttiva. Alle “Officine Meccaniche Italiane Tessitura e Affini” di Albate una sessantina di operai partecipano al primo sciopero in territorio lariano dal 1923.

La produzione industriale subisce delle soste anche alla tessitura “Stucchi” di Lurate Caccivio ed in alcuni stabilimenti di Turate, mentre aperto dissenso si manifesta presso la sede del colorificio “Lechler” a Ponte Chiasso, a poche decine di metri dalla frontiera.

La risposta dell’Ufficio Politico Investigativo, con la partecipazione di legionari della XVI Milizia di stanza nel centro lariano, si manifesta con tipiche azioni squadristiche contro gli operai e con controlli notturni agli stabilimenti per evitare ulteriori sabotaggi.

Dal mese di aprile, a causa dei massicci bombardamenti sul nord Italia, in Brianza affluiscono i primi sfollati di Milano. Si tratta di un prologo a quello che sarà un vero e proprio esodo di massa a partire dall’estate successiva.

Il 29 aprile il prefetto Parenti comunica a Roma che:

“(…) la stanchezza della guerra, che sempre più frequentemente si esprime nella posta di ogni categoria, oltrepassa la misura di un sia pure forte malcontento, per assumere toni depressi o concitati di assai grave rilievo, per giungere talvolta a tale virulenza da doversene preoccupare”[14].

Col passare del tempo risulta sempre più difficile quindi, da parte dei funzionari fascisti, assolvere  con ordine ai rispettivi compiti istituzionali dato che la borsa nera inizia a diventare un fenomeno di primo piano mentre gli avvenimenti nel resto del paese assumono connotati drammatici.

Per cercare di tenere sotto controllo la città il federale Casagrandi ordina rappresaglie contro tutte le persone che esprimano pareri difformi agli slogan del regime. I risultati di questa particolare misura per l’ordine pubblico soddisfano il federale che, con orgoglio, comunica a Roma un bilancio dettagliato dei propri meriti:

“(…) l’aver adottato il sistema di rompere la testa a coloro che non sentono la gravità del momento abbandonandosi a discorsi antifascisti e antitaliani ha portato alla liquidazione di sette casi, variabili dalle contusioni semplici a 15 giorni di ospedale (…) Io sono ben deciso a continuare in questo sistema ed ho impartito riservate istruzioni in merito (…)”[15].

L’11 giugno una veloce azione angloamericana porta all’occupazione dell’isola di Pantelleria. L’inaspettata ed improvvisa capitolazione dell’avamposto difensivo della Sicilia fa scattare immediatamente l’allarme in tutto il paese. La situazione aggrava nella notte tra il 9 ed il 10 luglio, quando le forze Alleate sbarcano sull’isola.

L’invasione del territorio nazionale desta tanta sensazione anche presso il federale Casagrandi che comincia a rendersi conto dei segni di insofferenza ed avversione verso il fascismo e quella che è definita “la sua guerra”. Nella relazione mensile giugno-luglio, scritta con brevi paragrafi tematici, si legge:

“(…) Popolo: senso di depressione è sempre più forte (…) Classi medie: accentuato antifascismo, propalarsi con la velocità della polvere di notizie disfattistiche (“Farinacci fuggito all’estero con 4 miliardi”) e, anche, di notizie esageratamente ottimistiche (“16mila aviatori giapponesi in Italia”). Sfiducia nella classe dirigente e nell’esercito. Al Duce si muovono larvatamente accuse e si fa colpa della situazione (…) Fascisti: (…) i deboli, sono in uno stato di accasciamento e di demoralizzazione. Questa provincia, come ho tante volte segnalato, ha anche le notizie che provengono dalla Svizzera, che preannunciano, prima dei nostri bollettini, la situazione, spesso peggiorandola e deformandola (…) Nel complesso, la situazione nella Provincia non offre particolari motivi di allarmismo e può essere sintetizzata nelle parole: depressione, delusione e disorientamento”[16].

Per discutere sull’andamento del conflitto in Italia, il 16 luglio, Mussolini si piega alle richieste di alcuni membri del Governo e del partito di riunire il Gran Consiglio. Il segretario Carlo Scorza lo convoca per sabato 24 luglio alle ore 17 . Per quella data Dino Grandi, presidente della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, Luigi Federzoni, Presidente dell’Accademia d’Italia, e Giuseppe Bottai mettono in atto il  progetto di togliere i poteri militari al Duce preparando un ordine del giorno che prevede la rinuncia da parte di Mussolini del comando delle forze armate ed il ripristino dei pieni poteri agli organi dello Stato ed al monarca.

Alle 2.40 di Domenica 25 luglio la mozione liquidatoria di Grandi viene approvata con 19 “sì”, 7 “no” ed un’astensione[17] come atto conclusivo della lunga e drammatica riunione.

Il pomeriggio seguente viene nominato quale nuovo Capo del Governo il generale Pietro Badoglio mentre Benito Mussolini, al termine di un colloquio di circa mezz’ora col re Vittorio Emanuele III, viene arrestato dai Carabinieri[18] e poi condotto in una località segreta. Alla buona riuscita di questo “colpo di stato”, favorito anche dalla paralisi degli organismi politico-militari del regime (Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale ; Ufficio Politico Inivestigativo ; Organizzazione Vigilanza e Repressione Antifascismo) aveva partecipato l’ex gerarca di Como, Alessandro Tarabini, in funzione di vice segretario nazionale del P.N.F. Fu lui, infatti, a trasmettere il telegramma, firmato Scorza, che smobilitò le Federazioni Fasciste nel paese con l’autorizzazione di re Vittorio Emanuele III.

Al momento dell’insediamento del governo Badoglio di stanza in Como ci sono soltanto la XVI Legione della Milizia Volontaria della Sicurezza Nazionale ed il 67° battaglione Fanteria dell’esercito che occupa la caserma cittadina “DeCristoforis”, la più importante nella Lombardia nord-occidentale.

Le cronache degli avvenimenti di Domenica 25 luglio non riportano scontri salvo qualche piccolo alterco[19]. L’episodio più appariscente nella giornata è la demolizione della scritta “DUX” che sovrasta sulle pendici del Monte Croce[20], mentre vengono demolite le targhe di Viale 28 ottobre ed una lapide commemorativa la costituzione dei fasci di combattimento nel territorio lariano che era posta sul basamento del monumento dedicato ad Alessandro Volta nella piazza omonima.

Preoccupazione per gli avvenimenti accaduti in quella giornata è invece manifestata dal Commissario Capo di Polizia, Coppola, che invia una relazione dettagliata all’Ispettore generale di Polizia di Milano, Petrillo, il successivo 28 luglio, nella quale si legge :

“La fine del regime è stata accolta, in tutta la provincia, con una vera esplosione di gioia e tutti vedono in essa una libertà di avere in Italia un ordine nuovo, basato sulla correttezza e sulla onestà (…) Le sedi di molti gruppi rionali, di associazioni fasciste e di altri enti del regime, sono state invase da elementi turbolenti, i quali però si sono limitati ad incendiare pratiche e schedari (…) Il Consigliere di Prefettura P.P. avendo gridato “Abbasso il Duce” in piazza Cavour, è stato aggredito da alcuni squadristi e pestato in malo modo (…) E’, tuttavia, opinione molto diffusa che si preparino giorni ben tristi se le autorità militari non adotteranno provvedimenti radicali contro il risorgere di partiti sovversivi. Non è da escludere che in un prossimo avvenire si possano avere dimostrazioni ed incidenti ben più gravi di quelli sinora verificatisi”[21].

Eguali situazioni si manifestano in altri centri della provincia, dove alla gioia della riconquistata libertà, subentra un senso di vendetta contro i locali esponenti del fascismo. A Mandello del Lario vengono sparati alcuni colpi di pistola al fine di vendicare vecchi rancori politici ; a Nesso, Casnate con Bernate, Tremezzo e Lurate Caccivio vengono percossi i segretari del partito ed i podestà. Ben più tranquilli gli avvenimenti in altre località della provincia di Como, soprattutto nei centri più popolosi come Lecco e Cantù, dove la gente dà proprio sfogo alla gioia nella speranza di una rapida conclusione del conflitto in corso.

Nelle stesse ore in cui veniva arrestato Mussolini, il generale Gaetano Binacchi, comandante del territorio di Milano, aveva assunto tutti i poteri[22] determinando l’introduzione dell’amministrazione militare.

Binacchi introdusse lo stato d’assedio soprattutto perché, nel suo messaggio di insediamento, Badoglio aveva sottolineato il fatto che la guerra sarebbe continuata a fianco dell’alleato germanico.

[1] Franklin W. DEAKIN, Storia della Repubblica di Salò, Einaudi, Torino 1963, volume I, p. 13.

[2] Interessanti notizie sulla vicenda sono trattate da Arrigo PETACCO, L’Archivio segreto di Mussolini, Mondadori Le Scie, Milano 1997, p. 72.

[3] Mattinale nr 12 del 29 giugno XVIII contenuto nel volume a cura di Giusto PERRETTA, Tra il riso e il pianto, i mattinali del Segretario del Fascio di Como a Roma Littorio (2 aprile 1940-1 settembre 1941), ICSML, Como 1995, p. 34

[4] Mattinale nr. 1176/2 del 19 agosto XVIII in PERRETTA, Tra il riso e il pianto, cit., p. 24.

[5] Esattamente dal 6 maggio, ovvero al termine della vittoria italiana nella campagna abissina che portò alla proclamazione dell’Impero.

[6] Mattinale nr. 25, R.C., in PERRETTA, Tra il riso ed il pianto, cit., p. 122.

[7] Mattinale nr. 1017/2 R.C. in PERRETTA, Tra il riso e il pianto, cit., p. 18

[8] Ben 513 furono i morti comaschi, 208 i dispersi, 1084 i feriti e 825 i prigionieri. PIPPIONE, Como dal fascismo, cit., p. 53.

[9] Gianfranco BIANCHI, Aspetti della situazione italiana nei mesi antecedenti il 25 luglio 1943 (un gruppo di documenti inediti relativi alla Provincia di Como), in “Il movimento di liberazione in Italia”, nr. 69 ottobre/dicembre 1963, p. 32.

[10] ibidem, p.33.

[11] Erberto Casagrandi, nato a Cagliari il 7 agosto 1908. Laureato in scienze diplomatiche e consolari è iscritto al P.N.F. dal 29 dicembre 1921. Volontario nella guerra di Spagna, ha ricoperto gli incarichi di vicesegretario del G.U.F. di Venezia (1938) prima di trasferirsi a Tripoli come Capo dell’Ufficio politico delle FF.A.A. in Africa Settentrionale Italiana (1939-1941). Rientrato in Italia è stato Segretario Federale del P.N.F. a Pola (1941) fino al 13 giugno 1942, giorno nel quale ha ottenuto il trasferimento a Como, dove rimarrà fino al 25 luglio 1943. Vedi MISSORI, Gerarchie, cit., voce Casagrandi Erberto.

[12] BIANCHI, Aspetti della situazione, cit., p. 34.

[13] ibidem.

[14] BIANCHI, Aspetti della situazione, cit., p. 55.

[15] Giuseppe COPPENO, Como dalla dittatura alla libertà, ICSML, Como 1989, p. 55.

[16] ICSML, fondo P.N.F., doc. nr. 690.

[17] Si astenne dal voto il presidente del Senato, Giacomo Suardo, mentre Roberto Farinacci votò una propria mozione. DEAKIN, Storia della Repubblica, cit., p. 450.

[18] Ufficialmente il re mise Mussolini sotto la propria personale protezione per evitare attacchi contro di lui. Vedi DEAKIN, Storia della repubblica, cit., p. 460.

[19]Si venne poi a conoscenza del nome della persona aggredita, ovvero l’avvocato Benzoni, reo di essere stato volontario filofranchista nella guerra di Spagna del 1936. Vedi AA.VV., Il monito della storia, ICSML, Como 1994, p. 10.

[20] La città di Como è stata costruita dai romani nella valle paludosa, bonificata, circondata da due monti ad est ed ovest e dal lago a nord. Su un’altura della piccolo monte di occidente fu costruita nel 1934 una Croce metallica dotata di impianto per l’illuminazione notturna dedicata ad uno dei primi Vescovi della Diocesi di Como, Sant’Eutichio. Questa sostituiva una precedente croce di legno, ivi collocata dal medioevo. Per questo motivo il monte aveva preso quella denominazione. Ulteriori informazioni in Lorenzo Marazzi, La croce di Sant’Eutichio, New Press, Como 1996.

[21] Testimonianza del Capo di Polizia, Coppola, ICSML, doc. nr. 858, fondo 25 luglio 1943.

[22] Questo atto aveva determinato la caduta del prefetto Rino Parenti, il cui posto sarebbe stato coperto dal successivo 2 agosto da Michele Chiaromonte, ed la Prefettura e della Questura passarono sotto il controllo del generale di Divisione che aveva il comando del Presidio.

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