Un sentiero sul Bisbino non solo per salvarsi ma per trovare la felicità…la storia del Maggiore Tony Dobson

tony dobson 002Tony Dobson. Un nome inglese come tanti altri. Un nome comune tra le migliaia di soldati che hanno servito in guerra sua Maestà Giorgio VI, padre dell’attuale Regina Elisabetta II. Un nome che, a prima vista, non suscita alcuna particolare considerazione. Invece quest’uomo, Maggiore dell’esercito britannico, riuscì a salvarsi nelle settimane seguenti l’8 settembre 1943, grazie all’aiuto ricevuto sulle sponde del lago di Como. Aiuto che gli permise, attraverso i sentieri del monte Bisbino, di raggiungere non solo la salvezza ma, per quegli strani giochi che solo il destino sembra riservare alle persone, anche l’amore e la felicità La storia del maggiore Tony Dobson è stata scoperta e recuperata da Franco Edera, “anima” del Piccolo Museo del Monte Bisbino, un autentico scrigno di storie, testimonianze e ricordi della vita in questa zona del nostro territorio comasco, ubicato accanto al Santuario ed punto ristoro in vetta alla montagna. Continua a leggere

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Storia di Israele – 10: dalla distensione alla crisi: la lunga vigilia della nuova guerra (I)

FrancobolloNel mese di maggio del 1964 il presidente dell’URSS, Kruscév, arrivava in Egitto per partecipare alla solenne inaugurazione della prima parte delle opere della diga di Assuan. Nasser riceveva il titolo di Eroe dell’Unione Sovietica e l’ordine di Lenin ma al capo del Cremlino non piaceva il tono troppo nazionalistico dell’Egitto che aveva ristretto la libertà ai partiti comunisti nella R.A.U. A parte questi problemi politici era la situazione economica a preoccupare. La disoccupazione persisteva e l’Egitto, per vivere, aspettava il grano americano. Ora, gli Stati Uniti ne tenevano alto il prezzo politico, chiedendo in cambio il controllo degli armamenti, particolari misure economiche, un atteggiamento più favorevole. Le consegne avvenivano a singhiozzo e così si voleva mostrare agli egiziani che era arrivata l’ora di smetterla con i loro scatti di ostilità.

Se questo atteggiamento contribuiva in certo qual modo a stringere attorno a Nasser il gruppo dirigente, diffondeva invece nella popolazione uno scontento sempre più minaccioso. La mancanza di borghesia e l’opposizione della destra, evidenziata nell’associazione dei Fratelli Musulmani, era sfociata in arresti e rivolte. Nasser diede vita infatti ad una repressione in grande stile. Centinaia di Fratelli Musulmani furono trascinati in tribunale, e parecchi furono accusati di aver organizzato attentati contro il Capo dello Stato. Sette attivisti furono condannati a morte e tre furono uccisi, fra cui Sayyid Qtub, un ideologo e teorico venerato nel mondo arabo. Da tutto il mondo musulmano giunsero inutilmente domande di grazia, e manifestazioni violente ebbero luogo ad Amman, a Khartoum e altrove.

La politica estera egiziana restava apparentemente immutata, ma nel gennaio del 1967 si verificava una nuova crisi nei rapporti con gli USA, collegata ancora una volta con le consegne di grano e con le pretese americane di controllare gli armamenti. Probabilmente dopo aver nutrito qualche speranza gli Stati Uniti tornavano alla loro diffidenza, anzi ostilità, verso Nasser ed il suo regime. Comunque, dal 1964 al 1967, l’Egitto non si era allontanato, nei confronti d’Israele, dalla sua politica abituale: intransigenza verbale e passività nei fatti. Niente sembrava spingere Nasser a cercare un conflitto armato. Al contrario.

Nel frattempo si evolveva in modo nuovo la situazione in Siria. Apparentemente le relazioni con l’Egitto erano migliorate ma nell’aprile del 1964 il governo del partito al potere, il Ba’th, dovette affrontare una prova di forza. In seno al partito, ed al governo, c’era troppo potere alle minoranze religiose ed il comitato centrale della forza politica decise di eliminare queste frange, composte soprattutto dai Fratelli Musulmani (una moschea in cui si erano rifugiati alcuni adepti fu demolita a cannonate). Mentre Nasser condannava l’empietà del Ba’th nonostante la lotta che lui stesso sosteneva contro i Fratelli Musulmani, Damasco accusava il Cairo di aver aiutato la rivolta dei propri avversari. La Siria era sola. Per superare questa situazione scomoda nel 1965 diede una svolta a destra, decidendo una serie impressionante di nazionalizzazioni. La resistenza dei commercianti fu superata grazie agli appoggi di cui il regime godeva sempre e alle repressioni dirette da un tribunale militare eccezionale. Fu fatta anche una riforma agraria e si accentuò l’avvicinamento all’URSS ed al blocco sovietico.

Ma il Ba’th era diviso da lotte intestine, attraverso le quali si esprimevano spesso conflitti ideologici. Al sesto congresso del partito, la sinistra marxista ebbe la maggioranza. La destra ed il centro del partito intrapresero oscure manovre per conservare la loro egemonia, ma il 23 febbraio 1966, un colpo di stato militare rovesciò il governo ba’thista di destra, i cui membri vennero imprigionati. Il nuovo governo accentuò i provvedimenti di nazionalizzazione, mentre un pugno di ferro schiacciava i tentativi dei suoi avversari, che denunciavano il “regime ateo ed ostile all’Islam”. Il giornale comunista riprese ad essere stampato anche se il partito restava vietato ma ciò non impedì un ulteriore avvicinamento all’URSS ed agli stati arabi antimperialisti: Egitto, Algeria e Yemen repubblicano. Il 4 novembre 1966 veniva firmato un accordo di mutua difesa tra Egitto e Siria, dato che i siriani si ritenevano particolarmente presi di mira dalla politica statunitense e osservavano le mosse dei diversi regimi filoamericani vicini, per prevenire un attacco a sorpresa. Guardavano verso la Turchia e la Giordania, ma soprattutto la grande forza militare rappresentata da Israele.

I governi degli altri stati arabi erano violentemente ostili ad Egitto e Siria ed in questo erano colpiti nel sentimento di appartenenza comune alla comunità musulmana. Per superare questo stato di cose, al principio del 1966, re Fajsal, lanciava l’idea di un vertice islamico. Naturalmente il suo piano figurava d’appoggio alle rivendicazioni arabe nei confronti di Israele. La lotta politica per la Palestina si sarebbe quindi trasformata in una rivendicazione religiosa dell’Islam contro l’ebraismo. Nonostante le precauzioni oratorie prese da re Fajsal, le reazioni degli stati a tendenza socialista furono molto violente. Il Libano fu ostile, in quanto stato fondato sulla dualità-cristiano islamica nel quadro dell’arabismo mentre Hussein di Giordania fu invece il primo e più entusiasta adepto. Così il patto islamico finì con l’accentuare le divergenze tra stati socialisteggianti e filoccidentali. Il punto di attrito era rappresentato dallo Yemen.

Più di una volta Nasser aveva cercato di sbrogliarsi dall’inghippo yemenita attraverso un compromesso con l’Arabia Saudita che sosteneva la fazione monarchica. Molti fattori tendevano quindi a scartare Israele dal quadro delle lotte concrete in cui erano impegnati i paesi arabi nell’attualità immediata. Ma alcuni fattori importanti, all’interno del mondo arabo, premevano in senso opposto. Due gruppi di pressione avevano seri motivi per conservare sempre un’atmosfera bellicosa contro Israele e si trovavano dotati delle circostanze di alcuni mezzi importanti per farlo e dopotutto non avevano molto da perdere. Si trattava delle varie organizzazioni palestinesi e la sinistra rivoluzionaria siriana.

Nel gennaio del 1964, al primo vertice arabo organizzato da Nasser, era nata un organizzazione militare ed un’entità politica per i palestinesi che prese il nome di OLP nel maggio dello stesso anno, dopo una riunione a Gerusalemme Est. Presidente venne nominato Shukeiri, gran muftì di Al-Quds, che ricoprì anche l’incarico di delegato all’ONU.

L’OLP decise subito di formare un esercito di liberazione (applicando la coscrizione ai palestinesi dispersi per tutti i paesi arabi) e costituì un proprio bilancio, alimentato dai versamenti delle nazioni arabe e da un’imposta da riscuotersi sui palestinesi. L’organizzazione mostrò quindi il pugno di ferro. Hussein non tardò a mostrarsi violentemente ostile verso una politica che minacciava direttamente il suo regno. L’Arabia Saudita, che un tempo aveva protetto Shukeiri, gli divenne apertamente avversa. Il Libano, spaventato dal rischio di dover fronteggiare l’esercito israeliano con i propri 12 mila uomini male equipaggiati e peggio preparati, rifiutò di lasciar insediare nel proprio territorio truppe arabe dipendenti dal comando riunificato. Ognuno temeva di venir compromesso dai propri alleati o di dover intervenire per gli interessi di stati vicini.

Gli unici appoggi arrivarono da Siria ed Egitto. Dopo le critiche del vertice arabo all’OLP, Shukeiri cercò appoggi con la Cina ed iniziò ad accusare Hussein di Giordania di tradimento alla “nazione araba” e compì alcuni tentativi (vani) di rovesciarlo.

Nel gennaio del 1965 un’incursione in Israele, con 12 morti e 18 feriti, venne rivendicata da un movimento di liberazione palestinese clandestino (al-Fath). L’azione incontrollata di questi terroristi imbarazzò parecchio le organizzazioni ufficiali che non poterono impedire la nascita di altri groppuscoli della morte. Lo sponsor di questi terroristi era la Siria, la cui frontiera con Israele non aveva problemi geografici nè di evenutale ritorsione (le alture del Golan sovrastavano la Galilea facendone un facilissimo campo di bersagli) nè diplomatici (non c’erano caschi blu ai suoi confini). La sinistra siriana del Ba’th, giunta al potere, nel desiderio di superare le divisioni comunitarie che ostacolavano ogni attività progressista nel paese e fondando sulla popolazione in buona parte estranea all’Islam sunnita, imponeva un politica intransigente sul piano nazionale. Il miglior argomento per trascinare le masse, mobilitate da un secolo per la lotta di liberazione nazionale, consisteva nel presentare la lotta sociale come prosecuzione naturale di quella guerra. La Palestina era considerata una regione meridionale del sogno della “grande Siria”. Tutto questo impediva al governo siriano di ostacolare l’azione dei commandos palestinesi. L’unica paura era rappresentata da Damasco a 75 chilometri dalla frontiera israeliana e per di più nessuno si faceva illusioni sulla capacità dell’esercito siriano di arrestare un’avanzata di carri armati con la stella di Davide sulla capitale. Di qui questa condotta disperata, che poteva venire giudicata irrazionale ma ogni moderatismo sembrava un tradimento della rivoluzione siriana.

Nei mesi di febbraio e marzo il presidente tunisino Habib Burghiba, in viaggio nell’Oriente arabo salvo la Siria, propose il riconoscimento d’Israele, almeno parziale. Questi partì dalle diverse capitali seguito dalle imprecazioni delle folle, dalle dichiarazioni ostili dei capi più impegnati, dal rifiuto di tutti, eccettuati alcuni uomini politici cristiani libanesi. Egli non era spinto contro Israele né da integralismo musulmano, né da un profondo senso di nazionalità araba, né da ardore rivoluzionario antimperialista. Appartenendo all’occidente arabo non sentiva le profondità che il problema sollevava in oriente.

La situazione internazionale si era intanto aggravata. Correvano voci su negoziati segreti per la fornitura di armi americane ad Israele, compensata da analoghe consegne all’Arabia Saudita, all’Iraq, alla Giordania ed al Libano. Tra febbraio e marzo si seppe che anche la Brd avrebbe consegnato armi e sostegno di tipo economico oltre a riconoscere (formalmente) lo stato ebraico. Questo era un modo mascherato per gli Usa di consegnare armi a questo paese senza suscitare le reazioni degli arabi. Conosciuta la cosa gli arabi cercarono di fare pressioni sulla Germania e Nasser minacciò di riconoscere la DDR il cui presidente Ulbricht era stato in visita in Egitto. A questo gesto seguì un breve battibecco tra i due paesi e gli arabi dovettero ritornare sui loro passi. Un altro avvenimento, su un altro piano, suscitava ampie reazioni. La Chiesa cattolica, dopo il Concilio Vaticano II, aveva deciso di abbandonare l’atteggiamento di ostilità e di aggressività verso gli ebrei per adottare rapporti di coesistenza.

Storia di Israele – 09: il mondo arabo dopo la guerra del canale

NasserDopo la guerra del 1956 Nasser diventa un eroe nazionale arabo, una figura leggendaria al vertice della popolarità. Tutti sono entusiasti della sfida lanciata alla dominazione occidentale. Il presidente egiziano ben incarnava la spinta araba verso l’indipendenza e la modernizzazione. Insieme al suo mito era cresciuta anche la popolarità dell’URSS. Continua a leggere

Storia di Israele e del Sionismo – 08. V) La Guerra di Suez

La guerra del Canale di Suez (1956)

La guerra del Canale di Suez (1956)

Nel 1955 Ben Gurion torna al potere e decide di porre fine allo “stato di tranquillità” attaccando Gaza il 28 febbraio. Gli egiziani, provocati,  organizzano gruppi di volontari della morte, i fedàiyyin, per la guerriglia contro Israele. In più Nasser chiude lo stretto di Tiran, all’imbocco del golfo di Aqaba, unica via del mar Rosso per le navi verso Israele, dirette al porto di Eilat, cittadina lungo gli 11 chilometri di costa conquistati dall’Haganah nel 1947. Ben Gurion capisce così che l’unica soluzione per risolvere questa situazione è la guerra. Continua a leggere

Storia di Israele e del Sionismo – 07

bolli israeleIV) I primi anni di vita dello Stato d’Israele

Israele era stato fondato da un gruppo che si riconosceva in un uomo: David Ben Gurion. Per il suo Stato si richiamava ai principi di un socialismo non marxista: l’ideologia era un mezzo, non il fine dello stato. Israele sarebbe dovuto diventare una comunità dura e pura di lavoratori, non dominati da alcuna classe oziosa o parassitaria. L’jishuw era stato fondato in buona parte da coloni provenienti dalla Russia, penetrati da una ideologia socialista o socialisteggiante, di tipo marxista o tolstoliano. Proprio questo strato di coloni ha fornito al nuovo stato i suoi quadri principali. Alcuni emigranti fondarono colonie agricole di tipo collettivistico, i famosi kibbuzzim (forma plurale del vocabolo kibbuz). Col tempo queste si sono trasformate in imprese di tipo capitalistico, dove semplicemente l’imprenditore è rappresentato da una collettività. Continua a leggere

Storia di Israele e del Sionismo – 06

Israele_Linee_Armistiziali_1949-1967III) La prima guerra arabo/israeliana (II parte)

Gli avvenimenti del 1947/48, che portarono alla nascita di Israele, sono anche alla base della questione arabo-israeliana, tuttora irrisolta. Due furono i problemi principali della guerra: quello dei profughi e quello delle frontiere. Secondo le cifre delle Nazioni Unite, 656.000 abitanti arabi della Palestina del mandato fuggirono dal territorio israeliano: di questi circa 350 mila si trasferirono in Transgiordania, 100 mila nel Libano, 4.000 in Iraq, 75 mila in Siria, 7 mila in Egitto e 190 mila nella striscia di Gaza. Se ne andarono per quattro ragioni: per evitare di restare uccisi nei combattimenti; perchè la loro amministrazione si era sfaciata; perchè così era stato loro ordinato, ingannati e indotti al panico dalle radio arabe; perchè furono messi in fuga precipitosa dall’idea dei massacri  perpretati dalle bande Irgun come quella del villaggio di Dier Yassin (9 aprile 1948). Dai paesi arabi arrivarono in Israele circa mezzo milione di profughi ebraici, quasi la stessa cifra dei primi. Ma il governo israeliano insediava sistematicamente tutti i profughi sul proprio territorio, mentre i governi arabi, con l’assistenza dell’ONU, tevano i profughi nei campi in attesa di una riconquista della Palestina che non si verificò mai. Perciò, in conseguenza dell’incremento naturale, sugli anni ‘80 c’erano più profughi di quanti ce ne fossero stati quarant’anni prima. Continua a leggere

Storia di Israele e del Sionismo – 5

Evoluzione delle campagne del I conflitto arabo-israeliano 1948-49

Evoluzione delle campagne del I conflitto arabo-israeliano 1948-49

III) la prima guerra arabo/israeliana (1948/49) – prima parte

All’alba del 15 maggio 1948 gli uomini della Legione Araba oltrepassarono il fiume Giordano in Palestina. Il morale delle truppe era molto alto. Il giorno precedente, mentre attraversavano le strade di Amman, avevano ricevuto gli applausi della popolazione. Essi sapevano tuttavia che li avrebbe aspettati una dura battaglia: il loro compito era quello di riprendere possesso dei territori arabi assegnati dall’ONU al neonato stato di Israele. Tutto ciò comportava uno scontro con gli uomini del nuovo stato, den determinati ad assicurare l’esistenza della loro giovane nazione.  Continua a leggere