I giornalisti Eroi della Grande Guerra e la storia della lapide che li ricorda

Bollettino-della-vittoria-300x233Tra i Caduti non mancano personaggi di primo piano: patrioti, politici, sindacalisti, nazionalisti, interventisti, neutralisti, massoni, socialisti, radicali, democratici, liberali, repubblicani, mazziniani, irredenti (giuliani, dalmati e istriani), garibaldini e nipoti di garibaldini della spedizione dei Mille, un consigliere comunale di Torino, il segretario del partito radicale a Torino, nonché scrittori, letterati, critici letterari, poeti, poeti-soldato, poeti dialettali, umoristi, vignettisti, disegnatori satirici, caricaturisti, teosofi, musicisti, registi del cinema muto e pittori anche futuristi.

Ed ancora: il pupillo di Benedetto Croce (Petraccone), il fratello dell’inventore del fotogiornalismo in Italia (Porry Pastorel), l’ex segretario della Federcalcio (Scarioni), l’autore di “Addio giovinezza” (Oxilia), il fratello del Kipling italiano (Cipolla), il figlio dell’autore dell’inno della FNSI – Federazione nazionale della Stampa Italiana (Caravaglios), un vicebibliotecario della Camera dei Deputati (il pesarese Agabiti) e persino l’ideatore della soubrette italiana (Vizzotto), nonché un colonnello dell’Ufficio Stampa del ministero della Guerra (Giulio Bechi, bisnonno di Giovanni Alberto Agnelli, scomparso prematuramente nel 1997 a soli 33 anni mentre stava per assumere il comando del gruppo Fiat).

E’ questo un dato che dovrebbe far riflettere, soprattutto le giovani generazioni, perché fa ben capire come un secolo fa questi giornalisti si siano eroicamente sacrificati per la Patria, mantenendo fede e restando coerenti ai loro ideali in cui credevano fermamente.

L’elenco dei giornalisti Caduti comprende cattolici, terziari francescani, non credenti convertiti al fronte, ebrei e persino un cappellano militare del Sovrano Ordine di Malta, nonché colleghi che vantavano nobili origini, come conti, marchesi e baroni.

Erano, infine, nati all’estero quattro dei 150 giornalisti che figurano nella lunga lista: Amerigo Rotellini (a San Paolo del Brasile da famiglia mantovana emigrata in Sud America dove aveva fatto fortuna. Suo padre era il ricchissimo editore del “Fanfulla” di San Paolo del Brasile), Alfredo Casoli (in Argentina, ma residente a Milano dove lavorava per il “Corriere della Sera”), Felice Suigo (anch’egli in Argentina, ma residente sin da bambino a Cislago, in provincia di Varese, e lavorava per il “Corriere della Sera”) e Vezio Lucchesi (a Il Cairo, corrispondente dall’Egitto del “Corriere della Sera” e pilota in guerra).

In sintesi, la lapide rappresenta uno spaccato di storia italiana d’inizio Novecento pressoché sconosciuto. E se non fosse mai stata rinvenuta, dunque, sarebbe stato impossibile ricostruire la storia dei giornalisti morti nella Grande guerra, molti dei quali per errore non figurano, paradossalmente, sull’Albo d’Oro dei Caduti della Grande Guerra (pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale suddiviso per Regioni), nonostante parecchi di essi abbiano addirittura ricevuto prestigiose onorificenze militari.

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