La collera di Achille

achilleedettoreFra la città di Troia e il mare, su una pianura attraversata dal fiume Scamandro, combattono da nove anni 120mila guerrieri greci. Alle loro spalle più di mille navi, che dovranno riportarli in patria dopo la vittoria. Ma i troiani non danno segno di resa. Hanno appena 12mila uomini, più altri 40mila di regioni vicine. Si sentono sicuri dietro le alte mura della rocca, sempre pronti però a scendere quando i greci si schierano in ordine di battaglia. Chi prevarrà avrà il dominio del Mediterraneo orientale. I greci vengono da Atene, Sparta, Micene, Argo, Salamina, da tante isole piccole piene di sole. La guerra è cominciata quando Paride, troiano, ha rapito la bellissima Elena, moglie di Menelao; e gli eserciti non possono dimenticarsene perché Elena si affaccia spesso sulle mura, combattuta fra il timore che vincano i greci ed il rimorso per le stragi che ha causato. I troiani sono uniti; sanno che la sconfitta significherebbe la distruzione del loro popolo. I greci sono stanchi. Hanno saccheggiato città e villaggi, conquistato prede. Ma la guerra è troppo lunga; per troppi anni li ha tenuti lontani dalle loro case. E sono divisi. Continua a leggere

Un imperatore alla volta – Servio Sulpicio Galba

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Servio Sulpicio Galba (in latino Servius Sulpicius Galba) nasce a Terracina nel 4 a. C. Stimato alla corte di Augusto e di Tiberio e protetto dall’imperatrice Livia, fu console nel 33; poi legato della Germania Superiore, sottomise i Catti nel 41; dal 45 al 47 fu proconsole d’Africa; dal 60 al 68 governò la Spagna Tarraconense. E’ con la sua figura che prende vita una nuova guerra civile che tra il 68 ed il 69 interesserà Roma con il succedersi di tre imperatori.

Il lungo regno di Nerone, dal 54 al 68 d. C., vide un sotterraneo accumularsi di quegli elementi di contraddizione che già da tempo stavano emergendo e che sarebbero sfociati nella caduta della dinastia Giulio-Claudia: la tendenza monarchico-assolutistica, la persecuzione del Senato dopo la scoperta della congiura pisoniana, il malcontento dell’elemento militare per il disinteresse del sovrano mostrato per le cose militari in genere e l’ampliamento dei confini in specie, nonché lo scanalo costituito per la mentalità latina tradizionalista dalle esibizioni teatrali e dall’ostentato gusto ellenizzante di Nerone. A ciò si devono aggiungere i delitti da lui perpetrati nell’ambito della stessa famiglia imperiale, delitti che avevano prodotto scalpore sia fra l’aristocrazia romana che fra la plebe. E poi gli odiosi sospetti originati dall’incendio di Roma del 64, aggravati dall’esproprio di vasti terreni pubblici sul Celio e sull’Esquilino per la costruzione della fastosissima Domus Aurea; e infine la “liberazione” della Grecia e il taglio del canale di Corinto, che minacciavano una riduzione della base tributaria dell’Impero proprio nel momento in cui le folli spese del sovrano per la sua politica di prestigio accentuavano le difficoltà economiche dello Stato. Continua a leggere

Trenord…proprio un altro mondo

ritardi-trenord-9Riporto un interessante articolo di Paolo Moretti, giornalista molto bravo del quotidiano La Provincia, che descrive come in Lombardia il trasporto ferroviario sia veramente di un’altra dimensione rispetto a quello che accade in altri paesi europei: “Crawly è una piovosa cittadina del Sussex a una cinquantina di chilometri da Londra. Non è che un puntino sulla cartina, eppure ospita più di 100mila abitanti. Tra loro tantissimi pendolari. Diretti quotidianamente verso la City. La distanza in binari e traversine da percorrere è più o meno la stessa che separa la stazione di Como San Giovanni alla fermata dell’Expo, a Rho. Ma se un comasco per coprire una sessantina di chilometri su uno sferragliante vagone impiega un’ora e mezza, il pendolare di Crawly si ritrova sulle rive del Tamigi in poco più di tre quarti d’ora. Stessi chilometri, la metà del tempo. Paese europeo che vai, treno più veloce che trovi. Melun, in Francia, ha molti meno abitanti di Crawly: 40mila circa. Si trova a una quarantina di chilometri da Parigi ed è servito dalla Rer, i treni regionali dell’Île de la Cité. Anche a Melun vivono molti pendolari che, per raggiungere le rive della Senna impiegano una cinquantina di minuti. È un confronto impietoso quello che mette a confronto la vita dei pendolari del resto d’Europa con i passeggeri di Trenord, in particolare con quelli che, per raggiungere Milano, optano per la linea Chiasso-Rho, quella che passa da Como San Giovanni, tanto per intenderci. Detto dei clamorosi ritardi che ogni giorno vengono segnalati sui convogli da e per l’area di Expo (ben 106 nei primi 24 giorni di settembre, anche ieri se ne sono segnalati diversi compresi fra i 6 e i 20 minuti), quel che fa andare su tutte le furie i passeggeri sono anche i tempi di percorrenza. Paragonabili a quelli del secolo scorso. Mediamente il treno S11, il Chiasso-Rho, viaggia a circa 40 chilometri orari. Ovviamente non si tratta della velocità di punta, ma di quella calcolata tenendo conto delle fermate. Una velocità che è la metà dei “cugini” inglesi e francesi. E non è da dire che i treni dei pendolari londinesi o di quelli parigini facciano meno fermate rispetto al convoglio Trenord, che nel tratto tra Como San Giovanni e l’Expo ha complessivamente 15 soste, contro le 13 (tanto per fare un esempio) del treno da Melun a Parigi.
Anche in considerazione di questi dati sulla velocità dei convogli, stupiscono i ritardi accumulati quasi quotidianamente tra il Lario e l’esposizione universale. In almeno una quindicina di occasioni, nel solo mese di settembre, la linea S11 ha totalizzato tempi di percorrenza di due ore, portando la velocità media ad appena 30 chilometri orari. Bisogna andare con la
memoria alla prima metà del Novecento lungo i binari della Tramvia Como-Erba-Lecco, quella che saliva verso Camnago Volta e Solzago, per trovare velocità più basse, 25 km all’ora. Certo, all’epoca non c’era twitter ed eventuali ritardi non venivano comunicati. Ma – per quanto ben fatto il servizio del social team di Trenord – è l’unica consolazione per i pendolari
comaschi“.

Diario di Guerra (1915-1918) – I trionfi della Germania

soldatifrancesi3Quando attaccano la Francia, nell’agosto 1914, i tedeschi sanno già da una decina d’anni come debbono agire. Un generale molto abile, il conte Schlieffen, capo di Stato Maggiore a Berlino fra il 1891 ed il 1906, ha preparato un grandioso piano d’attacco che lo stesso Hitler farà suo in  buona parte nel 1939: l’armata tedesca dovrà attraversare il Belgio, aggirare Parigi e spingersi verso il confine svizzero. Contro un esercito che, tra francesi ed inglesi, superava di poco il milione e mezzo di uomini, la Germania portò al fronte in pochi giorni, attraverso undicimila treni, oltre tre milioni di soldati. Questi occuparono subito Liegi; Bruxelles cadde il 20 agosto. Ma se Moltke, il comandante in capo tedesco, aveva organizzato alla perfezione l’invio di truppe, l’avanzata apparve ben presto troppo veloce, causa la mancanza di rifornimenti. Continua a leggere

Ritardi in treno per andare ad EXPO…provare per credere

trenord-trenoQualche giorno fa il quotidiano La Provincia ha fatto un’interessante analisi degli spostamenti via treno per EXPO. Provare per credere, esperienza personale, non è che il treno sia molto in orario… Già è abbastanza scandaloso impiegare 70 minuti da Cucciago a Rho…se poi dopo si deve attendere anche 20 minuti in più, magari per il viaggio di ritorno dopo una giornata non proprio comoda viste le code che, dolente o nolente, si incontrano nel sito espositivo, ecco che il quadro è ben che delineato. Nell’articolo, infatti, si sottolinea che nel percorrere i circa 60 chilometri di traversine e binari che separano
Como San Giovanni da Rho ci possono volere anche un paio d’ore. Colpa non solo di un andatura media dei convogli rimasta al secolo scorso ma, soprattutto, di una patologica incapacità di rispettare gli orari.
A raccontare gli affanni della linea Chiasso-Rho sono i tweet dell’ufficio stampa di Trenord:.un numero impressionante
di ritardi collezionati. Oltre cento solo a settembre. Il viaggio rischia di essere un vero e proprio calvario. Una media superiore ai 4 ritardi al giorno, conteggiando anche i weekend, quando il traffico è meno sostenuto e i ritardi più rari.
Da segnalare che il tweet scatta solo per ritardi superiori ai 10 minuti.
Come nell’esperienza personale i guai maggiori si sono verificati sul tratta diretta verso il Lario. Tra Rho e Chiasso, infatti, i convogli più lenti del previsto sono stati 60. Una decina di questi ha collezionato ritardi superiori ai 25 minuti, il che significa che per coprire la distanza dall’Expo a San Giovanni ci sono volute un paio di ore, con una velocità media (30 chilometri
orari) appena superiore a quella della vecchia tramvia Como-Erba, chiusa da almeno 60 anni.

Diario di Guerra (1915-1918) – XIX settimana 26 settembre/3 ottobre 1915

Anche questa settimana si apre con la prosecuzione dei combattimenti nella zona del Cevedale “ove il nemico, ricevuti rinforzi anche di artiglieria, tentò un colpo di mano contro la nostra occupazione di capanna Cedeli. Accorsero prontamente nostre truppe dall’alta Valtellina e la colonna nemica fu contrattaccata e respinta”. Il 29 settembre, nelle acque del fiume Isonzo, sono “pescate tre delle mine galleggianti che gli austriaci abbandonano ancora alla corrente nell’intento di danneggiare i nostri ponti”. Guerra, comunque, non solo nelle acque ma anche nei cieli. Il 30 settembre “un idroplano nemico lanciò due bombe su Porto Buso: nessuna vittima, nessun danno (…) Un velivolo lanciò qualche bomba dei dintorni della stazione ferroviaria di Cervignano, ferendo due cittadini” d’altro canto invece “un  nostro velivolo bombardò, pare con efficiacia, alcune località sul Carso indicate quali sedi di alti comandi austriaci” mentre “altri due velivoli tentarono incursioni contro le nostre posizioni sul Carso; ma furono ricacciati dal fuoco dei nostri posti antiaerei”. Con l’arrivo di ottobre torna a far compagnia ai nostri soldati la nebbia che “nella parte montuosa del teatro delle operazioni ostacola l’azione delle artiglierie; ma consente talora alle nostre fanteria ardite irruzioni di piccoli reparti che, avvicinandosi alle posizioni nemiche, ne distruggono le difese accessorie, vi aprono larghe brecce nei reticolati e provocano allarmi nei difensori”. Il 2 ottobre “nell’alta montagna, dove già imperversano le tormente e cadono abbondanti nevi, piccole azioni con esito a noi favorevole sono avvenute al passo di Lagoscuro, alla testata di valle di Genova e al passo di Pramonio, in Carnia. Nel tettore di Tolmino fu respinto un attacco nemico diretto contro le posizioni recentemente conquistate dalle nostre truppe sull’altura di Santa Maria”.

 Ed a Cernobbio…

Dopo le lettere dai toni “vivaci” delle prime settimane di guerra, la stampa cernobbiese torna a dare spazio alle lettere dal fronte. Ecco, ad esempio, il testo di una missiva pubblicata dall’Araldo il 2 ottobre 1915, ma più dal fronte sembra un testo di propaganda affinché in paese si registri maggior impegno nel confezionamento di indumenti di lana per i propri soldati. Infatti si legge: “Caro Araldo, grazie del bene che mi rechi col portarmi settimanalmente su questi monti nevosi le notizie del mio caro Cernobbio. Con quale ansia febbrile io aspetto il mercoledì per leggerli; non puoi immaginarti, perché sono cose che bisogna provarle per crederle. Mi torna assai gradito l’apprendere che al paese vi sia pensato a noi e che le nostre donne lavorino la lana per confezionarci indumenti, ma mentre benedico te per la spinta che dai alla cosa, devo confessarti che qui nel mio distaccamento sono continuamente scherzato dai compagni perché, mentre tutti hanno ricevuto dal loro Comitato un corredo di indumenti di lana, io mio trovo solo con quello fornitomi dalla massa, che sono buoni ma pochi, e con qualche cosa mandatami dai miei. Stanno con me tre della Vall’Intelvi, uno di Brunate, uno di Cadorago, uno di Colonno, uno di Gironico, uno di San Bartolomeo e tutti hanno ricevuti il loro corredo da casa ed io no. Quando mi trovano come se avessero la parola d’ordine mi scherzano: Cernobi, piccola Parigi, fiocca la neve, tremo dal freddo fanciulla mia. Ho letto che la singora Dombrè ha mandato ai soldati corredi di indumenti ma a me nulla…

Al centro Schiavi di Hitler è stato donato il plastico del campo di Fallingbostel realizzato da Angelo Digiuni, testimone della strage di Hidelsheim

Il plastico del campo di internamento di Fallingbostel realizzato da Angelo Digiuni

Il plastico del campo di internamento di Fallingbostel realizzato da Angelo Digiuni

Raccogliere la memoria di eventi tragici e drammatici, che rischiano di essere seppelliti per sempre dal trascorrere del tempo e dalla morte dei loro protagonisti. Portare alla ribalta vicende che, per dolore e pudore personale, chi le visse le conservò nel proprio cuore, difficilmente condividendole con gli altri in quanto grande era rischio di non essere creduti. E’ questo uno dei compiti principali del Centro Studi “Schiavi di Hitler” di Cernobbio che dal 1999 esegue un attento lavoro storiografico dedicato, come dice il nome, anche alla deportazione dei civili e all’internamento dei militari finalizzato al lavoro coatto per il Terzo Reich, in particolare nel biennio 1943-1945. Talvolta, dall’incontro con i sopravvissuti, nascono anche rapporti ed amicizie che finiscono per “portare nuovi frutti” ed accrescere l’importanza del Centro stesso. Come nel caso di Angelo Digiuni, cavaliere della Repubblica e Medaglia d’Onore, che ha portato con sé per tutta la vita il ricordo della deportazione, quando, neanche ventenne, finì in un campo di lavoro come prigioniero di guerra. Scomparso il 20 luglio 2013, all’età di 88 anni, Digiuni aveva infatti realizzato un plastico del campo di smistamento e raccolta di Fallingbostel (Bassa Sassonia), più volte visitato dopo il conflitto, protagonista indiscusso anche di altri suoi lavori di testimonianza come alcuni quadri che, insieme a fotografie, conservano anche parte del filo spinato oppure la targhetta in legno con il numero di matricola: 159.209. Continua a leggere

Un bel dì compare l’uomo…

PrometeoDopo la grande battaglia di Zeus contro i Titani, e le conseguenze dello scontro, il mondo non fu più lo stesso. Il fratello di Atlante, Prometeo, secondo figlio di Giapeto, infatti plasmò un uomo e gli diede così vita. Dopo aver raccolto sulle rive di un fiume una manciata di fango, infatti, iniziò a rigirarla fra le mani. Il fango era malleabile e, quasi fosse un gioco, assumeva forme diverse… Improvvisamente un pensiero balenò nella mente del gigante. Eccitato, raccolse molta altra argilla umida e plasmò una effigie che aveva le sue stesse sembianze, ma con dimensioni più ridotte. Infine soffiò leggermente sulle labbra del piccolo nuovo essere che si animò. La vita fluì in lui.
Nacque così l’uomo, una creatura che in sé serbava l’ambizione del pavone, la timidezza della lepre, la ferocia della tigre, la forza del leone. Ma i suoi occhi, a differenza di quelli degli animali, volgevano. Continua a leggere

Un imperatore alla volta – Lucio Domizio Enobarbo Nerone Claudio Cesare Augusto Germanico

Nerone Nero

Nerone (in latino: Nero Claudius Caesar Augustus Germanicus) nasce ad Anzio il 15 dicembre dell’anno 37, da Agrippina Minore e Gneo Domizio Enobarbo. Il padre appartiene a una famiglia considerata di nobiltà plebea, mentre la madre è figlia dell’acclamato condottiero Germanico, nipote di Marco Antonio, di Agrippa e di Augusto, nonché sorella dell’imperatore Caligola che di Nerone è pertanto zio materno. Continua a leggere

La guerra di Zeus

zeusbsrTra la Macedonia e la Tessaglia, nella Grecia, vi è una catena di montagne. La sua vetta più alta si disperde tra le nuvole. È la sede degli dei, l’Olimpo, la fantastica reggia dalla quale Crono, e prima di lui Urano, domina su tutte le cose. È il simbolo della somma potenza di cui Zeus vuole impadronirsi, togliendola al padre che se ne è reso indegno.
Oceano con la moglie Teti, Iperione e Thea, le Titanidi Temi e Mnemosine, si pongono al fianco di Zeus contro il loro fratello. Fedeli a Crono rimangono invece Giapeto, Crio, Ceo e la sua sposa Febe.
Rea, moglie di Crono, madre di Zeus, non interviene.
Esattamente dirimpetto al monte Olimpo sorge nella Ftiotide il monte Otri. Da là Zeus e i suoi alleati sferrano l’attacco fatale.
La battaglia inizia e si protrae per lunghi anni. Le forze in campo non consentono soluzioni: dieci anni di cataclismi, in cui la terra, scossa da un continuo tremito, travolge montagne e valli. Orribili baratri si formano ovunque. I venti soffiano con l’impeto degli uragani. Tempeste e piogge inondano i campi fertili, il mare sconvolto rischia di sommergere la terra. Bollono i vulcani e sputano lava incandescente e fumo che oscura il cielo, ma i Titani, incrollabili, non cedono.
Nelle profondità della terra, nel buio Tartaro, i Ciclopi e gli Ecatonchiri giacciono dimenticati, stretti in catene, resi impotenti dal cieco terrore di Urano, spodestato da Crono, che non ha tenuto fede alla promessa di liberarli fatta un tempo a Gea.
Improvvisamente, estenuato dalla lunga lotta micidiale, Zeus si ricorda di loro. Sceso nel Tartaro libera i giganti prigionieri conquistandoli alla sua causa. Le sorti della battaglia mutano totalmente. I fulmini volteggiano, divampano gli incendi, luci accecanti abbagliano i difensori dell’Olimpo. Il fragore assordante del tuono si aggiunge ai boati della terra e a quello dei massi di roccia che le cento e cento mani degli Ecatonchiri staccano dalle montagne e fanno ruzzolare sulle forze nemiche.
Ciclopi ed Ecatonchiri si battono accaniti e Zeus, rinfrancato, raddoppia in forze e furore. Finalmente Crono, sopraffatto, stanco e indebolito, precipita con Giapeto, Crio, Ceo e Febe negli abissi della terra, ma eternamente schierata dalla parte del più debole, Gea tenta per loro un ultimo salvataggio. Il Tartaro (o Erebo), figlio del Caos, custodisce il vinto re e i suoi seguaci. Con il Tartaro Gea dà vita ad un mostro chiamato Tifeo.
Gigantesco essere tra l’umano ed il ferino, Tifeo ha cento teste da ognuna delle quali sibilano lingue nerastre e velenose. Fiamme gli escono dagli occhi. La sua statura supera quella delle montagne. Le sue braccia, distese, raggiungono i confini della terra. Nulla può far supporre che egli non sia in grado di strappare a Zeus o a chiunque altro lo scettro divino. Le sorti della battaglia sono nuovamente in bilico.
I Ciclopi, asserviti a Zeus e a lui oramai eternamente devoti, non trascurano mezzi per dimostrargli la loro gratitudine: il tuono, il lampo e la folgore. Basterà uno solo dei fulmini dei Ciclopi, scagliato da Zeus contro il terribile mostro Tifeo, per annientarlo e assicurare a Zeus, questa volta definitivamente, la signoria dell’universo. Oramai padrone assoluto dell’arma invincibile, i fulmini, che i Ciclopi fabbricheranno costantemente per lui, egli è finalmente in grado di difendere la sua supremazia.
Custodito dai suoi antichi prigionieri, Crono, con i fratelli alleati, giace incatenato nel Tartaro. Costretto da Zeus ha rigettato i primi cinque figli: Ade, Poseidone, Era, Estia e Demetra. Con loro Zeus ripartisce regno e poteri. Ad Ade assegna il mondo sotterraneo, a Poseidone il mare. Sceglie egli stesso come sposa legittima la sorella Era. Estia sarà la dea del focolare domestico, e Demetra la personificazione della forza generatrice della terra, la terra madre, la madre del grano.
Per sé Zeus riserva il cielo e la terra e, in particolare, l’Olimpo.
Da Era avrà cinque figli e saranno i soli legittimi tra le centinaia di cui riempirà il mondo: Ares, il dio della guerra; Efesto, il dio del fuoco; Eris, la dea della discordia; Illizia, la levatrice divina; Ebe, la libatrice degli dei. Inoltre, esclusivamente sua, scaturita completamente armata dalla sua testa, somma personificazione della sua potenza e del suo valore, la figlia Atena, dea dell’intelligenza e della guerra, costituirà, per il re degli dei, motivo del massimo orgoglio e vanto. Sistemate le premesse per il suo regno, ancora una cosa resta da fare: Atlante, il figlio del Titano rivale Giapeto, ha osato, con il fratello Menezio, parteggiare con il padre contro di lui. È necessario punirlo per non ritrovarselo contro.
Zeus escogita un castigo esemplare: la statura di Atlante è immensa, il suo nome significa “colui che sopporta” e le sue
spalle sono possenti: Giove vi appoggia sopra tutta la volta del cielo! Per l’eternità le stelle sfileranno fra le sue dita e subordinato a lui sarà il destino degli uomini.