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Calendario PionaQualche esempio può far comprendere quanto era difficile per un contadino tenere fede a questi patti a causa dei quali viveva in una situazione simile ai servi della gleba. Un contratto di affitto di un terreno boschivo di diverse pertiche, importante in quanto assicurava legna, selvaggina e magari anche frutta secca; per la durata di nove anni prevedeva che il contadino annualmente pagasse al proprietario 3 moggia di frumento, 6 moggia di segale, un moggio di fave intere, 12 staia di miglio, 4 staia di panico, 4 staia di meliga, 5 staia di noci, uno staio di castagne peste, tre paia di capponi, 12 lire, un carro di legna e la metà di tutto il vino prodotto da consegnarsi in occasione della festività di San Martino. Tanto per chiarirci lo staio era l’unità di misura dell’epoca relativa alle granaglie. Si trattava di un recipiente di legno dalla forma di un setaccio tondo, la cui capacità è di quasi 19 litri attuali, 18,8586 per essere più precisi. Con otto staia si otteneva un moggio. I contratti che riguardavano terreni con la presenza di vitigni prevedevano che i contadini in affitto li coltivassero con cura e li concimassero a loro spese. Altri documenti specificano inoltre come i diversi prodotti dovevano essere consegnati: le granaglie dovevano essere pulite e secche; castagne, noci e fave accuratamente selezionate; il vino puro; in caso animali dovevano essere dati quelli più grassi. In altri contratti si fa riferimento a polli, lepri ed anche carri di fieno come merce di pagamento. I contratti più complessi prevedevano come il pagamento dei prodotti agricoli in diversi periodi dell’anno. Segale e frumento, granaglie grosse, dovevano essere consegnate il primo di agosto; miglio e panico, più piccole insieme a castagne, noci, capponi per San Martino. Va ricordato che condizioni di questo tipo riguardavano anche l’affitto dei locali in cui viveva la famiglia contadina.

Col passare del tempo il contratto di mezzadria sostituisce l’affitto a grano o in denaro mentre scompare il caso, già raro, di terreni concessi per il lavoro a giornata. Questo consiste generalmente nella cura, da parte di quattro o cinque famiglie, di un fondo di estensione variabile dalle cento alle quattrocento pertiche milanesi considerando che pertica milanese è pari a 654,51 mq. A volte il terreno ha dimensioni minori ed in questo caso vi lavora una sola famiglia. I contadini devono corrispondere al padrone dei terreni un canone in natura di frumento accompagnato da metà del prodotto della vite, coltivata soprattutto su parte della collinetta situata in direzione di Caccivio. In questo tipo di situazione contrattuale non esiste alcun documento scritto che avvantaggia i coloni: la maggior parte dei contratti è infatti stipulata sulla parola e viene rinnovata tacitamente quando il proprietario lo ritiene opportuno. La durata di questi patti in grano è, in genere, di nove anni e prevede anche la corresponsione del canone in pollame o in altri generi alimentari mentre raramente in denaro. Ovviamente il proprietario tendeva a riversare sul colono tutti i rischi.

Calendario Piona 2Anche il bestiame non era di proprietà dei contadini ma doveva essere preso in soccida dal proprietario. La soccida è un negozio giuridico ancora presente nel nostro Codice Civile, anche se ovviamente caduto in disuso. Il proprietario, soccidante, dopo aver comprato o allevato a sue spese capi di bestiame, li affidava al nostro contadino, soccidario, solitamente con l’accordo di dividere a metà il guadagno derivante dalla vendita delle bestie mature. Ogni rischio sulla salute dell’animale cadeva sul contadino ma bisogna considerare che soprattutto i bovini erano molto importanti nel mondo agricolo in quanto servivano per il lavoro in campagna e per il traino dei carri. Cavalli e muli erano invece utilizzati per il traino dei carretti a due ruote. Per dare un’idea dell’importanza e dei costi elevati degli animali facciamo presente come una mucca, tra il XV ed il XVI secolo, era valutata intorno alle 22 lire del tempo. Al cambio attuale si tratta di poco più di mille euro. Una vacca che aspettava un vitellino poteva essere valutata anche oltre duemila euro. Molto rara, fu nel tempo, la sola attività di allevamento di bestiame in loco in quanto presentava non poche difficoltà. La paura era che gli animali morissero a causa di un’epidemia come accadde nel 1746 anche se gli episodi di questo tipo furono sporadici. Alle diverse crisi sanitarie le autorità rispondevano con perizie veterinarie, l’isolamento delle bestie sospette e l’abbattimento di quelle malate. Ma si trattava di misure che incontravano spesso l’opposizione dei proprietari per i quali la perdita degli animali costituiva un vero tracollo economico. E allora ecco che: «alcuni de’ proprietari delle bestie infette non ubbediscono all’ordine loro ingiunto della separazione delle medesime sane, e di astenersi dal mandarle al pubblico pascolo». Questo comportamento finiva dunque per mantenere in vita l’epidemia che quasi ogni anno faceva dunque sentire i suoi effetti. Principale imputato delle morie di animali era la manutenzione delle stalle e la loro pulizia. In alcuni casi, infatti, le bestie erano custodite nelle stesse abitazioni dei proprietari, separate al massimo da alcune tavole di legno. «In generale – scrivono in proposito le autorità – ben poche sono le stalle de’ contadini ben situate a costrutte, a riserva di alcune pocche di recente fabbricate, nel resto sono mal costrutte, anguste, soffocate, umide, e mal tenute, oltre al cattivo uso di questi contadini di lasciare sotto le bestie il lettame per più settimane». Sembrerà strano ma anche gli alveari erano soggetti a soccida: un atto del periodo, in questo caso però non riconducibile a Lurate Caccivio, riporta che 14 vasi di api furono valutate 7 fiorini, ovvero circa 150 euro attuali per alveare.

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  1. Decime medievaliFino alla 1700, accanto alle tasse pubbliche, esistevano anche altre forme di tassazione di natura ecclesiastica. Nella Grangia dell’Abate, ad esempio, faccio riferimento a diverse controversie sorte tra i monaci di San Simpliciano e la pieve di Appiano riguardo la competenza sulla riscossione delle cosiddette “decime” sui prodotti agricoli coltivati a Lurate e Caccivio. La decima è una consuetudine antica che le chiese e le altre istituzioni religiose esercitavano nei confronti delle popolazioni rurali. Consisteva, come dice il nome, nel versamento della decima parte dei prodotti agricoli. Solitamente i titolari destinatari delle decime, per evitare le noie di una fastidiosa riscossione in prima persona, usavano dare in affitto ad abitanti del luogo l’incarico di eseguire materialmente la raccolta dietro il pagamento di una provvigione. Questo era un modo che consentiva una diligente amministrazione in quanto era interesse degli appaltatori stanare ogni evasione e recuperare anche i più piccoli residui. Ma cosa si coltivava nel nostro territorio?
  1. CovoniI primi documenti in proposito risalgono al 1400. In questo periodo a Lurate e Caccivio, così come in buona parte delle località a cavallo tra gli ultimi lembi di pianura e le vicine Prealpi, i campi erano destinati soprattutto dalla produzione di cereali: frumento, segale, miglio, panico e poi, dal XVI secolo, anche il granoturco, o mai, o furmento (formento) carlone o formentone che fa la sua comparsa nel nostro territorio nel secondo decennio del 1500 proveniente dall’America. Sul suo nome la tradizione popolare fa riferimento a San Carlo Borromeo che era solito distribuire ai poveri grano e appunto carlone. In realtà, dato che il mais pare abbia fatto la sua comparsa come merce venduta dai commercianti che arrivavano da nord delle Alpi per i loro affari, la denominazione andrebbe ricondotta al termine tedesco Karl che all’epoca significava grosso. Carlone, quindi, non è altro che un frumento con i grani più grossi, da cui anche l’appellativo formentone con cui viene anche conosciuto. In minor misura si coltivavano le piante leguminose. Non mancavano poi castagni e noci, nonché qualche altro albero da frutta. Sembrerà strano ma significativa era la produzione di vino così come il fatto che una parte non trascurabile di terreni era lasciata a brughiera ed a pascolo mentre non mancavano i boschi per la legna. Come accennato l’elenco di tali coltivazioni si ritrova nei numerosi atti di compravendita o subaffitto dei terreni. Per lo più questi avevano come oggetto la cessione per un certo periodo di campi da parte di contadini a loro creditori. In questo modo i contadini cercavano di pagare un debito in precedenza accumulato. Concretamente il negozio giuridico era però una finta vendita in quanto il il compratore era il creditore e questi lasciava in affitto il terreno al contadino venditore-debitore costretto così a cercare di farlo rendere al massimo per riuscire il debito e la rata di affitto. Attraverso questi contratti si può venire a conoscenza di alcune consuetudini rimaste in parte attuali fino agli anni ’50 del secolo scorso.

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campi di grano Propongo, a puntate, i contenuti della serata di venerdì scorso, 27 febbraio, a Lurate Caccivio dedicata all’agricoltura ed alla vita dei contadini nel corso del tempo.

  1. Fino alla seconda metà del XX secolo l’agricoltura ha ricoperto un ruolo fondamentale nella vita di tutti i paesi italiani. La storia ci tramanda che quest’attività fu finalizzata soprattutto a venire incontro alle necessità dei proprietari dei diversi terreni e solo in minima parte invece è stata destinata al sostentamento dei residenti. Un fatto questo che sicuramente sembrerà strano soprattutto alle generazioni succedutesi a partire dagli anni ’60 in quanto sempre più abituate, non solo alle nostre latitudini ma un po’ ovunque, ad un progressivo diradarsi di campi e prati sostituiti da opifici, capannoni e case. Strade un po’ meno…ma questo è un altro argomento. Il mio obiettivo, questa sera, è di presentarvi non soli quali siano state le coltivazioni ma anche altri aspetti della vita contadina dal tardo medioevo al XX secolo ovvero quali erano le incombenze cui dovevano sottostare i contadini, la loro alimentazione, i pericoli e le difficoltà che quotidianamente dovevano affrontare. Un breve viaggio nel tempo dedicato ad un argomento salito prepotentemente alla ribalta in questo periodo vista l’ormai prossima apertura dell’Esposizione Universale di Milano il prossimo 1° maggio. Il cibo, da quando l’uomo è comparso sulla Terra, ricopre un ruolo fondamentale nella vita di ognuno di noi e ancora oggi ampie fette della popolazione mondiale non hanno di che nutrirsi. Ecco perché, nel parlare di come e cosa si coltivava nel nostro territorio in passato, bisogna sempre tener presente che solo in minima parte questo era poi consumato dagli stessi abitanti. Del resto, sembra impossibile pensarlo, ciò accade senza che ce ne rendiamo conto in Italia. Il nostro Paese, infatti, non è autosufficiente dal punto di vista agricolo visto che siamo costretti ad importare il 30% del nostro fabbisogno alimentare per l’elevato export del settore. Anche nel corso dei secoli, si può quindi dire, che dai campi di Lurate e Caccivio si esportavano prodotti agricoli. La maggior parte di questi erano destinati soprattutto ai Monaci dell’Abbazia di San Simpliciano in Milano, storici feudatari di questa località, ma erano anche appannaggio di altri proprietari terrieri minori, soggetti religiosi o famiglie nobiliari.
  1. La rappresentazione del territorio del Comune agricolo minore di Lurate Abbate risalente alla prima metà del XVIII secolo è una cartina realizzata in occasione della riforma amministrativa ed erariale passata alla storia come il “Catasto Teresiano” dal nome dell’Imperatrice Maria Teresa d’Austria, sotto il cui regno si conclusero le rilevazioni iniziate ben prima della sua salita al trono, ovvero nel 1721, ma poi dilatatesi per oltre un ventennio a causa della guerra di successione austriaca scoppiata proprio in seguito al riconoscimento di Maria Teresa quale erede dei domini di Carlo VI d’Asburgo. Questa mappa, il cui originale è conservato presso l’Archivio di Stato di Como, rappresenta anche la prima fotografia dettagliata e precisa delle coltivazioni in Lurate e Caccivio. Mai, infatti, prima di allora vennero rilevati con dovizia di particolari i terreni, la loro estensione, nonché i relativi proprietari. E’ pur vero, però, che il dominio ecclesiastico di San Simpliciano su Lurate Caccivio ci permette in parte di conoscere qualcosa sull’agricoltura a partire dal basso Medioevo. Infatti presso l’Archivio di Stato di Milano è conservata un’ingente quantità di documenti che parlano di coltivazioni. Si tratta, per lo più, di contratti di vendita o rilevazioni di natura fiscale perché passano il tempo ed i governi, ma l’attenzione verso le proprietà è sempre stata una costante anche perché proprio sulla rendita dei terreni, un tempo, si basava la tassazione i cui proventi erano destinati quasi esclusivamente al sostegno delle spese per eserciti e campagne militari cui, talvolta, dovevano partecipare anche gli stessi abitanti per quello che possiamo definire un servizio militare ante-litteram.

“Sotto la neve pane”. Serata alla biblioteca di Lurate Caccivio venerdì 27 febbraio

ImmagineVenerdì 27 febbraio alle ore 21 presso la Biblioteca di Lurate Caccivio è stata organizzata una serata dedicata al passato agricolo del nostro territorio dove in modo sintetico si parlerà di cosa si coltivava nelle nostre contrade e dell’evoluzione delle colture nel corso del tempo. Un modo per rileggere la storia attraverso la principale attività quotidiana del tempo che fu, ovvero quell’agricoltura che è comunque al centro dell’ormai prossima EXPO di Milano. Appuntamento alle ore 21.