Un imperatore alla volta: Aulo Vitellio Germanico

Vitellio

Vitellio CI

Aulo Vitellio Germanico, chiamato generalmente Vitellio (Nuceria Alfaterna, 24 settembre 15 – Roma, 22 dicembre 69) fu dunque il terzo a salire sul trono nell’anno dei quattro imperatori. A gennaio del 69 imperatore di Roma è Otone che, più acuto osservatore della realtà politica che Galba non fosse stato, intuì il malcontento latente e le cause profonde di malessere delle province, e il fatto che tali forze, sino ad ora sotterranee, nel venire alla ribalta della storia, si erano occasionalmente coagulate intorno alla figura, di per sé insignificante, di Aulo Vitellio. Egli era comunque debitore per la sua situazione alle coorti pretorie e, in misura minore, del favore del popolino della capitale

A prima vista, si sarebbe potuto credere che la situazione di Otone fosse vantaggiosa e più favorevole di quella rivale di Vitellio che stava facendo convergere sull’Italia le legioni del nord. In Giudea, ove le tre legioni impegnate nella dura guerra contro gli Ebrei stavano stringendo d’assedio Gerusalemme, il loro comandante Tito Flavio Vespasiano aveva fatto giurar loro fedeltà davanti alle immagini di Otone. Lo stesso avevano fatto Licinio Muciano con le legioni di Siria e Tiberio Alessandro con quelle d’Egitto. Anche l’Africa aveva abbracciato la causa di Otone, sollevando l’Urbe dallo spettro della fame, che già per un attimo era balenato al momento del tentativo di Clodio Macro contro Galba. Le due maggiori province granarie dell’Impero, l’Africa Proconsolare e l’Egitto, erano dunque aperte al traffico marittimo con Ostia e Pozzuoli e ciò rimuoveva il pericolo di sommosse del popolino ormai abituato alla consuetudine delle pubbliche distribuzioni di grano. Così pure la Spagna, antica roccaforte di Galba, e l’Aquitania parevano fedeli a Otone. Ma l’adesione più importante al nuovo imperatore venne dalle legioni della Dalmazia, della Pannonia e della Mesia, che per valore e disciplina erano in grado di battersi alla pari con quelle germaniche e per vicinanza geografica al teatro d’operazioni sarebbero state in grado di intervenire nella lotta assai prima delle lontane legioni d’Asia e d’Egitto.

Questo quadro d’insieme, all’apparenza così rassicurante, era in realtà molto meno favorevole a Otone che non paresse. Poiché le legioni di Vitellio si erano già messe in movimento ai primi di gennaio verso l’Italia, era evidente che la contesa fra i due imperatori si sarebbe risolta in una gara di velocità fra le loro rispettive armate. E in questa gara le legioni del Reno, forti del vantaggio della prima mossa, compatte, agguerrite, comandate da abili generali, nonché molto più numerose delle forze dislocate in Italia, partivano chiaramente avvantaggiate. Un altro fattore di superiorità solo apparente del partito di Otone era la passività e la lontananza delle legioni d’Oriente. Non era pensabile di trarre anche un sol uomo dagli eserciti della Palestina, duramente impegnati contro i Giudei, anche se il loro comandante Vespasiano doveva essere personalmente ben disposto verso il governo di Otone a motivo dell’alta carica confermata al fratello. Quanto alle truppe di Siria e d’Egitto, esse avevano giurato fedeltà a Otone di lontano, senza particolare trasporto, anzi forse segretamente irritate dal fatto che in Occidente – a Roma, in Spagna, in Germania – le legioni e i pretoriani continuavano a fare e disfare imperatori senza minimamente consultarle. In secondo luogo, spostare queste truppe dall’Oriente in Italia, nei porti di Brindisi, Siracusa, Pozzuoli, Ostia, avrebbe richiesto un tempo considerevole, specie considerando che si era in piena stagione invernale e che di conseguenza i trasporti marittimi nel Mediterraneo erano completamente interrotti, a eccezione del cabotaggio. Sempre a causa della stagione avversa appariva del pari difficile spostare le legioni di Muciano dal caldo della Siria e dalle delizie di Antiochia attraverso i passi del Tauro coperti di neve e di ghiaccio.

Nella seconda metà di gennaio gli Otoniani dovettero assistere a tutta una serie di amare sorprese. Quando era partito per assumere il potere a Roma, Galba aveva nominato legato della Spagna Tarraconense Cluvio Rufo, il quale, saputa la notizia della fine del suo benefattore, dopo qualche oscillazione passò con le sue forze al partito di Vitellio. Similmente l’Aquitania e la stessa provincia Narbonense, a ridosso della frontiera d’Italia, avevano giurato fedeltà all’imperatore germanico, certo influenzate anche dal minaccioso approssimarsi dell’esercito di Fabio Valente. La Rezia, spinta forse, come si vedrà, dalla speranza di bottino a danno dei vicini Elvezi, prese anch’essa le armi contro il partito di Otone. Perfino la Corsica, a un dato momento, parve sul punto di passare dalla parte di Vitellio, il che fu evitato all’ultimo momento mediante un breve ma violento conflitto interno. In conclusione tutto l’Occidente transalpino, dalla Britannia alla Spagna e dalla Rezia all’Aquitania, entro la fine di gennaio aveva preso le armi a favore del partito vitelliano, salvo eccezioni isolate, come quella degli Elvezi: Otone, dunque, fin dall’inizio della partita sapeva di non poter contare su di un solo alleato al di là delle Alpi, per ritardare la marcia di Cecina e Valente e dar tempo alle legioni del Danubio di affrettarsi in Italia. Giacché su di esse ormai, come era chiaro a tutti, si appuntavano le principali speranze degli amici del partito otoniano: troppo deboli le forze della Penisola, troppo lontane quelle d’Oriente, la più realistica speranza di contenere e sconfiggere le legioni del Reno veniva necessariamente da quelle danubiane, cui Otone aveva fissato come punto di concentramento al di qua delle Alpi la colonia di Aquileia.Naturalmente il nodo della situazione strategica era, per Otone, riuscire a trattenere le armate di Cecina e di Valente fino al sopraggiungere dei grossi delle legioni pannoniche e mesiche, compito che la conformazione delle frontiere settentrionali d’Italia, sbarrate dalla formidabile catena alpina, e le nevi invernali, sembravano facilitare. Ma una serie di circostanze sfortunate impedì a Otone di bloccare i passi alpini anche solo con forze di copertura, là dove la natura del terreno avrebbe consentito di trattenere a lungo un nemico numericamente assai superiore. La prima era da attribuirsi, come abbiamo visto, all’imprevidenza di Galba, che aveva sprecato quasi due settimane senza far nulla di concreto per fronteggiare la minaccia sul piano militare. Poi c’era il fatto che il nerbo delle scarse forze otoniane, ossia le coorti pretoriane e quelle urbane, essendo concentrate a Roma erano in effetti più lontane dai valichi alpini che non le legioni di Cecina, già in movimento e a ridosso del paese degli Elvezi. Connessa con questa era la circostanza che Otone non poteva spedire subito le proprie forze al nord, lasciando sguarnita Roma e liberi di tramare i suoi segreti oppositori, senza prima aver consolidato la propria posizione ed essersi assicurato la lealtà del Senato. E infine un evento catastrofico, ma inatteso, del quale non conosciamo neppure l’esatta cronologia: il passaggio a Vitellio della cavalleria cosiddetta siliana. Si trattava di un contingente di cavalleria reclutato fra le truppe di Germania e che, al pari di quella coorte germanica accampata a Roma che fu coinvolta nel colpo di Stato di Otone, Nerone aveva avviata verso l’Egitto per la progettata campagna contro gli Etiopi, e poi, alla notizia della rivolta di Vindice, chiamata indietro in Italia e attualmente stanziata nella valle del Po.

Questi cavalleggeri non nutrivano particolare nostalgia per il ricordo di Galba, ma poiché erano stati alle dirette dipendenze di Vitellio al tempo in cui questi era proconsole d’Africa, e ne avevano riportata un’impressione favorevole, all’avvicinarsi delle legioni di Cecina da oltre le Alpi si ribellarono improvvisamente e giurarono fedeltà a Vitellio. Poiché l’Italia settentrionale era sguarnita di altre forze militari, essi s’impadronirono senza colpo ferire di Milano, Vercelli, Novara ed Ivrea (Eporedia) e si affrettarono ad inviare messaggeri ad Alieno Cecina, informandolo della nuova situazione creatasi a mezzodì delle Alpi e invitandolo a sfruttare sollecitamente l’ampia e sicura testa di ponte ch’essi gli offrivano, rimuovendo ogni minaccia di una resistenza otoniana sul difficile terreno dei monti. Così, nel giro di poche settimane dalla sua ascesa al potere, Otone doveva constatare il brusco peggiorare della propria situazione strategica. La ricca pianura della Cisalpina a nord del Po e a ovest dell’Adda, che già allora Tacito descrive come la più ferace provincia d’Italia, era caduta senza lotta e d’un sol colpo nelle mani del partito avversario, annullando ogni speranza di ritardare lo sbocco di Cecina e Valente dai monti e di guadagnare così del tempo prezioso, sino all’arrivo delle legioni danubiane. Se l’esito della guerra dipendeva dalla rapidità di mosse dei contendenti, a questo punto l’ago della bilancia si era già rovesciato a favore di Vitellio. Bruciato sul tempo nella corsa alle Alpi, minacciato perfino sulla linea del Po, con Roma e le retrovie pericolosamente poco sicure, lontano dalle sue forze principali, Otone andava incontro a una battaglia disperata. Era evidente che la prospettiva più sicura era, per lui, evitare il più a lungo possibile lo scontro e cercar di guadagnare tempo. Ma era questa strategia possibile, allorché si trattava di lasciare in balìa del nemico non già una lontana ed oscura provincia, ma l’Italia stessa, cuore politico e morale dell’Impero?

Come si è visto, Otone, dapprima per iniziativa del popolino e con sua personale sorpresa, indi seguendo un calcolo ben preciso di natura politica, non aveva esitato ad assumere il ruolo di continuatore del regime neroniano. Dopo aver permesso alla folla di salutarlo col nome di Nerone, ed essersi poi in tal modo firmato anche nei documenti ufficiali, era giunto al punto di far rialzare le abbattute statue di Nerone e perfino di Poppea in vari luoghi dell’Impero. Inoltre uno dei suoi primi atti di governo fu quello di stanziare una forte somma di denaro pubblico per ultimare la costruzione della grandiosa Domus Aurea, la dispendiosissima e volgarissima costruzione iniziata da Nerone sul colle Palatino e da lui lasciata incompiuta. Venne poi la volta di Ofonio Tigellino, l’ex prefetto del pretorio di Nerone, che dopo aver terrorizzato Roma con la sua crudeltà e perfidia, aveva abbandonato il suo benefattore nel momento del pericolo provocandone la fine ingloriosa. Il popolo dell’Urbe ne chiedeva a gran voce la condanna e Otone si affrettò a secondarlo – e a far cosa gradita al Senato – inviando a Tigellino, che si trovava ai bagni di Sinuessa in Campania, l’ordine di uccidersi: ciò che l’ex prefetto fece, nel più puro stile petroniano, banchettando e bevendo, non senza aver prima cercato di eludere l’inevitabile fine.

E’ chiaro che i provvedimenti filo-neroniani intrapresi da Otone avevano la doppia mira di accattivarsi le simpatie del popolino di Roma da un lato e delle province orientali – ove il ricordo di Nerone era tuttora vivissimo – dall’altro. D’altra parte, per non irritare troppo la fazione conservatrice del Senato con una esaltazione troppo sfacciata del regime neroniano, Otone si preoccupò di restituire le sostanze ad alcuni senatori già colpiti da confische sotto il passato governo, e ne onorò altri con cariche pubbliche. Nei confronti delle province adottò una politica estremamente liberale, per non dire demagogica, moltiplicando concessioni e privilegi nel brevissimo arco del suo principato e atteggiandosi quasi a continuatore della politica provinciale di Augusto. Aggregò alla provincia Betica alcuni distretti della Mauretania Tingitana; concesse un ampliamento dei nuclei familiari a Hispalis (Siviglia) ed Emerita (Mèrida); elargì all’Africa e alla Cappadocia nuovi privilegi. Tentò perfino di accattivarsi qualche simpatia fra le legioni germaniche coll’offrire il consolato a Verginio Rufo, il vincitore di Vindice, ma senza alcun effetto. Intanto avviava febbrili iniziative per cercar di bloccare con mezzi diplomatici l’avanzata inesorabile degli eserciti vitelliani. Per prima cosa scrisse direttamente a Vitellio, nella vana speranza di indurlo a rinunciare al potere e offrendogli in cambio uno splendido ritiro dove avesse voluto, per trascorrervi indisturbato una tranquilla vita privata. Tanto Plutarco che Svetonio arrivano a dire che Otone avrebbe offerto a Vitellio perfino di associarlo nell’Impero e di farlo proprio genero, il che, francamente, appare poco credibile. In ogni caso non una sola lettera Otone scrisse al rivale, ma parecchie (scrive Tacito: infectae epistulae), e questo dimostra se non altro che egli non aveva compreso essere Vitellio poco più che lo strumento di una sfrenata volontà di dominio delle legioni germaniche, fin dall’inizio condizionato nelle sue scelte dall’ambizione dei generali e dalle passioni dei soldati. La logica risposta di Vitellio alle lettere di Otone fu una serie di controproposte, nelle quali egli offriva al rivale tutto ciò che questi era pronto a offrire a lui, con cortesia ostentata all’inizio, poi scambiandosi reciproci rimproveri e accuse. Esaurite rapidamente le prospettive di addivenire a una soluzione incruenta della contesa, cercavano almeno di scaricarsi reciprocamente la responsabilità delle conseguenze, come sempre fanno a scopo propagandistico i governi quando parlano di pace già in cuor loro ben decisi alla guerra.

Otone aveva, è vero, degli ostaggi formidabili nelle proprie mani: la madre, la moglie e i figli del rivale, che vivevano a Roma e che erano stati colà sorpresi dal precipitare della situazione. Non ne approfittò tuttavia in alcun modo, lasciando assolutamente indisturbati i parenti di Vitellio, vuoi per la sua naturale ripugnanza a infierire contro degli inermi, vuoi per non esporre i propri parenti, in caso di sconfitta, alle vendette del rivale. Un estremo tentativo fu quello di inviare degli ambasciatori in Gallia, incontro all’esercito di Valente, dopo aver richiamato quelli già spediti da Galba: ma ancora senza successo. I legionari germanici ardevano dal desiderio di battersi, galvanizzati com’erano dalla prospettiva di una facile e rapida vittoria. Gli ambasciatori otoniani parte furono rimandati, parte furono trattenuti o forse, com’è più probabile, scelsero di restare presso il favorito della guerra imminente; dopo di che ogni trattativa diplomatica venne definitivamente abbandonata. La parola toccava adesso alle armi.

Come si ricorderà, le due armate di Fabio Valente e di Alieno Cecina s’erano messe in movimento verso sud fin dai primi giorni di gennaio, subito dopo la proclamazione di Vitellio, imponendo alla guerra un corso ancor più rapido e deciso di quanto lo stesso imperatore germanico sembrasse desiderare. L’esercito di Valente, forte di circa 40.000 uomini, s’era avviato dalla Germania Inferiore, traverso la Gallia Belgica, verso sud-ovest, con l’obiettivo di assicurare strada facendo il completo dominio di quei paesi ed irrompere in Italia per le Alpi Cozie. Quello di Cecina, composto da circa 30 mila effettivi, discendeva invece direttamente dagli accampamenti invernali nella Germania Superiore verso la Rezia, per entrare nella Penisola attraverso le Alpi Pennine. Giova ricordare che sia l’uno che l’altro non erano formati dalle legioni germaniche complete, ma da reparti scelti di esse, distaccamenti di cavalleria e unità ausiliarie; erano dunque stati concepiti per una avanzata rapida, con equipaggiamenti leggeri, e risultavano composti per buona parte da truppe di nazionalità germanica.

La marcia dell’esercito di Valente attraverso le terre della Gallia fu, per usare l’espressione in altro luogo adoperata da Erodiano, odiosa e terribile. Essa era iniziata in un clima di generale ottimismo ed entusiasmo, poiché i primi cantoni gallici interessati dall’avanzata erano quelli dei Treveri, alleati di vecchia data dei Romani e recenti compagni di lotta dei legionari contro l’insurrezione di Vindice. Amichevole fu quindi l’accoglienza delle popolazioni ai soldati di Valente, anzi addirittura festosa; eppure, giunte le truppe a Divoduro (Metz), assalite da un furore improvviso si gettarono sugl’inermi abitanti massacrando tutti senza distinzione, nonostante le suppliche dello stesso Valente, che invano cercava di ricondurle all’umanità e alla ragione. Quando finalmente si stancarono di strage e si rimisero in marcia, lasciavano alle loro spalle i corpi senza vita di 4.000 fra uomini, donne e bambini. Questo esordio della marcia dell’esercito vitelliano produsse, com’è naturale, un’ondata di autentico panico in tutta la Gallia e anziché placare, accrebbe a dismisura l’anarchia e il selvaggio furore dei soldati.

Si tracciavano così, fin dalle prime battute, alcuni tratti caratteristici della guerra civile fra otoniani e vitelliani, non mai smentiti sino al termine di essa. Primo, l’assoluta indisciplina degli eserciti d’ambo le parti, l’impotenza degli ufficiali, sia inferiori che superiori, a controllare la situazione – e questo perfino in delicati frangenti di carattere tattico-strategico, come si sarebbe visto più avanti. Secondo, la propensione dei due avversari di trattare i paesi attraversati, anche se alleati, come nemici e come terra di conquista: agli orrori commessi dai vitelliani in Gallia faranno riscontro quelli degli otoniani in Liguria; e Vitelliani e Flaviani, dopo la sanguinosissima battaglia di Cremona, si uniranno nel saccheggio spietato della città. Terzo, il carattere culturale e in parte anche etnico delle armate vitelliane, più germanico che romano (così come Vitellio stesso aveva rifiutato il titolo di Cesare e quello di Augusto, ma aveva accettato quello di Germanico), tale da conferire una particolare fisionomia vagamente barbarica alla loro marcia su Roma, oggetto di particolare terrore fra i Galli e gl’Italici e, naturalmente, argomento di attiva propaganda antivitelliana nelle mani di Otone.

Ripresa la marcia senza fretta, Valente era giunto nei dintorni di Tullum (Toul) quando seppe della fine di Galba e della proclamazione di Otone da parte dei pretoriani. Più che mai decisi alla guerra, i suoi soldati accolsero la notizia con assoluta indifferenza e non aspettarono nemmeno di ricevere da Colonia eventuali nuove istruzioni. Passati nel territorio degli Edui (capitale Augustodonum, l’odierna Autun), ricevettero spontaneamente denaro, armi e vettovaglie dalle popolazioni, ansiose di far dimenticare la propria partecipazione alla rivolta di Vindice. Scoppiarono frattanto alcuni incidenti fra legionari romani ed ausiliari batavi, che obbligarono Valente a prender provvedimenti per ristabilire un minimo di disciplina fra questi ultimi. Quando l’armata entrò in Lione, essa fu accolta con particolare entusiasmo dalla popolazione e ricevette l’adesione della legione Italica e del corpo di cavalleria detta tauriana. Durante la guerra di Giulio Vindice i Lionesi avevano parteggiato per Verginio Rufo mentre gli abitanti della vicina Vienna (Vienne), sull’opposta riva del Rodano, avevano preso le armi a favore dei Galli e si erano spinti fino ad assediar Lione, per la qual cosa Galba aveva premiato poi questi ultimi e punito con provvedimenti fiscali i Lionesi. Adesso costoro, frementi di sdegno e da tempo gelosi della prosperità della colonia rivale, con discorsi infiammati esasperavano il furore dei Vitelliani contro i Viennesi, ricordando loro che essi avevano parteggiato sia per Vindice che per Galba, due nomi egualmente odiosi ai legionari, e allettandoli con la descrizione delle ricchezze di quella città. I soldati di Valente, già avvezzi a commettere ogni sorta di soprusi e naturalmente inclini alla ferocia, si sarebbero perciò abbandonati a una strage se il loro comandante, dopo aver estorto segretamente un lauto riscatto ai Viennesi, non avesse distribuito trecento sesterzi a ciascun soldato per ridurli a più miti consigli. La popolazione di Vienne, atterrita, uscì incontro all’esercito e uomini e donne si gettarono a terra abbracciando le ginocchia dei legionari; solo così l’esercito, dopo aver requisito armi e vettovaglie, ammansito, avanzò oltre risparmiando alla città il saccheggio. Di lì, traverso gli odierni Delfinato e Provenza, sempre minacciando, taglieggiando e atterrendo, con lunghe tappe e senza fretta l’armata di Valente arrivò sul confine delle Alpi Cozie. Il valico dei monti fu effettuato per il passo del Monginevro, con l’unico ostacolo della neve e, nelle retrovie, qualche inefficace tentativo di una flotta otoniana mandata, come vedremo, sulle coste della Provenza a disturbare il transito dei Vitelliani. Se la marcia dell’armata di Valente attraverso la Gallia era stata caratterizzata da violenze gratuite e atrocità a danno delle popolazioni, quella dell’esercito di Cecina fu tale da superarla in furore barbarico. Giunto sui confini del paese degli Elvezi, esso ebbe un primo incidente con quel popolo, un tempo famoso per le sue gesta guerriere, e che non sapendo ancora della morte di Galba rifiutava di riconoscere Vitellio.

Cecina, invece di cercar di placare gli animi già eccitati de suoi soldati, ordinò una rappresaglia spietata. Incendiate le città, massacrati o fatti schiavi gli abitanti, i soldati giunsero a inseguire i fuggiaschi che avevano cercato scampo sulle cime del Giura, braccarli e sterminarli. Subito dopo, spintosi ai piedi delle Alpi Pennine, l’esercito venne raggiunto da messaggeri della cavalleria siliana che annunciavano l’occupazione di Milano e delle altre città cisalpine e lo invitavano ad affrettarsi oltre i monti. Cecina rimase per un attimo esitante, poiché se le truppe della Rezia lo avevano aiutato a schiacciare gli Elvezi, assalendoli alle spalle, il procuratore Urbico del Norico aveva assunto un atteggiamento ostile. Poi però, rinunciando a perder tempo contro un obiettivo secondario, il generale avviò le truppe leggere attraverso valico del Gran San Bernardo e tenne loro dietro col grosso dell’esercito. Anche qui non vi fu alcuna resistenza da parte degli otoniani e l’intera armata di Valente poté scende indisturbata nella Pianura Padana. Le chiavi dell’Italia erano quindi in mano ai vitelliani e, con ciò, la via era aperta anche al terzo e più formidabile esercito invasore, quello che lo stesso Vitellio, lassù sulle rive del Reno, stava radunando fra grandi preparativi.

II forzamento della barriera alpina da parte di Cecina Valente, benché condotto con abilità e tempismo, era stato quasi privo di rischi perché del tutto incontrastato. Non avendo potuto impedire al nemico lo sbocco dai monti, Otone intendeva almeno contenerlo sulla linea del Po, per cui affrettò la propria partenza da Roma. Sul Danubio una massiccia incursione di Roxolani era stata ricacciata con grande strage dei barbari dal governatore della Mesia, Marco Aponio e dalla terza legione, e, nonostante l’incidente, gli eserciti balcanici si erano già messi in movimento alla volta dell’Italia. Otone sperava dunque di poter ritardare con le sue modeste forze l’avanzata nemica fino a quando quelle legioni fossero giunte a portata e, possibilmente, impedire il congiungimento degli eserciti di Cecina e Valente. Il rapporto di forze allora esistente tra i due avversari non era certo incoraggiante: ai 70.000 uomini complessivi dei due eserciti di Vitellio, Otone non poteva contrapporre che le quattro coorti urbane, le dodici coorti pretorie, la I legione «Adiutrix» (o «Classica»), formata dai marinai già decimati da Galba e ora regolarmente inquadrati, nonché 2.000 gladiatori armati per l’occasione: in tutto non più di 30.000 uomini. E’ ridicolo dunque affermare, come pure ha fatto taluno autore moderno, che le forze di Otone e di Vitellio in questa fase della campagna suppergiù si equivalevano. E’ vero invece che l’esercito d’Italia, sotto la guida di Otone, seppe assumere un atteggiamento attivo e perfino audace, che per un momento mise in forse la vittoria delle legioni germaniche: Vitellio, con le stesse forze militari di cui disponeva Otone nel marzo-aprile, non fu capace, nel novembre-dicembre, nemmeno di bloccare i passi dell’Appennino davanti all’armata flaviana.

Fu proprio mentre Otone stava raccogliendo il suo non grande esercito, che si verificò un incidente caratteristico dello stato d’animo dei suoi soldati, e che per poco non ebbe conseguenze tragiche. L’imperatore aveva ordinato il richiamo da Ostia a Roma di una delle cohortes urbanae e il suo comandante, un tale Vario Crispino, per effettuare il trasferimento con maggior agio di tempo fece aprire i magazzini e trasportare le armi nel cuore della notte. I soldati, già in gran parte avvinazzati, furono messi in sospetto da quel movimento notturno e presto tra loro si sparse la voce irresponsabile che gli ufficiali stavano tramando qualche insidia ai danni di Otone e che quelle armi erano destinate ad armare gli schiavi dei senatori per tentare un colpo di Stato. Allora non vollero più sentir ragioni, si impadronirono delle armi e massacrarono Crispino e alcuni altri che tentavano di ricondurli all’obbedienza. Poi, eccitati da quel primo sangue versato, semiubriachi e furibondi com’erano, da Ostia volarono alla volta di Roma. Vi entrarono a notte ormai fonda mentre Otone, ignaro di tutto, stava dando un festoso banchetto nel suo palazzo sul Palatino a decine di senatori e personaggi importanti.

La notizia dell’approssimarsi di quell’orda ebbra di sangue piombò tutti nel terrore, imperatore e convitati, sospettosi, questi ultimi, di essere stati deliberatamente attirati in una trappola. Ma lo sgomento di Otone, essi lo videro bene, era tanto genuino quanto il loro; e disperando egli di poter placare il furore irragionevole dei soldati, non poté far altro che incitare tutti, uomini e donne, a lasciare immediatamente il palazzo e a mettersi al sicuro ciascuno come meglio poteva, finché la tormenta non fosse passata. Avvennero allora delle scene penose. Influenti senatori, proprietari di latifondi e matrone ingioiellate fuggivano senza alcun ritegno in tutte le direzioni, supplicando ospitalità e rifugio nelle dimore dei più miseri dei loro clientes, poiché non avevano il coraggio di far ritorno alle rispettive case. Fu una fortuna che riuscissero ad allontanarsi prima dell’arrivo dei soldati; diversamente avrebbe potuto accadere l’irreparabile. Quando la coorte giunse davanti al palazzo, non ci fu verso di allontanarla, sfondò le porte, piombò dentro colle armi in pugno e ferì alcuni ufficiali che tentavano di arrestarla. Quegli esaltati, più che mai impensieriti per la sorte dell’imperatore, volevano a tutti i costi vederlo coi propri occhi, né si calmarono finche non ebbero fatta irruzione nella sala in cui egli si trovava. Otone con grande fatica, salito su un letto, e non con ordini e minacce, ma con preghiere e lamenti, riuscì a calmarli e a impedir loro di dare inizio, lì per lì, a una tragica notte di San Bartolomeo ai danni della classe senatoria.

Questo drammatico episodio, che illustrò l’indisciplina delle truppe e il loro cieco attaccamento alla persona di Otone, convinse quest’ultimo ad affrettare la partenza da Roma. Non vi furono quasi punizioni, tale era il suo timore di irritare i soldati con gesti disciplinari inopportuni, ma il Senato era piombato in uno stato di terrore tale che la città di Roma – le case patrizie chiuse e sprangate – sembrava esser piombata di colpo in stato d’assedio. Incidenti genere erano tali da distruggere in poche ore l’opera faticosa e paziente di conciliazione col Senato, da Otone perseguita fin dalla sera del 15 gennaio, quando aveva voluto recarsi personalmente nella Curia per informare rispettosamente i senatori della morte di Galba e della propria proclamazione. D’altra parte, non era nemmeno pensabile di poter partire per la guerra lasciandosi alle spalle un Senato compatto, timoroso e irrimediabilmente irritato. Se durante la sua assenza, nel pieno delle operazioni belliche, il Senato lo avesse dichiarato hostis publicus, come aveva fatto con Nerone e avesse riconosciuto Vitellio, tutto sarebbe crollato senza rimedio. Come si è detto, il Senato era e rimaneva per Otone la prima e più formidabile arma politica nella contesa per l’Impero: per questo era per lui tanto necessaria la sua alleanza o almeno la sua benevolenza. E’ ben vero che negli ultimi giorni della sua permanenza a Roma, nel marzo del 69, ad ogni riunione dell’assemblea curule i senatori avevano fatto a gara nel coprire di accuse e d’insulti il lontano Vitellio e nel sostenere calorosamente la causa di Otone; ma quanto valevano tali parole? Non le avevano forse già udite sia Galba che lo stesso Nerone? E quanto non influiva su di esse la paura? La città era piena di spie, vere e immaginarie; soldati travestiti penetravano nelle case dei maggiorenti, ascoltavano i discorsi che vi si facevano, ansiosi di carpire una parola di troppo, una allusione ostile all’indirizzo del principe. E come se non bastasse, si vociferava che Roma pullulasse addirittura di spie vitelliane; voci non infondate, come poi si seppe, poiché dalla Germania erano venuti perfino alcuni sicari col compito di assassinare Otone.

Questi, da parte sua, aveva già distaccato un contingente di marinai, di soldati urbani e di pretoriani e lo aveva spedito via mare sulle coste della Gallia Narbonense, con l’ordine di disturbare quanto più possibile l’avanzata dell’esercito di Valente, poiché quello di Cecina era già calato dalle Alpi. Otone aveva affidato il comando a un triumvirato di uomini decisi e la direzione della flotta a un liberto, certo Mosco, più che altro con l’incarico di tener d’occhio gli ufficiali provenienti dal ceto aristocratico. L’esercito principale, destinato a contendere alle armate vitelliane il possesso della valle Padana, lo affidò a tre generali famosi, Mario Celso, Annio Gallo e Svetonio Paolino. Poiché egli, personalmente inesperto di cose militari, intendeva avvalersi dei consigli dei suoi più capaci generali, pur essendo deciso – a differenza di Vitellio – a partecipare personalmente fin dall’inizio alla campagna. Però, mentre dalla parte vitelliana vi erano dei comandi fortemente centralizzati, il piccolo esercito otoniano era guidato da un collegio di generali tra loro profondamente divisi in fatto di opinioni strategiche e tuttavia subordinati alla decisione finale dell’imperatore, che uno stratega certamente non era. Tutto questo stato di cose avrebbe avuto conseguenze funeste per gli otoniani.

Prima di partire, nei suoi discorsi ai soldati, al Senato e al popolo di Roma, Otone fece del suo meglio per ristabilire un clima di fiducia e di disciplina all’interno del proprio partito. Subito dopo la drammatica notte dell’irruzione militare a palazzo, tribuni e centurioni si erano precipitati dal sovrano supplicandolo di conceder loro il congedo e la vita, poiché era divenuto impossibile comandare ai soldati, richiesta dalla quale avevano a malincuore receduto, per le suppliche degli stessi soldati. Dei timori del Senato, del clima di paura e di sospetto in cui perennemente viveva, si è già detto. Otone risolse il problema di lasciarsi un potenziale nemico alle spalle coll’invitare parecchi senatori a seguirlo nell’Italia settentrionale, per prender parte, specialmente col loro sostegno morale, alla difesa della patria. Naturalmente la maggior parte della classe curule aveva tutte le ragioni di temere una vittoria di Vitellio, specialmente dopo che si furono diffusi i racconti delle atrocità commesse in Gallia e nel paese degli Elvezi, però solo una piccola minoranza era sinceramente favorevole alla causa di Otone, mentre molti rimpiangevano Galba e comunque quasi tutti non desideravano affatto partire per la guerra. Perciò l’invito dell’imperatore, per quanto abile nel pretesto e formalmente rispettoso e impeccabile, fu preso dai ricchi e indolenti senatori per ciò che in realtà era: un ordine velato del padrone che diffidava della loro fedeltà. Infatti non solo l’uscire da Roma li avrebbe resi del tutto impotenti a tramare alcunché a danno di Otone ma il trovarsi al seguito dell’esercito li avrebbe chiaramente esposti alle rappresaglie dei soldati, i cui sentimenti verso di loro erano ormai ben noti. Il minimo passo falso, il più piccolo occhieggiare con Vitellio, specialmente nel caso che la guerra avesse preso una piega sfavorevole per gli otoniani, li avrebbe esposti a una rabbiosa reazione e forse a una carneficina. Era insomma evidente che Otone, pur avendo fatto del suo meglio per amicarsi il Senato e per convincere i suoi turbolenti soldati della necessità di rispettarlo, adesso, messo alle strette dall’invasione della Penisola, era costretto a portarsi dietro i senatori precisamente per ammonirli con la presenza minacciosa delle truppe.

Infine veniva il popolo. Dopo i pretoriani e dopo il Senato, era questo il terzo grande sostegno del regime otoniano. L’aumento delle spese militari per la guerra in corso e la conseguente impennata dei prezzi avevano già provocato la rarefazione di alcuni generi alimentari, colpendo in primo luogo i ceti medi della capitale. Né i ricchi, per ovvie ragioni, né i proletari, mantenuti dallo Stato con la politica delle frumentazioni, avevano per adesso seri motivi di scontento, ma i piccoli commercianti, gli artigiani, i bottegai, risentivano già le conseguenze economiche della guerra appena iniziata. Queste classi per prosperare abbisognavano di ordine, di pace e di sicurezza nei trasporti; invece l’inizio del governo di Otone era incominciato con una guerra e una spaventosa minaccia d’invasione. Per aggravare lo stato di cose esistente, le piogge torrenziali di marzo avevano ingrossato a dismisura il Tevere, dando luogo a una disastrosa inondazione che provocò il crollo dell’antico ponte Sublicio e l’allagamento di una gran parte della città, con il conseguente deterioramento delle merci stivate nei magazzini e non poche vittime fra la popolazione. Un serio allagamento interruppe pure la via Flaminia poco a nord di Roma e prostrò ulteriormente il già scosso morale dei Romani.

Otone partì da Roma in mezzo a questi presagi sfavorevoli, in un triste mattino di pioggia, il 14 marzo del 69. Camminava a piedi in mezzo ai suoi soldati, armato come uno qualsiasi di loro, dopo aver rivolto al popolo un discorso pieno di moderazione, in cui fece una breve esposizione delle vicende che avevano condotto alla guerra. La sua uscita da Roma sulla Flaminia fu accompagnata da una manifestazione di solidarietà popolare così massiccia e calorosa, che in quel momento si sarebbe detto tutta Roma fosse per lui. Certo molto avevano influito, sull’animo dei cittadini, i racconti dei profughi dei paesi invasi dal nemico, le atrocità di Metz, lo sterminio degli Elvezi. Ma oltre a questo, è probabile che il popolo di Roma fosse rimasto sinceramente colpito dall’instancabile energia dispiegata dall’imperatore durante quei due brevi e agitati mesi di regno. Fu una vera sorpresa per i Romani che di lui ricordavano l’effeminato gaudente delle orge di Nerone e non avevano certo sospettato il cambiamento prodotto in lui dai dieci anni trascorsi in Lusitania. Perfino Tacito, che riserba alla figura di Otone un atteggiamento di malanimo preconcetto paragonabile solo a quello sfogato nei confronti di Tiberio, è costretto ad ammettere che egli, salito al potere, smentì in pieno la sua antica fama rivelando una decisione e un’energia affatto insospettate. Lasciava in Roma un governo nominale costituito dai senatori rimasti e il potere effettivo nelle mani di suo fratello, Salvio Tiziano. E’ degno di nota il fatto che nella capitale si trovava anche il fratello di Vitellio, Lucio, al quale non venne torto un capello ma che dovette partire al seguito dell’esercito di Otone.

La flotta mandata da Otone a molestare le comunicazioni sul fianco di Valente aprì la guerra civile riportando alcuni successi, per altro vergognosi a causa delle crudeltà perpetrate contro gl’inermi abitanti e insufficienti a spostare l’asse della situazione strategica. Composto da marinai e soldati particolarmente feroci e indisciplinati, il corpo di spedizione otoniano non faceva alcuna distinzione tra esercito nemico e popolazione civile, e giunse a tale stato d’insofferenza di ogni disciplina da gettare in catene uno dei comandanti e da mettere in disparte un altro, sì che il comando effettivo rimase al solo tedio Clemente, uomo ambizioso, violento e uso ad assecondare interamente le turbolenze della soldatesca. Le rapine e prepotenze commesse sulle coste della Tuscia e della Liguria furono tali da spingere il locale procuratore ad armare gli aitanti per provvedere da sé alla propria difesa, spingendolo nelle braccia di Vitellio. I soldati di Otone disfecero, com’era prevedibile, quelle forze raccogliticce, saccheggiarono orrendamente l’infelice Albintimilium (Ventimiglia) e si scatenarono una spietata caccia all’uomo fra l’atterrita popolazione, nella quale perse la vita, fra l’altro, anche una lontana parente dello storico Tacito.

Spostatasi quindi sulle coste della Gallia Narbonense, la lotta provocò l’intervento di alcune coorti ausiliarie germaniche e di un distaccamento di cavalleria, mandati da Fabio Valente a difendere la regione dagli attacchi degli otoniani. Le forze di Clemente accettarono la battaglia, che ebbe luogo non lungi da Forum Iulii (Fréjus), la patria del famoso generale Giulio Agricola. I Vitelliani furono sconfitti e inseguiti, e dopo aver tentato un contrattacco notturno contro l’accampamento nemico, subirono una disfatta totale; ma gli otoniani non poterono sfruttare il successo e si ritirarono ad Albingaulum (Albenga). Nello stesso torno di tempo il procuratore della Corsica, Decimo Pacarlo, tentò di trascinare i capi dell’isola dalla parte dei Vitelliani, ma, dopo una lotta oscura e feroce in cui perdettero la vita sia Pacario che alcuni fedeli Otoniani, i Corsi spedirono a Otone la testa del procuratore ribelle e, per il resto, se ne rimasero neutrali.

Il generale otoniano Spurinna aveva frattanto raggiunto Piacenza con tre coorti pretorie, un migliaio di legionari illirici e poca cavalleria, fortificandosi e attendendo l’arrivo del collega Annio Gallo colla legione I Adiutrix. Cecina, che era sceso in Italia per primo e che, pur subendo qualche smacco in modesti fatti d’armi, aveva raggiunto con le sue forze al completo la linea del Po, si preparò ad investire Piacenza, la principale roccaforte otoniana dello scacchiere. L’esercito otoniano a sua volta era talmente bramoso di battersi che obbligò Spurinna a lasciare le robuste mura di Piacenza per cercare lo scontro in campo aperto, e solo in un secondo momento, tornato a più ragionevoli consigli, s’indusse a rientrare in città. Per due volte consecutive le truppe di Cecina si lanciarono all’assalto di Piacenza, senza una adeguata preparazione d’artiglieria, e subirono una sconfitta clamorosa, tanto da esser costrette a ripassare sulla riva settentrionale del Po e ripiegare su Cremona. Giungeva frattanto Annio Gallo con la sua legione in soccorso di Piacenza e, come seppe dell’esito favorevole della battaglia, si portò a Bedriaco, sulla strada principale fra Verona e Cremona, principalmente per l’impazienza di battersi delle sue truppe. Come si vede, una costante di questa guerra fu che in entrambi gli eserciti i capi dovettero sottostare continuamente agli ardori incontrollabili dei propri soldati.

Cecina era dunque stato respinto a nord del Po e costretto a segnare il passo; Valente era ancora ben lontano, in marcia col suo esercito verso Ticinum (Pavia). Il comandante otoniano Macro col corpo dei gladiatori compì allora un’audace sortita sulla riva sinistra del Po, sorprese gli ausiliari germanici e inflisse loro una completa disfatta a poca distanza da Verona. Anche questa volta i soldati entusiasmati dalla vittoria reclamarono a gran voce un inseguimento a fondo, che naturalmente Macro non permise, e indignati ripresero a mormorare che gli ufficiali stavano tradendo volontariamente la causa di Otone; alcuni arrivarono a scrivere lettere all’imperatore per ammonirlo della presunta minaccia. Il risultato di questo clima di diffidenza esasperata, aggravato dal fatto che Otone non prendeva parte personalmente alle azioni di guerra, fu il richiamo di Salvio Tiziano da Roma e l’affidamento nelle sue mani della suprema direzione militare. Questo fu un altro grave errore, perché il fratello di Otone era altrettanto incompetente in materia di guerra dell’imperatore.

I continui insuccessi subiti, benché non gravi sul piano strategico generale, avevano causato grave malcontento fra le truppe vitelliane, scese in Italia precedute da una fama di invincibilità e certe di riportare un rapido e facile successo sulle forze pretoriane, da loro disprezzate come oziose ed imbelli. L’impetuoso Cecina in particolare aveva motivo di rammaricarsi per la piega poco favorevole presa dagli eventi. Egli era calato giù dalle Alpi forte di una ammirazione entusiastica da parte dei suoi soldati, la quale cominciava adesso pericolosamente a venir meno. Benché la via della pianura gli fosse stata dischiusa, per un colpo di fortuna, dalla defezione della cavalleria siliana, e benché la sua marcia dalle rive del Reno fosse stata molto più breve e spedita di quella di Fabio Valente, pure egli stava riducendosi a dover attendere l’arrivo di quest’ultimo. Cecina e Valente però non si erano mai amati e nemmeno stimati, e il primo aveva chiaramente sperato di poter decidere le sorti del conflitto prima del sopraggiungere del collega-rivale. Questi sentimenti, uniti al desiderio di riconquistare la fiducia delle truppe, indussero Cecina a tentare nuovamente la sorte delle armi presso il «Locus Castorum», una località lungo la Via Postumia ove sorgeva un tempio dedicato ai Diòscuri, Castore e Polluce. Egli aveva disposto una trappola per gli otoniani, sfruttando il rilievo collinare fittamente boscato che dominava la strada, e sul quale aveva occultato il nerbo delle proprie forze.

La sua cavalleria, compiuta una finta, si ritirò velocemente sperando di attirare gl’inseguitori nell’imboscata. Ma gli otoniani erano comandati da due capi abilissimi, Annio Gallo per la cavalleria e Svetonio Paolino per la fanteria, e non si lasciarono attirare nella trappola. Così, quando il grosso dei vitelliani, temendo di lasciar fuggire l’occasione favorevole, irruppe anzi tempo dai suoi nascondigli naturali, la sorpresa che aveva riservata al nemico si volse contro di esso. In breve i vitelliani si trovarono stretti fra la I legione Adiutrix sulla fronte, le coorti pretorie sui fianchi e la cavalleria di Gallo sul tergo, e subirono perdite molto gravi. Cecina, resosi conto di quanto stava accadendo, continuamente alimentava la battaglia immettendovi forze fresche, ma per deficienze nell’azione di comando o forse per la cattiva organizzazione logistica esse intervennero a sprazzi, senza la concentrazione necessaria per rovesciare le sorti della lotta. Ne seguì una serie di azioni piuttosto confuse, nelle quali i vitelliani, incalzati vigorosamente d’ogni lato, si ridussero a far quadrato nell’intrico dei vigneti, degli alberi da frutto e dei cespugli. Privi di campo di vista, anche gli otoniani avanzatisi troppo subirono perdite notevoli, mentre la battaglia degenerava in una serie di duelli e zuffe isolate.

Fu a questo punto che Svetonio Paolino rinnovò la lotta gettandovi tutte le forze di fanteria di cui disponeva. Esse avanzarono con impeto irresistibile e i vitelliani, il cui morale era ormai fortemente scosso, insieme con la fiducia nei propri capi, si davano alla fuga su tutta la linea. Così la battaglia del «Locus Castorum» si concludeva lasciando la poderosa armata di Cecina completamente sbaragliata e in ritirata verso il proprio accampamento.

L’ira impotente degli sconfitti si riversò, non del tutto a torto, contro gli ufficiali, e lo stesso prefetto del campo venne arrestato e messo in catene sotto l’accusa di tradimento a favore di Otone. Sia gli otoniani che i vitelliani concordemente sostennero in seguito che se Svetonio Paolino non avesse ordinato di sospendere l’inseguimento, l’esercito di Cecina avrebbe subito quel giorno una disfatta decisiva. D’altra parte, storici moderni hanno lodato la prudenza di Svetonio, sottolineando il fatto che le sue truppe erano esauste dopo una giornata di marce e combattimenti, e dimenticando, mi sembra, che gli attacchi ostinatissimi di Antonio Primo a Cremona dimostrano come la stanchezza per aver sostenuto delle lotte anche massacranti, ma vittoriose, non è tale da paragonarsi a quella dei vinti, e che nelle guerre civili è talvolta un errore voler frenare l’ardore dei soldati. Certo è che Paolino venne aspramente criticato dai suoi uomini per averli fermati proprio a un passo da un successo strepitoso; ma noi non siamo abbastanza informati della reale situazione esistente per poter decidere senz’altro se il successo tattico degli otoniani era davvero suscettibile di esser trasformato in una grande vittoria strategica. Non sappiamo, ad esempio, perché l’opportunità di trasformare la ritirata dei vitelliani in una rotta non venne sfruttata prontamente dalla cavalleria di Annio Gallo. E’ molto probabile che lo stato di confusione e disorganizzazione in cui versavano entrambi gli eserciti, i vincitori non meno dei vinti, fosse tale da far temere a Paolino che il successo conseguito potesse provocare, in quelle condizioni, lo sbandamento dell’esercito. Una cosa almeno sembra certa, ed è che Paolino, stratega metodico e paziente, ma troppo ‘tecnico’, non era l’uomo adatto a comandare l’esercito in una guerra civile, dove i fattori emotivi giocano un ruolo altrettanto decisivo di quelli tattici e dove si richiedono decisioni rapide e improvvise, audaci e magari contrarie a tutte le norme più elementari della strategia. Questo fu il segreto delle vittorie clamorose di Antonio Primo alcuni mesi dopo; e questo fu il segreto della sconfitta finale di un comandante abile e prudente e professionalmente assai preparato, com’era Svetonio Paolino.

Se gli otoniani non fossero stati disperatamente in lotta contro il tempo, forse, sotto la guida di un capo cosi esperto, non avrebbero mai perduta la guerra, tanto più che se difettavano invero di disciplina, non mancavano però certamente di coraggio e di valore. Ma il tempo era contro di loro, e questo li obbligò a battersi in condizioni sfavorevoli, decidendo così l’esito della guerra.

Questi iniziali rovesci valsero a riportare le truppe vitelliane a una più serena valutazione della forza del nemico, che all’inizio tanto avevano disprezzato. Naturalmente la sconfitta del «Locus Castorum» fu un duro colpo per la reputazione di Cecina, tuttavia stimolò rabbiosamente le sue truppe a cercare una schiacciante rivincita. Per prima cosa, dal momento che gli otoniani non insistevano nell’azione, si decise di aspettare l’esercito di Valente per dare poi battaglia a forze riunite. Quest’ultimo si trovava ancora a Pavia e fu lì che apprese della sconfitta di Cecina. Da tempo, come si è visto, gli ausiliari batavi erano motivo di disordine e nervosismo fra le truppe, col loro atteggiamento arrogante e il loro sprezzo verso ogni forma di disciplina. Valente cercò di sbarazzarsi di questi incomodi alleati ordinando loro di recarsi in soccorso delle coste della Narbonense, attaccate dalla flotta otoniana; ma ne nacque un tale tumulto nell’accampamento, che lo stesso comandante, preso a sassate e inseguito, si salvò a stento nascondendosi travestito da servo. I soldati inferociti irruppero nella sua tenda, frugando per ogni dove alla ricerca delle favolose ricchezze che egli, a quanto si diceva, aveva segretamente accumulato durante la marcia attraverso la Gallia. Poi, non avendo trovato nulla, e calmatisi alquanto, con uno di quei capovolgimenti d’umore così caratteristici di questa guerra, spontaneamente tornarono all’obbedienza e festeggiarono il redivivo generale coi segni più infantili del pentimento e del rimorso. Valente comunque non osò punire nessuno; piuttosto, comprendendo che l’unico modo di ristabilire un po’ di disciplina era quello di affrettare la battaglia, con rapida marcia da Pavia si portò a Cremona e infine si ricongiunse con l’esercito di Cecina. Tale movimento, operato in tutta sicurezza e senza ostacoli da parte del nemico, capovolgeva interamente la situazione strategica dei due eserciti contrapposti. Le armate di Otone e di Cecina, forti di circa 30.000 uomini ciascuna, si erano battute finora ad armi pari; con l’arrivo di Valente i vitelliani portavano le loro forze complessive a non meno di 70.000 uomini, con un rapporto di superiorità, dunque, di più che due a uno.

In tali condizioni era tanto l’interesse dei vitelliani ad affrettare lo scontro decisivo, quanto lo era degli otoniani cercar di ritardarlo. Se prima del congiungimento tra Cecina e Valente il tempo lavorava a favore di questi ultimi, e dunque consigliava a Otone un attacco deciso contro la prima delle due armate nemiche, ora il tempo lavorava a favore di Otone, e consigliava a Cecina e Valente di attaccare al più presto. Ad Aquileia infatti cominciavano già ad affluire le avanguardie delle legioni di Mesia, Pannonia e Dalmazia: tempo poche settimane, pochi giorni forse, e il rapporto di forze avrebbe potuto di nuovo ribaltarsi. E infatti sia Paolino, sia, come pare, Gallo e Gelso, ossia tutti i migliori strateghi del partito di Otone, consigliavano il loro imperatore di aspettare, di prender tempo, sia per ricevere il decisivo apporto delle legioni danubiane, sia per indebolire il nemico già a corto di viveri nella pianura devastata, e non avvezzo ai forti estivi della valle padana.

Un primo rovescio, benché di carattere limitato, ai subito gli otoniani sulla riva del Po, a causa dell’avventatezza di Macro, che aveva esposto il corpo dei gladiatori a una inutile strage. Tuttavia la linea del fiume era sempre saldamente presidiata; Piacenza agguerrita e vittoriosa, pronta a respingere eventuali attacchi; abbondanti le scorte di rifornimenti, grazie alla padronanza delle vie di comunicazione e al dominio del mare, laddove i vitelliani erano strettì e quasi intrappolati tra il grande fiume e la barriera della Alpi. Il fratello di Otone, Tiziano, capo nominale dell’esercito, e il prefetto Proculo, comandante effettivo, erano però di diverso avviso.

Essi proponevano un attacco immediato e l’imperatore, poco esperto – al pari di loro – in questioni strategiche, ascoltò i loro consigli con piacere. A Bedriaco, intorno al 10 aprile si tenne un consiglio di guerra nel campo otoniano, in cui le prudenti ammonizioni di Paolino furono respinte e Otone decise per la battaglia campale immediata. La storia per grandissimo tempo si è affannata invano per cercar comprendere le ragioni che indussero l’imperatore a prendere una simile decisione. Come egli pensasse di poter battere un’armata esperta, agguerrita e compatta di 70.000 legionari e ausiliari, quand’egli schierava un esercito poco allenato di soli 30.000, e forse meno, è un punto che aspetta ancora di essere chiarito. A noi non è dato che di avanzare delle ipotesi, le quali forse non andranno poi molto lontano dal vero, ma che non potranno mai aspirare a divenire, un giorno, certezze.

Primo: l’entusiasmo quasi incontenibile delle truppe, stimolate dai successi iniziali, e la loro diffidenza verso i capi, che forse si era estesa all’animo dello stesso imperatore. Secondo: la fretta di concludere al più presto la guerra, di far ritorno a Roma, che manifestavano più o meno apertamente molti senatori e ufficiali, sostenitori malfidi, partiti senza troppo entusiasmo, e non avvezzi alle fatiche del campo. Terzo: il timore di una avanzata vitelliana da Cremona su Verona e Vicenza verso Padova e Altino, che avrebbe tagliato fuori l’esercito d’Italia dai tanto attesi rinforzi balcanici. Quarto: l’inopportunità, per non dire l’impossibilità, di abbandonare ulteriormente la valle padana al saccheggio del nemico, assistendovi indifferenti con le armi al piede sotto gli occhi della popolazione. Giova ricordare infatti che l’Italia da grandissimo tempo non conosceva più gli orrori di un’invasione e della guerra e che il partito di Otone, appoggiandosi sul Senato e sul popolo romano quali fonti di legittimità, non poteva tollerare di lasciar più oltre indifese le popolazioni della Penisola. Quinto: il timore del sopraggiungere del terzo esercito nemico, condotto dal generalissimo in persona, timore peraltro minimizzato, stranamente, da Svetonio Paolino. E sesto, infine, una sorta di insofferenza e di fatalismo che si erano impadroniti dell’animo di Otone, più che mai stanco di sangue e di stragi, più che mai impaziente del domani, un’insofferenza e un fatalismo tali da fargli preferire un rischio serio a un’attesa sicura.

Vi sarebbe poi un’ulteriore spiegazione, accolta però con beneficio d’inventario già dalla storiografia contemporanea, secondo la quale in entrambi gli eserciti stava prendendo corpo silenziosamente l’idea di sospendere la lolla per deporre sia Otone che Vitellio ed eleggere un nuovo imperatore che, nel campo di Bedriaco, si sussurrava avrebbe potuto essere Paolino.

Nemmeno il piano militare di Otone è molto chiaro. Pare che l’obiettivo ultimo dell’avanzata da Bedriaco dovesse essere l’avvolgimento della cittadella di Cremona coi due eserciti nemici, colà concentrati; avvolgimento che l’esercito di Bedriaco avrebbe condotto da tergo e le legioni pannoniche e mesiche avanzanti da Aquileia avrebbero dovuto, in un secondo tempo, completare sulla fronte. Come Otone, suo fratello e il suo prefetto del Pretorio pensassero poi di realizzare concretamente tale manovra, con un esercito inferiore di più della metà a quello avversario; come insomma pensassero di iniziare l’accerchiamento di un’armata di 70.000 uomini con una di neanche 30.000, questo, lo ripetiamo, è e resterà un mistero. Bisogna concludere necessariamente che, o erano male informati sulla consistenza numerica del nemico, oppure puntavano tutte le loro carte sul vantaggio della sorpresa. Un altro grave errore fu, da parte di Otone, e su consiglio di Tiziano e Proculo, quello di non partecipare personalmente alla battaglia, quantunque la sua presenza avrebbe rianimato moltissimo i soldati che avevano poca o punta fiducia in tutti gli altri capi. Peggio ancora, l’imperatore, nel ritirarsi a Brescello ove sarebbe rimasto passivamente ad attendere l’esito dell’operazione, portò seco alcune agguerrite coorti pretorie e reparti di cavalleria leggera, che non furono di nessuna utilità mentre avrebbero potuto riuscir preziosi nella battaglia; la loro partenza, insieme a quella dell’amatissimo principe, demoralizzò fin dal principio i soldati. Tutto sommato, è probabile che alla battaglia di Bedriaco non abbiano preso parte effettivamente più di 20.000 otoniani, il che dice tutto ma non depone certo a favore della lungimiranza e delle capacità professionali dei loro comandanti. Quanto al Senato, o meglio a quella parte di esso, pur cospicua, che aveva seguito Otone nell’Italia settentrionale, essa rimase indietro, al sicuro, in Modena.

L’esercito otoniano, uscito il 13 aprile dal campo di Bedriaco, equipaggiato pesantemente, percorse sedici miglia lungo la via Postumia sino alla confluenza dell’Adda con il Po. Qui venne a sapere della vicinanza dell’esercito nemico e sia Paolino che Gelso proposero una sosta per rinfrancare i soldati dopo la lunga marcia. Ma sia Tiziano che Proculo mordevano il freno, e l’arrivo di un corriere dell’imperatore incitante all’azione vinse ogni esitazione. Giunti gli otoniani a breve distanza dal campo nemico, ma sempre fuori di vista per la fitta vegetazione di vigneti e frutteti, ond’è celebre ancor oggi quella regione, Cecina fu sorpreso dalla notizia mentre stava recandosi a un abboccamento con alcuni ufficiali avversari, che rimandò subito, e Valente, rimasto per il momento unico comandante, ordinò di assumere lo schieramento di battaglia. La cavalleria vitelliana uscì per prima, né è ben chiaro se con compiti di esplorazione o per saggiare la forza del nemico, ma al primo urto coll’avanguardia otoniana venne respinta e volta disordinatamente in fuga verso il proprio accampamento. Fu necessario che i legionari germanici l’accogliessero colle spade puntate contro il petto dei cavalli, per evitare che avvenisse una rotta e per obbligarla a riordinarsi e tornare in linea. Uscì quindi allo scoperto il grosso della fanteria vitelliana, molto più numerosa dell’avversaria e perfettamente ordinata a battaglia. Pare che gli otoniani siano stati vittime di qualche equivoco se non di una vera e propria macchinazione, perché tra le loro file era corsa la voce che un accordo era stato raggiunto con l’esercito nemico e pertanto accolsero la sua avanzata con saluti amichevoli. Svetonio attribuisce a questo episodio un peso determinante sull’esito finale della battaglia. Certo è che, mentre gli otoniani facevano il saluto e il loro ardore combattivo stava scemando per la certezza di una tregua, i vitelliani lanciarono l’attacco su tutta la fronte con forze compatte. Cionondimeno i soldati d’Italia, vinto il primo attimo di sorpresa, diedero di piglio alle armi e si impegnarono strenuamente nella lotta.

L’urto iniziale si spezzò e si frantumò, proprio come nella battaglia precedente, in una serie di scontri slegati e confusi, ma estremamente violenti, caratterizzati dall’ignoranza dei singoli reparti circa la situazione generale, ignoranza dovuta principalmente alla mancanza di campo visivo. Si può dunque dire che la famosa battaglia di Bedriaco consistette effettivamente di tanti scontri spezzati e divisi, la cui risultante decise le sorti della giornata. La I legione Adiutrix di nuova formazione si batté egregiamente e strappò perfino l’aquila della XXI Rapax, formata dai bellicosi veterani di Germania. La XIII danubiana, o piuttosto le truppe scelte di essa giunte in tempo da Aquileia, fu ricacciata invece dalla V dell’esercito germanico inferiore. E la XIV «Gemina», anch’essa formata da effettivi ridotti, si trovò accerchiata da preponderanti forze vitelliane. Nonostante la sproporzione numerica, la battaglia fu lunga e l’esito contrastatissimo. A sera, finalmente, l’arrivo delle coorti batave reduci dalla vittoria sui gladiatori diede ai vitelliani la spinta decisiva. La ritirata degli otoniani fu talmente precipitosa ch’essi, benché spossati per la marcia e la battaglia, rifecero tutte le sedici miglia in una volta sola fino al campo di Bedriaco, che gli avversari non osarono attaccare.

I sentimenti dei pretoriani non erano tanto di abbattimento per la sconfitta quanto di indignazione contro i propri capi, ritenuti responsabili di essa; giacché essi fin dalla dimane della sanguinosissima battaglia non si ritenevano battuti sul campo e covavano quel desiderio di rivincita che esploderà violentemente pochi mesi dopo, non appena un nuovo capo si farà avanti per sostituire Otone nella lotta contro le pretese di Vitellio. Il giorno successivo allo scontro, comunque, deposta per il momento ogni velleità di proseguire la lotta, furono gli stessi otoniani ad aprire il proprio campo e ad accogliere i vincitori, coi quali fraternizzarono immediatamente.

La notizia della disfatta di Bedriaco giunse ad Otone insieme alle truppe sbandate del suo esercito che rientravano dal campo di battaglia. Ufficiali e soldati concordemente manifestavano all’imperatore la loro solidarietà e il loro spirito combattivo, e lo incitavano a non disperare. Invero, nulla sembrava ancora perduto, nonostante la tremenda sconfitta e l’incalzare del tempo. La linea del Po era discretamente presidiata, la cittadella di Piacenza ben munita, e il grande fiume gonfio d’acque per il disgelo primaverile, e dunque difficile a valicare in presenza dei difensori. A Brescello, presso l’imperatore, diverse coorti pretorie, reparti di cavalleria ed esploratori, truppe bene equipaggiate e abbastanza forti da contrastare un’irruzione nemica in direzione di Verona. Ad Aquileia poi stavano continuando ad affluire gli scaglioni delle legioni danubiane, che alla battaglia di Bedriaco avevan potuto mandare solo delle modeste avanguardie. La flotta intatta e vittoriosa, le risorse finanziarie e alimentari della Penisola, l’autorità del Senato, l’appoggio del popolo di Roma e, infine, la grande riserva di truppe dell’Oriente, tutti questi fattori stavano pur sempre dalla parte di Otone. E’ difficile dire se la sua decisione di non combattere più, espressa serenamente e lucidamente davanti agli ufficiali sconcertati, fosse giustificata su un piano puramente militare. Le armate di Cecina e Valente difficilmente avrebbero potuto forzare la linea del Po in tempi brevi e non avrebbero mai osato imboccare la via di Roma con la minaccia delle legioni illiriche e pannoniche sul tergo. E’ vero che Vitellio con un nuovo, grande esercito si stava approssimando da oltre le Alpi, ma anche così l’esito della lotta restava sempre aperto ad ogni soluzione.

Certo la decisione di Otone fu saggia e magnanima sul piano umano. I suoi sentimenti di esteta raffinato educato al senso della misura, proprio della filosofia stoica, erano inorriditi pel sangue già copiosamente versato e per i mali che travagliavano lo Stato, da lui sinceramente amato. La sua fine, di una nobiltà e compostezza che lasciò stupiti i suoi antichi compagni di gozzoviglia, getta una luce favorevole sulla memoria di questo sfortunato imperatore, che aveva regnato per soli tre mesi dimostrando energia e larghezza di vedute. Se Galba, secondo il mordace giudizio di Tacito, era stato universalmente ritenuto degno dell’Impero, se solo non lo avesse ricevuto, di Otone si potrebbe dire esattamente il contrario, che disprezzato durante la sua vita privata per i vizi e il lusso sfrenato, si rivelò uomo assai migliore quando fu salito all’Impero.

Mentre tutti, affollati intorno alla sua tenda, cercavano di convincerlo a continuare la lotta, Otone respinse con fermezza l’invito, li ringraziò per quanto avevano fatto per lui, e disse di non volere che altri giovani coraggiosi dovessero morire per lui. Ricordò i suoi tentativi di evitare la guerra e di convincere Vitellio a ceder pacificamente il potere, e si disse risoluto a impedire che lo spargimento di sangue avesse a continuare. Che stesse già pensando al suicidio fu chiaro, allorché, respingendo le insistenze dei suoi, disse: – Basta, è tempo di separarci: voi andate a vivere, io a permettervi di farlo. – Rientrato nella tenda, ricevette ancora in udienza privata, per tutta la sera, quanti lo vollero, e per ciascuno ebbe parole generose ed affabili. Disse di non essere adirato né con la sorte, né con i suoi, poiché accusano gli dèi e gli uomini coloro che bramano smodatamente la vita; anzi non parlò della sconfitta ma sottolineò il valore dei suoi soldati, meritevoli – disse – di miglior fortuna. Conforme alle dottrine dello stoicismo, seppe mostrarsi in tutto e per tutto pari al destino, così nella buona come nell’avversa fortuna – e più in quest’ultima, come osserva giustamente anche Tacito. Distrusse quindi le lettere che, cadute nelle mani del nemico, avrebbero potuto compromettere i suoi fedeli; e saputo che molti soldati, demoralizzati dal suo atteggiamento, si stavano sbandando e venivano perciò trattati dagli ufficiali alla stregua di disertori, raccomandò che a nessuno fosse fatto del male per causa sua. Infine scrisse due lettere private, una alla sorella e l’altra alla vedova di Nerone, Messalina, la donna che aveva deciso di sposare, accomiatandosi e rincuorandole. Bevve un po’ d’acqua fresca e chiese due coltelli, poi ne mise uno sotto il guanciale e finalmente andò a dormire.

Al mattino, i servi furono richiamati nella tenda da un gemito: entrarono in tempo per trovare solo un cadavere. Era il 14 aprile del 69. Con la morte di Otone la prima fase della sanguinosa guerra civile può dirsi conclusa, poiché tanto i pretoriani che le legioni danubiane, sconcertati dalla perdita improvvisa del loro capo, nel quale avevano riposto – specialmente i primi – ogni fiducia, cessarono la resistenza quasi subito. Solo le truppe di Aquileia rimasero in quella città con le armi al piede, piene di sordo risentimento, in attesa di vedere quel che sarebbe successo.

La notizia della morte di Otone, i Senatori che con questi erano partiti e che si erano fermati a Modena erano in pericolo, in quanto da una parte i soldati lì stanziati non credevano alla morte di Otone e pensavano invece che il Senato gli fosse ostile, dall’altra non potevano tardare troppo prima di dichiararsi per Vitellio. Quando poi decisero di passare formalmente dalla parte di Vitellio, Ceno, liberto di Nerone, per mantenere validi i salvacondotti dati da Otone, diffuse la notizia che l’arrivo della legione quattordicesima aveva capovolto la situazione. Giunto a Roma, dopo poco tempo pagò per questa colpa su ordine di Vitellio, ma intanto i soldati che i senatori avevano attorno credevano ancora che Otone fosse vivo, e che loro lo avessero tradito. Ogni senatore cercò di salvarsi per proprio conto, finché una lettera di Fabio Valente non dissipò la paura ed i dubbi. Giunta la certezza della morte di Otone anche a Roma, si onorarono apertamente Galba, Vitellio e coloro che avevano contribuito alla sua vittoria.

Aulo Vitellio Vitellio, saputa la fausta nuova, incontrò a Lione Cecina e Valente, e decise cosa farsene degli Otoniani, fra i quali uccise i centurioni più valorosi. Questo fatto principalmente gli inimicò le legioni dell’Illirico (la tredicesima Gemina, la settima Galbiana, l’undicesima Claudia, la quattordicesima, la settima Claudiana, l’ottava Augusta e la terza Gallica) che erano appartenute ad Otone. Vitellio era preoccupato del fatto che le legioni sconfitte non si dimostravano tali, in particolare la legio XIV, che aveva partecipato alla battaglia solo con delle vessillazioni, e che decise di inviare in Britannia. Inviò poi la legio I Adiutrix in Spagna, la legio XI in Dalmazia e la legio VII in Pannonia, mentre la legio XIII fu messa a costruire anfiteatri. Congedò inoltre le coorti pretoriane con un lauto compenso, e questo avrebbe avuto una grave ripercussione nella guerra contro Vespasiano. Mandò poi i Batavi in Germania, e così successe con gli altri ausiliari della Gallia, inoltre affinché le risorse dello stato fossero sufficienti, limitò il numero degli effettivi nelle legioni, abolendo le riserve; ciò però aggravò il carico su ogni soldato.[84] Intanto però nella sua lenta marcia verso Roma organizzava fastosi banchetti.

Dopo una strage avvenuta a sette miglia da Roma che coinvolse molti cittadini dell’Urbe, Vitellio, convinto a non comportarsi come se la stesse conquistando, vi entrò con la toga pretesta e l’esercito in pompa magna. Non potendo sistemare tutti nei quartieri costruiti per i soldati, trasformò Roma in gigantesco accampamento, acquartierando i militari in quasi ogni abitazione, mentre alcuni si accamparono nelle zone malsane del Vaticano e qui si diffusero le malattie specialmente fra Galli e Germani, non abituati com’erano al caldo. Assistendo i milites all’opulenza cittadina, trovandosi in mezzo a tutto quell’argento ed oro, a fatica vennero trattenuti dal saccheggiare la città…(…continua con Vespasiano)

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