Diario di Guerra: epilogo

A conclusione dei quattro anni trascorsi insieme a “Diario di Guerra” è doveroso trarre qualche considerazione finale. Innanzitutto, per rispondere alla domanda di cosa ha lasciato, come eredità, la I Guerra mondiale nel nostro territorio.  A prima vista la risposta è semplice ed è affidata alle diverse lapidi ed ai monumenti ai Caduti: 112 morti complessivi, sommando i caduti delle tre realtà di Cernobbio (48), Piazza Santo Stefano (39) e Rovenna (25). Come abbiamo avuto modo, invece, di approfondire nelle lunghe 179 settimane cui è durata la partecipazione dell’Italia alla Grande Guerra le conseguenze sono state diverse ed hanno interessato tutta la popolazione. Anche a Cernobbio la I guerra mondiale fu effettivamente conosciuta come una guerra di massa che impegnò nei combattimenti buona parte della popolazione civile. Ciò determinò il verificarsi di notevoli trasformazioni in ambito economico e sociale. Si venne a creare, ad esempio, uno maggiore squilibrio tra gli uomini e le donne. Gli uomini si allontanarono dalle proprie case per andare a combattere al fronte e le donne si ritrovarono a capo della famiglia e, se rimaste vedove, dovevano darsi da fare per portarla avanti. Iniziarono a lavorare in massa nelle fabbriche e negli uffici pubblici, distaccandosi dalla sfera familiare a cui la tradizione la legava. Compito della donna, fin a quel momento tranne qualche eccezione,  era sempre stato quello di rimanere in casa per accudire i figli e il marito. Come abbiamo avuto modo di vedere Cernobbio, per certi aspetti, fu “un isola felice” per chi lavorava alla Tessiture Bernasconi che cercarono di venire incontro, con sussidi ed altre forme di aiuto, le lavoratrici e le famiglie prive dei propri mariti e padri perché al fronte o deceduti. Anche nelle industrie cernobbiesi, in questi anni, fece la sua comparsa un nuovo tipo di rapporto tra capitale e lavoro: il corporativismo, ovvero il tentativo dello Stato di regolare i rapporti tra operai e datori di lavoro per il bene dello Stato stesso. Grazie a questo tipo di intervento si ebbe una tendenza all’aumento dei salari. Infine, durante la guerra, vennero introdotti dei sussidi obbligatori contro la disoccupazione e si sviluppò la legislazione sociale.

Per la maggioranza della popolazione, però, la diretta e principale conseguenza del conflitto, che i contendenti immaginarono brevissimo ma che si trasformò ben presto in guerra di logoramento, fu la fame: col passare dei mesi, con l’allontanarsi della fine dei combattimenti peggiorarono sensibilmente le condizioni di vita della popolazione, segnata da un forte aumento dei prezzi, da marcate restrizioni alimentari dovute a un ferreo controllo dei consumi da parte del governo, dal deterioramento qualitativo del cibo. L’esempio più lampante è dovuto alla comparsa del «pane di guerra», in forme grosse da 700 grammi, senza tagli, da vendersi raffermo e confezionato con surrogati di ogni tipo (farina di riso, di granoturco, di castagne, di lupini): un pane nero, poco digeribile e particolarmente sgradevole. Con il prosieguo dei mesi anche a Cernobbio vengono introdotti i calmieri: prima per il grano e poi per lo zucchero; viene ridotta la distribuzione di cibi e bevande nei locali pubblici; limitata la vendita di dolci e di carne (con la chiusura delle macellerie nei giorni di giovedì e venerdì). I bisogni dell’esercito mobilitato devono venire prima di quelli della popolazione civile e, oltre a procedere con le requisizioni per soddisfarli, nel 1917-1918 viene istituita la tessera annonaria per il pane, la pasta e il riso, e, successivamente, per tutti i principali beni di consumo. Un esempio mostra, più di tante parole, qual era la condizione quotidiana: a partire dal 1° novembre 1917 ogni cittadino ha diritto a 250 grammi di pane al giorno, 90 di pasta, 40 di riso. Nella primavera del 1918 viene limitato il consumo di carne bovina con distribuzione nei soli giorni di sabato e domenica (in dicembre la razione non supererà i 135 grammi settimanali a persona). Iniziano ad essere tesserati anche l’olio, i grassi animali, il burro, i formaggi. La quantità di questi generi dipende dalla disponibilità: in maggio quella dell’olio è di 100 grammi. Dal dicembre 1918 viene razionato il latte che spetta solo ai bambini inferiori ai 12 anni e agli anziani di età superiore ai 65 anni. Nonostante tutto questo a Cernobbio, però, non si verificarono mai quelle manifestazioni spontanee che videro in altre località italiane sfilare in piazza persone (soprattutto donne) esasperate dalla penuria dei generi alimentari, dall’aumento del costo della vita, dalle code ai negozi, dalla fame.

Lo sfoggio di bandiere, la retorica di aver completato la riunificazione d’Italia, la felicità per il ritorno a casa dei soldati costituiranno solo un breve intermezzo in attesa di un futuro mai così drammatico per la storia italiana, ed anche di Cernobbio. Il mondo operaio, infatti, si convinse che si fosse vicini ad uno scontro tra borghesia e proletariato, dal quale sarebbe dovuta nascere la società socialista; il ceto medio impiegatizio, gli insegnanti, i pubblici dipendenti (che nel corso della guerra avevano visto rapidamente e progressivamente decurtato il potere d’acquisto delle loro retribuzioni) si trovarono invece in posizione di inferiorità economica rispetto a categorie sociali tradizionalmente subalterne. Ciò determinerà una sorta di frustrazione, alimentata, soprattutto, dall’idea di aver perduto il tradizionale ruolo di guida del paese, che aveva esercitato, grazie alla sua preparazione, cultura, dignità sociale, benessere economico.

Infine, non va dimenticata una delle più drammatiche eredità della I guerra mondiale per la popolazione. Un flagello che arrivò mentre il conflitto aveva imboccato la dirittura di arrivo e il mondo – stanco di tanti morti, fame, lutti e carestie -, già pregustava le dolci gioie della pace. E invece, incurante delle legittime aspettative dell’umanità, il virus dell’influenza (che nessuno aveva mai “veduto” e del quale non esisteva ancora traccia nei testi di microbiologia), scatenò un putiferio che gli storici paragonano alla Peste nera del 1348. La chiamarono impropriamente “spagnola” sia perché la prima a parlarne fu la stampa iberica (essendo la Spagna neutrale durante la prima guerra mondiale, la sua stampa non era soggetta alla censura di guerra), sia perché uno dei primi colpiti fu il Re di Spagna Alfonso XIII. La devastante epidemia infuriò da marzo 1918 al giugno 1920, contagiò circa 500 milioni di persone (il 30% della popolazione mondiale che allora era 1 miliardo e 600 milioni) e ne uccise tra i 50 e 100 milioni. Quando nel 1919, dopo una breve attenuazione e un ultimo colpo di coda l’epidemia cessò definitivamente, si contarono in tutto il mondo molti più morti di quanti ne avesse fatto la guerra. Anche a Cernobbio.

Ecco cosa lasciò effettivamente la I guerra mondiale nel nostro territorio. E come accennato l’immediato futuro non sarebbe stato più “dolce”. Gli esiti della Conferenza di pace, infatti, frustrarono molte speranze e alimentarono la delusione per la “vittoria mutilata”. Inoltre, molti reduci vissero con difficoltà il loro reinserimento nella vita civile, dopo aver goduto da ufficiali di un potere e di un prestigio mai prima conosciuto, mentre la propaganda antimilitarista dei partiti di sinistra colpiva i sentimenti di molti ex combattenti. Fu l’anticamera del caos e del successivo drammatico episodio che avrebbe contraddistinto la storia nazionale a Cernobbio e nel nostro Paese: l’avvento del Fascismo.

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