“Il livello di questo lago s’ha da regolare” All’origine dei problemi che hanno determinato la nascita del progetto Paratie

“Offriremo una soluzione definitiva al problema delle esondazioni del lago”. Qualche settimana fa, con questa parole, Massimo Sertori, assessore agli Enti Locali di Regione Lombardia, ha presentato il nuovo progetto paratie di Como. In effetti, bisogna dire che il livello delle acque del Lario, come per ogni bacino, è sempre stato una “spina nel fianco” per chi ha vissuto sulle sue sponde. Una spina, a volte, particolarmente dolorosa ed è proprio per questo che 72 anni fa si cercò di porvi rimedio dando vita al sistema di regolazione delle acque del lago di Como. Una decisione che non ha ottenuto gli effetti sperati e che, ad ogni stagione di “magra” o di “forti piogge”, ripropone un dibattito (con relative polemiche) che appare infinito. Del resto trovare un punto di incontro tra le esigenze di chi sul lago ci vive e ci lavora (e che vorrebbe un livello delle acque il più possibile stabile), e chi invece si trova in pianura, e quindi auspica che il lago sia regolato in modo da trattenere il maggior volume possibile delle piene così garantire i quantitativi necessari all’irrigazione soprattutto nei mesi estivi, finora si è rivelato impossibile. E questo confronto sembra destinato a procrastinarsi nel tempo senza che possa essere trovata una soluzione definitiva, anche se proprio l’idea delle paratie nasce per sanare uno dei problemi principali del lago, ovvero le sue esondazioni nella città di Como.

La regolazione del Lario è, dunque, argomento d’attualità fin dal Medioevo. Se è vero che la più catastrofica esondazione dei tempi recenti è stata quella del 1868, con quasi tre metri di acque al di sopra dello zero idrometrico, numerose sono le testimonianze, fin dal 1400, di come il lago abbia invaso la città arrivando fino all’interno del Duomo. Porre un freno a tale stato di cose è stato oggetto di studio soprattutto partire dalla fine del XIX secolo e su di esso si sono cimentati i più famosi professori ed ingegneri idraulici dell’epoca. Anche in questo caso, però, passare dalle parole ai fatti si è rivelato più complesso. Un punto fermo verso la soluzione del problema fu dato da alcune considerazioni espresse dall’Ing. Longhi, per conto della Edison, inserite nel progetto relativo al navigabile tra Como e Milano, datato settembre 1921, che aveva ipotizzato effettivamente la possibilità di rendere il Lario un serbatoio idrico per la pianura. Le stesse autorità che affossarono l’ipotesi del canale aderirono con entusiasmo a questa proposta soprattutto per favorire quell’agricoltura che in tutta Italia era oggetto di forti investimenti da parte del Regime Fascista, soprattutto con l’arrivo degli anni ‘30. Lo scopo era quello di incrementare la produzione agricola procedendo al miglioramento dei terreni già coltivati nonché nella creazione di nuovi appezzamenti grazie ad un’intensa opera di bonifica. Per tutto il decennio si susseguono discussioni, incontri, proposte sul tema fino all’autunno del 1938 quando viene istituito il Consorzio dell’Adda, un soggetto pubblico preposto alla costruzione, ed alla messa in esercizio, delle opere necessarie alla regolazione delle acque del lago di Como. La principale di tali opere è la diga di Olginate che, a causa dello scoppio della II guerra mondiale, vedrà la luce solo nell’immediato dopoguerra. L’idea dello sbarramento, costato oltre 37milioni di lire d’epoca (circa 28 milioni di euro odierni), venne accolta con profonda avversione da parte di Comuni rivieraschi del lago che in 107 presentano opposizione al progetto preoccupati dai possibili effetti sulle escursioni dei livelli delle acque. Per questo, nel 1942 con l’avvio del cantiere, si procedette anche ad un forte allargamento dell’alveo dell’Adda in uscita a Olginate, passato da 90 a 150 metri. È dunque nel 1946 che lo sbarramento entra in funzione. Interessante, in proposito, è che prima di procedere con la messa in esercizio della diga si susseguirono calcoli complessi per determinare le esatte portate in uscita dal lago in funzione delle diverse altezze di livello; delle conseguenze dovute all’evaporazione, delle precipitazioni piovose e nevose e, infine, degli effetti della subsidenza ovvero l’abbassamento progressivo del piano di campagna causato, nel caso di Como, dal compattamento del terreno di riporto con il quale sono stati eseguiti nei secoli i riempimenti che hanno allargato la città verso il lago stesso. Va sottolineato che degli effetti della subsidenza ne erano ben coscienti le autorità cittadine già negli anni ‘40 e vista l’inutilità della strenua opposizione al progetto “diga di Olginate”, cercarono comunque di obbligare il Consorzio dell’Adda a sostenere i corsi per una “sopraelevazione della porzione settentrionale di piazza Cavour,” già interessata dall’abbassamento del terreno. E proprio l’altezza di piazza Cavour venne scelta, in un primo tempo, quale quota massima delle acque del Lario al di sopra della quale si sarebbe verificata l’esondazione. Ma a causa del progressivo abbassamento della piazza e del lungolago cittadino, nell’arco di pochi anni, il Consorzio dovette cambiare punti di riferimento. Si passò, quindi, ad una serie di valori sopra lo zero all’idrometro di Malgrate: 186 centimetri nel 1955 poi diventate quota 125 nel 1978 e 120 attualmente. In attesa di sapere quale sarà il livello in futuro. Nuove paratie di Como in funzione permettendo.

Leggi l’articolo sulle pagine de Il Settimanale (18 ottobre 2018) – Clicca qui

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