1907: quando gli emigranti partivano per l’estero dalla nostra Diocesi alla ricerca di un futuro migliore

Da ormai diversi anni il tema dei migranti è un argomento particolarmente dibattuto. Molto spesso a sproposito e con diversi preconcetti. In ogni caso di tratta di una tematica di stretta attualità. Ma l’attenzione verso i fenomeni migratori non è un’esclusiva dei nostri tempi perché anche in passato dibattiti, opinioni e studi si susseguirono per analizzare una situazione che, però, non riguardava chi voleva venire in Italia bensì chi aveva intenzione di lasciare il nostro Paese alla ricerca di un futuro migliore. Ed a queste tematiche anche nel XX secolo la Diocesi di Como ha riservato un’attenzione particolare. In particolare nei cosiddetti anni della Belle Epoque quando venne promosso un attento studio che analizzò numeri, e destinazioni, dei migranti in partenza, o in transito, dal territorio diocesano. Un lavoro che, alla luce del nostro contesto attuale, merita di essere conosciuto e che vanta non poche analogie con la situazione attuale. Le premesse del periodo le sappiamo tutti: l’Italia “liberale” era un Paese alle prese con tante difficoltà. L’avvenuta unità nazionale non aveva portato con sé la giusta attenzione alle necessità di un ampio strato della popolazione e una volta parzialmente fallita l’avventura coloniale, che avrebbe dovuto assicurare uno “sbocco interno” a chi ricercava un domani migliore, non aveva raggiunto i risultati auspicati dai Governi in seguito alla sconfitta di Adua (1896). Le crisi alimentari e produttive erano all’ordine del giorno, così come la miseria e la povertà, e tutto questo creava uno stato di tensione che talvolta sfociava in aperta violenza, anche da parte delle autorità (si pensi ai moti di Milano del 1891 e del 1898), o in scioperi. Per tanti l’unica strada per un futuro era rappresentata dall’emigrazione all’estero. Un fenomeno, del resto, incoraggiato dalle stesse autorità come la Diocesi denunciò sulle pagine del suo primo settimanale d’informazione, “La Vita del Popolo”, nel 1907: “Il Governo anziché provvedere ai mezzi per arrestare il torrente emigratorio specula sui proventi della tassa che pagano gli emigranti”. Così come accade oggi per chi lascia l’Africa o altre nazioni, gli emigranti italiani allora non potevano contare sull’assistenza di qualcuno. Di fronte all’acuirsi del fenomeno, però, nei primi anni del XX secolo vennero promosse iniziative private, di carattere sociale, che si sostituirono ad uno Stato assente come nel caso della Lega Democratico-cristiana Valtellinese o dell’Opera di assistenza degli operai italiani emigrati in Europa e nel Levante. Ma quanti e dove erano diretti gli antenati che vivevano alle nostre latitudini in questo periodo?
Dai dati statistici riscontrati nell’ufficio di segretariato di Como/Chiasso dell’Opera di assistenza, ad esempio per l’anno 1906, sappiamo che vennero esperite ben 65.045 pratiche, con un evidente risparmio per coloro che emigravano sulle tasse imposte dal Regno d’Italia pari a oltre un milione di lire, una cifra esorbitante per l’epoca! Nell’ospizio notturno, situato alle porte del confine, quell’anno furono ospitate 8.429 persone alle  quali vanno aggiunte altre 6.320 che pernottarono nella cosiddetta “baracca di Terze”. Tutte queste persone erano dirette in altri Stati europei: Francia (6.400), Germania (13.500), Lussemburgo (6.570) e Svizzera (15.400). Ma in molti, soprattutto dal territorio valtellinese, scelsero di recarsi in America del Nord, Stati Uniti, o del Sud, Uruguay e Argentina in particolare, senza trascurare il Brasile.
Alcuni dati dello studio diocesano (1907) sono interessanti. Tra chi scelse gli Stati Uniti
una quota interessante di emigranti si recò in California, in particolare a San Francisco o
nei suoi dintorni, trovando poi lavoro come “orticoltori o come spaccalegna. E ne
ritraggono buoni guadagni”. Non mancano poi emigranti impiegati nei lavori delle ferrovie o all’estrazione di metalli nelle miniere di oro, argento e rame sui monti della Sierra Nevada.

Tra la statistica dei lavori trovati dai nostri emigranti un posto di tutto rispetto spetta a chi venne impiegato nelle fornaci per la produzione di mattoni. Un’altra vasta corrente di emigranti, invece, raggiunse le coste occidentali dell’Australia (i piani di Coolgardie), lo stato australiano di Vittoria e la Nuova Zelanda, “per applicarsi nelle foreste, in miniera e nei lavori agricoli che in quegli anni si svilupparono in seguito all’introduzione dell’irrigazione artesiana”. L’analisi di questi fenomeni migratori extraeuropei evidenzia che in questo caso si trattò di un’emigrazione “semipermanente”, ovvero di durata ipotizzata dai cinque ai dieci anni. Chi invece scelse l’America Latina, invece, compì una scelta di vita perché si spostarono per lo più intere famiglie in quanto anche le donne avevano grandi possibilità di lavorare, ad esempio, “nella coltivazione delle grandi tenute che prendono a dissodare, o per aiutare nella direzione un piccolo albergo”, cioè su fabbricati adibiti ad ospitare emigranti soli appena arrivati in quelle terre. Anche le conclusioni dello studio diocesano di quell’epoca è terribilmente attuale e potrebbe essere stato scritto anche qualche istante fa, se non fosse per alcune ovvie differenze di lessico tra la lingua parlata 110 anni fa e quella odierna. Nel chiedere a tutti i fedeli uno sforzo, visto che lo Stato osteggiava ogni azione o aiuto agli emigranti, si sottolineava infatti la necessità di “sostenere chi disinteressatamente lavora per il bene di chi, da dura necessità, è costretto a lasciare la sua terra e le gioie della famiglia per recarsi in  contrade lontane a cercare un tozzo di pane”.
Luigi Clerici

(Articolo pubblicato sul nr. 3/2019 de “Il Settimanale della Diocesi di Como”).

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Como e il Natale nella Belle Epoque: socialità ma soprattutto a solidarietà

Da qualche giorno hanno preso il via le diverse proposte dell’edizione 2018 di “Como, Città dei Balocchi”, la kermesse che anima Como ed il suo circondario durante le festività natalizie, e nel periodo che le precede. Le vicende della nostra città, e del suo territorio, però ci ricordano di come anche in passato il mese di dicembre sia sempre stato ricco di eventi e di occasioni di intrattenimento in prossimità del Natale. Visti i tempi si trattava di proposte senza dubbio meno appariscenti ma forse più sentite e dove non mancava mai la solidarietà. Continua a leggere

Buon compleanno stazione di Como S. Giovanni, costruzione né bella né brutta

Como SG (21)143 anni di attività e 50 dall’ultima ricostruzione. Sono questi i numeri che caratterizzeranno la stazione di Como San Giovanni il prossimo 27 luglio. Tanto tempo, infatti, è ormai passato dal giorno in cui il principale scalo ferroviario della città è stato inaugurato ed anche gli attuali fabbricati, oggetto qualche anno di in un intervento di riqualificazione nell’ambito del progetto “100 stazioni”, si apprestano a ricordare il mezzo secolo di vita. La storia di Como San Giovanni, il cui nome particolare deriva dal fatto che per realizzare la linea ferroviaria in convalle venne abbattuto ciò che rimaneva dell’antico monastero di San Giovanni in Pedemonte, inizia dunque nel bel mezzo dell’estate del 1875 quando il treno arriva in Como dopo essersi fermato per qualche decennio a Camerlata. Continua a leggere

Como e la raccolta dei rifiuti: una storia caratterizzata da lamentele “perpetue”

RifiutiUna delle polemiche che, a Como, non sembra mai conoscere alcuna interruzione di sorta è quella riguardante i servizi ambientali. Del resto in tutta Italia sono ben poche le località i cui abitanti non si lagnano del servizio di pulizia delle strade e di raccolta dei rifiuti. Nel capoluogo lariano l’attenzione verso questo servizio è diventata particolarmente puntuale negli ultimi anni in seguito all’affermarsi della vocazione turistica della città. “Lamentele continue dei cittadini, proteste dei giornali e ripetute discussioni in Consiglio Comunale” non sono però caratteristiche attuali. La frase sopra riportata, infatti, è una citazione da un settimanale cattolico di Como, “La Vita del Popolo”, datato 11 febbraio 1911! Praticamente è trascorso più di un secolo ma il sentore dell’opinione pubblica sul modo in cui vengono svolti i servizi ambientali in città non pare certo cambiato in meglio anche perché, allora come oggi, si chiedono radicali rinnovamenti. Continua a leggere

Arriva il Regime Fascista: dalle proteste alla programmazione. E si ottiene qualche risultato positivo

Retrospettiva giornalistica della storia di questa linea ferroviaria (3-ultima)

La Grande Guerra porta via con sé speranze e sogni della Belle Epoque. Per diversi anni di ferrovie nel comasco se ne parla esclusivamente in ottica militare. A conflitto bellico finito, nonostante il clima sociale piuttosto acceso, ci si torna ad occupare anche della linea ferroviaria Como-Lecco. Alla vigilia della “Marcia su Roma” da parte delle avanguardie fasciste, il 14 ottobre 1922, il settimanale “Il Prealpino” di Lecco non usa mezzi termini per definire questo collegamento: «La linea ferroviaria Lecco-Como è una linea sballata e sbagliata nel progetto e nella esecuzione. Ma dal momento che c’è bisogna tenersela; e perché entri nella simpatia dei viaggiatori bisogna che non sia trascurata dalle ferrovie. E per questo occorrerebbero che le quattro corse giornaliere possano percorrere i 42 chilometri in un’ora e dieci minuti. Solo così potraà la ferrovia battere la concorrenza del servizio combinato corriera-tramvai». Sì, perché ora ad unire i due centri ci sono anche la tramvia e si incominciano a sperimentare i primi servizi di autobus. Affinché la linea venga valorizzata, e non adibita al solo traffico merci, viene costituito un Movimento per il miglioramento del servizio, iniziativa antesignana a tanti Comitati e gruppi che sorgeranno nei decenni successivi. Questa iniziativa sembra non suscitare un particolare fervore nei lecchesi che espongono le loro idee in modo schietto e diretto: «Noi di Lecco non siamo freddi davanti al movimento sorto per i miglioramento del servizio di questa dannata linea Lecco-Como – si legge sempre nel Prealpino del 14 ottobre -; siamo semplicemente scettici perché l’Amministrazione Ferroviaria non farà mai un corno per soddisfare le esigenze delle popolazioni, trincerandosi dietro il pretesto che la linea è già passiva. È la storia dell’uovo e della gallina».

La situazione, però, non risulta del tutto così catastrofica. Anzi, proprio in questi anni, sembra proprio che le istituzioni vogliano provare a migliorare effettivamente il servizio. Nel 1923 la Regia Commissione Straordinaria per il miglioramento del servizio ferroviario nel Regno d’Italia incarica gli avvocati comaschi F. Lanfranconi ed il dottor Giussani di elaborare uno studio sulla Como-Lecco. I risultati vengono presentati l’anno successivo e devono essere stati ritenuti molto positivi in quanto vengono avallati dai Commissari Prefettizi di Como e di Lecco, dalle Camere di Commercio di Como e di Lecco, dalla Deputazione provinciale di Sondrio e dal Consiglio di Disciplina dei Procuratori di Como come riporta il settimanale “L’Araldo” di Cernobbio in data 16 aprile: «Conformemente all’incarico datoci ci siamo recati ieri alla Direzione Compartimentale delle Ferrovie dello Stato di Milano per concordare le novità da introdurre sulla ferrovia Como-Lecco in seguito alla concessione della quarta coppia (di treni) da attivarsi col primo giugno p.v., quarta coppia che si è finalmente ottenuta, e per le pratiche fatte alla Conferenza di Locarno e per quelle successive». I nuovi orari vengono studiati in modo da consentire coincidenze, a Lecco, con i convogli diretti in Valtellina, a Milano ed a Bergamo; a Merone con le corse delle FNM dirette a Milano o Erba Incino; ed a Como con i treni diretti sul Gottardo. Inoltre ad Oggiono le fermate consentiranno ai viaggiatori di raggiungere Milano sfruttando le corse della ferrovia Oggiono-Molteno-Monza. I rappresentanti delle Ferrovie dello Stato, a nostra richiesta, hanno dichiarato che le quattro coppie saranno tutte di treni viaggiatori, esclusi quindi i treni misti».

Sarà anche per la particolare cura che, a partire dal 1925, il Regime Fascista dedica al trasporto ferroviario oppure per il ferreo controllo su tutto ciò che viene pubblicato dai quotidiani, in ogni caso il 29 gennaio 1930 il quotidiano”La Provincia-Il Gagliardetto” rileva che «L’Amministrazione Provinciale è vivamente grata all’Amministrazione delle FF.SS. per i notevoli miglioramenti introdotti su questa linea. Pertanto si chiede che vengano conservate tutte le coppie di treni della stagione invernale attuale». È questo un periodo in cui si investe anche da un punto di vista turistico sulla linea. Dopo tutto idee, in proposito, ne erano state avanzate diverse. Ad esempio sulla “Cronaca” di Lecco si legge: «Sarebbe inoltre desiderabile che nell’intento di apprestare alla massa dei forestirei comodità maggiori in occasione del loro soggiorno nella regione dei laghi, l’Onorevole Amministrazione delle Ferrovie dello Stato facesse pratiche presso la Società Nord Milano e la Società di Navigazione sul Lago Maggiore affine di addivenire ad un accordo per la creazione di una coppia almeno giornaliera diretta fra Venezia-Rovato e Laveno con coincidenza in quest’ultima stazione per quelle di Pallanza, Baveno, Stresa. L’onor. Amministrazione delle Ferrovie dello Stato potrebbe dimostrare la sua buona disposizione al riguardo studiando fin d’ora e preordinando il raccordo alla stazione di Albate-Camerlata coi treni della Como-Varese e della Como-Lecco».

La frase pronunciata da Benito Mussolini su come gli orari, durante il regime Fascista, arrivino sempre in orario sembra quindi calzare a pennello anche alla Como-Lecco a cinquant’anni dalla sua attivazione e dalle pagine della stampa scompare ogni accenno a disagi e critiche. Una situazione, quindi, che appare idilliaca con solo qualche auspicio di ulteriori migliorie come sottolineato dal quotidiano “La Provincia-Il Gagliardetto” il 23 dicembre 1934: «Si raccomanda l’accelleramento di marcia su questa linea di tutti i treni, facendo voti che i convogli più leggeri possano al più presto venire sostituiti con le Littorine». Il sospetto, però che anche in questo caso le cronache fossero comunque controllate ed organizzate dal Regime è più che lecito. Anche perché si tratta dell’unico periodo in cui la Como-Lecco non è stata oggetto di strali, proteste e polemiche in tutta la sua storia.

Belle Epoque: tutto si evolve. La Como-Lecco no

Retrospettiva giornalistica della storia di questa linea ferroviaria (2)

«Invero è semplicemente enorme che un capoluogo di circondario come Lecco venga tanto distanziato dal suo capoluogo di provincia per colpa di comunicazioni insufficienti tanto più se si pensi che  Lecco dista da Como soli 30 chilometri». Così sul settimanale della Camera di Commercio di Lecco, “La Cronaca”, in data 27 giugno 1908 ci si esprime sui collegamenti tra i due principali centri del Lario. Ogni riferimento al servizio offerto dalla linea ferroviaria Como-Lecco è abbastanza esplicito in quanto la tramvia tra le due località non è ancora stata realizzata. Sono questi gli anni centrali della Belle Epoque, un periodo nel quale la società europea si evolve e guarda al futuro. Ed i mezzi di trasporto, treni in primis, come ormai accade da tanti lustri, continuano a fare notizia per le conquiste che seguitano a raggiungere. Questo, però, non è certo il caso della ferrovia Como-Lecco. È soprattutto nel 1910 che la linea sale nuovamente alla ribalta. Continua a leggere