I greci in fuga

Aiace ed EttoreDa nove anni i greci assediano la città di Troia, Minerva, protettrice dei greci, e Apollo, che è dalle parte dei troiani, hanno voglia di vedere qualcosa di nuovo. Da loro ispirato, un figlio di re Priamo, Eleno, convince il fratello Ettore a sfidare il più forte tra i nemici: vada tranquillo, gli spegia, perché non si vede nel suo destino alcun segnale di morte. Ettore esulta e ferma gridando gli eserciti. Venga avanti chi ha coraggio; unica condizione, il vincitore renderà al suo popolo la salma dello sconfitto. I greci tacciono, hanno vergogna di rifiutare e timore di accettare. Li rimprovera Menelao, che comincia irosamente ad armarsi ma si ferma quando Agamennone ricorda come perfino Achille tremasse all’idea di battersi con Ettore. Si decide allora di tentare la sorte. Concorrono dieci tra i migliori e viene indicato Aiace Telamonio. E’ il più duro avversario che potesse toccare all’eroe troiano. Aiace avanza sul campo con uno spaventoso sorriso, protetto da uno scudo che sembra un torre, sette pelli di toro e un ultimo strato di rame. Ettore, malgrado tutta la sua baldanza, sente battere forte il cuore nel petto. La sua lancia fora sei delle sette pelli, ma si impiglia nell’ultima; l’asta di Aiace trapassa invece lo scudo del troiano e gli sfiora il corpo. Ettore, ferito poi da un colpo di spada, afferra un enorme sasso, fermato però dal formidabile scudo di Aiace che alza a sua volta un macigno ancor più pesante e lo abbatte sul nemico. Ma intanto è scesa la sera, gli araldi dei due popoli consigliano di smettere. Tanto Ettore quanto Aiace sono soddisfatti: hanno mostrato tutto il loro valore, sono rimasti in vita. Si scambiano cavallerescamente dei doni e tornano fra i loro. Unici delusi Minerva e Apollo che avevano seguito lo scontro dall’alto di una quercia in forma di avvoltoi. Assedianti e difensori della città sono intanto ugualmente preoccupati. I troiani parlano di restituire Elena per far finire la guerra, ma Paride si oppone. Nestore, il più saggio fra i greci, consiglia di proteggere le navi costruendo una palizzata munita di torri e di porte, con una profonda fossa capcedi fermare i carri nemici. I soldati sono stranchi; l’offerta troiana di una tregua per bruciare i cadaveri viene accettata. E’ un momento di dolore e di pianto; ma peggio sarà l’indomani , perché il sommo Zeus impone agli dei di non aiutare più né troiani né greci, per cui gli uomini dovranno contare soltanto sulle proprie forze.

Alle luci dell’alba i troiani escono in massa dalle mura. Corrono i carri sulla pianura, ciascuno con un auriga ed un guerriero; volano le lance a seminare morte. I greci vengono sterminati in gran numero; persino il grande Diomede volta i cavalli e corre verso le navi. E’ una fuga generale. Ettore, alla testa dei suoi, vede giunto il momento di dare fuoco ai battelli nemici, rimasti senza quasi più difesa. A Minerva e Giunone, che tentano di soccorrere gli sconfitti, Zeus invia un terribile monito: o le due divinità obbediscono oppure verranno espulse dall’Olimpo. E scende finalmente la notte, sospirata dai greci. L’esercito di Agamennone tiene consiglio. Si sentono lontane le voci dei troiani. Ettore annuncia un attacco decisivo alle navi. Agamennone, che si sente in colpa per aver suscitato l’ira di Achille, scoppia in pianto e propone ai suoi di tornare in patria. Gli dà del codardo Diomede, fra le acclamazioni dei capi: resterà lui solo di fronte a Troia, se necessario, ma non fuggirà. Nestore, il sapiente consigliere, approva: ma è necessario, ammonisce, portare il discorso fino in fondo perché è in questa notte che i greci dovranno scegliere fra la rovina e la salvezza. Per salvarsi non c’è che un modo: restituisca Agamennone ad Achille la schiava Briseide, gli regali altre ricchezze e gli chieda perdono. Andrà dunque una delegazione greca alla tenda di Achille, guidata da Ulisse ed Aiace, per tentare di placare l’eroe. Se Achille tornerà a combattere  per i troiani non ci sarà scampo.

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