Il diluvio

I Giganti, figli di Gea, nati con le Erinni dal sangue di Urano mutilato da Crono, miravano al regno celeste e per raggiungerlo, per scalare l’Olimpo, avevano sovrapposto il monte Ossa e il monte Pelio. Menezio, ultimo, scellerato figlio di Giapeto, già inviso a Giove per aver sostenuto il padre e il fratello Atlante durante la guerra dei Titani, si mise a capo dell’impresa e Zeus lo abbatté con un fulmine precipitandolo nell’Erebo. Sconfisse poi i Giganti seppellendoli sotto quelle stesse montagne che essi avevano usato per spodestarlo. Dal loro sangue nacque una nuova, feroce razza umana, per sterminare la quale Zeus, riuniti a consiglio gli dei, stabilì di mandare sulla terra il diluvio. Ciascuno degli dei contribuì a sommergere il mondo: Poseidon, in particolare, prestò il più valido aiuto. Dopo giorni e giorni di pioggia incessante tutti gli uomini erano morti. Le nereidi erano emerse dal mare e avevano veduto i boschi e le loro sorelle terrene le ninfe; poi, frettolose, si erano
ritirate nelle profondità delle acque perché gli uomini invocavano il loro aiuto… ma ad esse non era consentito darlo. Dalla vasta, desolata distesa, sporgeva ora una sola cima. 

Come una piccola isola, la vetta del monte Parnaso, nella Ftiotide, era l’unico punto asciutto della terra. Tutto intorno,
mare senza fine. Ma ecco apparire una barca; simile a un rottame trasportato dalle brevi onde, si avvicinava veloce alla punta emergente del Parnaso. Sulla barca vi erano due persone vive, risparmiate da Giove a causa della loro bontà. Uno era l’unico figlio di Prometeo; l’altra era la figlia di Epimeteo e della sua sposa, l’ingenua incantatrice Pandora: i loro nomi erano Deucalione e Pirra. In loro soli sopravviveva l’intera razza umana. Già le acque si ritiravano: a poco a poco la terra
riemergeva scintillante alla vivida luce del sole. I fiumi, tornati gonfi nei loro letti, rompevano il silenzio. Desolati Deucalione e Pirra si chiedevano cosa avrebbero potuto fare in tanta solitudine, quando scorsero, alle foci del fiume Cefiso, le rovine del tempio di Temi. Erano coperte di muschio, il fuoco era spento sull’altare, ma i due superstiti, prostrati, implorarono l’aiuto della dea. Essa non fu insensibile alle sole voci che potevano giungerle dalla terra e, con una risposta alquanto sibillina, indicò loro una arcana soluzione: “Lungi di qua, con la testa coperta, le ossa della gran madre dietro alle vostre spalle…”
Deucalione capì: la grande madre era Gea, la terra. Le sue ossa, i sassi. I sassi gettati da Deucalione dietro alle sue spalle divennero uomini; donne, quelli gettati da Pirra. Uomini e donne che ripopolarono il mondo.

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