Sotto la neve pane…le slide 3

Calendario PionaQualche esempio può far comprendere quanto era difficile per un contadino tenere fede a questi patti a causa dei quali viveva in una situazione simile ai servi della gleba. Un contratto di affitto di un terreno boschivo di diverse pertiche, importante in quanto assicurava legna, selvaggina e magari anche frutta secca; per la durata di nove anni prevedeva che il contadino annualmente pagasse al proprietario 3 moggia di frumento, 6 moggia di segale, un moggio di fave intere, 12 staia di miglio, 4 staia di panico, 4 staia di meliga, 5 staia di noci, uno staio di castagne peste, tre paia di capponi, 12 lire, un carro di legna e la metà di tutto il vino prodotto da consegnarsi in occasione della festività di San Martino. Tanto per chiarirci lo staio era l’unità di misura dell’epoca relativa alle granaglie. Si trattava di un recipiente di legno dalla forma di un setaccio tondo, la cui capacità è di quasi 19 litri attuali, 18,8586 per essere più precisi. Con otto staia si otteneva un moggio. I contratti che riguardavano terreni con la presenza di vitigni prevedevano che i contadini in affitto li coltivassero con cura e li concimassero a loro spese. Altri documenti specificano inoltre come i diversi prodotti dovevano essere consegnati: le granaglie dovevano essere pulite e secche; castagne, noci e fave accuratamente selezionate; il vino puro; in caso animali dovevano essere dati quelli più grassi. In altri contratti si fa riferimento a polli, lepri ed anche carri di fieno come merce di pagamento. I contratti più complessi prevedevano come il pagamento dei prodotti agricoli in diversi periodi dell’anno. Segale e frumento, granaglie grosse, dovevano essere consegnate il primo di agosto; miglio e panico, più piccole insieme a castagne, noci, capponi per San Martino. Va ricordato che condizioni di questo tipo riguardavano anche l’affitto dei locali in cui viveva la famiglia contadina.

Col passare del tempo il contratto di mezzadria sostituisce l’affitto a grano o in denaro mentre scompare il caso, già raro, di terreni concessi per il lavoro a giornata. Questo consiste generalmente nella cura, da parte di quattro o cinque famiglie, di un fondo di estensione variabile dalle cento alle quattrocento pertiche milanesi considerando che pertica milanese è pari a 654,51 mq. A volte il terreno ha dimensioni minori ed in questo caso vi lavora una sola famiglia. I contadini devono corrispondere al padrone dei terreni un canone in natura di frumento accompagnato da metà del prodotto della vite, coltivata soprattutto su parte della collinetta situata in direzione di Caccivio. In questo tipo di situazione contrattuale non esiste alcun documento scritto che avvantaggia i coloni: la maggior parte dei contratti è infatti stipulata sulla parola e viene rinnovata tacitamente quando il proprietario lo ritiene opportuno. La durata di questi patti in grano è, in genere, di nove anni e prevede anche la corresponsione del canone in pollame o in altri generi alimentari mentre raramente in denaro. Ovviamente il proprietario tendeva a riversare sul colono tutti i rischi.

Calendario Piona 2Anche il bestiame non era di proprietà dei contadini ma doveva essere preso in soccida dal proprietario. La soccida è un negozio giuridico ancora presente nel nostro Codice Civile, anche se ovviamente caduto in disuso. Il proprietario, soccidante, dopo aver comprato o allevato a sue spese capi di bestiame, li affidava al nostro contadino, soccidario, solitamente con l’accordo di dividere a metà il guadagno derivante dalla vendita delle bestie mature. Ogni rischio sulla salute dell’animale cadeva sul contadino ma bisogna considerare che soprattutto i bovini erano molto importanti nel mondo agricolo in quanto servivano per il lavoro in campagna e per il traino dei carri. Cavalli e muli erano invece utilizzati per il traino dei carretti a due ruote. Per dare un’idea dell’importanza e dei costi elevati degli animali facciamo presente come una mucca, tra il XV ed il XVI secolo, era valutata intorno alle 22 lire del tempo. Al cambio attuale si tratta di poco più di mille euro. Una vacca che aspettava un vitellino poteva essere valutata anche oltre duemila euro. Molto rara, fu nel tempo, la sola attività di allevamento di bestiame in loco in quanto presentava non poche difficoltà. La paura era che gli animali morissero a causa di un’epidemia come accadde nel 1746 anche se gli episodi di questo tipo furono sporadici. Alle diverse crisi sanitarie le autorità rispondevano con perizie veterinarie, l’isolamento delle bestie sospette e l’abbattimento di quelle malate. Ma si trattava di misure che incontravano spesso l’opposizione dei proprietari per i quali la perdita degli animali costituiva un vero tracollo economico. E allora ecco che: «alcuni de’ proprietari delle bestie infette non ubbediscono all’ordine loro ingiunto della separazione delle medesime sane, e di astenersi dal mandarle al pubblico pascolo». Questo comportamento finiva dunque per mantenere in vita l’epidemia che quasi ogni anno faceva dunque sentire i suoi effetti. Principale imputato delle morie di animali era la manutenzione delle stalle e la loro pulizia. In alcuni casi, infatti, le bestie erano custodite nelle stesse abitazioni dei proprietari, separate al massimo da alcune tavole di legno. «In generale – scrivono in proposito le autorità – ben poche sono le stalle de’ contadini ben situate a costrutte, a riserva di alcune pocche di recente fabbricate, nel resto sono mal costrutte, anguste, soffocate, umide, e mal tenute, oltre al cattivo uso di questi contadini di lasciare sotto le bestie il lettame per più settimane». Sembrerà strano ma anche gli alveari erano soggetti a soccida: un atto del periodo, in questo caso però non riconducibile a Lurate Caccivio, riporta che 14 vasi di api furono valutate 7 fiorini, ovvero circa 150 euro attuali per alveare.

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