Ecoreati: finalmente una legge a tutela dell’ambiente. Ma c’è ancora tanto cammino da fare

Il Senato della Repubblica, nella seduta del 19 maggio scorso, ha approvato definitivamente il Disegno di Legge n. 1345-B in materia di delitti contro l’ambiente. La legge ha introdotto nel Codice Penale un nuovo titolo (il VI-bis) dedicato, appunto, a punire i reati ambienti. L’assenza di una legge che prevedesse le specifiche tipologie di reati ambientali ha consentito, infatti, come in questi anni il nostro Paese fosse vittima di grandi disastri che sono costati anche tante vite umane: dai morti dell’eternit a Casale Monferrato a quelli della “Terra dei fuochi” per citare due drammatici esempi. Situazioni per le quali o non si è trovato un colpevole e non sono state inflitte le giuste condanne. Oggi, con questa legge approvata da una maggioranza ampia e trasversale, si sta cercando di porre fine a questo scandaloso stato di cose…ma, come tante leggi italiane, le disposizioni rimarranno, purtroppo, solo sulla carta? Abbiamo rivolto questo serioso dilemma al responsabile Ambiente, Legalità e Centri di Azione Giuridica di Legambiente Lombardia Sergio Cannavò: «Purtroppo, in effetti, non basta una legge per tutelare effettivamente l’ambiente. Si tratta, però, di un passo fondamentale. Una “conditio sine qua non” che rappresenta un importante punto di partenza. Sicuramente il percorso deve continuare. Servono altri provvedimenti ed altre decisioni. Qualche esempio sono il migliorare l’organizzazione dei controlli ambientali nonché il poter contare su un apparato giudiziario, per quanto riguarda appunto l’ambiente e la represessione dei comportamenti illeciti, che deve funzionare al meglio. L’Italia ha bisogno di corpi di vigilanza efficienti come il Corpo Forestale dello Stato o quello che diventerà, se ristrutturato, ma in ogni caso dotato di risorse e di mezzi per poter condurre al meglio le indagini. Serve, soprattutto, una coscienza dei cittadini che veda ai primi posti il rispetto dell’ambiente perché solo così si può valorizzare al meglio il nostro territorio in quanto a nessuno, poi, verrebbe in mente di inquinarlo». Ed ogni riferimento, senza scomodare la criminalità organizzata, in caso caso va ai ripetuti ritrovamenti di materiale fortemente inquinante soprattutto sui nostri monti o nei nostri boschi. E’ solo di qualche settimana fa, ad esempio, la scoperta nei dintorni dei Monti di Lenno, sulla strada che da Rovenna porta al Bisbino, di una discarica abusiva di eternit. «Gli ambientalisti, ed in particolare soprattutto Legambiente, da oltre vent’anni, ovvero da quando si incominciato a studiare il fenomeno dell’illegalità ambientale con i primi rapporti “Ecomafia” che infatti risalgono appunto al 1994, si sono accorti dell’insufficienza della normativa italiana a contrastare questo genere di illegalità. Finalmente, dopo tutto questo tempo, siamo molto contenti, molto soddisfatti che il nostro ambienta possa contare su una tutela efficace, ben strutturata ed in linea con quello che le istituzioni europee auspicano per questo settore, per tutelare i nostri territori, il nostro paesaggio e, in molti casi, anche e soprattutto la salute dei cittadini». Il testo, infatti, individua tutta una serie di reati ovvero inquinamento ambientale (quando qualcuno abusivamente provoca un deterioramento signifiativo e quantificabile delle’acque, dell’aria o del suolo influendo sull’ecosistema e sulla sua biodiversità); disastro ambientale (un ‘alterazione irreversibile dell’equilibrio di ecosistema che può arrivare anche a costituire un pericolo per la pubblica incolumità); traffico e abbandono di materiale ad alta radioattività; impedimento del controllo; omessa bonifica. Sono poi previste circostanze aggravanti con pene aumentate in caso di associazione a deliquere o mafiosa. Tra le altre caratteristiche della legge la riduzione di pena per chi si adopera per evitare che l’attività delittuosa venga portata a conseguenze ulteriori o si ponga d’aiuto alle autorità e il raddoppio dei termini di prescrizione per tutti i nuovi delitti contro l’ambiente.

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Rispetto dell’ambiente e cultura del riciclo: in quattro anni recuperate nel comasco 4.104 tonnellate di pneumatici usati

pneusHa suscitato vivace interesse la scorsa settimana la notizia dell’arresto in flagranza di reato di tre giovani ticinesi da parte dei Carabinieri di Como che stavano rubando dei pneumatici da un’autovettura in sosta nei pressi della stazione di Como San Giovanni. Un fatto di cronaca che ha evidenziato non solo come i tre protagonisti non siano nuovi a questa attività ma che ha riportato d’attualità un argomento molto spesso non preso nella dovuta considerazione ovvero l’impatto e le conseguenze che hanno gli pneumatici di gomma nella nostra vita. Elemento insostituibile per ogni veicolo a trazione i copertoni di auto, camion, moto e biciclette rappresentano, infatti, una non trascurabile fonte di inquinamento, se non recuperati, una volta logori. È pur vero che ormai ovunque, nel territorio provinciale, questi possono essere portati alle diverse Piazzole Ecologiche Comunali, se non lasciati agli stessi gommisti in caso di cambio dello pneumatico, ma ancora fanno spesso brutta mostra di sé, soprattutto a brandelli, ai lati delle strade di maggiore percorrenza del territorio nonché lungo l’autostrada A9 anche se, per dovere di cronaca occorre sottolineare come rispetto ad altre zone italiane, nel nostro territorio sia molto raro imbattersi in gomme logore abbandonate ai cigli delle strade. Questo non solo è un comportamento incivile ma è anche pericoloso per la salute di tutti. Si pensi, infatti, alle discussioni ed agli allarmi che vengono lanciati ogni qual volta vengono individuati roghi che interessano anche gli pneumatici. Continua a leggere

Rifiuti, coltelli, bossoli, siringhe ed erba alta. Il Parco delle Rimembranze è stato nuovamente abbandonato

Rimembranze rifiuti 1L’apposita segnaletica, rovinata dal tempo e dall’incuria, suona quasi beffarda per chi si reca in queste settimane al Parco della Rimembranze posto ai piedi della collina su cui sorge il Castel Baradello. “Ogni utente è pregato di portare con sé i rifiuti e di non abbandonarli” si legge sui cartelli. Peccato che le parole, ormai sbiadite delle insegne, siano rimaste, nei fatti, lettera morta. Numerosi rifiuti di varia natura, ubicati in diversi punti del prato, insieme a coltelli, bossoli di pistola, anche siringhe, nonché resti di fuochi accesi sul terreno, sono infatti gli assoluti protagonisti di questo prato dal quale si può ammirare in tutta la sua bellezza la torre dell’antico castello medievale di Como ricostruita nel 1903 ad opera di un comitato cittadino ed alle cui pendici si sono poi alteranti numerosi scavi archeologici, gli ultimi dei quali hanno evidenziato come il manufatto medievalesia stato edificato su una precedente struttura risalente all’epoca romana. Ma non è la storia, antica o recente, che ora caratterizza questo contesto. L’incuria, la mancanza di senso civico ed il disinteresse sono gli assoluti protagonisti di quel desolante panorama che oggi caratterizza soprattutto il giardino nato negli anni ’30 per ricordare i caduti, e le rispettive armi di appartenenza, della Grande Guerra. Uno scenario squallido che in queste ultime settimane è inoltre apparso davanti agli occhi increduli delle centinaia di bambini e di adolescenti di diversi gruppi dei GREST della zona di Como Sud che, nelle loro attività, stanno frequentando sentieri e località della Spina Verde. Uno scenario di abbandono che risulta ancora più odioso in quanto su tutta la collina che cinge da un lato la città, e sulle cui pendici ha avuto origine la Como preistorica e celtica prima dell’arrivo dei romani, deve (dovrebbe?) vigilare un apposito Parco, almeno come soggetto che se non può intervenire direttamente segnala ad altre autorità le situazioni più a rischio. Per dovere di cronaca si deve affermare che tale scempio non ha eguali su tutto il resto del territorio della Spina Verde che però, complessivamente, si presenta agli occhi di gitanti, ragazzi e turisti nei suoi sentieri e nei suoi spazi ammantata da una cornice di decadimento e abbandono con la sola eccezione rappresentata dalle zone circostanti le diverse baite tra le quali possono annoverarsi anche sorprese inaspettate agli occhi dei frequentatori di passaggio. Ogni riferimento in questo caso è rivolto a quell’autentica trasformazione che è in corso ormai da un anno alla ex baita Elisa che da discarica privata, anche di materiale altamente inquinante (resine e vernici di diversa natura su tutte), sta piano piano cambiando pelle tornando all’antico, in quanto in procinto di essere riaperta come Casa Scout intitolata all’indimenticato parroco di Prestino, e accanito sostenitore del movimento creato da Baden Powell, don Giambattista Levi. Continua a leggere

Avviata la campagna contro l’ambrosia, diventata in soli 25 anni causa del 50% delle allergie della popolazione

AmbrosiaL’arrivo della stagione estiva porta con sé anche una discreta dote di provvedimenti amministrativi adottati dai Comuni, solitamente su sollecitazione ed in collaborazione con le Aziende sanitarie locali o Regione Lombardia. Le ordinanze riguardano diversi fenomeni: dal proteggersi ai colpi di calore al rischio ozono, dal trattamento dei funghi all’azione di controllo contro la diffusione dell’ambrosia. Se è vero, infatti, che tutti gli argomenti sopra citati possono risultare particolarmente rischiosi per l’uomo, i timori maggior, da un po’ di tempo, a questa parte sono riservati all’ambrosia, una pianta erbacea importata dall’America settentrionale e comparsa alle nostre latitudini circa 25 anni fa, particolarmente nociva per la salute dell’uomo, per l’agricoltura e per l’ambiente. In Italia l’ambrosia è stata introdotta accidentalmente nella zona del fiume Ticino e da allora si è rapidamente diffusa in tutta la Pianura Padana e nella zona prealpina. La particolare attenzione con cui si parla di ambrosia è dovuta al fatto che questa pianta costituisce un rischio serio per la salute delle persone perché nel periodo della sua fioritura, tra fine luglio e fine settembre, può provocare forti allergie, non solo a causa del polline ma anche per semplice contatto diretto con l’infiorescenza. I fenomeni allergici si manifestano con la comparsa di segnali che vanno dalle semplici riniti allergiche (dal raffreddore agli occhi rossi) ai più gravi disturbi respiratori e fino all’asma. Va segnalato che l’ambrosia non è l’unica pianta allergenica presente nel nostro territorio ma rappresenta una particolare minaccia per la salute della popolazione in quanto il suo polline è un allergene più potente di quello delle graminacee e la sua fioritura tardiva (che si verifica, come accennato, a partire da fine luglio) prolunga di almeno due mesi i problemi per le persone sensibili ai pollini. Come già sottolineato l’ambrosia è già causa di allergia per una percentuale sempre maggiore di popolazione. In Lombardia, ad esempio, si calcola che il 10-15% dei bambini che hanno dovuto far ricorso all’ambulatorio di allergologia pediatrica dell’ospedale di Bergamo hanno presentato questi sintomi dovuti all’ambrosia e si calcola che la loro cifra debba essere destinata ad aumentare in modo esponenziale (anche perché il 50% delle riniti allergiche è dovuto proprio all’ambrosia). La Società Italiana di Allergologia Pediatrica ha inoltre sottolineato come chi è allergico all’ambrosia potrebbe essere sensibile anche ad alcuni cibi in quanto alcuni componenti molecolari di questa pianta sono in comune con determinati alimenti: la carota, la banana, l’anguria, e il sedano. Continua a leggere

La mobilità del futuro a Como tra elettricità, bici e più mezzi pubblici

668  (3)Nel nostro territorio sono allo studio, o in procinto di diventare operativi, alcuni progetti promossi da attori pubblici e privati finalizzati alla realizzazione di piste ciclabili nel territorio. Percorsi che, nell’intenzione dei proponenti, sono destinati ad incrementare la presenza, nonché la completezza, di vie ciclabili tra il nostro territorio, il lago e il nord Europa tramite la Svizzera. Si pensi in proposito alla via che dovrebbe nascere lungo il torrente Breggia una volta effettuata l’opportuna bonifica ambientale dell’alveo del corso d’acqua (in proposito venerdì 12 giugno, alle ore 21, presso la struttura CernobbioShed le Amministrazioni comunali di Como, Maslianico e Cernobbio, insieme ad ERSAF, l’ente regionale che si occupa di ambiente e foreste, presenteranno ai cittadini l’intervento che avrebbe dovuto essere partito già alla fine del mese di aprile) oppure alle nuove piste che lo stesso Comune rivierasco ha in mente di realizzare per un migliore collegamento con Como e con le altre località della sponda occidentale del lago nell’ambito di una riqualificazione complessiva di via Regina, l’arteria che corre lungo il muro di confine di Villa Erba. Continua a leggere

Anche nel lago di Como ci sono le microplastiche?

acquaSarebbe interessante avere dei dati precisi anche per ciò che concerne la presenza di questo fenomeno nel lago di Como nonché, magari, anche negli altri bacini lacustri minori del nostro territorio. Stiamo parlando delle “microplatiche”, ovvero quelle particelle plastiche di diametro compreso tra 0,3 e 5 millimetri la cui presenza in modo considerevole nel Mediterraneo è salita prepotentemente alla ribalta poco più di un mese e mezzo fa in seguito alla pubblicazione dei primi risultati dell’indagine effettuata dalla nave di ricerca scientifica Tara Méditerranée. L’approfondimento eseguito dagli scienziati di questa imbarcazione di studio ha infatti permesso di verificare come, nonostante l’acqua dei nostri mari sia per lo più pulita e limpida, nonché trasparente e con tanto di ottima vista del fondale, sia invece invasa dalla plastica, ovvero da quelle particelle invisibili all’occhio umano che galleggiano nello strato superficiale dell’acqua marina. Secondo i primi dati diramati nel mese di ottobre, infatti, le microplastiche avrebbero raggiunto la preoccupante concentrazione di 250 miliardi di microframmenti. Da questi dati allarmanti è iniziata la curiosità, mista ad una sorta di prima preoccupazione, di conoscere se è presente nonché quali siano i livelli di questo tipo di inquinamento nelle acque dolci interne. La microplastica, infatti, raggiunge i bacini direttamente per lo più come scarto da abrasivi (sabbiature) e cosmetici (come le microsfere di polietilene) ma è stato verificato come anche sacchetti e imballaggi possano sminuzzarsi in minuscole parti mentre non vanno trascurate anche le sostanze schiumogene provenienti da materiali isolanti. Due sono i principali danni imputati alla microplastica: il rilascio di sostanze tossiche dalle stesse particelle e la loro interazione con i piccoli organismi che vivono nelle acque. Continua a leggere