Storia della RSI nel Comasco – 03: Arrivano i tedeschi e si infiamma il confine

La notizia dell’avvenuto armistizio coglie alla sprovvista anche la popolazione lariana alle ore 18.00 di mercoledì 8 settembre. A Lecco, due ore più tardi, si tiene una prima riunione di numerosi antifascisti durante la quale il sindacalista Gaetano Invernizzi, già condannato al confino politico, incita alla resistenza contro i nazisti invitando i giovani a nascondersi sui monti del Resegone.

Il 9 settembre, a Como, alcune migliaia di cittadini manifestano davanti alla Prefettura ed al distretto militare per chiedere armi con le quali fermare le truppe tedesche in avvicinamento alla città. La manifestazione, organizzata da esponenti del Partito d’Azione, tra i quali vi si trova l’avvocato Pier Amato Perretta, si tiene in piazza del Duomo.

In Prefettura il generale Binacchi, dopo essersi incontrato con il commissario Rosasco, accoglie la richiesta per la concessione delle armi alla popolazione civile al fine di consentire la costituzione di una Guardia di difesa nazionale, ma durante la notte questi fugge da Como per raggiungere Milano.

Nelle ore serali nei dintorni della città pare ci siano alcune migliaia di soldati fuggiaschi, alcuni dei quali raggiungono la caserma “De Cristoforis”. Le loro testimonianze provocano serie preoccupazioni nei vertici e nelle fila degli altri militari. Terrore desta, in particolar modo, il racconto della recluta Luigi Monti di Carimate, presentatosi al distretto con un paio di calzoni ed una camica borghese sopra le fasce gambiere e i pantaloni grigioverde, spiegando che :

“(…) tra Bolzaneto e Sampierdarena i tedeschi hanno aperto il fuoco sul mio reparto. Oltre 350 uomini sono stati colpiti ; a noi superstiti il capitano ci ha consigliato di rompere le righe e di dirigerci, in borghese, in qualche località ritenuta sicura”[1].

Nell’attesa dell’arrivo delle truppe tedesche in città regna la massima confusione. Il generale Ruggero, da Milano, aveva diffuso il proclama di resa ai tedeschi ma gli ufficiali del presidio militare di Como rimangono nella caserma.

Molti militari sbandati, privi di documenti d’identità, non possono superare il confine con la Svizzera e mettersi in salvo dal sicuro arresto dei nazisti. Per cercare di salvare questi soldati disperati, il Commissario Rosasco, autorizza il rilascio di carte d’identità contraffatte, sennonché, nel giro delle successive ore, si riversano sul territorio cittadino diverse centinaia di soldati in fuga da Milano, in quei momenti occupata dai tedeschi, con l’intenzione di raggiungere la Confederazione Elvetica. Seppur in un clima di confusione ed incertezza la maggior parte degli sbandati riesce a superare il confine.

Domenica 12 settembre, verso mezzogiorno, reparti tedeschi di fanteria motorizzata, seguiti da mezzi corazzati, guidati dal maggiore italiano Carmelo Zaffiro e dal tenente colonnello Biagio Sallusti, entrano nelle mura cittadine e bloccano il valico di Ponte Chiasso. L’occupazione delle forze naziste di Como avviene proprio quando numerosi militari comaschi del 67° reggimento Fanteria stanno prendendo posizione contro i tedeschi a Monte Lungo, nelle Puglie[2].

Le forze germaniche costituiscono immediatamente due folti gruppi armati, il primo dei quali si dirige alla caserma “De Cristoforis” per consegnare il messaggio di resa ordinato dal generale di Milano, Ruggero, ai soldati rimasti. Il Capitano d’ispezione Aimo Conardi, valutata l’impossibilità di reagire agli occupanti, dà ordine ai militari di abbandonare la caserma.

Il secondo gruppo, composto da SS, si reca al valico di frontiera di Chiasso per chiedere il permesso alle autorità di gendarmeria federale della Svizzera di poter effettuare un controllo sullo stato delle vie di comunicazione del Cantone Ticino fino a Lugano per verificare se qualche soldato italiano ha approfittato della confusione per superare il confine. La richiesta viene, evidentemente, respinta.

A Como i tedeschi installano i propri comandi nei punti strategici della città : Comando Piazza nel retro della casa del Fascio ; comando Gendarmeria nel palazzo Saibene in piazza S.Agostino ; comando Logistico all’Hotel Suisse in piazza Cavour ; Comando Gestapo[3] in un edificio sito in via Zezio ; all’Istituto Carducci in via Cavallotti[4] prende sede il comando R.u.K[5], il cui comandante, generale Hans Leyers, requisisce come propria abitazione la villa della famiglia Rosasco. Depositi del materiale sequestrato sarebbero, in seguito, diventati lo stadio Sinigaglia e l’adiacente capannone dell’idroscalo.

I più alti ufficiali tedeschi prendono alloggio presso i prestigiosi alberghi sul lungolago Terminus, S.Gottardo e Barchetta, mentre un contingente di 400 SS si stabilisce a Mariano Comense al fine di avere sotto stretta sorveglianza la strada Milano-Como mentre altri presidi vengono dislocati in tutta la provincia per un totale di 2.845 uomini. In particolare a Ponte Lambro si costituisce il presidio Polizia ed a Mandello si stabilisce l’Armata tedesca “SS Liguria”. Un presidio confinario, forte di 250 militari, prende posizione in alto lago.

I comandi divisionali delle SS vengono dislocati ad Alzate Brianza a Villa Guardia il comando provinciale mentre la direzione per la Lombardia occupa Villa Locatelli a Cernobbio, al comando del capitano Joseph Voetterl, in realtà un agente segreto degli Stati Uniti.

Voetterl, cittadino austriaco nato a Salisburgo, fu il protagonista di uno dei più grandi successi dell’Office of Strategic Service americano. Dopo essere emigrato in America negli anni ‘20, all’avvento di Hitler al potere ritornò nel III Reich. Iscrittosi al partito nazista, aveva fatto carriera nelle SS, e durante la guerra era stato prima in Polonia e poi sul fronte russo di Stalingrado dove, ferito, fu trasferito in Francia, a Tolone. Disimpegnandosi con abilità riuscì ad arrivare a Cernobbio dove continuò il suo lavoro di agente segreto ed allo stesso tempo di comandante tedesco. Solo al termine della guerra, quando si venne a conoscenza del suo vero ruolo in seno all’oganizzazione di Himmler, si riuscì a spiegare il fatto che mai si verificarono rastrellamenti delle SS nella zona di Como pur essendo territorio soggetto a vaste operazioni da parte delle formazioni partigiane[6].

In provincia di Como prende sede anche la “29a Divisione SS Italiane” costituita da volontari, considerata dai tedeschi reparto:

“della Waffen SS con tutti i diritti e doveri, i cui ufficiali sono assolutamente esclusi da qualsiasi contatto con forze militari e politiche”[7].

Presso il capoluogo lariano viene dislocato l’apposito ufficio di arruolamento ma solo per qualche mese in città sarà di stanza l’VIII battaglione, al comando del maggiore Carlo Pace, successivamente trasferito a Lecco.[8]

Altri reparti delle SS italiane avevano assunto il controllo di tutta la provincia : ad Alzate Brianza vi si trovava il Quartier Generale e la Polizia Militare ; ad Albate il carcere ed il concentramento “quadrupedi requisiti” ; ad Asso il comando artiglieria ; a Barzanò un contingente di quasi 800 uomini, dei quali 300 tedeschi ; a Valmadrera aveva sede l’Ispettorato Generale Comando Unità Armate, alle dipendenze del generale Manelli[9].  A Lurago d’Erba aveva anche sede la scuola per il genio delle SS italiane.

La sera stessa dell’occupazione della città viene diramata la notizia dell’avvenuta liberazione di Benito Mussolini da parte di un gruppo di paracadutisti tedeschi, guidati dal capitano delle SS, Otto Skorzeny, dalla prigione di Campo Imperatore sul Gran Sasso. Dopo il 25 luglio l’indiscusso capo del fascismo era stato segregato prima all’isola di Ponza, poi alla Maddalena  ed infine in Abruzzo. Badoglio ed il re, in base agli accordi dell’armistizio, avrebbero dovuto consegnarlo agli angloamericani, cosa che però non fecero al momento della loro fuga per Brindisi[10].

La notizia ebbe come risultato l’inizio di notti frenetiche nelle vicinanze dei valichi di confine con la Svizzera nei dintorni della città, ovvero Pedrinate, Vacallo e Pizzamiglio[11] e lungo le prealpi lariane , zone non ancora sotto un peculiare controllo tedesco. Militari, ex detenuti politici, ebrei, prigionieri di guerra ed evasi dai campi di concentramento italiani cercano disperatamente di evitare la cattura e la conseguente deportazione nei campi di lavoro in Germania. Le autorità elvetiche, che avevano visto crescere in modo impressionante il numero dei rifugiati, per timore di un colpo di mano tedesco nel loro territorio, decisero e realizzarono il trasferimento degli stessi verso l’interno della Confederazione. In due settimane furono accolti e sistemati 19.055 “sbandati”[12].

[1] BIANCHI, Antifascismo e resistenza nel comasco, cit., p. 80.

[2] COPPENO, Como dalla dittatura alla libertà, cit., p. 175.

[3] Si tratta della forza di polizia tedesca con compiti di sicurezza.

[4] COPPENO, Como dalla dittatura alla libertà, cit., p. 182.

[5] E’ il Dipartimento Armi e Produzione bellica.

[6] Ulteriori notizie su Johann Voettrl possono trovarsi in BIANCHI, Antifascismo e resistenza, cit., pp. 98-100.

[7] I nazisti affidarono alle SS italiane unicamente compiti di polizia e rastrellamento, evitando il loro impiego in uno dei diversi fronti. BIANCHI, Antifascismo e resistenza, cit., p. 91.

[8] Costituito da 26 ufficiali, 100 sottoufficiali e 573 soldati, il battaglione fu spostato a Lecco con lo scopo di proteggere alcune industrie della cittadina che lavoravano esclusivamente per la Germania, in particolar modo l’industria Fiocchi che produce bossoli e pallottole per fucili, pistole e mitragliatrici.

[9] Lazzero RICCIOTTI, Le SS italiane. Storia dei 20.000 che giurarono fedeltà a Hitler, Rizzoli, Milano 1982, p. 72.

[10] MOREDDU, Il Quirinale, cit., p. 251.

[11] Piccoli paesi situati a nord est e nord ovest di Chiasso, circondati dalle prealpi.

[12] In tutto il mese di settembre trovarono rifugio in Svizzera 19.134 militari e 1626 civili. CANI-MONIZZA, Como e la sua storia,  cit., p. 299.

Annunci

Guaritrici, levatrici, medichesse. Il Cire e Cernobbio promuovo un bando per una ricerca giovanile sul sapere a favore del prossimo

levatriceAnche il territorio della Diocesi di Como non è stato immune, a partire soprattutto dal XVI secolo, al cosiddetto fenomeno della “caccia alle streghe”. Nella maggior parte dei casi, ad essere perseguitate, sono state donne che si occupavano, pur non avendo l’ufficialità nella società dell’epoca, di medicina ed assistenza ai malati. E’ proprio per approfondire questa tematica che il CIRE – Centro Insubrico Ricerche Etnostoriche, con il patrocinio del Comune di Cernobbio (già suo partner in diverse occasioni) ha promosso il premio “Guaritrici, Levatrici, Medichesse” che intende riconoscere la migliore ricerca originale che abbia per protagoniste le donne e i saperi femminili legati alla cura e alla medicina popolare, all’uso delle piante, alla formulazione di decotti, pozioni, pomate a base di erbe curative, realizzata da giovani in età compresa tra 16 e 25 anni. La miglior ricerca riceverà un premio in denaro del valore di mille euro. Oltre alla tematica interessante è la modalità con cui potranno essere presentati gli elaborati: testi scritti (massimo 10 cartelle) oppure graphic novel e/o foto racconti, ma anche produzioni digitali multimediali e video anche con smartphone (della durata massima di 20 minuti). “Guaritrici, Levatrici, Medichesse” è stato presentato la scorsa settimana direttamente dalla Presidente del CIRE, Chiara Milani, nome molto noto in città in quale Responsabile scientifico della Biblioteca comunale di Como, e da Linda Cavadini, Docente nella scuola secondaria, all’università popolare e all’UTE di Como, una dei membri del Comitato Scientifico del Centro stesso. Continua a leggere

Diario di Cento anni fa…10 dicembre 1914

DiarioDiario di Cento anni fa…giovedì 10 dicembre 1914:

  • Fronte occidentale– Francia: il comandante in capo delle forze britanniche, sir John French, visita il fronte e trova le trincee «un unico pantano». I combattimenti proseguono, resi più difficili dalle condizioni atmosferiche. Nelle trincee il fango e l’acqua gelata, che arrivano fino al ginocchio, otturano un gran numero di fucili, rendendoli inutilizzabili.
  • Oceano Atlantico– Battaglia delle Falkland: la squadra navale tedesca dell’ammiraglio Maximilian von Spee tenta un’incursione contro la stazione radio e il deposito di carbone britannici di Port Stanley, nelle isole Falkland. Le forze navali britanniche, che hanno ricevuto rinforzi dopo la sconfitta di Coronel, la costringono a prendere il largo. Più veloci e meglio armate, la raggiungono e ingaggiano la battaglia. I tedeschi perdono quattro incrociatori e 2.100 uomini. Muore anche von Spee.
  • Fronte orientale– Si conclude la battaglia di Łódź. La città viene evacuata dai russi, che si ritirano per trincerarsi a una trentina di chilometri più a est. Per la vittoria, Hindenburg sarà nominato feldmaresciallo. «Le energie di entrambi gli eserciti scemarono, bruciate dalle sconfitte, dai combattimenti, dalle difficoltà del terreno paludoso. Il freddo diventava sempre più intenso, soffiava un vento gelido e di notte la temperatura scendeva a 10-12 gradi sotto lo zero. L’inverno imminente stendeva il suo manto paralizzante sulle attività dei tedeschi e dei russi».
  • In Italia – Il governoSalandra ottiene la fiducia della Camera: 413 i voti favorevoli, 41 i contrari. Votano a favore anche radicali e socialisti riformisti, all’opposizione socialisti, alcuni repubblicani e singoli deputati di altri partiti.

La sfida del MIF: vincere il campanilismo per promuovere la fusione tra i Comuni del Basso Lario

Volantino raccolta firme 021Mentre all’ordine del giorno in quasi tutti i Comuni del territorio comasco figurano le discussioni relative all’approvazione dei Bilanci preventivi ed anche ai bar si discute di finanziamenti, di spese e di tagli ai servizi, il Movimento Insieme per il Futuro torna ad “agire le acque” nella parte bassa della sponda occidentale del lago di Como rilanciando il progetto di fusione tra i Comuni di Moltrasio, Carate Urio, Laglio e Briennio che già qualche anno fa avevano dato vita ad un’Unione tra questi quattro centri denominata “Riva Romantica” poi sciolta e che verrà ricostituita a cavallo tra questo ed il prossimo anno. Tornano, quindi, prepotentemente d’attualità le discussioni relative alle fusioni tra i numerosi Comuni della nostra provincia dopo i recenti referendum positivi che hanno portato nello scorso mese di marzo alla nascita delle nuove realtà di Tremezzina, Bellagio e Colverde ed alla bocciatura popolare dei progetti Terre di Frontiera e del Porlezzese. Le motivazioni alla base delle diverse discussioni sono, comunque, sempre le stesse: ridurre i costi, migliorare i servizi e contare di più sul territorio anche perché la legge obbliga comunque i Comuni che hanno meno di 3.000 abitanti ad associarsi mentre va ribadito che secondo l’intenzione del legislatore, queste unioni, che si occupano di gestire determinati servizi in modo unitario, è quello che siano atti propedeutici alla fusione vera e propria. Da non dimenticare che, in un contesto di pubblica sofferenza come l’attuale, i Comuni nati da fusione possono godere di vantaggi economici e finanziamenti che non possono certo essere trascurati. In ogni caso i proponenti si trovano a dover affrontare un avversario soprattutto un avversario molto preciso ed agguerrito, ovvero quel  campanilismo, talvolta fin troppo esasperato, che aleggia anche alle nostre latitudini. «Il Movimento Insieme per il Futuro è nato su iniziativa di alcuni cittadini di Moltrasio, Carate Urio, Laglio e Brienno convinti che una buona e sana gestione del denaro pubblico e una visione più ottimista del futuro possono nascere a partire dalla comunità locale – sottolinea Fabrizio Donegani -. Perciò intendiamo stimolare l’interesse e il dibattito di abitanti e istituzioni dei nostri Comuni sui temi dell’efficienza e dell’economicità nel nostro territorio con l’obiettivo finale di promuovere la fusione delle attuali quattro realtà in un Comune unico. Situazione che permetterebbe non solo un evidente risparmio di risorse pubbliche ma anche l’adozione di scelte amministrative coerenti e mirate per tutto il territorio del Basso Lario». Dopo un periodo di inattività, complici anche le recenti elezioni amministrative che hanno portato al rinnovo di alcuni Consigli Comunali, il Movimento Insieme per il Futuro si appresta ad agitare nuovamente le “acque” su questa tematica. La scorsa settimana è stato infatti distribuito un volantino che vuole gettare le basi sulle prossime iniziative che saranno promosse dal Movimento con l’arrivo del prossimo autunno, in particolare la presentazione della campagna illustrativa del referendum finalizzato alla fusione cui seguirà, secondo modalità e tempistiche ancora da definire, la raccolta firme vera e propria. Il tutto sotto lo slogan “Insieme è meglio”. Nel volantino, infatti, vengono esplicati in semplici concetti alcune delle principali motivazioni che dovrebbero indurre ogni cittadino del Basso Lario a porsi, per lo meno, la domanda su effettivamente cosa sia la fusione e quali conseguenze porterebbe per il proprio paese di residenza. Rispetto al passato, inoltre, i cittadini possono anche dare uno sguardo a quanto sta accadendo nei paesi dove il processo ha avuto buon esito, come ad esempio in Tremezzina, e dove invece tutto è rimasto come prima. Il Movimento Insieme per il Futuro, intanto, ha lanciato nuovamente il suo dado. Da settembre vedremo quali risultati e quali iniziative saprà promuovere per rendere sempre più attuale e convincente il suo obiettivo finale che potrebbe trovare anche altri imitatori in tutto il Comasco in quanto dibattiti simili, più o meno approfonditi, sono stati lanciati nel Canturino, nel lomazzese o nei centri sotto l’Alpe del Viceré, tanto per fare qualche esempio.

Inaugurato il tratto ferroviario Mendrisio-Stabio. Dal 15 dicembre ad Albate-Camerlata tornano i TILO della nuova linea di confine

130612_Fermata_Stabio_binari1Tra pochi giorni sarà attivo il nuovo collegamento trasfrontaliero ferroviario TILO S40 che collegherà le stazioni di Albate-Camerlata, via Mendrisio, a Stabio,  con soste anche alle stazioni di Como S. Giovanni, Chiasso e Balerna. La scorsa settimana, infatti, è stato inaugurata la nuova linea ferroviaria Mendrisio–Stabio che assicurerà questo collegamento durante gli orari di punta del mattino e della sera, domeniche escluse. L’entrata in vigore di questo nuovo tronco, parte della linea che in futuro dovrebbe arrivare fino a Varese, comporterà anche l’introduzione di nuove coincidenze a Mendrisio che consentono alle autorità elvetiche di continuare nella politica di potenziamento dell’offerta di servizio di trasporto pubblico quale risposta efficace agli annosi problemi creati dal traffico privato sulle arterie di confine del Canton Ticino. Dopo tante polemiche lo storico scalo di Albate-Camerlata sulla direttrice ex Trenitalia per Milano torna, dunque, ad essere capolinea grazie a queste nuove corse che, è bene ribadirlo, sono diventare realtà grazie ad un sostanzioso finanziamento economico assicurato dalla Svizzera. Del resto TILO ha sempre considerato il bacino di utenza del Comasco particolarmente significativo.

Mercoledì 26 novembre scorso, alla cerimonia di inaugurazione della linea, come già sottolineato purtroppo giustamente definita incompleta fin quando non si chiarirà cosa accadrà sul lato italiano (l’unico dato certo è che i lavori per la costruzione del collegamento Stabio-Arcisate dovranno essere affidati a una nuova impresa con una nuova gara d’appalto e quindi i tempi per l’entrata in vigore del servizio complessivo sono destinati ad allungarsi a dismisura), sono intervenuti esponenti di primo piano nel mondo politico della Confederazione Elvetica. Tra questi Toni Eder, vicedirettore dell’Ufficio federale dei trasporti, e Philippe Gauderon, Direttore di FFS Infrastruttura e membro della direzione del Gruppo FFS che ha ribadito come “L’apertura di una nuova linea è sempre un fatto storico. In Ticino l’ultima inaugurazione risale alla galleria del San Gottardo nel 1882”.

«L’obiettivo è consentire a tutti i bambini di giocare e socializzare»: parola di Johan Cruyff

Immagine Cruyff Court Fondation«Attraverso il gioco, lo sport e altre attività ricreative, i bambini costruiscono le loro attività sociali, imparano a vincere e perdere così come a sviluppare tattiche e strategie. Quando vivevo negli Stati Uniti avevo come vicino un ragazzo con la sindrome di Down, che era sempre solo e guardava gli altri bambini giocare e divertirsi. Un giorno gli insegnai come colpire la palla con la testa. Dopo un po’ di tempo, una volta che tornai a casa dopo un match in trasferta, trovai quel bambino a giocare a calcio insieme agli altri residenti nel vicinato. Realizzai che a quel bambino, fino ad allora emarginato, lo sport aveva cambiato completamente la vita». Johan Cruyff, asso della Grande Olanda degli anni ’70, così ha raccontato a Como come è nata l’idea di creare quella che è diventata la fondazione che porta il suo nome. Una realtà che da un lato supporta progetti di promozione sportiva per bambini disabili e disagiati in tutto il mondo ed anche, come sappiamo bene dopo l’inaugurazione del campo in via dei Mille, sviluppa i Cruyff Courts, ovvero spazi giochi che forniscono ai piccoli ed agli adolescenti un posto sicuro dove giocare.

Più volte, anche da queste pagine, abbiamo fortemente criticato la deriva affaristica che da un trentennio a questa parte affligge il mondo del calcio. Dobbiamo però dire che in questo caso, così come in tante altre iniziative per lo più promosse dall’UEFA, c’è anche una faccia del vituperato pallone che cerca di dare alla società ben altri segnali. La presenza sul Lario del campione olandese ci ha quindi consentito di approfondire il più profondo della Fondazione Cruyff e quali sono i risultati raccolti in questi anni in una visione particolare dello sport spesso accantonata dai mass media che prediligono, invece, risultati, polemiche e scandali. «Non ci si deve pensare su – ha detto Johan Cruyff -. Quando hai la possibilità di fare qualcosa per un qualcun altro devi cogliere questa opportunità». La Fondazione nasce da questa visione nel 1997 e Cruyff è il primo sportivo vivente a collegare il proprio nome ad un ente benefico. Realmente intenzionato a fare la differenza, dopo anni di partecipazione in attività di raccolta fondi, l’ex numero 14 della nazionale olandese decide di usare la sua influenza per supportare lo sport, il gioco e progettare esercizi per bambini di tutto il mondo, in particolare disabili. «Insieme all’educazione, alla cura della salute, del cibo, i bambini hanno diritto allo sport ed alle attività ricreative – ha raccontato Cruyff -. L’importanza dello sport è stata, per tanto tempo, sottovalutata nei programmi di sviluppo ma, per fortuna, l’approccio ha recentemente cambiato prospettiva. La Fondazione Cruyff fornisce supporto finanziario a progetti sportivi con lo scopo di migliorare la qualità della vita, in particolare a bambini con difficoltà mentali, fisiche o multiple perché, per loro, fare sport è ancora più importante che per gli altri». La Fondazione ha come obiettivo anche quello di stimolare l’educazione dei giovani attraverso un programma educativo speciale chiamato le “14 regole” che vengono applicate nei Cruyff Courts come quello di Como. Tra queste citiamo l’importanza del gioco di squadra, il richiamo alla responsabilità ed al rispetto, la voglia di integrazione, lo spirito di iniziativa e di partecipazione sociale, nonché la creatività, il giocare insieme e lo sviluppo della personalità. «Sono oltre 50.000 i bambini con forme diverse di disabilità che partecipano al programma della Fondazione Cruyff con attività settimanali attuate in collaborazione con dieci federazioni sportive internazionali di tennis, calcio, atletica, basket, ciclismo e sci, soprattutto olandesi – ha proseguito il popolare ex calciatore ed allenatore -. Un impegno nel tempo che, tra l’altro, ha permesso a 26 atleti di tennis in carrozzella, provenienti da nazioni differenti, di partecipare agli ultimi Giochi Paralimpici estivi di Londra».

L’ultimo progetto promosso dalla Fondazione Cruyff è “Schoolyard 14”: «L’obiettivo è favorire l’attività sportiva di molti studenti che in Olanda non praticano alcuna disciplina durante gli anni scolastici. Troppi adolescenti trascorrono il loro tempo libero in casa davanti ad uno schermo sia questo della TV, del computer, del telefono, e non escono mai dalla propria abitazione. La soluzione a questa situazione è molto semplice: favorire l’attività, soprattutto durante l’anno scolastico. Con Schoolyard 14, così come con le Cruyff Court, si vuole promuovere una politica di nuovo vicinato. Creare luoghi ed opportunità per i più giovani al fine di offrirgli occasioni di socializzare e di movimento. Situazioni importanti soprattutto da qualche decennio a questa parte quando ormai è diventato impossibile per i più giovani giocare e divertirsi liberamente in strada ed in cortile a causa del traffico e dei pericoli». Un nuovo modo di pensare, quindi, quello di Johann Cruyff così come negli anni ’70 il suo gioco, con la maglia dell’Ajax e dell’Olanda, rivoluzionò il calcio. (Luigi Clerici) (foto)

Storia di Israele – 10: dalla distensione alla crisi: la lunga vigilia della nuova guerra (I)

FrancobolloNel mese di maggio del 1964 il presidente dell’URSS, Kruscév, arrivava in Egitto per partecipare alla solenne inaugurazione della prima parte delle opere della diga di Assuan. Nasser riceveva il titolo di Eroe dell’Unione Sovietica e l’ordine di Lenin ma al capo del Cremlino non piaceva il tono troppo nazionalistico dell’Egitto che aveva ristretto la libertà ai partiti comunisti nella R.A.U. A parte questi problemi politici era la situazione economica a preoccupare. La disoccupazione persisteva e l’Egitto, per vivere, aspettava il grano americano. Ora, gli Stati Uniti ne tenevano alto il prezzo politico, chiedendo in cambio il controllo degli armamenti, particolari misure economiche, un atteggiamento più favorevole. Le consegne avvenivano a singhiozzo e così si voleva mostrare agli egiziani che era arrivata l’ora di smetterla con i loro scatti di ostilità.

Se questo atteggiamento contribuiva in certo qual modo a stringere attorno a Nasser il gruppo dirigente, diffondeva invece nella popolazione uno scontento sempre più minaccioso. La mancanza di borghesia e l’opposizione della destra, evidenziata nell’associazione dei Fratelli Musulmani, era sfociata in arresti e rivolte. Nasser diede vita infatti ad una repressione in grande stile. Centinaia di Fratelli Musulmani furono trascinati in tribunale, e parecchi furono accusati di aver organizzato attentati contro il Capo dello Stato. Sette attivisti furono condannati a morte e tre furono uccisi, fra cui Sayyid Qtub, un ideologo e teorico venerato nel mondo arabo. Da tutto il mondo musulmano giunsero inutilmente domande di grazia, e manifestazioni violente ebbero luogo ad Amman, a Khartoum e altrove.

La politica estera egiziana restava apparentemente immutata, ma nel gennaio del 1967 si verificava una nuova crisi nei rapporti con gli USA, collegata ancora una volta con le consegne di grano e con le pretese americane di controllare gli armamenti. Probabilmente dopo aver nutrito qualche speranza gli Stati Uniti tornavano alla loro diffidenza, anzi ostilità, verso Nasser ed il suo regime. Comunque, dal 1964 al 1967, l’Egitto non si era allontanato, nei confronti d’Israele, dalla sua politica abituale: intransigenza verbale e passività nei fatti. Niente sembrava spingere Nasser a cercare un conflitto armato. Al contrario.

Nel frattempo si evolveva in modo nuovo la situazione in Siria. Apparentemente le relazioni con l’Egitto erano migliorate ma nell’aprile del 1964 il governo del partito al potere, il Ba’th, dovette affrontare una prova di forza. In seno al partito, ed al governo, c’era troppo potere alle minoranze religiose ed il comitato centrale della forza politica decise di eliminare queste frange, composte soprattutto dai Fratelli Musulmani (una moschea in cui si erano rifugiati alcuni adepti fu demolita a cannonate). Mentre Nasser condannava l’empietà del Ba’th nonostante la lotta che lui stesso sosteneva contro i Fratelli Musulmani, Damasco accusava il Cairo di aver aiutato la rivolta dei propri avversari. La Siria era sola. Per superare questa situazione scomoda nel 1965 diede una svolta a destra, decidendo una serie impressionante di nazionalizzazioni. La resistenza dei commercianti fu superata grazie agli appoggi di cui il regime godeva sempre e alle repressioni dirette da un tribunale militare eccezionale. Fu fatta anche una riforma agraria e si accentuò l’avvicinamento all’URSS ed al blocco sovietico.

Ma il Ba’th era diviso da lotte intestine, attraverso le quali si esprimevano spesso conflitti ideologici. Al sesto congresso del partito, la sinistra marxista ebbe la maggioranza. La destra ed il centro del partito intrapresero oscure manovre per conservare la loro egemonia, ma il 23 febbraio 1966, un colpo di stato militare rovesciò il governo ba’thista di destra, i cui membri vennero imprigionati. Il nuovo governo accentuò i provvedimenti di nazionalizzazione, mentre un pugno di ferro schiacciava i tentativi dei suoi avversari, che denunciavano il “regime ateo ed ostile all’Islam”. Il giornale comunista riprese ad essere stampato anche se il partito restava vietato ma ciò non impedì un ulteriore avvicinamento all’URSS ed agli stati arabi antimperialisti: Egitto, Algeria e Yemen repubblicano. Il 4 novembre 1966 veniva firmato un accordo di mutua difesa tra Egitto e Siria, dato che i siriani si ritenevano particolarmente presi di mira dalla politica statunitense e osservavano le mosse dei diversi regimi filoamericani vicini, per prevenire un attacco a sorpresa. Guardavano verso la Turchia e la Giordania, ma soprattutto la grande forza militare rappresentata da Israele.

I governi degli altri stati arabi erano violentemente ostili ad Egitto e Siria ed in questo erano colpiti nel sentimento di appartenenza comune alla comunità musulmana. Per superare questo stato di cose, al principio del 1966, re Fajsal, lanciava l’idea di un vertice islamico. Naturalmente il suo piano figurava d’appoggio alle rivendicazioni arabe nei confronti di Israele. La lotta politica per la Palestina si sarebbe quindi trasformata in una rivendicazione religiosa dell’Islam contro l’ebraismo. Nonostante le precauzioni oratorie prese da re Fajsal, le reazioni degli stati a tendenza socialista furono molto violente. Il Libano fu ostile, in quanto stato fondato sulla dualità-cristiano islamica nel quadro dell’arabismo mentre Hussein di Giordania fu invece il primo e più entusiasta adepto. Così il patto islamico finì con l’accentuare le divergenze tra stati socialisteggianti e filoccidentali. Il punto di attrito era rappresentato dallo Yemen.

Più di una volta Nasser aveva cercato di sbrogliarsi dall’inghippo yemenita attraverso un compromesso con l’Arabia Saudita che sosteneva la fazione monarchica. Molti fattori tendevano quindi a scartare Israele dal quadro delle lotte concrete in cui erano impegnati i paesi arabi nell’attualità immediata. Ma alcuni fattori importanti, all’interno del mondo arabo, premevano in senso opposto. Due gruppi di pressione avevano seri motivi per conservare sempre un’atmosfera bellicosa contro Israele e si trovavano dotati delle circostanze di alcuni mezzi importanti per farlo e dopotutto non avevano molto da perdere. Si trattava delle varie organizzazioni palestinesi e la sinistra rivoluzionaria siriana.

Nel gennaio del 1964, al primo vertice arabo organizzato da Nasser, era nata un organizzazione militare ed un’entità politica per i palestinesi che prese il nome di OLP nel maggio dello stesso anno, dopo una riunione a Gerusalemme Est. Presidente venne nominato Shukeiri, gran muftì di Al-Quds, che ricoprì anche l’incarico di delegato all’ONU.

L’OLP decise subito di formare un esercito di liberazione (applicando la coscrizione ai palestinesi dispersi per tutti i paesi arabi) e costituì un proprio bilancio, alimentato dai versamenti delle nazioni arabe e da un’imposta da riscuotersi sui palestinesi. L’organizzazione mostrò quindi il pugno di ferro. Hussein non tardò a mostrarsi violentemente ostile verso una politica che minacciava direttamente il suo regno. L’Arabia Saudita, che un tempo aveva protetto Shukeiri, gli divenne apertamente avversa. Il Libano, spaventato dal rischio di dover fronteggiare l’esercito israeliano con i propri 12 mila uomini male equipaggiati e peggio preparati, rifiutò di lasciar insediare nel proprio territorio truppe arabe dipendenti dal comando riunificato. Ognuno temeva di venir compromesso dai propri alleati o di dover intervenire per gli interessi di stati vicini.

Gli unici appoggi arrivarono da Siria ed Egitto. Dopo le critiche del vertice arabo all’OLP, Shukeiri cercò appoggi con la Cina ed iniziò ad accusare Hussein di Giordania di tradimento alla “nazione araba” e compì alcuni tentativi (vani) di rovesciarlo.

Nel gennaio del 1965 un’incursione in Israele, con 12 morti e 18 feriti, venne rivendicata da un movimento di liberazione palestinese clandestino (al-Fath). L’azione incontrollata di questi terroristi imbarazzò parecchio le organizzazioni ufficiali che non poterono impedire la nascita di altri groppuscoli della morte. Lo sponsor di questi terroristi era la Siria, la cui frontiera con Israele non aveva problemi geografici nè di evenutale ritorsione (le alture del Golan sovrastavano la Galilea facendone un facilissimo campo di bersagli) nè diplomatici (non c’erano caschi blu ai suoi confini). La sinistra siriana del Ba’th, giunta al potere, nel desiderio di superare le divisioni comunitarie che ostacolavano ogni attività progressista nel paese e fondando sulla popolazione in buona parte estranea all’Islam sunnita, imponeva un politica intransigente sul piano nazionale. Il miglior argomento per trascinare le masse, mobilitate da un secolo per la lotta di liberazione nazionale, consisteva nel presentare la lotta sociale come prosecuzione naturale di quella guerra. La Palestina era considerata una regione meridionale del sogno della “grande Siria”. Tutto questo impediva al governo siriano di ostacolare l’azione dei commandos palestinesi. L’unica paura era rappresentata da Damasco a 75 chilometri dalla frontiera israeliana e per di più nessuno si faceva illusioni sulla capacità dell’esercito siriano di arrestare un’avanzata di carri armati con la stella di Davide sulla capitale. Di qui questa condotta disperata, che poteva venire giudicata irrazionale ma ogni moderatismo sembrava un tradimento della rivoluzione siriana.

Nei mesi di febbraio e marzo il presidente tunisino Habib Burghiba, in viaggio nell’Oriente arabo salvo la Siria, propose il riconoscimento d’Israele, almeno parziale. Questi partì dalle diverse capitali seguito dalle imprecazioni delle folle, dalle dichiarazioni ostili dei capi più impegnati, dal rifiuto di tutti, eccettuati alcuni uomini politici cristiani libanesi. Egli non era spinto contro Israele né da integralismo musulmano, né da un profondo senso di nazionalità araba, né da ardore rivoluzionario antimperialista. Appartenendo all’occidente arabo non sentiva le profondità che il problema sollevava in oriente.

La situazione internazionale si era intanto aggravata. Correvano voci su negoziati segreti per la fornitura di armi americane ad Israele, compensata da analoghe consegne all’Arabia Saudita, all’Iraq, alla Giordania ed al Libano. Tra febbraio e marzo si seppe che anche la Brd avrebbe consegnato armi e sostegno di tipo economico oltre a riconoscere (formalmente) lo stato ebraico. Questo era un modo mascherato per gli Usa di consegnare armi a questo paese senza suscitare le reazioni degli arabi. Conosciuta la cosa gli arabi cercarono di fare pressioni sulla Germania e Nasser minacciò di riconoscere la DDR il cui presidente Ulbricht era stato in visita in Egitto. A questo gesto seguì un breve battibecco tra i due paesi e gli arabi dovettero ritornare sui loro passi. Un altro avvenimento, su un altro piano, suscitava ampie reazioni. La Chiesa cattolica, dopo il Concilio Vaticano II, aveva deciso di abbandonare l’atteggiamento di ostilità e di aggressività verso gli ebrei per adottare rapporti di coesistenza.