Un imperatore alla volta – Servio Sulpicio Galba

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Servio Sulpicio Galba (in latino Servius Sulpicius Galba) nasce a Terracina nel 4 a. C. Stimato alla corte di Augusto e di Tiberio e protetto dall’imperatrice Livia, fu console nel 33; poi legato della Germania Superiore, sottomise i Catti nel 41; dal 45 al 47 fu proconsole d’Africa; dal 60 al 68 governò la Spagna Tarraconense. E’ con la sua figura che prende vita una nuova guerra civile che tra il 68 ed il 69 interesserà Roma con il succedersi di tre imperatori.

Il lungo regno di Nerone, dal 54 al 68 d. C., vide un sotterraneo accumularsi di quegli elementi di contraddizione che già da tempo stavano emergendo e che sarebbero sfociati nella caduta della dinastia Giulio-Claudia: la tendenza monarchico-assolutistica, la persecuzione del Senato dopo la scoperta della congiura pisoniana, il malcontento dell’elemento militare per il disinteresse del sovrano mostrato per le cose militari in genere e l’ampliamento dei confini in specie, nonché lo scanalo costituito per la mentalità latina tradizionalista dalle esibizioni teatrali e dall’ostentato gusto ellenizzante di Nerone. A ciò si devono aggiungere i delitti da lui perpetrati nell’ambito della stessa famiglia imperiale, delitti che avevano prodotto scalpore sia fra l’aristocrazia romana che fra la plebe. E poi gli odiosi sospetti originati dall’incendio di Roma del 64, aggravati dall’esproprio di vasti terreni pubblici sul Celio e sull’Esquilino per la costruzione della fastosissima Domus Aurea; e infine la “liberazione” della Grecia e il taglio del canale di Corinto, che minacciavano una riduzione della base tributaria dell’Impero proprio nel momento in cui le folli spese del sovrano per la sua politica di prestigio accentuavano le difficoltà economiche dello Stato.

A queste ragioni personali Nerone aveva con sé altre debolezze ereditate dal precedessore Claudio: la dipendenza dal favore della propria guardia personale, i pretoriani; l’avversione tenace del popolo e, più ancora, dell’aristocrazia per una forma di governo scopertamente monarchica; le tensioni sociali e culturali dell’immenso Impero, delle quali la persecuzione anticristiana non era che un episodio, e delle quali l’asperrima guerra giudaica fu una tipica manifestazione. Nerone, con la sua mancanza di tatto politico, non fece nulla per correre ai ripari ma, anzi, moltiplicò le ragioni di malcontento, specialmente da parte del Senato e degli eserciti provinciali. Dai sospetti neroniani furono esenti due personaggi: Servio Sulpicio Galba, nobile e rappresentante del Senato tradizionalista, nel 68 ricopriva la carica di governatore della Spagna Tarraconense; e Tito Flavio Vespasiano, generale di notevoli capacità personali ma di umili origini, caduto in disgrazia presso Nerone per essersi addormentato o allontanato mentre quegli cantava e messo a capo, non senza riluttanza, dell’esercito romano impegnato in Palestina.Tra gli altri personaggi non caduti in disgrazia troviamo anche altri due futuri protagonisti della guerra civile del 69: Salvio Otone, marito della bellissima Poppea Sabina, che il sovrano gli tolse mandandolo quale governatore nella lontana Lusitania; e Aulo Vitellio, guidatore di cocchi fin dal tempo di Caligola e particolarmente caro a Nerone per averlo supplicato in pubblico di recitare i suoi versi.

Nel frattempo Nerone, ormai apertamente in conflitto col Senato e con la classe aristocratica in genere, non poteva che appoggiarsi sempre più all’esercito ed alla plebe, di fatto comprandoli con ludi e frumentazioni, divenute abituali in questo periodo. Ma i pretoriani non erano che una minuscola razione dell’esercito, quantunque posta a contatto immediato coi gangli vitali dello Stato, e dunque di enorme peso politico nei riguardi dell’imperatore; e la plebe di Roma non era che una delle tante plebi municipali dell’immenso Stato, la cui passione per la politica derivava principalmente dal fatto di essere – essa sola fra tutte – mantenuta gratuitamente e, dunque, tanto oziosa quanto parassitaria e turbolenta. Ma oltre ai pretoriani c’erano i numerosi e formidabili eserciti legionari e oltre alla plebe di Roma c’erano le popolazioni provinciali, gli uni e le altre desiderosi di miglioramenti economici e giuridici, gelosi dei privilegi della capitale e naturalmente maldisposti del sovrano che su quei privilegi faceva leva quasi esclusivamente per conservare il potere. In tali condizioni, fu una vera fortuna che gli eserciti posti a difesa degli estesissimi confini avessero dei capi abili e professionalmente competenti: Corbulone in Armenia, Paolino in Britannia, Vespasiano in Giudea; perché l’Impero, in apparenza così formidabile, era in verità divenuto un colosso dai piedi d’argilla, con un governo centrale demagogico e inefficiente, talvolta addirittura irresponsabile.

Nel 67, mentre Nerone era in viaggio in Grecia, da Roma il liberto Elio, lasciato a rappresentare gli interessi del principe, cominciò ad inviare allarmati messaggi affinché Nerone ponesse fine al soggiorno e facesse ritorno nella capitale. Le comunicazioni prima riportavano un semplice malumore contro l’imperatore. Poi il tono si fece sempre più allarmato tanto che alla fine Elio ritenne di venire personalmente in Grecia per convincere Nerone a tornare. Le ragioni dell’ansia di Elio vanno ricercate nel clima politico generale e nella malcelata insofferenza che sempre più ingigantiva in Occidente per l’imperatore matricida e istrione, che con tanta inopportuna ostentazione manifestava i suoi estremistici sentimenti di filoellenismo. Ma poiché la superficie era tuttora tranquilla in tutto l’Impero, con la sola eccezione della guerra giudaica (della quale ben poco si preoccupava), Nerone, con la sua caratteristica incoscienza politica e mancanza di buon gusto non seppe trattenersi dal dare al suo viaggio di ritorno una grottesca impronta trionfalistica. Fece il viaggio con tutta calma, come se nell’Impero regnasse la pace più profonda, e sostò lungamente a Napoli, ov’era entrato su di un carro tirato da magnifici cavalli bianchi. Di lì, avanzando lungo la Via Appia a piccole tappe, entrò a Roma su di un carro trionfale di Augusto, tra due ali di immensa folla che lo osannava come in delirio. Traversato il Circo Massimo, il Velabro e il Foro, andò al tempio di Apollo Palatino, indi al Palazzo imperiale, ove depose le 1.808 corone guadagnate in Grecia.

Era il marzo del 68 e Nerone, tornato a Napoli, giaceva ancora immerso nel suo sogno voluttuoso, allorché gravissime notizie provenienti dalle province occidentali, in un crescendo allarmante, vennero a riscuoterlo bruscamente alla realtà. La prima riguardava l’insurrezione del governatore della Gallia Lugdunense, Caio Giulio Vindice, che aveva preso le armi in nome del Senato e del popolo romano e aveva lanciato proclami ingiuriosi contro Nerone e sollecitato l’adesione al suo movimento degli altri governatori provinciali. L’imperatore, in verità, sulle prime commise il fatale errore di sottovalutare il pericolo; poi, impressionati dalle notizie sempre più gravi provenienti dalla Gallia, e umiliato dai proclami di Vindice che lo additavano al pubblico disprezzo, chiamandolo attivo citaredo ed Enobarbo, si riscosse e prese qualche misura militare. Ordinò di costituire una nuova legione coi marinai di Miseno, la I Adiutrix, e convocò ad Aquileia le legioni danubiane; le truppe ammassate in Oriente vennero richiamate indietro. Provvedimenti tardivi, perché ormai la situazione stava precipitando e neppure una di quelle unità sarebbe giunta in tempo per salvare lo sciagurato imperatore.

Il governatore della Spagna Tarraconense, Servio Sulpicio Galba, aveva accolto l’invito di Vindice, mobilitando le sue forze militari e, con l’appoggio di tutta la provincia, dichiarava di voler vendicare il Senato e il popolo di Roma contro il principe degenerato. Subito il governatore della Lusitania, Marco Salvio Otone, l’ex amico di Nerone ed ex marito di Poppea, aveva messo le sue forze e le sue sostanze a disposizione di Galba. E non bastava. Nella Betica il questore Alieno Cecina e, nell’Africa Proconsolare, Clodio Macro, armavano a loro volta delle truppe con scopi non molto chiari, ma diretti evidentemente contro Nerone. Nel giro di poche settimane, nell’aprile del 68 la più gran parte dell’Occidente transalpino era insorta contro il governo irresponsabile dell’imperatore. Pure, per un attimo, la situazione di Nerone sembrò rischiararsi quasi miracolosamente. Il governatore della Germania Superiore, Verginio Rufo, si era messo in movimento con le sue legioni, piombando sui cantoni gallici insorti e mettendoli a ferro e fuoco. Vindice non aveva potuto mettere insieme che un esercito raccogliticcio, formato in massima parte di Galli male armati e male addestrati, col quale assediava Lugdunum (Lione). Tuttavia, quando seppe che le legioni di Rufo assediavano Vesontim (Besancon), ritenne che, se non fosse accorso in aiuto della città ma avesse assistito inattivo alla sua distruzione, il movimento insurrezionale si sarebbe in breve disgregato. Perciò mosse a sua volta su Vesontium con tutte le sue forze e accettò la battaglia campale, nel quale le provate truppe del Reno annientarono l’improvvisato esercito dei Galli. Allora Vindice non volle sopravvivere a quel disastro irreparabile e si tolse la vita. Subito dopo anche Vesontium fu presa e distrutta.

Subito dopo la vittoria di Vesontium i legionari offrirono l’Impero al loro comandante, Verginio Rufo, ma questi rifiutò e ribadì la sua fedeltà incondizionata al Senato, senza peraltro assumere una posizione ben chiara nei confronti di Nerone. E’ certo che la sconfitta e la morte di Vindice fecero scricchiolare per un istante tutto il vasto movimento insurrezionale dell’Occidente e che un imperatore dai nervi più saldi e dalla visione politica più netta di Nerone avrebbe potuto sfruttare il momento favorevole con buone prospettive di successo. Invece, mentre già Galba meditava il suicidio, Nerone ondeggiava paurosamente dall’estremo ottimismo al fondo della scoramento, senza saper fare nulla di concreto e tempestivo. Perfino la fedeltà dei pretoriani vacillava, mentre il prefetto Ninfidio Sabino si accingeva al tradimento e l’altro prefetto, il crudele Tigellino, altra volta così pronto ed energico a intervenire, non faceva nulla e sembrava spiare il risultato finale di così incalzanti avvenimenti. Nerone sprecava le sue ultime carte e il tempo prezioso che ancora gli restava ora inviando sicari per far assassinare Galba, ora facendo armare le sue concubine per farle combattere in sua difesa come Amazzoni; ora meditava di supplicare il Senato che gli lasciasse almeno il governo dell’Egitto.

Ai primi di giugno del 68 la popolazione di Roma apprese con stupore e indignazione che l’imperatore era fuggito, non si sapeva dove, e che il Senato lo aveva dichiarato hostis publicus. Nerone, infatti, dopo aver presieduto un’ultima volta l’assemblea ed essersi reso conto dei suoi reali sentimenti e, soprattutto, sentendo venirgli meno la fedeltà dei pretoriani, aveva lasciato precipitosamente il palazzo sul Palatino. Con un piccolo seguito di centurioni e soldati andò a rifugiarsi dapprima negli Horrea Galbiana, sull’Aventino; poi, abbandonato anche da quegli ultimi partigiani, andò a supplicare rifugio, casa per casa, agli amici dei tempi della buona fortuna, ma solo per vedersi chiudere tutte le porte in faccia. Forse, presentandosi di persona ai pretoriani e promettendo un cospicuo donativo, avrebbe avuto ancora qualche possibilità di evitare la morte; invece fuggì nuovamente dagli Horrea Galbiana, la notte fra l’8 e il 9 giugno, avendo finalmente ricevuto un’offerta di ospitalità dal liberto Faone. Indossando un semplice mantello, accompagnato dal suo amante Sporo e da altre tre persone, senza alcuna scorta militare si avviò a cavallo verso il suo nuovo, estremo rifugio: una villa situata tra le vie Salaria e Nomentana, a quattro miglia da Roma. Mentre la comitiva passava al galoppo nei pressi dei castra Praetoria, vicino alla Porta Collina, poté udire distintamente nel silenzio della notte le grida dei suoi soldati, i fedelissimi del giorno innanzi, che lanciavano insulti contro Nerone e acclamavano Galba imperatore. Era accaduto infatti che il prefetto Nifidio Sabino, profittando della fuga dell’imperatore e della passività del collega Tigellino, aveva promesso ai pretoriani un donativo di 30.000 sesterzi per ciascuno, se riconoscevano Galba al posto di Nerone. Quest’ultimo raggiunse la notte stessa la villa di Faone e si nascose dapprima in uno scantinato, dove, dopo molte insistenze da parte dei suoi compagni, e molte esitazioni, appreso che il Senato l’aveva dichiarato nemico pubblico, si diede la morte, piantandosi una spada nella gola; ed anche per compiere questo supremo passo ebbe bisogno dell’aiuto del liberto Epafrodito. Era tempo, perché alcuni cavalieri erano già arrivati a spron battuto alla villa; un centurione, accorso all’interno, lo trovò ancora agonizzante. Il potente liberto di Galba, Icelo, che era stato gettato in prigione alla notizia della rivolta Spagna, rimesso in libertà diede il permesso che il corpo di Nerone venisse cremato secondo le sue ultime volontà, senza subire oltraggi o mutilazioni. E fu la fedele Atte, l’unica donna che amò veramente l’imperatore megalomane e crudele, che ne compose i resti nella tomba dei Domizi in Campo Marzio, il 9 giugno del 68.

Pochi uomini oscillarono come Galba, nel breve arco di pochi giorni, fra l’abisso della catastrofe e il successo più clamoroso. Giulio Vindice, quando lo aveva invitato a unire le loro forze contro Nerone, lo aveva esortato per lettera a farsi “liberatore e guida del genere umano”; e Galba, pur accettando la direzione del movimento, aveva rifiutato il titolo di Cesare, assumendo invece quello di “luogotenente del Senato e del popolo romano”. Galba puntava gran parte delle sue speranze sull’armata gallica di Vindice, alla quale avevano aderito anche importanti città come Vienne e potenti tribù quali gli Edui e i Lingoni. Evidentemente non credeva possibile che le tribù germaniche avrebbero preso le armi per salvare la causa di un uomo come Nerone e, in ogni caso, riteneva che il movimento gallico avrebbe vincolato le forze che, eventualmente, l’imperatore avesse inviato dall’Italia, offrendogli al tempo stesso una base d’appoggio per imbastire una spedizione dalle Spagne verso Roma. Galba, vecchio di settantatré anni, ambizioso ma al tempo stesso irresoluto e tutt’altro che sicuro del successo, si era lasciato coinvolgere nell’insurrezione principalmente perché sapeva che Nerone, comunque finisse la rivolta di Vindice, lo aveva già condannato a morte, in quanto lo riteneva uno dei suoi più pericolosi avversari ancora in vita dopo la repressione seguita alla scoperta della congiura dei Pisoni. Uomo di nobilissime origini, severo in fatto di disciplina militare, all’antica nelle vedute politiche, irreprensibile governatore per otto anni della Tarraconense, già alla morte di Caligola era stato fatto il suo nome quale possibile successore all’Impero, elementi questi già più che sufficienti per spingere Nerone a decidere la sua eliminazione.

Da un giorno all’altro arrivò da Roma la notizia che Nerone era stato deposto e si era suicidato e che tanto il Senato quanto i pretoriani avevano riconosciuto Galba quale nuovo imperatore. Fu solo allora che questi, passato repentinamente dalla disperazione all’esultanza, assunse il titolo di Cesare e si mise in moto verso l’Italia, via terra, passando attraverso la Gallia meridionale. Così, fin dai suoi esordi, si poté vedere chiaramente che il suo governo era il frutto di un compromesso: il riconoscimento era giunto in primo luogo dai pretoriani, per opera di Ninfidio Sabino, e subito dopo dal Senato, quando Nerone era ancor vivo e si nascondeva come una fiera braccata alla periferia di Roma. Ma né gli uni né l’altro erano stati completamente sinceri nel loro riconoscimento: i pretoriani avevano agito all’ultimo momento, sotto la spinta degli eventi, più che altro per rimanere padroni della situazione e far mostra di scegliersi un candidato, peraltro imposto loro dalle circostante; il Senato per non dover subire l’imposizione dei pretoriani ed essere ancora capace di prendere decisioni autonome. Ma in realtà bruciava ai pretoriani il fatto che Galba fosse stato scelto dall’esercito spagnolo, e ai senatori il fatto che Galba fosse diventato il candidato dei pretoriani. Tra Senato e pretoriani si era scavato un abisso profondo negli ultimi decenni, che gli eccessi del tempo di Nerone avevano portato al limite estremo; e le circostanze dell’avvento di Galba non erano tali da dissipare sospetti e diffidenze reciproci.

Galba non si dimostrò politicamente all’altezza della situazione e, fin dall’inizio, commise tutta una serie di clamorosi passi falsi, quantunque innegabilmente fosse ispirato da nobili sentimenti di legalità e ripristino dell’ordine statale. In primo luogo non parve rendersi conto dell’ambiguità fondamentale del suo stesso successo, in apparenza così fortunato e incruento, che poneva fine a quindici anni di governo neroniano. Egli intendeva reagire completamente sia all’indirizzo tirannico-orientalizzante del suo predecessore, sia al clima morale e sociale di permissivismo e spensieratezza che, concretamente si erano tramutati in un deficit di 22 miliardi di sesterzi per le casse dello Stato. Non si chiese se un cambiamento così brusco, così radicale, non avrebbe provocato dolorosi contraccolpi; non intuì che tanto la plebe e i pretoriani, quanto la stessa aristocrazia – o almeno una parte di essa – si erano abituati a considerare diritti acquisiti le folli prodigalità, le feste, gli spettacoli, le frumentazioni e i donativi degli anni di Nerone. Si mosse, quindi, lentamente dalla Spagna costellando il suo viaggio verso Roma di errori fatali. In Gallia castigò duramente quanti avevano parteggiato per Verginio Rufo e premiò invece i partigiani di Vindice, scontentando e offendendo sia le regioni del Reno, sia le città – come Lugdunum – e le tribù – come i Treveri – che avevano lottato per schiacciare il movimento gallico. In Italia fece circondare dalla sua cavalleria spagnola i marinai di Miseno e li fece o massacrare sul posto o gettare in prigione, mentre incaricava un’apposita commissione di risolvere il problema (settembre del 68). Subito dopo, entrato nella capitale, rifiutò ai pretoriani il donativo promesso da Ninfidio Sabino a suo nome (causa determinane del suo successo) affermando con sprezzo che “i soldati si comandano, non si comprano”. Con il prefetto Ninfidio Sabino tenne un contegno freddo e altero, per nulla riconoscente verso quanto aveva fatto per lui, finché lo sospinse a tentare un nuovo colpo di Stato con l’appoggio dei pretoriani, che risolse nell’uccisione del prefetto da parte di alcuni soldati. Infine, insospettito dal contegno del governatore africano Clodio Macro, che sembrava perseguire ormai una politica puramente personale, entrò in rotta con lui e riuscì a farlo sopprimere, quando già la sospensione della flotta granaria africana aveva fatto balenare per un attimo lo spettro della fame nella capitale. Pure Fonteio Capitone, legatus della Germania Inferiore, cadde in sospetto a Galba e finì assassinato da alcuni inviati dell’imperatore, mentre Verginio Rufo veniva richiamato in Italia ove non ricevette alcun premio per la sua campagna vittoriosa contro Vindice ma, anzi, trattato con malcelata diffidenza. A sostituire i due governatori germanici, infine, Galba scelse due uomini assai poco adatti, Ordeonio Flacco per la provincia superiore ed Aulo Vitellio per quella inferiore; forse la sua scelta, come già in clima di tirannide neroniana, fu determinata dal grigiore dei due personaggi; ma egli avrebbe avuto ben presto modo di pentirsene.

A questa serie impressionante di misure estreme e quantomeno inopportune si aggiunse un atteggiamento politico ultranconservatore e una strategia economica improntata al più ferreo risparmio. I pretoriani, già irritati per la mancata concessione del donativo, furono ulteriormente inaspriti dalla restaurazione di una severa disciplina militare e dalla promessa dell’imperatore che sarebbero stati trasferiti fuori città, in Italia e perfino nelle altre province, come tutti gli altri soldati. Il popolino, da parte sua, rimpiangeva più che mai la spensierata politica neroniana del panem et circenses e si lagnava della tetra austerità imposta da Galba. Perfino i senatori, o una parte di essi, ossia i naturali alleati del principe, avevano motivo di essere scontenti dell’azione politica di Galba. In primo luogo avrebbero preferito un principe più indipendente dall’elemento militare perché, per quanto apprezzassero i sentimenti repubblicani e filo-senatori di Galba, non potevano dimenticare che egli era arrivato al potere grazie alla spinta decisiva del detestato elemento militare. In secondo luogo, molti membri dell’aristocrazia si erano abituati al clima fastoso e spensierato instaurato da Nerone e che per tanto tempo aveva imperato nella capitale; e, sebbene ricordassero con orrore la persecuzione antisenatoria neroniana, ora avrebbero desiderato una transizione meno brusca verso la normalizzazione della vita pubblica.

Uno dei primi atti di Galba, una volta arrivato a Roma, fu quello di ordinare il recupero delle somme favolose elargite dal suo predecessore a cittadini privati; somme, che, naturalmente, avevano ormai largamente circolato per la società e il cui recupero imponeva di necessità l’alternativa fra il sopruso e la rinunzia. Al tempo stesso Galba, pur richiamando tutti gli esuli politici e tutti coloro che il regime neroniano aveva in vario modo perseguitato, non restituì loro i beni confiscati; e così, alla sua fama ormai dilagante di taccagneria, aggiunse ora quella di arbitrarietà e di ingiustizia. Dalla corte, è vero, erano scomparsi i mille ministri del piacere del suo predecessore, la folla variopinta di arruffoni, clienti, parassiti, gl’inutili apparecchi del lusso e i banchetti costosissimi. Tuttavia si mormorava che la corruzione, in fatto di denaro pubblico, non fosse affatto diminuita e che uomini come il liberto Icelo, o come il console Tito Vinio, accumulassero con mezzi illeciti sostanze enormi, avvalendosi della protezione imperiale. Così pure, Galba aveva decretato l’immediata sospensione dei lavori alla Domus Aurea: quell’immensa, fastosissima, incredibile villa imperiale che Nerone aveva incominciato a far costruire, dopo l’incendio del 64, fra il Palatino e l’Esquilino, espropriando anche vasti terreni pubblici; ma larghi strati della plebe non apprezzavano il generoso risparmio di denaro e rimpiangevano piuttosto la fine dei grandiosi ludicircensi e di tutti gli spettacoli di cui era stato prodigo Nerone. Così, sul cadere dell’anno 68, si potevano chiaramente percepire in tutti gli ambienti sociali della capitale, e in parte anche delle province, i segni inequivocabili di malumore dell’opinione pubblica che preludono sempre ai grandi rivolgimenti politici. Galba, nonostante le sue doti innegabili di onestà personale, buona fede e dedizione allo Stato, nel giro di appena qualche mese aveva creato attorno a sé il vuoto, alienandosi il favore di tutti. Perfino i suoi più stretti partigiani, quelli ai quali andava debitore del successo e del supremo potere, avevano motivo di lagnarsi amaramente della sua freddezza e ingratitudine. Primo fra tutti il giovane Salvio Otone, il suo principale sostenitore al tempo della rivolta antineroniana, che lo aveva aiutato con generosità e che, dopo la caduta di Nerone, lo aveva seguito a Roma, mostrandosi apertamente fiducioso di essere prescelto dall’anziano imperatore come suo collega e successore designato. Ma i mesi erano passati e Otone non aveva fatto un passo avanti verso la soddisfazione delle proprie ambizioni.

Un altro scontento era il governatore della Betica, quell’Alieno Cecina che si era unito a Galba nella primavera del 68 e che, dopo aver ottenuto il comando di una legione, era stato accusato di sottrazione di denaro pubblico, sottoposto a giudizio e che adesso, nella Germania Superiore, non aspettava che l’occasione favorevole per potersi vendicare. E poi c’era Fabio Valente, generale di qualche valore, che dalla Germania Inferiore aveva indotto Verginio Rufo a recarsi in Italia dopo la caduta di Nerone e che aveva ordito la soppressione di Capitone; e che adesso era rimasto deluso perché l’imperatore non gli aveva mostrato alcuna particolare riconoscenza per siffatti servigi. Un altro errore, e non da poco, aveva inoltre commesso Galba sostituendo Ninfidio Sabino alla prefettura del Pretorio con un tal Cornelio Lacone, uomo di scarso valore, che non ebbe mai in pugno i suoi uomini come li avevano avuti un Seiano o un Tigellino e che non fece nulla per affezionarli alla causa del nuovo imperatore.

Così, sotto la superficie apparentemente liscia e tranquilla, la società romana covava un incendio che di lì a poco sarebbe scoppiato, divampando ai quattro angoli dell’Impero con incredibile violenza. Il governo sanguinario e irresponsabile di Nerone era finito, quasi senza scosse, dopo quindici anni di follia; ma i sette mesi di austerità e disciplina imposti da Galba sarebbero sfociati nella più crudele guerra civile che Roma ricordasse dai lontani tempi del secondo triumvirato. (…)

Evoluzione della guerra civile del 68 e 69

Evoluzione della guerra civile del 68 e 69

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