Stazione unica di Camerlata: occasione per il rilancio del trasporto pubblico a Como e nella sua provincia

Como NOrd CamerlataIl rapporto tra Como e le sue ferrovie sembra essere sempre caratterizzato da quella che può essere definita “un’incomprensione reciproca”. C’è, solo per stare alle ultime notizie, chi si dimentica di indicare la stazione di Como San Giovanni tra le mete che possono essere raggiunte “su rotaia” dal polo espositivo di EXPO 2015; chi protesta sui media locali relativamente all’impossibilità di poter acquistare biglietti ferroviari per le località del Canton Ticino (per non parlare delle aperture a “singhiozzo” degli stessi sportelli che vendono i biglietti); e chi, come la maggioranza di Palazzo Cernezzi, guarda addirittura al futuro cogliendo l’opportunità di confrontarsi sul trasporto pubblico locale con Helmut Moroder, per anni punto di riferimento di questo settore in un contesto dove spostarsi con il proprio automezzo privato molto spesso è inutile e non conveniente, ovvero l’Alto Adige. Tra questi estremi, rispettivamente negativi e positivi, si colloca la progettata nuova stazione di Camerlata, ipotizzata fin dal dicembre del 2006 grazie ad un protocollo firmato allora dal Comune di Como e da Rete Ferroviaria Italiana, che è stata al centro di una serata pubblica di informazione, ma anche di valutazione popolare sul progetto, che si è svolta venerdì scorso presso il centro civico di piazza Camerlata. Di questa infrastruttura se ne parla ormai da anni, anche in questo caso tra alti e bassi ovvero promesse di finanziamento; elaborazioni grafiche, che insieme a tabulati progettuali, vanno e vengono da un’istituzione ad un’altra; e un costante interesse manifestato, però, soprattutto al di là della frontiera. Continua a leggere

Nuova Stazione a Camerlata: un progetto che vale

Como CamerlataMobilità efficiente: per un bene condiviso

  • La cittadinanza in generale: che ha diritto alla mobilità urbana ed extraurbana e alla salute (una migliore qualità ambientale)
  • I pendolari: per i quali la qualità dei trasporti ha un effetto immediato su qualità di vita e realizzazione del diritto al lavoro o allo studio
  • Le categorie economiche: che hanno un interesse legittimo a un’efficiente circolazione di merci e persone (in particolare il settore turistico)

A Como: c’è un patrimonio…

  • 3 linee: Milano-Saronno-Como di FNM Milano-Como-Chiasso di RFI Como-Molteno-Lecco di RFI
  • 7 stazioni ferroviarie: Grandate Breccia Como Camerlata Como Borghi Como Lago Albate Trecallo Albate Camerlata Como San Giovanni più una limitrofa: Chiasso

… da utilizzare Continua a leggere

Cercasi Ciceroni sulle fortificazioni della Linea Cadorna

PiaveTra poco più di due mesi anche nel Comasco si svolgeranno numerose iniziative per ricordare i cento anni dall’ingresso dell’Italia nella “Grande Guerra”, avvenuto ufficialmente il 25 maggio 1915. Tra tanti incontri, serate, mostre, convegni sicuramente significativa è la proposta formulata dal presidente della sezione Alpini di Como, Enrico Gaffuri, che ha promosso presso i gruppi attivi nel territorio un mini corso che ha lo scopo di preparare eventuali accompagnatori per visite guidate ai tratti della Linea Cadorna presenti nel territorio e recuperati proprio grazie all’impegno delle sezioni ANA in questi ultimi anni. Continua a leggere

Anche nel lago di Como ci sono le microplastiche?

acquaSarebbe interessante avere dei dati precisi anche per ciò che concerne la presenza di questo fenomeno nel lago di Como nonché, magari, anche negli altri bacini lacustri minori del nostro territorio. Stiamo parlando delle “microplatiche”, ovvero quelle particelle plastiche di diametro compreso tra 0,3 e 5 millimetri la cui presenza in modo considerevole nel Mediterraneo è salita prepotentemente alla ribalta poco più di un mese e mezzo fa in seguito alla pubblicazione dei primi risultati dell’indagine effettuata dalla nave di ricerca scientifica Tara Méditerranée. L’approfondimento eseguito dagli scienziati di questa imbarcazione di studio ha infatti permesso di verificare come, nonostante l’acqua dei nostri mari sia per lo più pulita e limpida, nonché trasparente e con tanto di ottima vista del fondale, sia invece invasa dalla plastica, ovvero da quelle particelle invisibili all’occhio umano che galleggiano nello strato superficiale dell’acqua marina. Secondo i primi dati diramati nel mese di ottobre, infatti, le microplastiche avrebbero raggiunto la preoccupante concentrazione di 250 miliardi di microframmenti. Da questi dati allarmanti è iniziata la curiosità, mista ad una sorta di prima preoccupazione, di conoscere se è presente nonché quali siano i livelli di questo tipo di inquinamento nelle acque dolci interne. La microplastica, infatti, raggiunge i bacini direttamente per lo più come scarto da abrasivi (sabbiature) e cosmetici (come le microsfere di polietilene) ma è stato verificato come anche sacchetti e imballaggi possano sminuzzarsi in minuscole parti mentre non vanno trascurate anche le sostanze schiumogene provenienti da materiali isolanti. Due sono i principali danni imputati alla microplastica: il rilascio di sostanze tossiche dalle stesse particelle e la loro interazione con i piccoli organismi che vivono nelle acque. Continua a leggere

Scenari per un treno da Erba a Como

Besanino a Como San Giovanni (3)La scorsa settimana la stazione di Merone è stata teatro di una sorta di nuova inaugurazione in occasione dell’ultimazione dei lavori di sistemazione dello scalo ferroviario avviati nel mese di giugno del 2013. Nell’unico punto di intersezione tra le linee delle ex FNM (Asso-Erba-Milano) ed ex Trenitalia (Como-Lecco) si è proceduto alla realizzazione di nuove pensiline, di un sottopasso con ascensore, del potenziamento dell’impianto di illuminazione nonché dell’adeguamento degli impianti per la gestione del traffico. Un’inaugurazione che presuppone un rinnovato interesse sul fronte del trasporto su ferro da parte delle maggiori istituzioni del territorio. L’assessore con delega ai trasporti della Provincia di Como, Mirko Baruffini, sta infatti cercando di focalizzare l’attenzione sulle potenzialità della linea Pedemontana Ferroviaria “Como-Lecco” mentre a Milano, presso Palazzo Lombardia, proprio nelle stesse ore in cui si procedeva all’inaugurazione dello scalo di Merone, sono stati sottoscritti alcuni contratti che hanno l’obiettivo di supportare il ruolo e l’azione di FNM in vista di EXPO 2015 attraverso il potenziamento della flotta di treni a disposizione di Trenord. Grazie a cospicue risorse finanziarie il Gruppo Fnm, infatti, procederà all’acquisto di dodici nuovi convogli a 6 carrozze a un piano con automotrici elettriche e di cinque Treni per il Servizio Regionale (gli ormai famosi TSR) a 6 carrozze, per un totale di circa 4.800 posti a sedere. Continua a leggere

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strada di campagnaOccorre poi accennare al fatto che nel nostro territorio la vita dei contadini fu resa ancora più dura dal 1600 a quasi il 1800 ad un particolare fenomeno, quello del contrabbando di granaglie verso l’odierno Canton Ticino. Per scoraggiarlo il Governo spagnolo introdusse una polizia “ad hoc”, i “burlandotti”. Purtroppo però il risultato pratico fu nullo e il contrabbando assunse sempre più le caratteristiche di un vero e proprio sistema malavitoso con banditi e bande che si fronteggiavano per la gestione di questo commercio occulto. E i contadini, se non entravano in affari con le bande stesse, erano sottoposti a taglieggi, violenze fisiche ed anche sequestri a scopo di estorsione. Come in tanti altri campi le forze dell’ordine e la giustizia spagnola si rivelarono inadeguate ed anzi finirono per colpire gli stessi contadini. Impossibilitati ad assicurare la giusta pena ai componenti di queste bande le autorità colpivano con durezza i singoli contadini rei, ad esempio, di aver cacciato di frodo fagiani, pernici o quaglie. Una caccia illegale che talvolta, soprattutto quando c’era carestia, permetteva alle famiglie di sopravvivere.

Con il XIX secolo il predominio nella coltivazione agricola resta caratterizzato dal frumento e del granoturco che, ad esempio secondo alcune rilevazioni datate 1817, arriverà a costituire ben il 46% del raccolto totale. Scarsa l’importanza attribuita alla segale. Ben più importante diventa, col passare del tempo, l’attenzione riservata invece all’attività agricola connessa alla bachicoltura. per la produzione della seta. L’attività, iniziata timidamente nella seconda metà del XV secolo, diventa significativa dopo le riforme settecentesche e l’avvio del processo d industrializzazione moderno. E’ nel XVIII secolo che vengono, per la prima volta censiti con dovizia le piante di moroni, ovvero i gelsi cui segue un progressivo aumento delle piantagioni di queste piante, delle sementi di bachi e della produzione di bozzoli. Già sulla fine del secolo, infatti, viene segnalata in paese la presenza di qualche telaio anche se finalizzato alla lavorazione del lino. Contrariamente a quello che si è indotti a pensare, l’introduzione di questa nuova coltivazione non immediatamente conseguenze positive per i contadini. Infatti la massiccia presenza di questi alberi ridusse la produttività dei terreni quando la quantità di cereali da consegnare al granaio del proprietario del fondo rimase invariata. Inoltre, nei contratti tra coloni contadini e proprietari, iniziarono ad essere messe per iscritto tutta una serie di disposizioni a tutela dei gelsi. Ad esempio nei campi dove era presenti queste piante le pecore potevano essere condotte al pascolo ma solo “alla corda”, ovvero al guinzaglio. Per quantità e qualità di raccolti, pur tenuto conto di oscillazioni stagionali, tutte le località dei territori dei distretti pianeggianti di Appiano e di Tradate nel corso del 1800 saranno caratterizzate da un’attività particolarmente florida almeno fino agli ultimi anni del secolo: nel settembre 1894 si ricordano, infatti, gravi danni provocati dalle cavallette e il maggio successivo ripetuti episodi di gelate notturne distrussero interamente le foglie dei gelsi, compromettendo anche il raccolto dei cereali.

In questo nostro viaggio storico, ormai giunto alla fine, abbiamo quindi visto che la vita quotidiana dei contadini sia sempre stata difficile ed avara di soddisfazioni. Ancora agli inizi del XX secolo, quando l’importanza dell’agricoltura in Lurate e Caccivio era scemata per l’arrivo delle Tessiture Stucchi, per la coltura del frumento e della segale, mancando gli aratri moderni e i concimi chimici, la produttività dei terreni era modesta e si aggirava sui 40 o 50 kg. di prodotto la pertica.

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GrandineNon strettamente correlata ad alcuna malattia ma forse e proprio per questo conseguenza diretta dello stato di igiene e di vita della popolazione, in questo periodo si registra un’elevata mortalità infantile. Per rendere l’idea di come vivessero le famiglie basta un semplice esempio. Oltre che come alimento, le donne e i bambini partecipavano alla maggior parte dei lavori connessi alla coltivazione del mais: dalla preparazione del terreno alla semina, alla concimazione, alla pelatura dei fusti, alla raccolta, allo scartocciamento delle pannocchie, alla sgranatura e all’essicazione dei chicchi nell’aia. In ottobre, se il tempo era buono, il granoturco veniva stesso all’aperto, sull’aia; tutte le sere doveva essere raccolto e coperto, tutte le mattine di nuovo steso e durante la giornata girato, tracciando delle righe con un bastone o con i piedi. Se però il tempo era brutto il mais doveva essere comunque steso e uno dei luoghi migliori era individuato nella camera da letto, dove già c’erano le patate sotto il letto. Questa commistione tra alimenti e salute precaria, con condizioni igieniche ridotte al minimo, rendono l’idea di perché la situazione sanitaria fosse costantemente a rischio.

Contratti duri da rispettare, alimentazione scarsa, igiene approssimativa…sulla già di per sé bassa qualità della vita e dei raccolti spesso facevano sentire il loro effetto anche altri fattori come il passaggio di soldatesche, le carestie, le pestilenze che oltre a decimare la popolazione, provocavano penuria di cibarie e aumento dei prezzi. Le carestie erano sovente provocate da fenomeni meteorologici estremi come forti piogge, temperature rigide o estati calde e poco piovose. Qualche esempio. All’inizio del Settecento si ricorda come, a causa dei venti, il territorio comasco fu soggetto ad una serie di rigidi inverni ed a forti brinate che seccarono le viti e pregiudicarono la fioritura per diversi anni degli alberi da frutta. Nel 1755, invece, quando venne avanzata la richiesta di una parziale esenzione dal pagamento delle tasse a causa dei disastrosi effetti di una grandinata che il 24 aprile aveva devastato le foglie dei mori delle viti. La rilevazione puntuale del 1779 e del 1780 riporta come l’autunno ’79 fu caratterizzato da forti piogge e il successivo inverno da un freddo intenso a causa del quale il terreno gelò bruciando le coltivazioni. Il freddo si attenuò nel mese di marzo per poi lasciare spazio ad aprile caratterizzato dalla variabilità e dal ritorno del freddo. A maggio si registrarono alternanza di freddo e caldo con improvvise “esplosioni di calore”, freddo e piogge. Il clima si stabilizzò nei mesi di luglio e agosto, con temperature molto elevate e comunque pericolose per i raccolti

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Amalattiebbiamo accennato al granoturco quale alimento base dei contadini. Infatti l’alimentazione era costituita essenzialmente da minestre di granoturco ridotto in piccoli pezzi, pane di mais e polenta di mais o di grano saraceno. Solo in occasione di alcune solennità di nutrivano i carni, di pane bianco e di minestre di riso: con la farina di farina di di grano turco si cucinavano dunque polenta e pane nonché una zuppa con aggiunta di fagioli, verze e pomi di terra (patate). Per condimento un po’ di lardo e olio. Inoltre il pane giallo di melgone (granoturco) era spesso stipato in ambienti umidi e veniva usato quasi sempre raffermo poiché era preparato in quantità utili dai cinque ai sette giorni. Ovviamente il progressivo affermarsi di questo tipo di sostentamento vede, a partire dalla metà del 1700 ma forse solo perché da allora le autorità decisero di effettuare anche annotazioni sanitarie, comparire i sintomi di malattia che si manifesta con alterazioni della pelle nelle parti esposte alla luce del sole, da disturbi all’apparato digerente e da gravi alterazioni del sistema nervoso e della psiche dell’individuo. Si tratta della pellagra. Tutti erano all’oscuro del fatto che fosse proprio l’alimentazione basata esclusivamente sul granoturco la causa della patologia. I medici di allora individuarono nella cattiva conservazione del mais la causa del suo insorgere e comunque iniziarono a fornire suggerimenti dietetici ai contadini, che potevano permetterselo, tendenti a modificare o ad arricchire i cibi usuali. Si proponeva di variare la nutrizione avvalendosi di minestre di riso od orzo, di verdura e di patate, ma soprattutto di usare granoturco sano e maturo. Altri rimedi furono presi per contrastare le evidenti eruzioni cutanee. Gli infermi iniziarono ad essere sottoposti a bagni ad intervalli regolari e ad un’alimentazione diversa e più nutriente di quella quotidiana. Tutte queste iniziative furono promosse nella zona dall’Opera Pia per i Pellagrosi poveri che, oltre ai bagni, forniva anche un vino confacente alla condizione patologica in cui si trovavano.

Soprattutto a partire dal XIX secolo sappiamo con precisione quali furono le altre epimedie che colpirono la popolazione contadina. La prima, in ordine di tempo, fu la febbre petecchiale, ovvero il tifo. Causata da un batterio, che prolifica in situazione di gravi emergenze sanitarie, il tifo fece la sua comparsa nel 1817 e raggiunse livelli così preoccupanti che il 25 marzo di quell’anno ogni parroco dell’appianese dovette leggere questo proclama dal pulpito: «L’Imperiale Regio Governo, al fine di impedire la propagazione del morbo petecchiale contagioso dispone alcune provvide misure, che tornano opportune e necessario da mettersi in pratica. Evitare ogni accorrenza straordinaria in luoghi chiusi e ogni affollamento di contadini che possono inosservati comunicare la malattia di un paese infetto in uno incolume».

Cessata l’emergenza tifo Lurate Caccivio fu investito da una grave epidemia di colera asiatico. Comparso in Europa, per la prima volta, nel 1831 in Polonia, questa malattia si diffuse nel territorio con l’arrivo dell’estate del 1836 mietendo vittime a causa del caldo opprimente dei mesi di luglio e agosto. Sulle cause di questa epidemia nacquero in paese le leggende più strane. Una descrizione precisa di come doveva presentarsi la campagna luratese in quella drammatica estate è ben riassunta dalle parole di Ignazio Cantù, fratello del celebre scrittore Cesare, che visse e descrisse questa epidemia: «…le campagne presentavano un tristo aspetto; contadini paurosi, dolenti della perdita di un parente, d’un amico, battevano e vagliavano svogliatamente il grano sull’aia, altri mietevano nauseati colla certezza quasi di non godere del loro raccolto». In molti casi gli infermi vennero nascosti. I contagiati accertati nel 1836, nel distretto di Appiano, furono complessivamente 456, 243 i deceduti 243. Più benigne le successive epidemie del ’49 e del ’54 anche grazie alle misure di carattere assistenziale/alimentare adottate dal Governatore di Milano nel timore che questa malattia potesse diffondersi in tutto il territorio del Lombardo-veneto. Ma nonostante queste forme di assistenza sociale il morbo si ripresentò nel 1855.

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Carta 1784Nel 1600 l’arrivo degli spagnoli in Lombardia porta con sé non solo tasse asfissianti, mala organizzazione amministrativa e tutte quelle situazioni ben vengono descritte nei Promessi Sposi di manzoniana memoria bensì anche un’attenta serie di rilevazioni riguardo la fertilità dei nostri terreni. Misurazioni che avevano esclusivamente lo scopo di fissare una maggiore tassazione cui campi più prolifici. A noi però interessa sapere cosa si coltivasse ed un’indagine del 1592 rileva come i prodotti agricoli fossero frumento, segale, avena, miglio. In minor quantità orzo e panico. Figurano poi fave, ceci e fagioli; castagne e marroni, nonché noci da cui si ricavava l’olio così come dal ravizzone e dal lino.

Come già accennato è con l’arrivo del XVIII secolo che il numero e la qualità di informazioni sono più dettagliate. In questo secolo gran parte del seminativo è costituito dal frumento che arriva a rappresentare anche il 32% del totale della produzione agricola. Poco più del 20% è invece costituito dal granturco. Mais e frumento rappresentano, quindi, oltre la metà del totale delle granaglie prodotte. Come abbiamo già avuto modo di accennare era consuetudine destinare il frumento al pagamento del canone di affitto mentre il granoturco era destinato all’alimentazione delle famiglie contadine che, erroneamente, gli attribuivano un alto valore nutritivo e ritenevano che senza di esso non avrebbero retto alle dure fatiche del lavoro nei campi. Grani minori erano rappresentati dal miglio, dalla segale, dall’avena, dai legumi e dall’orzo. L’elenco di queste culture, però, non deve trarre in inganno perché i raccolti non erano, nella maggior parte dei casi, soddisfacenti. I motivi di questo sono diversi: da una concimazione dei terreni approssimativa ad una parziale rotazione delle colture. Infatti i contadini cercavano sempre di ricavare il massimo profitto dai fondi e quindi cercavano di non lasciare mai a riposo i terreni. Per cercare di far comprendere quale fosse la poca cultura agricola ci basta citare un detto che veniva preso ovviamente alla lettera e relativo alla coltivazione dei gelsi che erano piantati con radici poco profonde nel terreno perché le radici di queste piante dovevano sentire suonare le campane. Peccato che poi, in caso di gelate prolungate, le piante andassero perdute. Dove veniva applicata la rotazione delle coltivazioni più diffusa contemplava frumento il primo anno; segale o orzo il secondo; granoturco il terzo e lino canapa o leguminose il quarto. Nel ciclo entrava a volte anche il ravizzone che si seminava per lo più nei campi dove si erano raccolti in precedenza frumento e segale.

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Calendario PionaQualche esempio può far comprendere quanto era difficile per un contadino tenere fede a questi patti a causa dei quali viveva in una situazione simile ai servi della gleba. Un contratto di affitto di un terreno boschivo di diverse pertiche, importante in quanto assicurava legna, selvaggina e magari anche frutta secca; per la durata di nove anni prevedeva che il contadino annualmente pagasse al proprietario 3 moggia di frumento, 6 moggia di segale, un moggio di fave intere, 12 staia di miglio, 4 staia di panico, 4 staia di meliga, 5 staia di noci, uno staio di castagne peste, tre paia di capponi, 12 lire, un carro di legna e la metà di tutto il vino prodotto da consegnarsi in occasione della festività di San Martino. Tanto per chiarirci lo staio era l’unità di misura dell’epoca relativa alle granaglie. Si trattava di un recipiente di legno dalla forma di un setaccio tondo, la cui capacità è di quasi 19 litri attuali, 18,8586 per essere più precisi. Con otto staia si otteneva un moggio. I contratti che riguardavano terreni con la presenza di vitigni prevedevano che i contadini in affitto li coltivassero con cura e li concimassero a loro spese. Altri documenti specificano inoltre come i diversi prodotti dovevano essere consegnati: le granaglie dovevano essere pulite e secche; castagne, noci e fave accuratamente selezionate; il vino puro; in caso animali dovevano essere dati quelli più grassi. In altri contratti si fa riferimento a polli, lepri ed anche carri di fieno come merce di pagamento. I contratti più complessi prevedevano come il pagamento dei prodotti agricoli in diversi periodi dell’anno. Segale e frumento, granaglie grosse, dovevano essere consegnate il primo di agosto; miglio e panico, più piccole insieme a castagne, noci, capponi per San Martino. Va ricordato che condizioni di questo tipo riguardavano anche l’affitto dei locali in cui viveva la famiglia contadina.

Col passare del tempo il contratto di mezzadria sostituisce l’affitto a grano o in denaro mentre scompare il caso, già raro, di terreni concessi per il lavoro a giornata. Questo consiste generalmente nella cura, da parte di quattro o cinque famiglie, di un fondo di estensione variabile dalle cento alle quattrocento pertiche milanesi considerando che pertica milanese è pari a 654,51 mq. A volte il terreno ha dimensioni minori ed in questo caso vi lavora una sola famiglia. I contadini devono corrispondere al padrone dei terreni un canone in natura di frumento accompagnato da metà del prodotto della vite, coltivata soprattutto su parte della collinetta situata in direzione di Caccivio. In questo tipo di situazione contrattuale non esiste alcun documento scritto che avvantaggia i coloni: la maggior parte dei contratti è infatti stipulata sulla parola e viene rinnovata tacitamente quando il proprietario lo ritiene opportuno. La durata di questi patti in grano è, in genere, di nove anni e prevede anche la corresponsione del canone in pollame o in altri generi alimentari mentre raramente in denaro. Ovviamente il proprietario tendeva a riversare sul colono tutti i rischi.

Calendario Piona 2Anche il bestiame non era di proprietà dei contadini ma doveva essere preso in soccida dal proprietario. La soccida è un negozio giuridico ancora presente nel nostro Codice Civile, anche se ovviamente caduto in disuso. Il proprietario, soccidante, dopo aver comprato o allevato a sue spese capi di bestiame, li affidava al nostro contadino, soccidario, solitamente con l’accordo di dividere a metà il guadagno derivante dalla vendita delle bestie mature. Ogni rischio sulla salute dell’animale cadeva sul contadino ma bisogna considerare che soprattutto i bovini erano molto importanti nel mondo agricolo in quanto servivano per il lavoro in campagna e per il traino dei carri. Cavalli e muli erano invece utilizzati per il traino dei carretti a due ruote. Per dare un’idea dell’importanza e dei costi elevati degli animali facciamo presente come una mucca, tra il XV ed il XVI secolo, era valutata intorno alle 22 lire del tempo. Al cambio attuale si tratta di poco più di mille euro. Una vacca che aspettava un vitellino poteva essere valutata anche oltre duemila euro. Molto rara, fu nel tempo, la sola attività di allevamento di bestiame in loco in quanto presentava non poche difficoltà. La paura era che gli animali morissero a causa di un’epidemia come accadde nel 1746 anche se gli episodi di questo tipo furono sporadici. Alle diverse crisi sanitarie le autorità rispondevano con perizie veterinarie, l’isolamento delle bestie sospette e l’abbattimento di quelle malate. Ma si trattava di misure che incontravano spesso l’opposizione dei proprietari per i quali la perdita degli animali costituiva un vero tracollo economico. E allora ecco che: «alcuni de’ proprietari delle bestie infette non ubbediscono all’ordine loro ingiunto della separazione delle medesime sane, e di astenersi dal mandarle al pubblico pascolo». Questo comportamento finiva dunque per mantenere in vita l’epidemia che quasi ogni anno faceva dunque sentire i suoi effetti. Principale imputato delle morie di animali era la manutenzione delle stalle e la loro pulizia. In alcuni casi, infatti, le bestie erano custodite nelle stesse abitazioni dei proprietari, separate al massimo da alcune tavole di legno. «In generale – scrivono in proposito le autorità – ben poche sono le stalle de’ contadini ben situate a costrutte, a riserva di alcune pocche di recente fabbricate, nel resto sono mal costrutte, anguste, soffocate, umide, e mal tenute, oltre al cattivo uso di questi contadini di lasciare sotto le bestie il lettame per più settimane». Sembrerà strano ma anche gli alveari erano soggetti a soccida: un atto del periodo, in questo caso però non riconducibile a Lurate Caccivio, riporta che 14 vasi di api furono valutate 7 fiorini, ovvero circa 150 euro attuali per alveare.