Un imperatore alla volta: II – Tiberio Giulio Cesare Augusto

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Tiberio sale al potere nel 767 dalla fondazione di Roma (14 d.C.), l’anno stesso della morte di Augusto, del quale è stato uno dei migliori e più famosi generali (il primo, forse, dopo Agrippa). Nasce nel 711 (42 a.C.) da Tiberio Claudio Nerone, della gens giulia, che però aveva sostenuto Antonio, e non Ottaviano, dopo la morte di Cesare. Rientrò a Roma dopo gli accordi di Brindisi, che davano garanzie ai nemici di Ottaviano. Successivamente la madre, Livia Drusilla, sposò Ottaviano (Tiberio aveva quattro anni) e l’imperatore adottò lui ed il fratello minore Druso.

Al momento della sua incoronazione egli è già un uomo maturo, capace quindi di valutare la complessità del ruolo istituzionale che gli viene affidato. Forse anche a questo si deve imputare la politica prudente e (tutto sommato) saggia che seguirà. Dopo tutto aveva iniziato fin da giovane a compiere importanti azioni come quando, ventiduenne, si recò dal re dei Parti per farsi consegnare le insegne delle legioni di Crasso da questi massacrate anni prima.

Insieme al fratello Druso studiò un’intensa campagna militare che doveva portare la frontiera fino al Danubio ed a lui si deve la conquista della Pannonia dove ricevette la notizia della morte del fratello. Tiberio ebbe due mogli: Vipsania, sposata per ordine di Ottaviano ed in seguito ripudiata sempre per volere dell’Imperatore; e Giulia Maggiore, figlia di Augusto e quindi sua sorellastra, in un’unione sfortunata e senza amore ma che non gli procurò il titolo di erede. Solo nel 759 (6 d.C.) Augusto decise di conferire a TIberio la potestà tribunizia, avvicinandolo così alla sua persona. Malgrado ciò abbandonò Roma e si rifugiò a Rodi dove soggiornò sette anni. Solo dopo la morte dei nipoti di Augusto Gaio e Lucio Cesare, Augusto lo adottò come erede ma con l’obbligo a sua volta di adottare Germanico, figlio del fratello Druso. Fu poi inviato in Illiria e in Germania dove, fedele alla linea neutralista dell’imperatore, non riprese la guerra con i Germani per vendicare le Legioni di Varo e riportare il confine all’Elba. Di fatto, invece, favorì la discordia tra questi assistendo alle lotte che si verificavano oltre il Reno così come in Oriente tra i Parti ed i popoli vicini.

All’età di 56 anni divenne Imperatore, anzi fu il primo a fregiarsi ufficialmente di questo titolo. Durante il suo regno dimostrò un rigido rispetto per la tradizione, evitando le innovazioni. Le uniche modifiche territoriali avvennero in Oriente quando Cappadocia, Cilicia e Commagene diventarono territori dell’Impero alla morte dei rispettivi sovrani fedeli a Roma.

Fin dall’inizio del suo principato, Tiberio si trovò a dover convivere con l’incredibile prestigio che Germanico, figlio del fratello Druso maggiore, andava acquisendo presso il popolo dopo le sue  campagne in Germania quando era riuscito a recuperare due delle tre aquile delle legioni perse dopo la battaglia di Teutoburgo. La sua popolarità era tale da consentirgli, se avesse voluto, di prendere il potere scacciando il padre adottivo, che in alcuni contesti era già malvisto poiché la sua ascesa al principato era stata segnata dalla morte di tutti gli altri parenti che Augusto aveva indicato come eredi. Tiberio ad affidò, quindi, al figlio adottivo l’imperium proconsulare maius su tutte le province orientali ma per paura che questi fosse troppo esposto alle influenze della moglie Agrippina (maggiore), gli affiancò un uomo di fiducia: Gneo Calpurnio Pisone, nominato governatore della provincia Siria. Ben presto i due entrarono in aperto conflitto. Nel 772 (19 d.C.) Germanico cadde malato ad Antiochia dove morì. A Roma, anche per quanto raccontato dalla moglie, si diffuse il sospetto, alimentato dalle parole pronunciate da Germanico morente, che fosse stato Pisone a causarne la morte avvelenandolo così come si sparse la voce di un coinvolgimento dello stesso Tiberio, quasi fosse il mandante del delitto di Germanico. Quando Pisone fu processato, TIberio non prese pubblicamente le sue difese e Pisone si suicidò prima del pronunciamento del verdetto definitivo. La popolarità di Tiberio uscì danneggiata dall’episodio. La morte di Germanico aprì la strada per la successione all’unico figlio naturale di Tiberio, Druso, soltanto di un anno più giovane del defunto, ma ugualmente abile, che morì peò avvelenato nel 776 (23 d.c.): l’opinione pubblica arrivò a sospettare, pur senza alcun fondamento, che potesse essere stato Tiberio a ordinare l’assassinio di Druso, ma in realtà fu la nuova nuora Livilla, insieme al suo più fidato consigliere, Seiano. Tiberio, dunque, si trovò ancora una volta, all’età di 64 anni, privo di un erede, perché i gemelli di Druso, nati nel 19, erano troppo giovani, ed uno di loro era morto poco dopo il padre. Scelse allora di proporre come suoi successori i giovani figli di Germanico, che erano stati adottati da Druso e che Tiberio pose sotto la tutela dei senatori. Seiano ebbe, allora, un potere sempre maggiore, tanto da poter sperare di divenire imperatore egli stesso dopo la morte di Tiberio, e iniziò una serie di persecuzioni prima contro i figli e la moglie di Germanico, Agrippina, poi verso gli amici dello stesso Germanico; molti di loro furono infatti costretti all’esilio, o scelsero di darsi la morte per evitare una condanna.

Tiberio, addolorato per la morte del figlio ed esasperato per l’ostilità del popolo di Roma, nel 779 (26 d.C.) decise di ritirarsi prima in Campania e poi a Capri (su consiglio dello stesso Seiano) per non fare mai più ritorno a Roma. Tiberio si impegnò a mantenersi informato sulla vita politica di Roma, e riceveva regolarmente missive che lo informavano delle discussioni intraprese in senato che prese sempre più potere. Seiano, prefetto del pretorio, iniziò poi a perseguitare i proprio oppositori accusandoli di lesa maestà ed eliminandoli, dunque, dalla scena politica. Tale situazione portò alla creazione di un clima di generale sospetto, che, a sua volta, fomentò ulteriormente le voci sul coinvolgimenti dell’imperatore nei numerosi processi politici intentati da Seiano e dai suoi collaboratori.

Nei progetti di Seiano rientrava appunto il proposito di assicurarsi la successione nel ruolo di imperatore. Eliminati i discendenti diretti di Tiberio, il prefetto era ormai l’unico candidato alla successione: dopo aver già tentato inutilmente di imparentarsi con l’imperatore sposando la vedova di Druso minore Claudia Livilla,iniziò ad aspirare al conferimento della tribunicia potestas, che avrebbe formalmente sancito la sua successiva nomina ad imperatore, rendendo la sua persona sacra e inviolabile, e ottenne, intanto, nel 784 (31 d.C.) il consolato assieme allo stesso Tiberio. Contemporaneamente, però, la vedova di Druso maggiore, Antonia minore, facendosi portavoce dei sentimenti di gran parte della classe senatoriale, comunicò in una lettera a Tiberio tutti gli intrighi e i fatti di sangue di cui Seiano, che stava ordendo una cospirazione ai danni dello stesso imperatore, era responsabile; Tiberio, allertato decise allora di destituire il potente prefetto, e organizzò un’abile manovra: nominò Seiano pontefice, promettendo di conferirgli al più presto la tribunicia potestas; contemporaneamente, però, lasciò anticipatamente la carica di console, costringendo così anche il collega a rinunciarvi. Il 17 ottobre, infine, Tiberio, nominato segretamente prefetto del pretorio il prefetto dell’Urbe e capo delle coorti Urbane, Macrone, lo inviò a Roma con l’ordine di accordarsi con Grecinio Lacone, prefetto dei vigili, e col nuovo console designato Publio Memmio Regolo, affinché convocasse per il giorno successivo il senato nel tempio di Apollo, sul Palatino. In tal modo Tiberio, garantendosi il sostegno delle coorti urbane e dei vigili, si era premunito contro un’eventuale reazione dei pretoriani in favore di Seiano. Quando Seiano giunse in Senato, venne informato da Macrone dell’arrivo di una lettera di Tiberio annunciante il conferimento della potestà tribunizia. Così, mentre questi prendeva giubilante il proprio posto tra i senatori, Macrone, rimasto fuori dal tempio, allontanò i pretoriani di guardia facendoli sostituire dai vigili di Lacone. Poi, consegnata la lettera di Tiberio al console perché la leggesse al Senato, raggiunse i castra praetoria per annunciare la propria nomina a prefetto del pretorio. Nella lettera, volutamente molto lunga e vaga, Tiberio trattava di vari argomenti, di tanto in tanto intessendo le lodi di Seiano, a volte muovendogli qualche critica; solo alla fine, l’imperatore accusava all’improvviso il prefetto di tradimento, ordinandone la destituzione e l’arresto. Sommariamente processato dal Senato, Seiano, fu condannato a morte ed alla damnatio memorie.

Tiberio, intanto, trascorse l’ultima parte del suo regno a Capri. Quando Tiberio, nel 788 (35 d.C.) depositò il suo testamento, potendo scegliere fra tre possibili eredi, incluse nel testamento il nipote Tiberio Gemello, figlio di Druso minore, e il nipote collaterale Gaio, figlio di Germanico, di venticinque anni, meglio noto come Caligola, poiché Tiberio Gemello, peraltro sospettato di essere in realtà figlio di Seiano aveva dieci anni di meno: due ragioni sufficienti per non lasciargli il Principato.

Nel 790 (37 d.C.) Tiberio lasciò Capri forse con l’idea di rientrare finalmente in Roma per trascorrervi i suoi ultimi giorni; intimorito però dalle reazioni che il popolo avrebbe avuto, si fermò a sole sette miglia dall’Urbe, e decise di tornare indietro verso la Campania. Qui fu colto da malore, e trasportato a Miseno dove il 16 marzo cadde in uno stato di delirio e fu creduto morto. Mentre molti già si apprestavano a festeggiare l’ascesa di Caligola, Tiberio si riprese ancora una volta, suscitando scompiglio tra coloro che avevano già acclamato il nuovo imperatore; il prefetto Macrone, tuttavia, mantenendo la lucidità, ordinò che Tiberio fosse soffocato tra le coperte. Il vecchio imperatore, debole e incapace di reagire, spirò all’età di settantasette anni e la plebe romana reagì con grande gioia alla notizia della morte di Tiberio, festeggiandone la scomparsa. Molti monumenti che celebravano le imprese dell’imperatore furono distrutti, così come numerose statue che lo raffiguravano. In molti tentarono di far cremare il corpo di Tiberio a Miseno, ma fu comunque possibile trasportarlo a Roma, dove fu cremato nel Campo Marzio e sepolto, tra le ingiurie, nel Mausoleo di Augusto il 4 aprile, presidiato dai pretoriani. mentre già da cinque giorni Caligola poteva fregiarsi dell’acclamazione a princeps da parte del Senato.

L'Impero romano sotto il dominio di Tiberio

L’Impero romano sotto il dominio di Tiberio

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