Sotto la neve pane…le slide 6

GrandineNon strettamente correlata ad alcuna malattia ma forse e proprio per questo conseguenza diretta dello stato di igiene e di vita della popolazione, in questo periodo si registra un’elevata mortalità infantile. Per rendere l’idea di come vivessero le famiglie basta un semplice esempio. Oltre che come alimento, le donne e i bambini partecipavano alla maggior parte dei lavori connessi alla coltivazione del mais: dalla preparazione del terreno alla semina, alla concimazione, alla pelatura dei fusti, alla raccolta, allo scartocciamento delle pannocchie, alla sgranatura e all’essicazione dei chicchi nell’aia. In ottobre, se il tempo era buono, il granoturco veniva stesso all’aperto, sull’aia; tutte le sere doveva essere raccolto e coperto, tutte le mattine di nuovo steso e durante la giornata girato, tracciando delle righe con un bastone o con i piedi. Se però il tempo era brutto il mais doveva essere comunque steso e uno dei luoghi migliori era individuato nella camera da letto, dove già c’erano le patate sotto il letto. Questa commistione tra alimenti e salute precaria, con condizioni igieniche ridotte al minimo, rendono l’idea di perché la situazione sanitaria fosse costantemente a rischio.

Contratti duri da rispettare, alimentazione scarsa, igiene approssimativa…sulla già di per sé bassa qualità della vita e dei raccolti spesso facevano sentire il loro effetto anche altri fattori come il passaggio di soldatesche, le carestie, le pestilenze che oltre a decimare la popolazione, provocavano penuria di cibarie e aumento dei prezzi. Le carestie erano sovente provocate da fenomeni meteorologici estremi come forti piogge, temperature rigide o estati calde e poco piovose. Qualche esempio. All’inizio del Settecento si ricorda come, a causa dei venti, il territorio comasco fu soggetto ad una serie di rigidi inverni ed a forti brinate che seccarono le viti e pregiudicarono la fioritura per diversi anni degli alberi da frutta. Nel 1755, invece, quando venne avanzata la richiesta di una parziale esenzione dal pagamento delle tasse a causa dei disastrosi effetti di una grandinata che il 24 aprile aveva devastato le foglie dei mori delle viti. La rilevazione puntuale del 1779 e del 1780 riporta come l’autunno ’79 fu caratterizzato da forti piogge e il successivo inverno da un freddo intenso a causa del quale il terreno gelò bruciando le coltivazioni. Il freddo si attenuò nel mese di marzo per poi lasciare spazio ad aprile caratterizzato dalla variabilità e dal ritorno del freddo. A maggio si registrarono alternanza di freddo e caldo con improvvise “esplosioni di calore”, freddo e piogge. Il clima si stabilizzò nei mesi di luglio e agosto, con temperature molto elevate e comunque pericolose per i raccolti

Annunci

Sotto la neve pane…le slide 5

Amalattiebbiamo accennato al granoturco quale alimento base dei contadini. Infatti l’alimentazione era costituita essenzialmente da minestre di granoturco ridotto in piccoli pezzi, pane di mais e polenta di mais o di grano saraceno. Solo in occasione di alcune solennità di nutrivano i carni, di pane bianco e di minestre di riso: con la farina di farina di di grano turco si cucinavano dunque polenta e pane nonché una zuppa con aggiunta di fagioli, verze e pomi di terra (patate). Per condimento un po’ di lardo e olio. Inoltre il pane giallo di melgone (granoturco) era spesso stipato in ambienti umidi e veniva usato quasi sempre raffermo poiché era preparato in quantità utili dai cinque ai sette giorni. Ovviamente il progressivo affermarsi di questo tipo di sostentamento vede, a partire dalla metà del 1700 ma forse solo perché da allora le autorità decisero di effettuare anche annotazioni sanitarie, comparire i sintomi di malattia che si manifesta con alterazioni della pelle nelle parti esposte alla luce del sole, da disturbi all’apparato digerente e da gravi alterazioni del sistema nervoso e della psiche dell’individuo. Si tratta della pellagra. Tutti erano all’oscuro del fatto che fosse proprio l’alimentazione basata esclusivamente sul granoturco la causa della patologia. I medici di allora individuarono nella cattiva conservazione del mais la causa del suo insorgere e comunque iniziarono a fornire suggerimenti dietetici ai contadini, che potevano permetterselo, tendenti a modificare o ad arricchire i cibi usuali. Si proponeva di variare la nutrizione avvalendosi di minestre di riso od orzo, di verdura e di patate, ma soprattutto di usare granoturco sano e maturo. Altri rimedi furono presi per contrastare le evidenti eruzioni cutanee. Gli infermi iniziarono ad essere sottoposti a bagni ad intervalli regolari e ad un’alimentazione diversa e più nutriente di quella quotidiana. Tutte queste iniziative furono promosse nella zona dall’Opera Pia per i Pellagrosi poveri che, oltre ai bagni, forniva anche un vino confacente alla condizione patologica in cui si trovavano.

Soprattutto a partire dal XIX secolo sappiamo con precisione quali furono le altre epimedie che colpirono la popolazione contadina. La prima, in ordine di tempo, fu la febbre petecchiale, ovvero il tifo. Causata da un batterio, che prolifica in situazione di gravi emergenze sanitarie, il tifo fece la sua comparsa nel 1817 e raggiunse livelli così preoccupanti che il 25 marzo di quell’anno ogni parroco dell’appianese dovette leggere questo proclama dal pulpito: «L’Imperiale Regio Governo, al fine di impedire la propagazione del morbo petecchiale contagioso dispone alcune provvide misure, che tornano opportune e necessario da mettersi in pratica. Evitare ogni accorrenza straordinaria in luoghi chiusi e ogni affollamento di contadini che possono inosservati comunicare la malattia di un paese infetto in uno incolume».

Cessata l’emergenza tifo Lurate Caccivio fu investito da una grave epidemia di colera asiatico. Comparso in Europa, per la prima volta, nel 1831 in Polonia, questa malattia si diffuse nel territorio con l’arrivo dell’estate del 1836 mietendo vittime a causa del caldo opprimente dei mesi di luglio e agosto. Sulle cause di questa epidemia nacquero in paese le leggende più strane. Una descrizione precisa di come doveva presentarsi la campagna luratese in quella drammatica estate è ben riassunta dalle parole di Ignazio Cantù, fratello del celebre scrittore Cesare, che visse e descrisse questa epidemia: «…le campagne presentavano un tristo aspetto; contadini paurosi, dolenti della perdita di un parente, d’un amico, battevano e vagliavano svogliatamente il grano sull’aia, altri mietevano nauseati colla certezza quasi di non godere del loro raccolto». In molti casi gli infermi vennero nascosti. I contagiati accertati nel 1836, nel distretto di Appiano, furono complessivamente 456, 243 i deceduti 243. Più benigne le successive epidemie del ’49 e del ’54 anche grazie alle misure di carattere assistenziale/alimentare adottate dal Governatore di Milano nel timore che questa malattia potesse diffondersi in tutto il territorio del Lombardo-veneto. Ma nonostante queste forme di assistenza sociale il morbo si ripresentò nel 1855.

Sotto la neve pane…le slide 4

Carta 1784Nel 1600 l’arrivo degli spagnoli in Lombardia porta con sé non solo tasse asfissianti, mala organizzazione amministrativa e tutte quelle situazioni ben vengono descritte nei Promessi Sposi di manzoniana memoria bensì anche un’attenta serie di rilevazioni riguardo la fertilità dei nostri terreni. Misurazioni che avevano esclusivamente lo scopo di fissare una maggiore tassazione cui campi più prolifici. A noi però interessa sapere cosa si coltivasse ed un’indagine del 1592 rileva come i prodotti agricoli fossero frumento, segale, avena, miglio. In minor quantità orzo e panico. Figurano poi fave, ceci e fagioli; castagne e marroni, nonché noci da cui si ricavava l’olio così come dal ravizzone e dal lino.

Come già accennato è con l’arrivo del XVIII secolo che il numero e la qualità di informazioni sono più dettagliate. In questo secolo gran parte del seminativo è costituito dal frumento che arriva a rappresentare anche il 32% del totale della produzione agricola. Poco più del 20% è invece costituito dal granturco. Mais e frumento rappresentano, quindi, oltre la metà del totale delle granaglie prodotte. Come abbiamo già avuto modo di accennare era consuetudine destinare il frumento al pagamento del canone di affitto mentre il granoturco era destinato all’alimentazione delle famiglie contadine che, erroneamente, gli attribuivano un alto valore nutritivo e ritenevano che senza di esso non avrebbero retto alle dure fatiche del lavoro nei campi. Grani minori erano rappresentati dal miglio, dalla segale, dall’avena, dai legumi e dall’orzo. L’elenco di queste culture, però, non deve trarre in inganno perché i raccolti non erano, nella maggior parte dei casi, soddisfacenti. I motivi di questo sono diversi: da una concimazione dei terreni approssimativa ad una parziale rotazione delle colture. Infatti i contadini cercavano sempre di ricavare il massimo profitto dai fondi e quindi cercavano di non lasciare mai a riposo i terreni. Per cercare di far comprendere quale fosse la poca cultura agricola ci basta citare un detto che veniva preso ovviamente alla lettera e relativo alla coltivazione dei gelsi che erano piantati con radici poco profonde nel terreno perché le radici di queste piante dovevano sentire suonare le campane. Peccato che poi, in caso di gelate prolungate, le piante andassero perdute. Dove veniva applicata la rotazione delle coltivazioni più diffusa contemplava frumento il primo anno; segale o orzo il secondo; granoturco il terzo e lino canapa o leguminose il quarto. Nel ciclo entrava a volte anche il ravizzone che si seminava per lo più nei campi dove si erano raccolti in precedenza frumento e segale.

Sotto la neve pane…le slide 2

  1. Decime medievaliFino alla 1700, accanto alle tasse pubbliche, esistevano anche altre forme di tassazione di natura ecclesiastica. Nella Grangia dell’Abate, ad esempio, faccio riferimento a diverse controversie sorte tra i monaci di San Simpliciano e la pieve di Appiano riguardo la competenza sulla riscossione delle cosiddette “decime” sui prodotti agricoli coltivati a Lurate e Caccivio. La decima è una consuetudine antica che le chiese e le altre istituzioni religiose esercitavano nei confronti delle popolazioni rurali. Consisteva, come dice il nome, nel versamento della decima parte dei prodotti agricoli. Solitamente i titolari destinatari delle decime, per evitare le noie di una fastidiosa riscossione in prima persona, usavano dare in affitto ad abitanti del luogo l’incarico di eseguire materialmente la raccolta dietro il pagamento di una provvigione. Questo era un modo che consentiva una diligente amministrazione in quanto era interesse degli appaltatori stanare ogni evasione e recuperare anche i più piccoli residui. Ma cosa si coltivava nel nostro territorio?
  1. CovoniI primi documenti in proposito risalgono al 1400. In questo periodo a Lurate e Caccivio, così come in buona parte delle località a cavallo tra gli ultimi lembi di pianura e le vicine Prealpi, i campi erano destinati soprattutto dalla produzione di cereali: frumento, segale, miglio, panico e poi, dal XVI secolo, anche il granoturco, o mai, o furmento (formento) carlone o formentone che fa la sua comparsa nel nostro territorio nel secondo decennio del 1500 proveniente dall’America. Sul suo nome la tradizione popolare fa riferimento a San Carlo Borromeo che era solito distribuire ai poveri grano e appunto carlone. In realtà, dato che il mais pare abbia fatto la sua comparsa come merce venduta dai commercianti che arrivavano da nord delle Alpi per i loro affari, la denominazione andrebbe ricondotta al termine tedesco Karl che all’epoca significava grosso. Carlone, quindi, non è altro che un frumento con i grani più grossi, da cui anche l’appellativo formentone con cui viene anche conosciuto. In minor misura si coltivavano le piante leguminose. Non mancavano poi castagni e noci, nonché qualche altro albero da frutta. Sembrerà strano ma significativa era la produzione di vino così come il fatto che una parte non trascurabile di terreni era lasciata a brughiera ed a pascolo mentre non mancavano i boschi per la legna. Come accennato l’elenco di tali coltivazioni si ritrova nei numerosi atti di compravendita o subaffitto dei terreni. Per lo più questi avevano come oggetto la cessione per un certo periodo di campi da parte di contadini a loro creditori. In questo modo i contadini cercavano di pagare un debito in precedenza accumulato. Concretamente il negozio giuridico era però una finta vendita in quanto il il compratore era il creditore e questi lasciava in affitto il terreno al contadino venditore-debitore costretto così a cercare di farlo rendere al massimo per riuscire il debito e la rata di affitto. Attraverso questi contratti si può venire a conoscenza di alcune consuetudini rimaste in parte attuali fino agli anni ’50 del secolo scorso.