Como e il Natale nella Belle Epoque: socialità ma soprattutto a solidarietà

Da qualche giorno hanno preso il via le diverse proposte dell’edizione 2018 di “Como, Città dei Balocchi”, la kermesse che anima Como ed il suo circondario durante le festività natalizie, e nel periodo che le precede. Le vicende della nostra città, e del suo territorio, però ci ricordano di come anche in passato il mese di dicembre sia sempre stato ricco di eventi e di occasioni di intrattenimento in prossimità del Natale. Visti i tempi si trattava di proposte senza dubbio meno appariscenti ma forse più sentite e dove non mancava mai la solidarietà. Continua a leggere

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Alluvioni, piene e danni: una costante il nostro territorio. I fatti rovinosi del 1868 e del 1888

In questi ultimi giorni le Amministrazioni Comunali del territorio hanno fatto i conti, ed iniziato ad intervenire dopo l’urgenza, dopo i danni registrati in seguito all’ondata di maltempo che ha colpito anche il comasco all’inizio del mese di novembre. Alberi caduti, collegamenti interrotti, corsi d’acqua in piena che hanno riversato nel lago un’ingente quantità di foglie, rami e detriti. Se è vero che in altre aree dell’Italia il bilancio del maltempo è stato ben più grave e drammatico, visto che non sono mancati anche i morti, non si può certo non rilevare come le forti piogge hanno lasciato conseguenze. Insieme alla cronaca degli episodi più gravi, ed alla conta dei danni, non sono mancate anche le osservazioni circa la mancanza di una cura generalizzata dell’ambiente che ci circonda. Condizioni sempre più necessaria viste le mutate condizioni climatiche che vedono il ripetersi sempre più frequente di precipitazioni di forte intensità in un brevissimo lasso di tempo. Nel corso della storia sono, ovviamente, numerose le emergenze registrate dovute al maltempo. Continua a leggere

Cento anni dalla fine della I Guerra Mondiale, un secolo dalla pandemia dell’influenza “spagnola” anche nel nostro territorio

Domenica 4 novembre in tutta Italia si ricorderà ufficialmente la fine della I Guerra Mondiale ad un secolo di distanza. Alle ore 15:00 di quel giorno di cento anni fa, infatti, entrava in vigore l’Armistizio, firmato a Villa Giusti, che sanciva la fine delle ostilità tra il Regio Esercito italiano e le truppe dell’Impero (in disfacimento) austro-ungarico che erano costato tanti morti e sofferenze in un’Italia profondamente lacerata e che avrebbe continuato a vivere altri anni drammatici. La fine della guerra, se comportò la conclusione dei combattimenti, non rappresentò, però, la conclusione delle sofferenze “fisiche” per la popolazione italiana in quanto, proprio in questo periodo, era in corso la seconda ondata dell’influenza “spagnola”, la più terribile pandemia che abbia colpito il genere umano e che costò complessivamente ben 50 milioni di morti. Studi hanno evidenziato che, se nell’immaginario collettivo la più grande tragedia per l’umanità è considerata la “peste nera” del 1348, la “spagnola” fu certamente peggio.

Il virus aveva fatto la sua comparsa nel febbraio 1918 quando l’Agenzia di stampa spagnola FABRA aveva trasmesso un dispaccio informativo nel quale segnalava “una strana forma di malattia a carattere epidemico” a Madrid. Se in Spagna si era cominciato a parlare della malattia, la stampa europea, soggetta in buona parte alla censura di guerra, poteva scrivere solo degli sviluppi della stessa nel paese iberico ed è pre questo che fu conosciuta «spagnola». Nel comasco, così come in Lombardia, i primi modesti effetti del virus vennero registrati nel mese di maggio. Al fronte, infatti, il virus fu diffuso soprattutto dai militari statunitensi (negli USA, infatti, si manifestarono i più importanti focolai) che coinvolse anche i soldati italiani (alcuni reparti, infatti, erano impiegati in Francia). Ad aggravare il contagio fu il ricovero nelle retrovie dei soldati ammalati: questo contribuì ad espandere il morbo anche fra i civili. In ogni caso questa prima ondata fu ben poca cosa rispetto a quanto accadde a partire dal mese di settembre. Dato che il virus colpiva soprattutto giovani tra i 18 ed i 40 anni e che la medicina si dimostrava impotente, nonostante la censura anche la stampa comasca si occupò del virus cercando, per quanto possibile, di svolgere attività di prevenzione.

Interessante risulta rileggere cosa, ad esempio, pubblicò il settimanale “L’Araldo” (settimanale informativo di ispirazione cristiana che si pubblicava a Cernobbio e che riportava notizie dei paesi posti alle falde del monte Bisbino e del primo bacino del Lago). Nell’edizione del 12 ottobre 1918, venne pubblicato il contenuto di una circolare del Prefetto di Como, Dott. Muffone, con alcune misure igieniche da adottare per mitigare il diffondersi dell’epidemia. Tra gli obblighi imposti alla popolazione segnaliamo il divieto di dar vita ad  “assembramenti non necessari, specie in locali chiusi; curare la scrupolosa igiene delle bevande e degli alimenti” vigilando sulla qualità dell’acqua potabile e dei cibi in vendita affinché “siano efficacemente riparati dagli insetti; curare le nettezza e l’igiene del suolo e dell’abitato; esercitare una speciale vigilanza sulle collettività particolarmente esposte a diventare focolai dell’infezione: caserme, convitti, scuole, chiese, officine, teatri, cinematografi; ridurre al minimo le visite dei parenti negli ospedali ed aver disponibile una buona quantità di calce viva, da conservarsi in luogo asciutto. In caso compaia l’infezione disinfettare con abbondantissime e frequenti irrorazioni di latte di calce le corti dove vi sono ammalati e le case degli ammalati stessi”.

La paura del contagio fu tale che a Como, e in provincia, contrariamente al solito, le scuole nel 1918 non iniziarono il 1° ottobre, festa di San Remigio, bensì il successivo 4 novembre. Una decisione che fu criticata. Sempre sull’Araldo era possibile leggere: “Poiché l’apertura delle scuole è subordinata alla scomparsa della epidemia di influenza sarebbe forse stato meglio annunciare una proroga “sine die”. Auguriamoci che le condizioni sanitarie della città e della provincia possano migliorare nel volgere di pochi giorni, nessuno però in precedenza può asserire con certa scienza quando cesserà questa influenza delle quale finora non è bene chiarita la natura”. Infatti l’epidemia non sparì affatto. Anzi, continuò a mietere vittime anche a Como e dintorni per ancora tanti mesi ed a livello mondiale, nel 1919, si contavano tanti morti quanti ne aveva provocato la guerra.

A livello locale le uniche statistiche disponibili sono quelle che, per brevi periodi, pubblicarono i due quotidiani locali, “La Provincia” e “L’Ordine”. Il primo rilevò, ad esempio,come a Como dal 5 al 12 ottobre 1918, di fronte a 160 morti complessivi, 81 erano provocati dall’influenza (di questi 35 militari) con il picco massimo raggiunto il 10 ottobre (27 morti per influenza, 12 soldati). A livello provinciale, invece, dobbiamo far riferimento ad una parziale statistica de L’Ordine che, nei primi 14 giorni dell’ottobre ‘18, parlò di 276 decessi distribuiti negli allora 308 Comuni di appartenenza.

L’influenza spagnola, in ogni caso, riconfigurò radicalmente la popolazione umana più di ogni altro evento successivo alla peste nera del 1348. Tuttavia, è certo, che insieme a tanti lutti e sofferenze l’influenza ebbe il merito di incentivare la pratica delle attività all’aria aperta e dello sport (che fecero registrare un grande incremento a Como negli anni successivi, nonostante le difficoltà economiche del periodo, con la fondazione di numerose società dedite a diverse discipline) e, a livello mondiale, di contribuire alla diffusione dell’assistenza sanitaria.

Diario di Guerra: epilogo

A conclusione dei quattro anni trascorsi insieme a “Diario di Guerra” è doveroso trarre qualche considerazione finale. Innanzitutto, per rispondere alla domanda di cosa ha lasciato, come eredità, la I Guerra mondiale nel nostro territorio.  A prima vista la risposta è semplice ed è affidata alle diverse lapidi ed ai monumenti ai Caduti: 112 morti complessivi, sommando i caduti delle tre realtà di Cernobbio (48), Piazza Santo Stefano (39) e Rovenna (25). Come abbiamo avuto modo, invece, di approfondire nelle lunghe 179 settimane cui è durata la partecipazione dell’Italia alla Grande Guerra le conseguenze sono state diverse ed hanno interessato tutta la popolazione. Anche a Cernobbio la I guerra mondiale fu effettivamente conosciuta come una guerra di massa che impegnò nei combattimenti buona parte della popolazione civile. Ciò determinò il verificarsi di notevoli trasformazioni in ambito economico e sociale. Si venne a creare, ad esempio, uno maggiore squilibrio tra gli uomini e le donne. Gli uomini si allontanarono dalle proprie case per andare a combattere al fronte e le donne si ritrovarono a capo della famiglia e, se rimaste vedove, dovevano darsi da fare per portarla avanti. Iniziarono a lavorare in massa nelle fabbriche e negli uffici pubblici, distaccandosi dalla sfera familiare a cui la tradizione la legava. Compito della donna, fin a quel momento tranne qualche eccezione,  era sempre stato quello di rimanere in casa per accudire i figli e il marito. Come abbiamo avuto modo di vedere Cernobbio, per certi aspetti, fu “un isola felice” per chi lavorava alla Tessiture Bernasconi che cercarono di venire incontro, con sussidi ed altre forme di aiuto, le lavoratrici e le famiglie prive dei propri mariti e padri perché al fronte o deceduti. Anche nelle industrie cernobbiesi, in questi anni, fece la sua comparsa un nuovo tipo di rapporto tra capitale e lavoro: il corporativismo, ovvero il tentativo dello Stato di regolare i rapporti tra operai e datori di lavoro per il bene dello Stato stesso. Grazie a questo tipo di intervento si ebbe una tendenza all’aumento dei salari. Infine, durante la guerra, vennero introdotti dei sussidi obbligatori contro la disoccupazione e si sviluppò la legislazione sociale.

Per la maggioranza della popolazione, però, la diretta e principale conseguenza del conflitto, che i contendenti immaginarono brevissimo ma che si trasformò ben presto in guerra di logoramento, fu la fame: col passare dei mesi, con l’allontanarsi della fine dei combattimenti peggiorarono sensibilmente le condizioni di vita della popolazione, segnata da un forte aumento dei prezzi, da marcate restrizioni alimentari dovute a un ferreo controllo dei consumi da parte del governo, dal deterioramento qualitativo del cibo. L’esempio più lampante è dovuto alla comparsa del «pane di guerra», in forme grosse da 700 grammi, senza tagli, da vendersi raffermo e confezionato con surrogati di ogni tipo (farina di riso, di granoturco, di castagne, di lupini): un pane nero, poco digeribile e particolarmente sgradevole. Con il prosieguo dei mesi anche a Cernobbio vengono introdotti i calmieri: prima per il grano e poi per lo zucchero; viene ridotta la distribuzione di cibi e bevande nei locali pubblici; limitata la vendita di dolci e di carne (con la chiusura delle macellerie nei giorni di giovedì e venerdì). I bisogni dell’esercito mobilitato devono venire prima di quelli della popolazione civile e, oltre a procedere con le requisizioni per soddisfarli, nel 1917-1918 viene istituita la tessera annonaria per il pane, la pasta e il riso, e, successivamente, per tutti i principali beni di consumo. Un esempio mostra, più di tante parole, qual era la condizione quotidiana: a partire dal 1° novembre 1917 ogni cittadino ha diritto a 250 grammi di pane al giorno, 90 di pasta, 40 di riso. Nella primavera del 1918 viene limitato il consumo di carne bovina con distribuzione nei soli giorni di sabato e domenica (in dicembre la razione non supererà i 135 grammi settimanali a persona). Iniziano ad essere tesserati anche l’olio, i grassi animali, il burro, i formaggi. La quantità di questi generi dipende dalla disponibilità: in maggio quella dell’olio è di 100 grammi. Dal dicembre 1918 viene razionato il latte che spetta solo ai bambini inferiori ai 12 anni e agli anziani di età superiore ai 65 anni. Nonostante tutto questo a Cernobbio, però, non si verificarono mai quelle manifestazioni spontanee che videro in altre località italiane sfilare in piazza persone (soprattutto donne) esasperate dalla penuria dei generi alimentari, dall’aumento del costo della vita, dalle code ai negozi, dalla fame.

Lo sfoggio di bandiere, la retorica di aver completato la riunificazione d’Italia, la felicità per il ritorno a casa dei soldati costituiranno solo un breve intermezzo in attesa di un futuro mai così drammatico per la storia italiana, ed anche di Cernobbio. Il mondo operaio, infatti, si convinse che si fosse vicini ad uno scontro tra borghesia e proletariato, dal quale sarebbe dovuta nascere la società socialista; il ceto medio impiegatizio, gli insegnanti, i pubblici dipendenti (che nel corso della guerra avevano visto rapidamente e progressivamente decurtato il potere d’acquisto delle loro retribuzioni) si trovarono invece in posizione di inferiorità economica rispetto a categorie sociali tradizionalmente subalterne. Ciò determinerà una sorta di frustrazione, alimentata, soprattutto, dall’idea di aver perduto il tradizionale ruolo di guida del paese, che aveva esercitato, grazie alla sua preparazione, cultura, dignità sociale, benessere economico.

Infine, non va dimenticata una delle più drammatiche eredità della I guerra mondiale per la popolazione. Un flagello che arrivò mentre il conflitto aveva imboccato la dirittura di arrivo e il mondo – stanco di tanti morti, fame, lutti e carestie -, già pregustava le dolci gioie della pace. E invece, incurante delle legittime aspettative dell’umanità, il virus dell’influenza (che nessuno aveva mai “veduto” e del quale non esisteva ancora traccia nei testi di microbiologia), scatenò un putiferio che gli storici paragonano alla Peste nera del 1348. La chiamarono impropriamente “spagnola” sia perché la prima a parlarne fu la stampa iberica (essendo la Spagna neutrale durante la prima guerra mondiale, la sua stampa non era soggetta alla censura di guerra), sia perché uno dei primi colpiti fu il Re di Spagna Alfonso XIII. La devastante epidemia infuriò da marzo 1918 al giugno 1920, contagiò circa 500 milioni di persone (il 30% della popolazione mondiale che allora era 1 miliardo e 600 milioni) e ne uccise tra i 50 e 100 milioni. Quando nel 1919, dopo una breve attenuazione e un ultimo colpo di coda l’epidemia cessò definitivamente, si contarono in tutto il mondo molti più morti di quanti ne avesse fatto la guerra. Anche a Cernobbio.

Ecco cosa lasciò effettivamente la I guerra mondiale nel nostro territorio. E come accennato l’immediato futuro non sarebbe stato più “dolce”. Gli esiti della Conferenza di pace, infatti, frustrarono molte speranze e alimentarono la delusione per la “vittoria mutilata”. Inoltre, molti reduci vissero con difficoltà il loro reinserimento nella vita civile, dopo aver goduto da ufficiali di un potere e di un prestigio mai prima conosciuto, mentre la propaganda antimilitarista dei partiti di sinistra colpiva i sentimenti di molti ex combattenti. Fu l’anticamera del caos e del successivo drammatico episodio che avrebbe contraddistinto la storia nazionale a Cernobbio e nel nostro Paese: l’avvento del Fascismo.