Combattono anche gli dei…

primoLe sorti della battaglia fra greci e troiani sono incerte quando la dea Minerva, nemica del popolo assediato, spinge in mezzo alla mischia Diomede, capo dei guerrieri di Argo. E’ subito strage. Cerca di fermarlo Pandaro, l’arciere che aveva mancato il colpo contro Menelao violando i patti del duello con Paride. La freccia coglie Diomede ad una spalla ma non ne ferma lo slancio anche perché è la stessa Minerva a curare l’eroe ferito. Diomede ricomincia ad ammazzare e stende, al primo colpo di lancia, Pandaro. Anche Enea starebbe per soccombere se non lo salvasse la madre Venere, ferita anch’essa ad una mano dalla spada di Diomede. La bellissima dea va a lamentarsi dal fratello Marte che scende furioso in battaglia per vendicarla. Riprendono fiato i troiani, guidati da Ettore e Sarpedonte. Alla vista dell’eroe troiano lo stesso Diomede indietreggia. Sarpedonte viene ferito; Ettore e Marte insieme abbattono greci fra i migliori. Nell’Olimpo, Minerva si prepara a riequilibrare la lotta: indossa un’armatura d’oro, raggiunge Diomede, che è stanco e si sta curando le ferite; non teme neppure Marte: insieme potranno batterlo. Così avviene. Quando il dio della guerra scaglia la sua lancia è Minerva che ne ferma il corso guidando invece l’asta di Diomede che prende Marte al ventre. Il dio ferito lancia un ruggito forte come il grido di diecimila uomini e torna verso l’Olimpo con la velocità del vento. Lo rimprovera Zeus: se non fosse suo figlio, odioso e litigioso com’è, lo avrebbe già spedito all’inferno. Ma concede che venga curato; ed essendo Marte un immortale la sua guarigione è immediata.

Gli dei decidono comunque per una volta d’accordo che greci e troiani se la vedano da soli. Superiori in numero, infiammati dall’approssimarsi di una vittoria che potrebbe essere definitiva, gli attaccanti spingono il nemico verso le mura della città assediata. Diomede, Aiace, Menelao guidano l’assalto. Ettore è sgomento. Anche per il consiglio del fratello Eleno, indovino reputato, decide di invocare la clemenza di Minerva. Prima esorta i suoi a resistere, poi sale su un carro e corre verso Troia. Sul campo si crea un momento di tregua quando si trovano di fronte Diomede ed il troiano Glauco. Il greco, che non vuole più affrontare divinità, domanda al nemico chi sia. Glauco gli espone la propria discendenza ma quando sta per avventarsi lo ferma. Un suo avo ha ospitato un nonno del troiano; i due divennero amici. I loro discendenti non possono ora darsi la morte. Così i due eroi si stringono la mano e si scambiano doni.

Ettore sa però che il pericolo non si è allontanato. Quando cerca la moglie Andromaca, gli dicono che è salita sulla torre più alta. Manda a combattere Paride che ne stava tranquillo presso la bella Elena e va alla torre. Andromaca, che ha in braccio il figlioletto Astianatte, prega il marito di restare con lei. La risposta dell’eroe è aspra: così farebbe un vile. Ma subito dopo è preso dalla commozione. Ettore sa, e non lo nasconde, che verrà il giorno della caduta di Troia. Andromaca sarà condotta schiava in una Paese nemico, nulla rimarrà della loro grande stirpe. Astianatte piange quando lo abbraccia il padre, infangato e insanguinato dalla battaglia; l’eroe si toglie l’elmo, bacia e culla il figlio che si acquieta. Meglio morire, dice ancora, che sentire il piano della sua donna quando irromperanno i greci. Ha anch’egli gli occhi pieni di lacrime. Saluta la famiglia e, con Paride, torna là dove si combatte.

Un mito, una storia…Fetonte

FetonteFiglio della nifna Climene e di Elio, dio del Sole, volle guidare nel cielo il cocchio d’oro col quale il padre spandeva luce e calore…

Elios, il dio luminoso, aggiogava al cocchio i cavalli sbuffanti fuoco. “Lascia che oggi sia io a portare la luce agli uomini! C’è chi mi beffa!”. “Sei troppo giovane: non…Fermati!”. Ma Fetonte saltò sul cocchio prima che Elios potesse trattenerlo e i cavalli balzarono in avanti. “Non tirare le redini… Non frustrarli! Si regoleranno da soli…”. Fetonte non ascoltava: ubriaco d’orgoglio, schioccò la frusta. I cavalli nitrirono furiosi: a corsa pazza, sulle piste aeree, il carro piegò verso il basso. Sulla Terra, arroventata dall’intenso calore, molti fiumi inaridirono e la Libia diventò così uno sterile deserto.

Dall’Olimpo, Zeus – padre degli dei – vide la rovina, udì le grida degli uomini. Non poteva permettere che il mondo bruciasse: gettò una folgore infallibile. Fetonte precipitò dal carro. I destrieri del Sole – non più irritati dalla sua guida inesperta – riportarono il cocchio alla giusta distanza dalla Terra. Fetonte scomparve nella corrente dell’Eridano (il fiume Po), dove le sue sorelle, le dolci Eliadi, lo piansero quattro mesi di seguito. Poi Zeus, impietosito, le trasformò in pioppi. E le loro lacrime divennero ambra…

Il patto violato

MenelaoI due eserciti si fronteggiano sotto le mura di Troia. La guerra si trascina da nove anni. I troiani avanzano urlando; silenziosi i greci, ma bramosi anch’essi di dare battaglia. In prima fila tra i difensori della città è Paride, il rapitore di Elena: le spalle coperte da una pelle di leopardo, armato di arco, spada, due lance. Menelao, il re cui il troiano ha tolto la moglie, esulta come un leone che scorge la preda e gli si scaglia addosso. Paride non teme confronti come bellezza ma Menelao è un diavolo biondo e nerboruto, che mette paura. Pallido, tremante, il troiano rientra fra i suoi. Rispondendo ai fieri rimproveri del fratello Ettore, eroe fra gli eroi, si rincuora e avanza una proposta. Affronterà in duello Menelao: il vincitore si prenderà Elena e tutte le sue ricchezze. Ma comunque termini lo scontro, dovrà tornare la pace: così Troia sarà salva e i greci riprenderanno il mare. Gli animi sono scossi; sembra impossibile che, dopo tanti anni, la guerra possa finire. E’ commossa anche Elena, che sente un’ombra di rimpianto per il primo marito. Da lei il vecchio re troiano Priamo si fa indicare i capi nemici: il potente Agamennone, Ulisse dal gran senno, Aiace Telamonio grande e gagliardo, che supera tutti di una testa. Priamo scende fra i soldati, ma non resiste a vedere il figlio impegnato in quel duello mortale e rientra in città mentre Ettore e Ulisse misurano il campo di lotta e scelgono chi dovrà colpire per primo. La sorte favorisce Paride. Continua a leggere

La collera di Achille

achilleedettoreFra la città di Troia e il mare, su una pianura attraversata dal fiume Scamandro, combattono da nove anni 120mila guerrieri greci. Alle loro spalle più di mille navi, che dovranno riportarli in patria dopo la vittoria. Ma i troiani non danno segno di resa. Hanno appena 12mila uomini, più altri 40mila di regioni vicine. Si sentono sicuri dietro le alte mura della rocca, sempre pronti però a scendere quando i greci si schierano in ordine di battaglia. Chi prevarrà avrà il dominio del Mediterraneo orientale. I greci vengono da Atene, Sparta, Micene, Argo, Salamina, da tante isole piccole piene di sole. La guerra è cominciata quando Paride, troiano, ha rapito la bellissima Elena, moglie di Menelao; e gli eserciti non possono dimenticarsene perché Elena si affaccia spesso sulle mura, combattuta fra il timore che vincano i greci ed il rimorso per le stragi che ha causato. I troiani sono uniti; sanno che la sconfitta significherebbe la distruzione del loro popolo. I greci sono stanchi. Hanno saccheggiato città e villaggi, conquistato prede. Ma la guerra è troppo lunga; per troppi anni li ha tenuti lontani dalle loro case. E sono divisi. Continua a leggere

Un bel dì compare l’uomo…

PrometeoDopo la grande battaglia di Zeus contro i Titani, e le conseguenze dello scontro, il mondo non fu più lo stesso. Il fratello di Atlante, Prometeo, secondo figlio di Giapeto, infatti plasmò un uomo e gli diede così vita. Dopo aver raccolto sulle rive di un fiume una manciata di fango, infatti, iniziò a rigirarla fra le mani. Il fango era malleabile e, quasi fosse un gioco, assumeva forme diverse… Improvvisamente un pensiero balenò nella mente del gigante. Eccitato, raccolse molta altra argilla umida e plasmò una effigie che aveva le sue stesse sembianze, ma con dimensioni più ridotte. Infine soffiò leggermente sulle labbra del piccolo nuovo essere che si animò. La vita fluì in lui.
Nacque così l’uomo, una creatura che in sé serbava l’ambizione del pavone, la timidezza della lepre, la ferocia della tigre, la forza del leone. Ma i suoi occhi, a differenza di quelli degli animali, volgevano. Continua a leggere

La guerra di Zeus

zeusbsrTra la Macedonia e la Tessaglia, nella Grecia, vi è una catena di montagne. La sua vetta più alta si disperde tra le nuvole. È la sede degli dei, l’Olimpo, la fantastica reggia dalla quale Crono, e prima di lui Urano, domina su tutte le cose. È il simbolo della somma potenza di cui Zeus vuole impadronirsi, togliendola al padre che se ne è reso indegno.
Oceano con la moglie Teti, Iperione e Thea, le Titanidi Temi e Mnemosine, si pongono al fianco di Zeus contro il loro fratello. Fedeli a Crono rimangono invece Giapeto, Crio, Ceo e la sua sposa Febe.
Rea, moglie di Crono, madre di Zeus, non interviene.
Esattamente dirimpetto al monte Olimpo sorge nella Ftiotide il monte Otri. Da là Zeus e i suoi alleati sferrano l’attacco fatale.
La battaglia inizia e si protrae per lunghi anni. Le forze in campo non consentono soluzioni: dieci anni di cataclismi, in cui la terra, scossa da un continuo tremito, travolge montagne e valli. Orribili baratri si formano ovunque. I venti soffiano con l’impeto degli uragani. Tempeste e piogge inondano i campi fertili, il mare sconvolto rischia di sommergere la terra. Bollono i vulcani e sputano lava incandescente e fumo che oscura il cielo, ma i Titani, incrollabili, non cedono.
Nelle profondità della terra, nel buio Tartaro, i Ciclopi e gli Ecatonchiri giacciono dimenticati, stretti in catene, resi impotenti dal cieco terrore di Urano, spodestato da Crono, che non ha tenuto fede alla promessa di liberarli fatta un tempo a Gea.
Improvvisamente, estenuato dalla lunga lotta micidiale, Zeus si ricorda di loro. Sceso nel Tartaro libera i giganti prigionieri conquistandoli alla sua causa. Le sorti della battaglia mutano totalmente. I fulmini volteggiano, divampano gli incendi, luci accecanti abbagliano i difensori dell’Olimpo. Il fragore assordante del tuono si aggiunge ai boati della terra e a quello dei massi di roccia che le cento e cento mani degli Ecatonchiri staccano dalle montagne e fanno ruzzolare sulle forze nemiche.
Ciclopi ed Ecatonchiri si battono accaniti e Zeus, rinfrancato, raddoppia in forze e furore. Finalmente Crono, sopraffatto, stanco e indebolito, precipita con Giapeto, Crio, Ceo e Febe negli abissi della terra, ma eternamente schierata dalla parte del più debole, Gea tenta per loro un ultimo salvataggio. Il Tartaro (o Erebo), figlio del Caos, custodisce il vinto re e i suoi seguaci. Con il Tartaro Gea dà vita ad un mostro chiamato Tifeo.
Gigantesco essere tra l’umano ed il ferino, Tifeo ha cento teste da ognuna delle quali sibilano lingue nerastre e velenose. Fiamme gli escono dagli occhi. La sua statura supera quella delle montagne. Le sue braccia, distese, raggiungono i confini della terra. Nulla può far supporre che egli non sia in grado di strappare a Zeus o a chiunque altro lo scettro divino. Le sorti della battaglia sono nuovamente in bilico.
I Ciclopi, asserviti a Zeus e a lui oramai eternamente devoti, non trascurano mezzi per dimostrargli la loro gratitudine: il tuono, il lampo e la folgore. Basterà uno solo dei fulmini dei Ciclopi, scagliato da Zeus contro il terribile mostro Tifeo, per annientarlo e assicurare a Zeus, questa volta definitivamente, la signoria dell’universo. Oramai padrone assoluto dell’arma invincibile, i fulmini, che i Ciclopi fabbricheranno costantemente per lui, egli è finalmente in grado di difendere la sua supremazia.
Custodito dai suoi antichi prigionieri, Crono, con i fratelli alleati, giace incatenato nel Tartaro. Costretto da Zeus ha rigettato i primi cinque figli: Ade, Poseidone, Era, Estia e Demetra. Con loro Zeus ripartisce regno e poteri. Ad Ade assegna il mondo sotterraneo, a Poseidone il mare. Sceglie egli stesso come sposa legittima la sorella Era. Estia sarà la dea del focolare domestico, e Demetra la personificazione della forza generatrice della terra, la terra madre, la madre del grano.
Per sé Zeus riserva il cielo e la terra e, in particolare, l’Olimpo.
Da Era avrà cinque figli e saranno i soli legittimi tra le centinaia di cui riempirà il mondo: Ares, il dio della guerra; Efesto, il dio del fuoco; Eris, la dea della discordia; Illizia, la levatrice divina; Ebe, la libatrice degli dei. Inoltre, esclusivamente sua, scaturita completamente armata dalla sua testa, somma personificazione della sua potenza e del suo valore, la figlia Atena, dea dell’intelligenza e della guerra, costituirà, per il re degli dei, motivo del massimo orgoglio e vanto. Sistemate le premesse per il suo regno, ancora una cosa resta da fare: Atlante, il figlio del Titano rivale Giapeto, ha osato, con il fratello Menezio, parteggiare con il padre contro di lui. È necessario punirlo per non ritrovarselo contro.
Zeus escogita un castigo esemplare: la statura di Atlante è immensa, il suo nome significa “colui che sopporta” e le sue
spalle sono possenti: Giove vi appoggia sopra tutta la volta del cielo! Per l’eternità le stelle sfileranno fra le sue dita e subordinato a lui sarà il destino degli uomini.

L’insaziabile fame di Crono

ReaSu tutto, dunque, regnava Gea con il figlio e sposo Urano. Da molto tempo i due dominavano l’universo, quando Urano pensò di relegare nei più profondi recessi della terra i suoi primi sei figli, i Ciclopi e gli Ecatonchiri. Oltre all’orrore questi gli ispiravano anche una inconscia paura. Gea, loro madre, però fu profondamente ferita da questa decisione ed aizzò contro il padre gli altri dodici figli, i Titani i quali rimasero però titubanti. Con una sola eccezione: Crono, il più giovane, orgoglioso e ribelle. Questi si disse pronto, per liberare i prigionieri, a usare contro Urano un falcetto d’acciaio che Gea stessa aveva fabbricato e acquistare in tal modo la supremazia sui fratelli maggiori. Continua a leggere