Cercasi Ciceroni sulle fortificazioni della Linea Cadorna

PiaveTra poco più di due mesi anche nel Comasco si svolgeranno numerose iniziative per ricordare i cento anni dall’ingresso dell’Italia nella “Grande Guerra”, avvenuto ufficialmente il 25 maggio 1915. Tra tanti incontri, serate, mostre, convegni sicuramente significativa è la proposta formulata dal presidente della sezione Alpini di Como, Enrico Gaffuri, che ha promosso presso i gruppi attivi nel territorio un mini corso che ha lo scopo di preparare eventuali accompagnatori per visite guidate ai tratti della Linea Cadorna presenti nel territorio e recuperati proprio grazie all’impegno delle sezioni ANA in questi ultimi anni.

Con Linea Cadorna, infatti, la popolazione ha finito per identificare il complesso sistema difensivo italiano sulla frontiera verso la Svizzera e costituito da diverse opere militari che dovevano proteggere la Pianura Padana e Milano in particolare. Un sistema progettato fin dal 1899 ma realizzato nelle sue testimonianze comasche più significative tra il 1916 ed il 1918 con lo scopo dichiarato di proteggere il territorio italiano da un possibile attacco proveniente d’oltralpe condotto dall’Austria-Ungheria violando la neutralità del territorio elvetico. Visto che la decisione di procedere al suo rafforzamento fu presa dal Capo di Stato Maggiore del Regio Esercito, Luigi Cadorna, figlio di Raffaele che guidò le truppe dei Savoia durante la presa di Roma il 20 settembre 1870, ecco che per tutti il sistema difensivo prese da lui il nome. Per la verità fu il generale Carlo Porro a far presente a Cadorna come non era del tutto trascurabile la possibilità di un’invasione dalla Svizzera che, superate le Prealpi, avrebbe potuto facilmente evolversi in una facile occupazione della Pianura Padana, priva di difese naturali. Di fronte a questa possibilità Cadorna decise di attualizzare il vecchio progetto e, attraverso opportune modifiche, ordinò di allestire una imponente linea fortificata che si estendeva dalle valli dell’Ossola alle prealpi bergamasche costituita da strade, trincee, postazioni d’artiglieria, luoghi d’osservazione, ospedali da campo, centri di comando e strutture logistiche, il tutto realizzato ad alte quote dai 600 fino ad oltre 2000 metri. A primo conflitto mondiale concluso le fortificazioni furono oggetto di lavori di manutenzione negli anni ’30 e per un momento sembrò che potessero diventare un valido strumento nel ventilato progetto mussoliniano di invasione del Canton Ticino immediatamente dopo l’Anschluss, ovvero l’annessione dell’Austria da parte della Germania nazista. Durante la seconda guerra mondiale invece alcuni luoghi della Linea furono teatro di scontri tra partigiani e reparti nazi-fascisti.

Dopo la fine della Seconda guerra mondiale le opere furono completamente abbandonate e solo negli ultimi tempi, grazie all’impegno delle diverse sezioni dell’ANA, alcuni tratti sono stati recuperati e resi nuovamente visitabili come la trincea ed il fortino nei pressi del Monte Sasso di Cavallasca o i resti sulla vetta del Monte Bisbino. Il fortino del Monte Sasso è costituito da trincee, camminamenti, due ricoveri, piazzole per mitragliatrici e una grande galleria costruita a rovescio sulla montagna e destinata probabilmente al ricovero di materiali bellici, viveri e al riposo delle sentinelle. Sulla vetta del Monte Bisbino, invece, in un grande lavoro promosso in vista proprio di questo centenario ma portato a termine nel 2011 in occasione dei 150 dell’unificazione nazionale, sono state recuperate parte delle opere realizzate dopo il 1916 e rese possibili dalla costruzione della strada militare che da Rovenna conduce alla vetta del monte. In questo caso le testimonianze sono costituite da fortificazioni in grotta, camminamenti sotterranei, postazioni d’artiglieria e trincee per le quali oggi, a causa dell’evoluzione naturalistica in vetta con la crescita di alberi e arbusti, risulta difficile comprenderne l’efficacia militare.

L’iniziativa degli Alpini comaschi di dar vita a questo mini corso vuole dunque inserirsi nel progetto di conservazione delle testimonianze di quel periodo. Opere alla cui realizzazione contribuirono militari, civili ed anche gli ospiti dell’allora manicomio di San Martino a Como che durante la Grande Guerra ospitò anche soldati che, a causa proprio della vita e delle battaglie vissute in trincea, persero la ragione ed il proprio equilibrio interiore. Luigi Clerici

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