Quella volta che il Como rappresentò ufficialmente l’Italia in Olanda

1950-06-08 La Provincia Como-Utrecht

Da La Provincia dell’8 giugno 1950 la notizia della prima vittoria del Como nei Paesi Bassi 

Al giorno d’oggi le tournee all’estero delle società di calcio non fanno certo più notizia. Eppure non è sempre stato così. Così come il fatto che, sempre nel mondo sportivo moderno, sono (quasi) sempre i club più famosi e facoltosi (Juventus, Inter, Milan ecc.) a confrontarsi con formazioni di altre nazioni, per lo più extraeuropee. La passione sportiva, il confrontarsi con realtà diverse dalla propria, alla base di queste esperienze che sono insite fin dalla diffusione del calcio nel nostro Paese, hanno quindi lasciato spazio per lo più a motivazioni che concernono soprattutto benefici di stampo economico, per lo più in termini di sponsorizzazioni. Qualche decennio fa, come accennato, erano invece motivazioni prettamente sociali che favorivano questi viaggi all’estero. In particolar modo negli anni successi al secondo conflitto mondiale. Tutto questo, nel mese di giugno del 1950, fece sì che il Calcio Como si trovò a rappresentare l’Italia in una tournee prevista in Olanda. Continua a leggere

Annunci

L’Esperia ed il sogno dello scudetto nel campionato di calcio svanito per poco

EsperiaSono 25 gli ultras del Como che sono stati colpiti dalla decisione della divisione anticrimine della questura di Como che ha emesso altrettanti Daspo per gli scontri avvenuti fuori dalla stadio Sinigaglia il 14 gennaio 2018 scorso dopo l’incontro con il Varese. Tali disposizioni, che precludono l’accesso agli impianti, hanno durata 3 anni per 12 “tifosi” incensurati e di 5 anni a 13 persone pregiudicate o con precedenti di polizia. Un episodio di cronaca che ben poco ha a che fare con le vicende che contraddistinguono una partita di calcio. Eppure, ancora una volta, sono proprio questi fatti ad occupare spazi importanti sui media a discapito delle gesta sportive. Anzi, arrivando pure a condizionarle. Il Como ha infatti disputato le ultime due partite (peraltro vinte, cosa che ha permesso agli azzurri di occupare saldamente il terzo posto in classifica) senza la presenza sugli spalti di tutti coloro (e sono la maggior parte) che si recano allo stadio per sostenere i colori della loro passione. Tutto questo ci porta a riflettere sul fatto che non sempre è stato così perché ci fu un tempo in cui lo sport, e il calcio, nella nostra città costituì occasione di riscatto per i giovani e, per quasi un decennio, fu una società sportiva a salire in particolare agli onori della ribalta facendo parlare di sé non solo per i risultati raccolti sul campo, dove arrivò a “sfiorare” lo scudetto (e stiamo parlando del titolo tricolore vero e proprio), bensì anche per gli aspetti sociali che contraddistinguevano le proprie attività. Ad incarnare tutto questo fu l’Esperia di Como, società sportiva fondata nel 1914 con la denominazione Associazione Ex Martinitt e composta da ragazzi e studenti provenienti soprattutto dall’orfanotrofio di Como, dipendenza comasca dei Martinitt di Milano. Continua a leggere

Il Como è tornato in serie B dopo 11 anni

calcio-comoEbbene sì, mi sono sentito “cattivo profeta” in buona compagnia anche con colleghi di altre testate più prestigiose e più accreditate. Ad essere molto generosi mi vengono in mente i paragoni con l’atteggiamento di quasi tutta la stampa italiana con la nazionale alla vigilia e durante la prima fase dei mondiali di Spagna ’82…anche se non sono mai stato così “cattivo”…anche perché non c’era ragione. In ogni caso riconosco di essere contento di essere stato smentito dai fatti.

Poco meno di due mesi, sulle pagine del “Settimanale”, ho sfogato la mia perplessità e delusione per il comportamento che il Calcio Como aveva dimostrato nel “gettare al vento” la finale di Coppa Italia di serie C contro il Cosenza e nel proporsi in campionato come un’eterna incompiuta, pur avendo le possibilità per far bene anche perché queste erano state mostrate seppur a sprazzi. Allora, reduci dal pareggio casalingo con l’Arezzo, le possibilità per accedere ai play-off erano infinitesimali. Inoltre l’accesso sarebbe stato da “ultima” e quindi con un cammino tutto in salita. Da allora, però, il Como non ha più sbagliato niente. Ha vinto ad Alessandria e convinto nelle ultime domeniche della stagione regolare strappando coi denti la qualificazione. Si è imposto a Benevento per 2-1 al 90°, unica delle sfide dei IV di finale conclusasi nei tempi regolamentari, opposto ad una squadra che aveva dato vita ad un intenso duello con la Salernitana poi promossa in B. Ha avuto ragione del Matera dopo due sfide al cardiopalma (entrambe conclusesi sull’1-1) con una prestazione, nella gara di ritorno, che aveva visto i lariani dominare l’ultima parte della sfida in trasferta e sprecare alcune occasioni limpide da gol per cui se il successo fosse arrivato non ai calci di rigore non ci sarebbe stato nulla da eccepire. Ha regolato il Bassano al Sinigaglia con un rotondo 2-0 con la consapevolezza che il risultato avrebbe potuto essere anche più rotondo anche perché la formazione giallorossa, giunta sì in coabitazione con il Novara al primo posto in campionato e non promossa a causa dei risultati avversi negli scontri diretti, era stata fino ad allora incapace di superare gli avversari in questi play-off (nel dettaglio Juve Stabia e Reggiana) se non ai calci di rigore. Ed il leit motiv non è cambiato. Domenica, nella località del famoso ponte, il Como ha tenuto a bada gli avversari, cedendo anche un po’ fisicamente nel finale, ma conservando lo 0-0 (confermando l’incapacità del Bassano di vincere in questo ultimo mese) e tornando in serie B dopo 11 anni. Un lungo periodo caratterizzato da diverse sofferenze sportive, con un fallimento alle spalle, i convulsi anni della serie D, la meteora II Divisione ed una Lega Pro che ha sempre visto gli azzurri recitare un ruolo di II piano. La promozione del Como quest’anno è arrivata con una squadra capace di vincere 13 volte in trasferta e che ha visto a gennaio il cambio di allenatore con Giovanni Colella dare spazio a Carlo Sabatini. Arrivato alla presidenza nel 2012, Pietro Porro aveva affermato: “Il nostro progetto è di tre anni: nel primo una salvezza tranquilla, nel secondo l’accesso ai play-off, nel terzo la serie B”. Detto..fatto. Complimenti ed applausi per lui e i suoi collaboratori nonché per una città ed un ambiente che hanno ritrovato una squadra ed un feeling perso dopo l’ultimo campionato meteora in serie A nel 2002/03. I debiti con il passato più recente del Como oggi sono stati definitivamente saldati. La serie B che attenderà il Como è un campionato difficile ma di questo si inizierà a pensarci tra un po’. Ora è il momento di festeggiare e per me di “cospargermi il capo con un po’ di cenere”…ma va bene così

(Luigi Clerici)

«L’obiettivo è consentire a tutti i bambini di giocare e socializzare»: parola di Johan Cruyff

Immagine Cruyff Court Fondation«Attraverso il gioco, lo sport e altre attività ricreative, i bambini costruiscono le loro attività sociali, imparano a vincere e perdere così come a sviluppare tattiche e strategie. Quando vivevo negli Stati Uniti avevo come vicino un ragazzo con la sindrome di Down, che era sempre solo e guardava gli altri bambini giocare e divertirsi. Un giorno gli insegnai come colpire la palla con la testa. Dopo un po’ di tempo, una volta che tornai a casa dopo un match in trasferta, trovai quel bambino a giocare a calcio insieme agli altri residenti nel vicinato. Realizzai che a quel bambino, fino ad allora emarginato, lo sport aveva cambiato completamente la vita». Johan Cruyff, asso della Grande Olanda degli anni ’70, così ha raccontato a Como come è nata l’idea di creare quella che è diventata la fondazione che porta il suo nome. Una realtà che da un lato supporta progetti di promozione sportiva per bambini disabili e disagiati in tutto il mondo ed anche, come sappiamo bene dopo l’inaugurazione del campo in via dei Mille, sviluppa i Cruyff Courts, ovvero spazi giochi che forniscono ai piccoli ed agli adolescenti un posto sicuro dove giocare.

Più volte, anche da queste pagine, abbiamo fortemente criticato la deriva affaristica che da un trentennio a questa parte affligge il mondo del calcio. Dobbiamo però dire che in questo caso, così come in tante altre iniziative per lo più promosse dall’UEFA, c’è anche una faccia del vituperato pallone che cerca di dare alla società ben altri segnali. La presenza sul Lario del campione olandese ci ha quindi consentito di approfondire il più profondo della Fondazione Cruyff e quali sono i risultati raccolti in questi anni in una visione particolare dello sport spesso accantonata dai mass media che prediligono, invece, risultati, polemiche e scandali. «Non ci si deve pensare su – ha detto Johan Cruyff -. Quando hai la possibilità di fare qualcosa per un qualcun altro devi cogliere questa opportunità». La Fondazione nasce da questa visione nel 1997 e Cruyff è il primo sportivo vivente a collegare il proprio nome ad un ente benefico. Realmente intenzionato a fare la differenza, dopo anni di partecipazione in attività di raccolta fondi, l’ex numero 14 della nazionale olandese decide di usare la sua influenza per supportare lo sport, il gioco e progettare esercizi per bambini di tutto il mondo, in particolare disabili. «Insieme all’educazione, alla cura della salute, del cibo, i bambini hanno diritto allo sport ed alle attività ricreative – ha raccontato Cruyff -. L’importanza dello sport è stata, per tanto tempo, sottovalutata nei programmi di sviluppo ma, per fortuna, l’approccio ha recentemente cambiato prospettiva. La Fondazione Cruyff fornisce supporto finanziario a progetti sportivi con lo scopo di migliorare la qualità della vita, in particolare a bambini con difficoltà mentali, fisiche o multiple perché, per loro, fare sport è ancora più importante che per gli altri». La Fondazione ha come obiettivo anche quello di stimolare l’educazione dei giovani attraverso un programma educativo speciale chiamato le “14 regole” che vengono applicate nei Cruyff Courts come quello di Como. Tra queste citiamo l’importanza del gioco di squadra, il richiamo alla responsabilità ed al rispetto, la voglia di integrazione, lo spirito di iniziativa e di partecipazione sociale, nonché la creatività, il giocare insieme e lo sviluppo della personalità. «Sono oltre 50.000 i bambini con forme diverse di disabilità che partecipano al programma della Fondazione Cruyff con attività settimanali attuate in collaborazione con dieci federazioni sportive internazionali di tennis, calcio, atletica, basket, ciclismo e sci, soprattutto olandesi – ha proseguito il popolare ex calciatore ed allenatore -. Un impegno nel tempo che, tra l’altro, ha permesso a 26 atleti di tennis in carrozzella, provenienti da nazioni differenti, di partecipare agli ultimi Giochi Paralimpici estivi di Londra».

L’ultimo progetto promosso dalla Fondazione Cruyff è “Schoolyard 14”: «L’obiettivo è favorire l’attività sportiva di molti studenti che in Olanda non praticano alcuna disciplina durante gli anni scolastici. Troppi adolescenti trascorrono il loro tempo libero in casa davanti ad uno schermo sia questo della TV, del computer, del telefono, e non escono mai dalla propria abitazione. La soluzione a questa situazione è molto semplice: favorire l’attività, soprattutto durante l’anno scolastico. Con Schoolyard 14, così come con le Cruyff Court, si vuole promuovere una politica di nuovo vicinato. Creare luoghi ed opportunità per i più giovani al fine di offrirgli occasioni di socializzare e di movimento. Situazioni importanti soprattutto da qualche decennio a questa parte quando ormai è diventato impossibile per i più giovani giocare e divertirsi liberamente in strada ed in cortile a causa del traffico e dei pericoli». Un nuovo modo di pensare, quindi, quello di Johann Cruyff così come negli anni ’70 il suo gioco, con la maglia dell’Ajax e dell’Olanda, rivoluzionò il calcio. (Luigi Clerici) (foto)

Un campione di calcio e di simpatia: José Altafini

AltafiniNella storia dello sport è uno dei rari esempi di longevità agonistica ed insieme a Luisito Monti e Raimondo “Mumo” Orsi è uno degli unici tre calciatori ad aver vinto un Campionato del Mondo pur avendo partecipato a due edizioni della manifestazione indossando le casacche di altrettante nazioni diverse. Monti ha partecipato al mondiale del 1930 e con la maglia dell’Argentina ha dovuto arrendersi all’Uruguay in finale riscattandosi quattro anni dopo con l’Italia vittoriosa per 2-1 sulla Cecoslovacchia. Orsi fu riserva in quel mondiale del 1930 ma titolare inamovibile, e campione, quattro anni dopo con l’Italia. Il nostro protagonista, invece, si è laureato campione del mondo nel 1958 in Svezia giocando insieme a Pelè e quattro anni dopo ha indossato la maglia dell’Italia nella sfortunata spedizione azzurra ai mondiali in Cile (l’Italia fu estromessa dai padroni di casa in uno degli incontri più assurdi della storia della Rimet con l’arbitro inglese Aston impegnato più a punire gli azzurri che ad arbitrare come hanno riconosciuto giornalisti ed atleti di tutto il mondo dal 1962 ad oggi). Stiamo parlando del famoso attaccante Josè Altafini, bandiera di Milan, Napoli e Juventus dal 1958 al 1976 soprannominato “Mazzola” da giovane per la sua somiglianza con il capitano del grande Torino perito a Superga il 4 maggio 1949 insieme ai suoi compagni di squadra, oggi un 75enne in piena forma. Altafini è stato a Como per partecipare alla presentazione del libro “Passo doppio” del suo amico e collega Luigi Colombo con il quale ha dato voce al mondo del calcio su TeleMonteCarlo dai primi anni ’80 fino a quasi alla fine del decennio successivo. L’occasione è stata ghiotta per parlare di lui di calcio ma anche del Como…ma andiamo con ordine e partiamo dai mondiali di calcio. Nel 2014 il mondiale torna in Brasile 64 anni dopo la “tragedia del Maracanà” ovvero quando l’Uruguay di Ghiggia e Schiaffino sconfisse i verdeoro per 2-1 gettando il Paese sudamericano in una drammatica, quando assurda, depressione…

“Sì. Il mondiale torna in Brasile ed io ho avuto la fortuna di riscattare quella sconfitta otto anni dopo in Svezia laureandomi campione del mondo e giocando insieme a Pelè. Abbiamo dato vita al primo “caffelatte” del Brasile perché gli attaccanti eravamo io bianco e lui nero. Il Brasile ne ha avuti poi tanti altri. Nel 1962 il Brasile decise di non convocare più gli atleti che giocavano all’estero ed io, dopo i mondiali svedesi del 1958, mi ero trasferito al Milan. Quindi fui convocato dall’Italia ma la spedizione fu sfortunata e venimmo eliminati. Insieme a Monti, Orsi e Puskas (Ungheria e Spagna, dove era fuggito in seguito all’invasione sovietica del paese magiaro nel 1956) sono uno dei pochi giocatori che ho preso parte a due mondiali con le maglie di altrettante nazionali diverse. Questo perché dopo il 1962 la FIFA, la Federazione Internazionale, vietò ai giocatori di indossare la maglia di una nuovamnazione se ne avevano già vestita una”.

Lei è stato protagonista di una carriera molto lunga…iniziata nel 1957 e finita nel 1979…

“Sì. Ho iniziato a giocare titolare a 17 anni nel Palmeiras, in Brasile, nel 1957. Dopo i mondiali mi trasferii in Italia, al Milan, dove ho giocato fino al 1966 vincendo scudetti e una coppa dei Campioni”.

Competizione della quale ha mantenuto fino a quest’anno il record di gol segnati…

“Era il 1963. Realizzai 14 gol ma in sole 9 partite. Quest’anno sono stato superato da Cristiano Ronaldo del Real Madrid ma oggi, per vincere la Coppa, si giocano ben 15 incontri. In ogni caso mi sono tolto la soddisfazione di segnare il primo gol nella finale vinta dal Milan a Wembley contro il Benfica”.

Dopo il Milan ecco il Napoli…

“Maglia con la quale era difficile vincere. Di fatto, insieme a Sivori mio compagno di squadra arrivato alle falde del Vesuvio dalla Juventus, abbiamo vinto solo la Coppa delle Alpi ma siamo arrivati due volte secondi”.

Infine la Juventus…

“Dopo tanti anni volevo giocare ancora la Coppa dei Campioni e ci sono riuscito. Nel 1973 siamo arrivati in finale ma l’Ajax si è rivelato più forte. Però ho vinto altri scudetti fino al 1976 quando mi sono trasferito in Svizzera giocando prima a Chiasso e poi a Mendrisio ma risiedendo sempre a Torino”.

E la sua carriera in Italia avrebbe potuto concludersi con la maglia del Como in serie A, vero?

“Su questa vicenda esistono varie versioni ma non è esattamente così. Il Como nel 1975/76 era in serie A e faceva fatica, soprattutto in attacco. Bagnoli, che ad ottobre era allenatore in seconda e che poi in seguito divenne primo allenatore dopo l’esonero del tecnico Beniamino Cancian, era stato compagno di squadra mio e di Capello con la maglia del Milan quindi, insieme a Beltrami, ci telefonò a Torino per chiederci qualche rinforzo. Il Como, infatti, aveva ceduto alla Juventus l’estate precedente nientemeno che Marco Tardelli e quindi i dirigenti bianconeri avevano un debito di riconoscenza. Tutti noi parlammo bene di un giovane attaccante della primavera, un certo Paolo Rossi, che quindi finì al Como. Purtroppo Rossi era giovane ed al Como sarebbe servito più un attaccante “di peso” mentre il futuro Pablito allora era schierato come ala. L’esperienza, quindi, non fu positiva per il Como e per Rossi che però era un campione come dimostrò a Vicenza, nella nazionale ed in seguito con la maglia della Juventus”.

Attaccate le scarpette al chiodo la sua è diventata una delle voci più divertenti del mondo del calcio…

“Grazie a Luigi Colombo ed alla sua invenzione delle telecronache a due nonché per il fatto che TeleMonteCarlo disponeva dei diritti dell’Eurovisione e quindi ci ha permesso di portare nelle case degli italiani grandi eventi e soprattutto di far scoprire al pubblico il calcio estero”.

La sua esuberanza è stata però anche causa di vivaci proteste…

“Eh sì, capito quando per la prima volta utilizzai un termine molto popolare in Sudamerica per indicare un gol particolare e spettacolare ovvero “golaso”. Ebbene durante la trasmissione la regia ricevette diverse chiamate di telespettatori che chiedevano di censurare le parolacce che, secondo loro, stavo dicendo in diretta”.

Gigi Meroni da San Bartolomeo

Meroni_Genoa_3Pubblicato sul “Settimanale della Diocesi di Como” del 7 dicembre

Si può dire tutto ma non che abbia lasciato indifferente anche i telespettatori che leggono “Il Settimanale” la messa in onda della fiction “La farfalla granata” ispirata alla vita del calciatore Gigi Meroni. Il commento più ricorrente è che in questo prodotto televisivo si è completamente ignorata la giovinezza del campione comasco e la sua esplosione come giovanissimo talento del pallone nelle fila del Libertas San Bartolomeo. Continua a leggere