Un imperatore alla volta…Tito Flavio Domiziano

Domiziano CI Domiziano

Domiziano, nasce a Roma il 24 ottobre del 51 d. C.. E’ figlio di Vespasiano e fratello di Tito alla cui morte, a causa di febbri malariche, il 13 settembre 81 partì subito per Roma dove si fece acclamare imperatore dai pretoriani ed ai quali distribuì, come tradizione, la stessa somma che essi avevano ricevuto da Tito. Con l’obiettivo di rafforzare la struttura dell’Impero, da una parte attuò una politica di espansione territoriale (consolidamento della conquista della Britannia, costruzione del limes germanico, vittorie su catti, sarmati e suebi), dall’altra combatté il Senato ingraziandosi i ceti popolari e provinciali (estensione dei diritti di cittadinanza, concessione di cariche e onori). Si comportò, però, da sovrano assoluto, provocando  moti di rivolta e congiure, nel corso di una delle quali fu ucciso.

Per quanto personalmente privo di grandi doti di governo o di capacità militare Domiziano occupa un posto peculiare e assai importante. Cercò di fondare il suo dispotismo su una politica “popolare” di ricostruzione e di abbellimento di Roma, distrutta dall’incendio dell’80, ch’ebbe nuovi edifici (il palazzo imperiale sul Palatino, lo stadio di Piazza Navona, l’arco di Tito; fu terminato il Colosseo e iniziati il foro di Nerva e le terme di Traiano) e restauri lussuosi di numerosi templi, tra cui quello di Giove Capitolino. L’aspetto più positivo della sua politica sta tuttavia nello sforzo da lui compiuto per consolidare la struttura dell’Impero; cercando, di contro all’oligarchia senatoria, l’appoggio dei provinciali cui concesse munificamente cariche e onori, e a favore dei quali estese, come accennato, il diritto di cittadinanza. Domiziano si comportò durante il suo principato come sovrano assoluto: oltre a ventidue acclamazioni imperiali, a numerosi trionfi, ai titoli di Germanicus, Dacicus, Sarmaticus, egli assunse quello di Dominus et Deus. Tutto questo però era destinato a sollecitare, specialmente nel ceto più compresso, il senatorio, moti di rivolta e gesti di indipendenza. Fu poi inesorabile, e la sua durezza divenne, col procedere degli anni, ombrosa diffidenza: fra le vittime furono numerose.

Verso la fine dell’84, infatti, scoppiò al confine della Germania una pericolosa rivolta. Lucio Antonio Saturnino, legato della Germania superiore, si assicurò l’appoggio delle due legioni di stanza a Mogontiacum e di tribù germaniche stanziate oltre il Reno, e si fece proclamare imperatore. Lucio Antonio era probabilmente in intelligenza con senatori romani. Domiziano reagì immediatamente partendo da Roma con la guardia pretoriana e ordinando a Traiano di trasferire le sue due legioni dalla Spagna sul fronte del Reno. Ma non ci fu bisogno del loro intervento, perché nel gennaio dell’89 Norbano Appio Massimo, allora governatore dell’Aquitania o della Germania inferiore, si portò rapidamente sui rivoltosi, rimasti privi dell’appoggio dei Germani che non avevano potuto superare il Reno per il mancato congelamento delle acque. La battaglia, combattura a Castellum, vide la morte di Antonio Saturnino. Il Senato si affrettò a offrire sacrifici di ringraziamento, mentre Domiziano, giunto sul posto, ordinò di torturare e giustiziare un gran numero di ribelli sopravvissuti. La testa mozzata di Antonio fu inviata a Roma ed esposta nel Foro. Con la vittoria sui rivoltosi, che aveva dimostrato la sostanziale fedeltà dell’esercito all’imperatore, e una repressione nei confronti di elementi patrizi nella capitale, sulla quale mancano particolari, l’aristocrazia, sapendo di non essere in grado di rovesciare Domiziano né con un sollevamento militare, né tanto meno con un movimento popolare, mantenne la speranza di eliminare Domiziano attraverso una cospirazione di palazzo. A sua volta l’imperatore, consapevole che i suoi nemici agivano nell’ombra, raddoppiò la sua diffidenza e il suo odio nei confronti del Senato.

La sua sorte fu segnata quando gli uomini a lui più vicini lo tradirono. Un complotto di senatori, che garantirono a Marco Cocceio Nerva la successione all’impero, coinvolse la moglie Domizia e il procuratore Stefano, i cortigiani Partenio e Sigerio, il segretario Entello e i prefetti del pretorio Norbano e Petronio. Il 18 settembre 96 Partenio annunciò all’imperatore che Stefano era latore di un importante messaggio. Fingendosi ferito a un braccio, questi nascondeva nelle bende un pugnale. Il falso messaggio rivelava a Domiziano l’esistenza di una congiura ai suoi danni. Mentre l’imperatore leggeva, Stefano lo colpì all’inguine: malgrado la ferita, Domiziano reagì con grande energia, gettandosi su Stefano, ma intervennero altri congiurati, che lo finirono con altre sette pugnalate. Richiamati dal tumulto, intervennero dei pretoriani ignari della congiura, che uccisero Stefano. Il cadavere di Domiziano fu consegnato alla nutrice Fillide, che gli rese gli estremi onori in una sua proprietà sulla via Latina e mescolò poi le sue ceneri con quelle dell’amata Giulia, facendole custodire nel tempio della famiglia dei Flavi al Malum Punicum, affinché non potessero essere disperse.

Il senato proclamò Nerva imperatore e decretò la damnatio memoriae di Domiziano, ordinando la distruzione delle sue statue e la cancellazione del suo nome da ogni iscrizione. Furono richiamati gli esiliati, riabilitate le vittime, puniti i delatori e proibiti i processi di lesa maestà. La popolazione non reagì, ma ci furono tumulti tra i pretoriani e alcune sollevazioni tra le legioni del Danubio e in Siria, presto rientrate.

Impero_Romano

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