Sotto la neve pane…le slide 5

Amalattiebbiamo accennato al granoturco quale alimento base dei contadini. Infatti l’alimentazione era costituita essenzialmente da minestre di granoturco ridotto in piccoli pezzi, pane di mais e polenta di mais o di grano saraceno. Solo in occasione di alcune solennità di nutrivano i carni, di pane bianco e di minestre di riso: con la farina di farina di di grano turco si cucinavano dunque polenta e pane nonché una zuppa con aggiunta di fagioli, verze e pomi di terra (patate). Per condimento un po’ di lardo e olio. Inoltre il pane giallo di melgone (granoturco) era spesso stipato in ambienti umidi e veniva usato quasi sempre raffermo poiché era preparato in quantità utili dai cinque ai sette giorni. Ovviamente il progressivo affermarsi di questo tipo di sostentamento vede, a partire dalla metà del 1700 ma forse solo perché da allora le autorità decisero di effettuare anche annotazioni sanitarie, comparire i sintomi di malattia che si manifesta con alterazioni della pelle nelle parti esposte alla luce del sole, da disturbi all’apparato digerente e da gravi alterazioni del sistema nervoso e della psiche dell’individuo. Si tratta della pellagra. Tutti erano all’oscuro del fatto che fosse proprio l’alimentazione basata esclusivamente sul granoturco la causa della patologia. I medici di allora individuarono nella cattiva conservazione del mais la causa del suo insorgere e comunque iniziarono a fornire suggerimenti dietetici ai contadini, che potevano permetterselo, tendenti a modificare o ad arricchire i cibi usuali. Si proponeva di variare la nutrizione avvalendosi di minestre di riso od orzo, di verdura e di patate, ma soprattutto di usare granoturco sano e maturo. Altri rimedi furono presi per contrastare le evidenti eruzioni cutanee. Gli infermi iniziarono ad essere sottoposti a bagni ad intervalli regolari e ad un’alimentazione diversa e più nutriente di quella quotidiana. Tutte queste iniziative furono promosse nella zona dall’Opera Pia per i Pellagrosi poveri che, oltre ai bagni, forniva anche un vino confacente alla condizione patologica in cui si trovavano.

Soprattutto a partire dal XIX secolo sappiamo con precisione quali furono le altre epimedie che colpirono la popolazione contadina. La prima, in ordine di tempo, fu la febbre petecchiale, ovvero il tifo. Causata da un batterio, che prolifica in situazione di gravi emergenze sanitarie, il tifo fece la sua comparsa nel 1817 e raggiunse livelli così preoccupanti che il 25 marzo di quell’anno ogni parroco dell’appianese dovette leggere questo proclama dal pulpito: «L’Imperiale Regio Governo, al fine di impedire la propagazione del morbo petecchiale contagioso dispone alcune provvide misure, che tornano opportune e necessario da mettersi in pratica. Evitare ogni accorrenza straordinaria in luoghi chiusi e ogni affollamento di contadini che possono inosservati comunicare la malattia di un paese infetto in uno incolume».

Cessata l’emergenza tifo Lurate Caccivio fu investito da una grave epidemia di colera asiatico. Comparso in Europa, per la prima volta, nel 1831 in Polonia, questa malattia si diffuse nel territorio con l’arrivo dell’estate del 1836 mietendo vittime a causa del caldo opprimente dei mesi di luglio e agosto. Sulle cause di questa epidemia nacquero in paese le leggende più strane. Una descrizione precisa di come doveva presentarsi la campagna luratese in quella drammatica estate è ben riassunta dalle parole di Ignazio Cantù, fratello del celebre scrittore Cesare, che visse e descrisse questa epidemia: «…le campagne presentavano un tristo aspetto; contadini paurosi, dolenti della perdita di un parente, d’un amico, battevano e vagliavano svogliatamente il grano sull’aia, altri mietevano nauseati colla certezza quasi di non godere del loro raccolto». In molti casi gli infermi vennero nascosti. I contagiati accertati nel 1836, nel distretto di Appiano, furono complessivamente 456, 243 i deceduti 243. Più benigne le successive epidemie del ’49 e del ’54 anche grazie alle misure di carattere assistenziale/alimentare adottate dal Governatore di Milano nel timore che questa malattia potesse diffondersi in tutto il territorio del Lombardo-veneto. Ma nonostante queste forme di assistenza sociale il morbo si ripresentò nel 1855.

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