La Polizia Locale a Como: dalle Guardine civiche e daziarie ai Vigili Urbani. 150 anni di storia e curiosità

Domenica 20 gennaio, festa di San Sebastiano, si è svolta la tradizionale festa del Corpo di Polizia Locale del Comune di Como che quest’anno, 2019, ha voluto ricordare i 150 anni dalla sua fondazione. Per questo motivo Villa Olmo ha ospitato una vera e propria festa della Polizia Locale del territorio regionale, visto che sul Lario sono arrivate delegazioni dagli altri capoluoghi di Provincia della Lombardia nonché lo stesso governatore, Attilio Fontana. Correva, dunque, l’anno 1869 quando Como si dotò del primo corpo di “Vigili Urbani”. Del resto, in Italia, tutti i corpi di polizia locale sono nati tra la fine del ‘700 e la fine dell’ottocento (Torino 1791, Milano 1860, Bergamo 1864, Venezia 1876, Vicenza 1871). Del resto lo Statuto del Regno di Sardegna del 1848, e la Legge Comunale e Provinciale del 1859, davano ai Comuni la possibilità di dotarsi di guardie per vigilare sul rispetto delle proprie norme. La possibilità di creare questi corpi era comunque subordinata all’autorizzazione dei Governatori provinciali che potevano anche rifiutarne la costituzione. Come accennato, a Como il Corpo divenne realtà 150 anni fa. Ma quest’anno, però, ricorre anche un secondo anniversario. Sono infatti trascorsi 110 anni dalla sua prima grande riforma a livello locale. Nel 1909, infatti, Palazzo Cernezzi decise di unificare i funzionari dei Vigili con un secondo gruppo di agenti, ovvero le Guardie Daziarie, mettendo in atto quanto, del resto, deciso da un Regio Decreto che identificava con gli attuali operatori di polizia locale anche, ad esempio, le Guardie Campestri (figura presente soprattutto nei paesi di campagna), quelle Boschive o Rurali. In particolare, a Como, le Guardie Daziarie avevano il compito di vigilare sui Regolamenti Comunali in materia, ovvero di accertare l’avvenuto corretto pagamento dei tributi municipali nel movimento delle merci in un autentico “ginepraio” di tasse, imposte e balzelli che è del tutto simile al carico fiscale che oggi grava su ogni bene importato dall’estero e messo in vendita. Il Comune di Como nel 1909 da quindi vita ad un solo corpo che, alla vigilia della I Guerra Mondiale, arriverà a contare 42 agenti, tre brigadieri, sei vice-brigadieri e sei vigili scelti per una spesa relativa al suo funzionamento regolare che ammontava ad oltre 57mila lire dell’epoca. Va sottolineato che tra le motivazioni “pratiche” che suggerirono tale riforma, il Comune di Como mirava, con la nomina di un solo comandante e con la unificazione dei servizi sotto un’unica direttiva, a provvedere ad una migliore scelta dei funzionari. Il nuovo Regolamento di disciplina del Corpo, infatti, prevedeva che l’assunzione non si sarebbe basata unicamente sui titoli in possesso del candidato bensì anche sull’esito di esami orali e scritti. Per controllare l’operato del Comando si istituì inoltre la “Commissione permanente di disciplina” composta dal Sindaco, dall’Assessore ai Vigili Urbani, dal Segretario Comunale, dal Comandante e da un agente commissario. Un organismo che avrebbe proposto alla Giunta eventuali nomine, premiazioni, punizioni, licenziamenti ed “assegni di pensione”. Dopo questa riforma occorre attendere il 1952 per assistere ad altre novità riguardo il funzionamento del corpo che, pur dipendendo dai Comuni, veniva impiegato con modalità e scopi che non rispondevano alle reali necessità del territorio. Con gli anni ’50 del secolo scorso, e l’avvento successivo della motorizzazione di massa che determinò lo sviluppo esponenziale della circolazione nei centri urbani, ai Vigili Urbani venne anche affidato un ruolo di primo piano nella regolamentazione e controllo del traffico nei centri abitati, ruolo che tuttora identifica nell’immaginario collettivo questa figura professionale e che, del resto, è stato immortalato da numerose pellicole cinematografiche di successo con protagonisti, ad esempio, Alberto Sordi o Totò. Un ultima curiosità: pur essendo familiarmente ancora conosciuti come “Vigili Urbani”, tale denominazione è inesatta dal 1986 quando la prima vera e propria Legge dell’età repubblicana in materia li identificò come “Agenti di Polizia Municipale”. Ad oggi sono le diverse normative regionali che, al fine di ricomprendere le Polizie Municipali e Provinciali, hanno adottato il termine Polizia Locale. (Luigi Clerici)

1907: quando gli emigranti partivano per l’estero dalla nostra Diocesi alla ricerca di un futuro migliore

Da ormai diversi anni il tema dei migranti è un argomento particolarmente dibattuto. Molto spesso a sproposito e con diversi preconcetti. In ogni caso di tratta di una tematica di stretta attualità. Ma l’attenzione verso i fenomeni migratori non è un’esclusiva dei nostri tempi perché anche in passato dibattiti, opinioni e studi si susseguirono per analizzare una situazione che, però, non riguardava chi voleva venire in Italia bensì chi aveva intenzione di lasciare il nostro Paese alla ricerca di un futuro migliore. Ed a queste tematiche anche nel XX secolo la Diocesi di Como ha riservato un’attenzione particolare. In particolare nei cosiddetti anni della Belle Epoque quando venne promosso un attento studio che analizzò numeri, e destinazioni, dei migranti in partenza, o in transito, dal territorio diocesano. Un lavoro che, alla luce del nostro contesto attuale, merita di essere conosciuto e che vanta non poche analogie con la situazione attuale. Le premesse del periodo le sappiamo tutti: l’Italia “liberale” era un Paese alle prese con tante difficoltà. L’avvenuta unità nazionale non aveva portato con sé la giusta attenzione alle necessità di un ampio strato della popolazione e una volta parzialmente fallita l’avventura coloniale, che avrebbe dovuto assicurare uno “sbocco interno” a chi ricercava un domani migliore, non aveva raggiunto i risultati auspicati dai Governi in seguito alla sconfitta di Adua (1896). Le crisi alimentari e produttive erano all’ordine del giorno, così come la miseria e la povertà, e tutto questo creava uno stato di tensione che talvolta sfociava in aperta violenza, anche da parte delle autorità (si pensi ai moti di Milano del 1891 e del 1898), o in scioperi. Per tanti l’unica strada per un futuro era rappresentata dall’emigrazione all’estero. Un fenomeno, del resto, incoraggiato dalle stesse autorità come la Diocesi denunciò sulle pagine del suo primo settimanale d’informazione, “La Vita del Popolo”, nel 1907: “Il Governo anziché provvedere ai mezzi per arrestare il torrente emigratorio specula sui proventi della tassa che pagano gli emigranti”. Così come accade oggi per chi lascia l’Africa o altre nazioni, gli emigranti italiani allora non potevano contare sull’assistenza di qualcuno. Di fronte all’acuirsi del fenomeno, però, nei primi anni del XX secolo vennero promosse iniziative private, di carattere sociale, che si sostituirono ad uno Stato assente come nel caso della Lega Democratico-cristiana Valtellinese o dell’Opera di assistenza degli operai italiani emigrati in Europa e nel Levante. Ma quanti e dove erano diretti gli antenati che vivevano alle nostre latitudini in questo periodo?
Dai dati statistici riscontrati nell’ufficio di segretariato di Como/Chiasso dell’Opera di assistenza, ad esempio per l’anno 1906, sappiamo che vennero esperite ben 65.045 pratiche, con un evidente risparmio per coloro che emigravano sulle tasse imposte dal Regno d’Italia pari a oltre un milione di lire, una cifra esorbitante per l’epoca! Nell’ospizio notturno, situato alle porte del confine, quell’anno furono ospitate 8.429 persone alle  quali vanno aggiunte altre 6.320 che pernottarono nella cosiddetta “baracca di Terze”. Tutte queste persone erano dirette in altri Stati europei: Francia (6.400), Germania (13.500), Lussemburgo (6.570) e Svizzera (15.400). Ma in molti, soprattutto dal territorio valtellinese, scelsero di recarsi in America del Nord, Stati Uniti, o del Sud, Uruguay e Argentina in particolare, senza trascurare il Brasile.
Alcuni dati dello studio diocesano (1907) sono interessanti. Tra chi scelse gli Stati Uniti
una quota interessante di emigranti si recò in California, in particolare a San Francisco o
nei suoi dintorni, trovando poi lavoro come “orticoltori o come spaccalegna. E ne
ritraggono buoni guadagni”. Non mancano poi emigranti impiegati nei lavori delle ferrovie o all’estrazione di metalli nelle miniere di oro, argento e rame sui monti della Sierra Nevada.

Tra la statistica dei lavori trovati dai nostri emigranti un posto di tutto rispetto spetta a chi venne impiegato nelle fornaci per la produzione di mattoni. Un’altra vasta corrente di emigranti, invece, raggiunse le coste occidentali dell’Australia (i piani di Coolgardie), lo stato australiano di Vittoria e la Nuova Zelanda, “per applicarsi nelle foreste, in miniera e nei lavori agricoli che in quegli anni si svilupparono in seguito all’introduzione dell’irrigazione artesiana”. L’analisi di questi fenomeni migratori extraeuropei evidenzia che in questo caso si trattò di un’emigrazione “semipermanente”, ovvero di durata ipotizzata dai cinque ai dieci anni. Chi invece scelse l’America Latina, invece, compì una scelta di vita perché si spostarono per lo più intere famiglie in quanto anche le donne avevano grandi possibilità di lavorare, ad esempio, “nella coltivazione delle grandi tenute che prendono a dissodare, o per aiutare nella direzione un piccolo albergo”, cioè su fabbricati adibiti ad ospitare emigranti soli appena arrivati in quelle terre. Anche le conclusioni dello studio diocesano di quell’epoca è terribilmente attuale e potrebbe essere stato scritto anche qualche istante fa, se non fosse per alcune ovvie differenze di lessico tra la lingua parlata 110 anni fa e quella odierna. Nel chiedere a tutti i fedeli uno sforzo, visto che lo Stato osteggiava ogni azione o aiuto agli emigranti, si sottolineava infatti la necessità di “sostenere chi disinteressatamente lavora per il bene di chi, da dura necessità, è costretto a lasciare la sua terra e le gioie della famiglia per recarsi in  contrade lontane a cercare un tozzo di pane”.
Luigi Clerici

(Articolo pubblicato sul nr. 3/2019 de “Il Settimanale della Diocesi di Como”).

Un compleanno ufficiale per Lurate Caccivio? Difficile a dirsi…vada per il 30 dicembre 1755

P1040454È possibile stabilire con assoluta certezza la data in cui compare ufficialmente nella storia la denominazione ufficiale di Lurate Caccivio? Come spesso accade in questi casi la risposta non è univoca, soprattutto perché la maggior parte dei toponimi delle nostre località, se non possono vantare una precisa identificazione romana (molto più raro farli risalire con assoluta certezza alle popolazioni che hanno preceduto la conquista delle legioni dell’Urbe eterna), hanno iniziato ad essere identificate nell’Alto medioevo…  periodo ancora oggi caratterizzato da tanti punti interrogativi che non potranno mai (o molto difficilmente) essere risolti. Ed anche le derivazioni etimologiche attuali vanno prese con “le pinze”. Se è vero che i suffissi -ate vengono ricondotti ad un origine celtica, bisogna anche sottolineare che tali denominazioni si incominciano ad usare nell’epoca  moderna e, spesso, nel Medioevo i nomi ufficiali sono anche sostanzialmente differenti a nomi per noi abituali. Il campo su cui ci muoviamo, quindi, è “minato”… ed è buona prassi, quindi, utilizzare solo elementi precisi, anche se spesso questi finiscono per  limitare miti e leggende popolari su antenati ed episodi che avrebbero contraddistinto la storia del paese. Anche per ciò che riguarda il suo nome.
Le prime testimonianze tangibili di una denominazione ufficiale dei paesi comaschi, e quindi anche di Lurate e Caccivio (che per tanti secoli hanno vissuto storie parallele ma differenti), vanno ricondotte al basso Medioevo. In particolare, il primo riscontro storico di Lurate risale al 1346, quando negli “Statuti delle acque e delle strade del contado di Milano” compare la località “Luyrago de l’Abà”, inclusa nella pieve di Appiano e responsabile della manutenzione della cosiddetta “strata da Bolà”. La prima citazione di Caccivio è invece più “vecchia” di undici anni. “Cazivio”, infatti, è citato in una sezione dei famosi Statuti della Città di Como del 1335 quale comune appartenente alla Pieve di Fino. Interessante il fatto che questo testo esplicitamente ricorda come Cazivio sia già stato annotato in un documento del 1240 dal quale si evince figuri sotto il controllo dei quartieri di Porta San Lorenzo e Coloniola della città di Como. Gli Statuti del 1335, prendendo atto di quanto era in vigore un secolo prima, non hanno fatto altro che aggiornare lo status di questa realtà rurale del contado comasco.
Dal XIV secolo facciamo ora un salto di due secoli. In questo periodo il toponimo Lurate Abate è una denominazione consolidata. Compare infatti nei registri dell’estimo del Ducato di Milano del 1552 (un elenco con finalità di natura esclusivamente fiscale), nell’estimo redatto dall’Imperatore Carlo V (documento dalle analoghe finalità del 1558) ed in suo aggiornamento del 1644. In questo periodo Caccivio, scritto con un “c” sola, invece risulta sempre parte integrante della pieve di Fino. Almeno così risulta dal “Liber consulum civitatis Novocomi”, un testo dove sono riportati i giuramenti prestati dai consoli delle località minori alla città di Como dal 1510 al 1538. Anche nel 1652, nel documento “Redenzione feudi”, Caccivio, dove vi abitano 38 “fuochi”, risulta ancora compresa nella pieve di Fino. Con l’arrivo del dominio austriaco nel nostro territorio le cose, però, sono destinate a cambiare ed a ridosso della metà del XVIII secolo ecco che Lurate e Caccivio si incontrano. Il “rendez vous” però non è semplice. Non, però, per motivi locali bensì per episodi di politica internazionale (ovvero guerre) che impediscono alla corona asburgica di portare a compimento una profonda riforma fiscale nei propri domini. Eh sì, il moderno comune di Lurate Caccivio nasce per favorire una più efficiente tassazione dei suoi abitanti. La fotografia che descrive il nostro territorio prima di questa unione è rappresentata dalle “Risposte ai 45 quesiti”, una
sorta di indagine conoscitiva effettuata nel 1751 dall’apparato amministrativo austriaco per conoscere usi, costumi, tradizioni e stato di fatto di tutti i suoi comuni rurali o urbani che siano. In base alle risposte inserite nel “Compartimento territoriale specificante le cassine”, Lurate Abate è inserito nel ducato di Milano, pieve di Appiano ed il suo territorio comprende anche le cascine di Castello, Monte, Benedetta e Malpaga. Il comune risulta ancora un feudo dell’abate di San Simpliciano di Milano al quale, però, la
comunità (composta da 351 anime) non versa alcun tipo di tributo. I suoi amministratori però devono prestare giuramento davanti alla giurisdizione criminale del Vicariato del Seprio, una sorta di Tribunale locale d’epoca, prima di entrare in carica.
Sempre nel “Compartimento territoriale specificante le cassine” del 1751 sappiamo invece che Caccivio non è sottoposto in modo esclusivo alla giurisdizione comasca. È parte integrante del ducato di Milano ma non più della pieve di Fino Mornasco. È inserito in quella di Appiano e il suo territorio comprende anche il “cassinaggio” di Colombaro. Dalle risposte ai 45 quesiti della giunta del censimento emerge che i suoi
amministratori, per rendere effettivo il proprio potere, devono però prestare giuramento ancora davanti al podestà di Como. Una situazione che le autorità superiori ritengono anacronistica e, infatti, nel giro di due anni vengono tagliati tutti i fili di natura amministrativa con Como. Ma non solo. Dall’“Indice delle pievi e comunità dello Stato di Milano” del 1753, emerge come non sia più comune autonomo ma unito a Lurate Abate. La denominazione ufficiale è “Lurate Abate con Caccivio” ed è questa la prima volta che incontriamo ufficialmente insieme le due località nella storia. Peccato, però, che non si disponga della data precisa in cui tale “Indice delle pievi” viene pubblicato. Conoscere il giorno preciso di pubblicazione avrebbe significato rintracciare il compleanno ufficiale del nostro comune. Mancando dunque un riferimento indiscutibile, per poter disporre di una data di anniversario certa, dobbiamo fare un piccolo salto in avanti di soli due anni. Il comune di “Lurate Abate con Caccivio” infatti figura nella “Riforma al governo e  amministrazione delle comunità dello stato di Milano”, editto entrato in vigore il 30 dicembre 1755, e poi nel nuovo compartimento territoriale dello Stato di Milano del 10 giugno 1757. Quest’ultimo documento altro non è che l’atto amministrativo che decreta l’entrata in vigore del Catasto Teresiano, la monumentale opera di censimento di tutti i possidenti dell’Impero asburgico, realizzato per esclusive finalità fiscali sotto il regno
dell’imperatrice Maria Teresa d’Austria. Sarà questa la denominazione ufficiale del nostro comune nei successivi tumultosi decenni dell’epoca napoleonica. Per la cronaca, Lurate e Caccivio sono soggette a numerose variazioni di “mandamento” e poi di provincia, ovvero di quale sia il centro più grande cui far riferimento: da Appiano (1771, quando il paese conta 402 abitanti in Lurate Abate e 763 in Caccivio per un totale di 1165 residenti) passa ad essere parte della provincia di Gallarate (1786), poi al Dipartimento del Verbano nella Repubblica Cisalpina (1797), al Dipartimento dell’Olona (1798), al Distretto di Olgiate Comasco (1799, con 1088 abitanti), al II Distretto di Varese (1801) per approdare infine al Dipartimento del Lario, diventato nel 1805 Dipartimento di Como, nel Regno d’Italia napoleonico. Sempre nel 1805, quando la sua popolazione conta 1161 abitanti, cessa di essere comune autonomo e viene forzatamente annesso ad Appiano. Con la caduta di Napoleone e la Restaurazione il nostro comune torna indipendente sempre come “Lurate Abbate con Caccivio” (12 febbraio 1816). È il 23 giugno 1853, in seguito ad un nuovo aggiornamento del Compartimento territoriale della Lombardia, che la sua denominazione muta diventando “Lurate Abbate” e annoverando Caccivio solo come frazione (2531 complessivamente sono i suoi abitanti). Questo nome sarà mantenuto dopo l’unione temporanea delle province lombarde al regno di Sardegna (23 ottobre 1859; 2.671 gli abitanti) e la costituzione del Regno d’Italia nel 1861 (2.808 abitanti).
La nascita dello Stato unitario italiano segna, di fatto, l’ultimo capitolo della nostra breve storia delle denominazioni di Lurate Caccivio. Se infatti con l’arrivo del treno in paese l’edificio della stazione anticipa i tempi (sul muro della stessa compare la denominazione Lurate Caccivio), bisogna aspettare la riforma amministrativa attuata dal Regime Fascista perché dallo stato di fatto si passasse all’effettiva validità giuridica della denominazione “Lurate Caccivio”. Infatti, sino al 1927, il comune mantiene la qualificazione di Lurate Abbate e solo successivamente a tale data assume la denominazione attuale (in seguito all’emanazione del Regio Decreto 1027 del 2 giugno 1927) forte di una popolazione di 4.918 abitanti per una superficie di 592 ettari. Sono quindi poco più di 91 anni che il nostro Comune ha assunto la sua denominazione attuale. In questo periodo sono diventati ben diversi altri i numeri che  contraddistinguono il paese, come quello dei abitanti che ora sono più del doppio. Ma l’analisi di questi numeri è tutta un’altra storia.
Luigi Clerici

(Articolo apparso sul nr. 01 de “Il Tessitore” – dicembre 2018)

Como e il Natale nella Belle Epoque: socialità ma soprattutto a solidarietà

Da qualche giorno hanno preso il via le diverse proposte dell’edizione 2018 di “Como, Città dei Balocchi”, la kermesse che anima Como ed il suo circondario durante le festività natalizie, e nel periodo che le precede. Le vicende della nostra città, e del suo territorio, però ci ricordano di come anche in passato il mese di dicembre sia sempre stato ricco di eventi e di occasioni di intrattenimento in prossimità del Natale. Visti i tempi si trattava di proposte senza dubbio meno appariscenti ma forse più sentite e dove non mancava mai la solidarietà. Continua a leggere

Cento anni dalla fine della I Guerra Mondiale, un secolo dalla pandemia dell’influenza “spagnola” anche nel nostro territorio

Domenica 4 novembre in tutta Italia si ricorderà ufficialmente la fine della I Guerra Mondiale ad un secolo di distanza. Alle ore 15:00 di quel giorno di cento anni fa, infatti, entrava in vigore l’Armistizio, firmato a Villa Giusti, che sanciva la fine delle ostilità tra il Regio Esercito italiano e le truppe dell’Impero (in disfacimento) austro-ungarico che erano costato tanti morti e sofferenze in un’Italia profondamente lacerata e che avrebbe continuato a vivere altri anni drammatici. La fine della guerra, se comportò la conclusione dei combattimenti, non rappresentò, però, la conclusione delle sofferenze “fisiche” per la popolazione italiana in quanto, proprio in questo periodo, era in corso la seconda ondata dell’influenza “spagnola”, la più terribile pandemia che abbia colpito il genere umano e che costò complessivamente ben 50 milioni di morti. Studi hanno evidenziato che, se nell’immaginario collettivo la più grande tragedia per l’umanità è considerata la “peste nera” del 1348, la “spagnola” fu certamente peggio.

Il virus aveva fatto la sua comparsa nel febbraio 1918 quando l’Agenzia di stampa spagnola FABRA aveva trasmesso un dispaccio informativo nel quale segnalava “una strana forma di malattia a carattere epidemico” a Madrid. Se in Spagna si era cominciato a parlare della malattia, la stampa europea, soggetta in buona parte alla censura di guerra, poteva scrivere solo degli sviluppi della stessa nel paese iberico ed è pre questo che fu conosciuta «spagnola». Nel comasco, così come in Lombardia, i primi modesti effetti del virus vennero registrati nel mese di maggio. Al fronte, infatti, il virus fu diffuso soprattutto dai militari statunitensi (negli USA, infatti, si manifestarono i più importanti focolai) che coinvolse anche i soldati italiani (alcuni reparti, infatti, erano impiegati in Francia). Ad aggravare il contagio fu il ricovero nelle retrovie dei soldati ammalati: questo contribuì ad espandere il morbo anche fra i civili. In ogni caso questa prima ondata fu ben poca cosa rispetto a quanto accadde a partire dal mese di settembre. Dato che il virus colpiva soprattutto giovani tra i 18 ed i 40 anni e che la medicina si dimostrava impotente, nonostante la censura anche la stampa comasca si occupò del virus cercando, per quanto possibile, di svolgere attività di prevenzione.

Interessante risulta rileggere cosa, ad esempio, pubblicò il settimanale “L’Araldo” (settimanale informativo di ispirazione cristiana che si pubblicava a Cernobbio e che riportava notizie dei paesi posti alle falde del monte Bisbino e del primo bacino del Lago). Nell’edizione del 12 ottobre 1918, venne pubblicato il contenuto di una circolare del Prefetto di Como, Dott. Muffone, con alcune misure igieniche da adottare per mitigare il diffondersi dell’epidemia. Tra gli obblighi imposti alla popolazione segnaliamo il divieto di dar vita ad  “assembramenti non necessari, specie in locali chiusi; curare la scrupolosa igiene delle bevande e degli alimenti” vigilando sulla qualità dell’acqua potabile e dei cibi in vendita affinché “siano efficacemente riparati dagli insetti; curare le nettezza e l’igiene del suolo e dell’abitato; esercitare una speciale vigilanza sulle collettività particolarmente esposte a diventare focolai dell’infezione: caserme, convitti, scuole, chiese, officine, teatri, cinematografi; ridurre al minimo le visite dei parenti negli ospedali ed aver disponibile una buona quantità di calce viva, da conservarsi in luogo asciutto. In caso compaia l’infezione disinfettare con abbondantissime e frequenti irrorazioni di latte di calce le corti dove vi sono ammalati e le case degli ammalati stessi”.

La paura del contagio fu tale che a Como, e in provincia, contrariamente al solito, le scuole nel 1918 non iniziarono il 1° ottobre, festa di San Remigio, bensì il successivo 4 novembre. Una decisione che fu criticata. Sempre sull’Araldo era possibile leggere: “Poiché l’apertura delle scuole è subordinata alla scomparsa della epidemia di influenza sarebbe forse stato meglio annunciare una proroga “sine die”. Auguriamoci che le condizioni sanitarie della città e della provincia possano migliorare nel volgere di pochi giorni, nessuno però in precedenza può asserire con certa scienza quando cesserà questa influenza delle quale finora non è bene chiarita la natura”. Infatti l’epidemia non sparì affatto. Anzi, continuò a mietere vittime anche a Como e dintorni per ancora tanti mesi ed a livello mondiale, nel 1919, si contavano tanti morti quanti ne aveva provocato la guerra.

A livello locale le uniche statistiche disponibili sono quelle che, per brevi periodi, pubblicarono i due quotidiani locali, “La Provincia” e “L’Ordine”. Il primo rilevò, ad esempio,come a Como dal 5 al 12 ottobre 1918, di fronte a 160 morti complessivi, 81 erano provocati dall’influenza (di questi 35 militari) con il picco massimo raggiunto il 10 ottobre (27 morti per influenza, 12 soldati). A livello provinciale, invece, dobbiamo far riferimento ad una parziale statistica de L’Ordine che, nei primi 14 giorni dell’ottobre ‘18, parlò di 276 decessi distribuiti negli allora 308 Comuni di appartenenza.

L’influenza spagnola, in ogni caso, riconfigurò radicalmente la popolazione umana più di ogni altro evento successivo alla peste nera del 1348. Tuttavia, è certo, che insieme a tanti lutti e sofferenze l’influenza ebbe il merito di incentivare la pratica delle attività all’aria aperta e dello sport (che fecero registrare un grande incremento a Como negli anni successivi, nonostante le difficoltà economiche del periodo, con la fondazione di numerose società dedite a diverse discipline) e, a livello mondiale, di contribuire alla diffusione dell’assistenza sanitaria.

Diario di Guerra: l’informazione locale durante la Grande Guerra

Di seguito la mia relazione presentata nel corso dell’incontro “Grande Guerra, cent’anni dopo (IV Novembre 1918-IV Novembre 2018) Cernobbio e Maslianico ricordano insieme” insieme alle slide. Momento che ha sancito una prima conclusione del progetto “Diario di Guerra” promosso sul sito internet del Comune di Cernobbio dal 24 maggio 2015 e che si concluderà tra due settimane.

Nel 2015 lanciai una proposta “particolare” al Comune di Cernobbio per ricordare i cento anni dallo scoppio della I Guerra Mondiale per l’Italia. I libri di storia, infatti, a differenza dei tragici eventi della II Guerra Mondiale che fece registrare episodi drammatici anche alle nostre latitudini con l’attività partigiana, la fuga di soldati ed ebrei verso la Svizzera nonché le convulse vicende degli ultimi giorni del mese di aprile del 1945, ovviamente raccontano esclusivamente cosa accadde al fronte del Carso, o a quello delle Alpi tridentine. Ma la I guerra mondiale, a differenza di tutte le guerre che la precedettero, fu il primo conflitto che non solo interessò territorialmente buona parte del nostro pianeta ma ebbe ripercussioni anche sulla società in generale: non solo, quindi, sugli uomini ed i giovani “vestiti in grigioverde” bensì sulle famiglie rimaste a casa ma anche su coloro che non ebbero cari o congiunti al fronte. Ecco, quindi, l’idea di ripercorrere, settimana dopo settimana, come gli eventi di guerra vennero raccontati alla popolazione cernobbiese, illustrando anche quali furono le ripercussioni che la stessa guerra ebbe per i cittadini. Del resto i giornali, insieme alle lettere dal fronte, furono gli unici strumenti che permettevano “a chi era rimasto a casa” di sapere cosa stava succedendo. Una fonte di informazione però sottoposta ad un rigido controllo. Infatti, per la prima volta nella storia, anche nel Regno d’Italia vennero adottati due strumenti che consentivano di “manipolare” l’opinione pubblica a seconda dell’andamento della guerra ovvero la censura e la propaganda.

“Arriva la guerra e quindi ci sono bugie a iosa” diceva un proverbio tedesco risalente agli inizi dell’Ottocento. Già il giorno prima dell’entrata in guerra, domenica 23 maggio 1915, ad esempio un Regio decreto vietò a tutti i giornali di diffondere notizie che andassero oltre i comunicati ufficiali su argomenti come i morti e i feriti, gli avvicendamenti negli alti comandi, l’andamento delle operazioni militari. Il giorno successivo venne attivato l’Ufficio stampa del Comando militare supremo, con sezioni staccate nei capoluoghi di provincia. L’accesso diretto dei giornalisti al fronte fu sostanzialmente vietato (con poche eccezioni) dal generale Luigi Cadorna che, personalmente, detestava i cronisti. Fin da subito, quindi, divenne sempre più importante per le autorità coltivare il cosiddetto “fronte interno” e i giornali si trovano coinvolti nel compito di collaborare allo sforzo bellico nazionale.

La guerra doveva apparire gloriosa, sacra e per questo si doveva esaltare la dignità ed il patriottismo nazionale.  Per tutta la durata del conflitto i censori, ogni notte, prima di dare il placet alla pubblicazione, leggevano ogni riga (lavoro immane) e gli articoli non consoni alle ordinanze venivano eliminati cosicché spesso, mancando il tempo per correggerli o sostituirli, le pagine presentavano larghi spazi bianchi o righe oscurate. Col tempo, però, gli spazi in bianco vennero sostituiti da articoli “manipolati” che raccontarono la guerra con il solo obiettivo di mantenere il consenso popolare al conflitto.

Anche le cronache relative alle morti dei caduti, non solo sulle pagine de L’Araldo ma su tutti i periodici locali, diventarono celebrazioni di atti di eroismo personale o di battaglione. Venne invece taciuto lo squallido orrore delle trincee, la violenza e l’inutilità degli assalti, dei prigionieri caduti in mano nemiche (salvo quando questi facevano recapitare ai familiari a casa lettere, anche queste sottoposte a censura), delle fucilazioni per ammutinamento e diserzione. Piuttosto si tendeva a celebrare il ritorno a casa dei feriti .

Le sconfitte furono mitizzate (quanto accaduto a Caporetto nel 1917 fu il più possibile mascherato grazie ad una vera e propria strategia di disinformazione) e sfruttate per esaltare il sentimento di riscossa nazionale incitando all’odio verso il nemico: “Tutti sentiamo la pena e l’orrore per il nemico che ci è in casa, in casa come nel ’48, nel ’59 e nel ’60! Tutti sentiamo l’alito greve della bestia che per anni ha vissuto accovacciata sotto il nostro focolare ed ha mangiato il nostro pane, riscosso le decime, ci ha imposto le taglie, ci ha confiscato i beni, ci ha seviziato il padre, ci ha fatto morire di dolore la madre e ci ha impiccato i fratelli… E’ la nostra via crucis: la prova del Getsemani. Sudiamo sangue come Gesù, e trasciniamo la nostra croce da colle a colle, da città a città, da fiume a fiume”. La demonizzazione del nemico fu esercitata, attingendo a questo fine tutti i tradizionali stereotipi razzisti. Anche sulle pagine del settimanale cernobbiese Austriaci e tedeschi, infatti, venivano descritti come individui rozzi, crudeli e malvagi, dediti a deliberate crudeltà, così come i loro sovrani:  un esempio l’articolo che ricorda la morte dell’imperatore Francesco Giuseppe, l’impiccatore.  “Ma cosa importa se un lembo del sacro suolo della Patria è calpestato dallo straniero?”. La missione è una sola: vincere.

Dopo Caporetto e l’avvicendamento di Cadorna con Diaz, le notizie dal fronte diventano ancora più “asciutte” in quando il nuovo Comandante aveva disposto che i dispacci non potevano superare le 500 parole.

In ogni caso, durante tutto il conflitto, rimase sempre attiva sul settimanale L’Araldo la rubrica “Lettere dal fronte” dove venivano pubblicati gli scritti che i soldati inviavano a casa, scelti tra i più retorici ed in linea con i dettami.

Concentrati sugli episodi bellici e sullo straziante stillicidio di vite umane, finora si ha data una limitata importanza agli effetti che il conflitto ebbe sulla popolazione in ogni centro italiano. Con il passare delle settimane la stampa iniziò a presentare, con un linguaggio opportunamente scelto, le ripercussioni che il conflitto ebbe per tutti i cittadini. Per la maggioranza dei questi, di ogni età o ceto sociale il conflitto, si trasformò ben presto in guerra di logoramento con la comparsa delle difficoltà negli approvvigionamenti alimentari. Col passare dei mesi, infatti, e nonostante le rassicurazioni di una prossima vittoria, iniziarono a peggiorare le condizioni di vita della popolazione, segnata da un forte aumento dei prezzi, da marcate restrizioni alimentari dovute a un ferreo controllo dei consumi da parte del governo, dal deterioramento qualitativo del cibo. Dalla comparsa del pane di Guerra, da vendersi raffermo e confezionato con surrogati di ogni tipo, all’introduzione del calmiere per grano, zucchero, dolci e carne. Nel 1917 si arrivò anche ad introdurre la tessera annonaria per alcuni beni di consumo quali pane, pasta e riso successivamente estesa ad altri alimenti. Nonostante tutto questo, a Cernobbio, così come a Maslianico, Piazza S. Stefano o Rovenna, non si verificarono mai quelle manifestazioni spontanee che videro in altri paesi e città italiani sfilare in piazza persone (soprattutto donne) esasperate dalla penuria dei generi alimentari, dall’aumento del costo della vita, dalle code ai negozi, dalla fame.

Anche per le epidemie, come l’influenza Spagnola scoppiata verso la fine del conflitto e che fece centinaia di migliaia di morti, la Censura fece tentativi di occultamento e notizie furono frammentarie.

Parole che invece non mancarono per celebrare la vittoria il 4 Novembre. Anzi, già qualche giorno prima, come possiamo leggere nella pagina dell’edizione del 2 novembre 1918 de “L’Araldo”, la fine del conflitto era già prossima. Una vittoria che trasformò ogni caduto ed ogni orrore rispettivamente in eroi e gesti valorosi. E questa memoria eroica continuò ad essere perpetrata durante gli anni successivi senza apparente possibilità di un’analisi critica che non fosse affidata alle sole memorie personali dei reduci o dei familiari di soldati nel frattempo scomparsi dopo il ritorno dal fronte.

Come noi sappiamo la realtà della I Guerra Mondiale fu ben diversa da quella che si voleva far credere: una realtà dura e crudele, anche perché i soldati nelle rade licenze, o convalescenze, malgrado l’ordine di non raccontare nulla di quanto vissuto al fronte, parlavano, magari solo con i familiari, narrando di situazioni disumane, di carneficine, di orrori: argomenti, del resto, già sviluppati dalla famosa nota di pace con cui Papa Benedetto XV aveva chiesto alle diverse nazioni belligeranti di porre fine alle ostilità nell’agosto del 1917.

L’aver proposto questo materiale ha quindi voluto consentire di rivivere, almeno in parte, in prima persona il clima generale in cui la Grande Guerra fu portata a conoscenza, e vissuta con le sue conseguenze, a Cernobbio riproponendo tante storie personali, o di gruppo, che la storiografia generale del conflitto, ovviamente spesso limitata al solo doveroso ricordo dei soldati caduti e del loro sacrificio in seguito alla creazione dei viali delle Rimembranze e della costruzione dei diversi monumenti o lapidi loro dedicate, non ha mai preso in considerazione. Ovviamente si tratta di uno “spaccato”… tanti sono altri eventi e notizie che avrebbero meritato spazio. Chissà che tutto questo materiale non possa trovare un giorno la possibilità di essere letto e tramandato perché, nonostante sia passato un secolo, le parole migliori per descrivere la I Guerra Mondiale furono quelle di Benedetto XV, ovvero un’inutile strage.

Serata Grande Guerra

Nuovo sito internet della Parrocchia di Prestino (Como)

In occasione della festa dei Santi Patroni, San Felice Vescovo e San Francesco d’Assisi, vissuta domenica scorsa 7 ottobre, è stata comunicata ai parrocchiani di Prestino la conclusione dell’intervento di aggiornamento sul proprio sito internet www.parrocchiadiprestino.it . Si tratta del terzo “restyling” che ha interessato questo spazio web, attivo fin dai primi anni 2000 e che, nel corso di questi anni, ha più volte cambiato veste grafica e modi di proporre i suoi contenuti così da essere sempre più “al passo coi tempi”. Una decisione maturata per rendere, dunque, il sito più dinamico (rispetto a qualche anno fa, infatti, oggi tutti i contenuti su internet sono visualizzati sempre più con gli smartphone e con i tablet rispetto ai personal computer tradizionali e ciò ha comportato una profonda evoluzione degli spazi web) grazie alla promozione da parte della Diocesi di Como del progetto PWeb. Continua a leggere