Cento anni dalla fine della I Guerra Mondiale, un secolo dalla pandemia dell’influenza “spagnola” anche nel nostro territorio

Domenica 4 novembre in tutta Italia si ricorderà ufficialmente la fine della I Guerra Mondiale ad un secolo di distanza. Alle ore 15:00 di quel giorno di cento anni fa, infatti, entrava in vigore l’Armistizio, firmato a Villa Giusti, che sanciva la fine delle ostilità tra il Regio Esercito italiano e le truppe dell’Impero (in disfacimento) austro-ungarico che erano costato tanti morti e sofferenze in un’Italia profondamente lacerata e che avrebbe continuato a vivere altri anni drammatici. La fine della guerra, se comportò la conclusione dei combattimenti, non rappresentò, però, la conclusione delle sofferenze “fisiche” per la popolazione italiana in quanto, proprio in questo periodo, era in corso la seconda ondata dell’influenza “spagnola”, la più terribile pandemia che abbia colpito il genere umano e che costò complessivamente ben 50 milioni di morti. Studi hanno evidenziato che, se nell’immaginario collettivo la più grande tragedia per l’umanità è considerata la “peste nera” del 1348, la “spagnola” fu certamente peggio.

Il virus aveva fatto la sua comparsa nel febbraio 1918 quando l’Agenzia di stampa spagnola FABRA aveva trasmesso un dispaccio informativo nel quale segnalava “una strana forma di malattia a carattere epidemico” a Madrid. Se in Spagna si era cominciato a parlare della malattia, la stampa europea, soggetta in buona parte alla censura di guerra, poteva scrivere solo degli sviluppi della stessa nel paese iberico ed è pre questo che fu conosciuta «spagnola». Nel comasco, così come in Lombardia, i primi modesti effetti del virus vennero registrati nel mese di maggio. Al fronte, infatti, il virus fu diffuso soprattutto dai militari statunitensi (negli USA, infatti, si manifestarono i più importanti focolai) che coinvolse anche i soldati italiani (alcuni reparti, infatti, erano impiegati in Francia). Ad aggravare il contagio fu il ricovero nelle retrovie dei soldati ammalati: questo contribuì ad espandere il morbo anche fra i civili. In ogni caso questa prima ondata fu ben poca cosa rispetto a quanto accadde a partire dal mese di settembre. Dato che il virus colpiva soprattutto giovani tra i 18 ed i 40 anni e che la medicina si dimostrava impotente, nonostante la censura anche la stampa comasca si occupò del virus cercando, per quanto possibile, di svolgere attività di prevenzione.

Interessante risulta rileggere cosa, ad esempio, pubblicò il settimanale “L’Araldo” (settimanale informativo di ispirazione cristiana che si pubblicava a Cernobbio e che riportava notizie dei paesi posti alle falde del monte Bisbino e del primo bacino del Lago). Nell’edizione del 12 ottobre 1918, venne pubblicato il contenuto di una circolare del Prefetto di Como, Dott. Muffone, con alcune misure igieniche da adottare per mitigare il diffondersi dell’epidemia. Tra gli obblighi imposti alla popolazione segnaliamo il divieto di dar vita ad  “assembramenti non necessari, specie in locali chiusi; curare la scrupolosa igiene delle bevande e degli alimenti” vigilando sulla qualità dell’acqua potabile e dei cibi in vendita affinché “siano efficacemente riparati dagli insetti; curare le nettezza e l’igiene del suolo e dell’abitato; esercitare una speciale vigilanza sulle collettività particolarmente esposte a diventare focolai dell’infezione: caserme, convitti, scuole, chiese, officine, teatri, cinematografi; ridurre al minimo le visite dei parenti negli ospedali ed aver disponibile una buona quantità di calce viva, da conservarsi in luogo asciutto. In caso compaia l’infezione disinfettare con abbondantissime e frequenti irrorazioni di latte di calce le corti dove vi sono ammalati e le case degli ammalati stessi”.

La paura del contagio fu tale che a Como, e in provincia, contrariamente al solito, le scuole nel 1918 non iniziarono il 1° ottobre, festa di San Remigio, bensì il successivo 4 novembre. Una decisione che fu criticata. Sempre sull’Araldo era possibile leggere: “Poiché l’apertura delle scuole è subordinata alla scomparsa della epidemia di influenza sarebbe forse stato meglio annunciare una proroga “sine die”. Auguriamoci che le condizioni sanitarie della città e della provincia possano migliorare nel volgere di pochi giorni, nessuno però in precedenza può asserire con certa scienza quando cesserà questa influenza delle quale finora non è bene chiarita la natura”. Infatti l’epidemia non sparì affatto. Anzi, continuò a mietere vittime anche a Como e dintorni per ancora tanti mesi ed a livello mondiale, nel 1919, si contavano tanti morti quanti ne aveva provocato la guerra.

A livello locale le uniche statistiche disponibili sono quelle che, per brevi periodi, pubblicarono i due quotidiani locali, “La Provincia” e “L’Ordine”. Il primo rilevò, ad esempio,come a Como dal 5 al 12 ottobre 1918, di fronte a 160 morti complessivi, 81 erano provocati dall’influenza (di questi 35 militari) con il picco massimo raggiunto il 10 ottobre (27 morti per influenza, 12 soldati). A livello provinciale, invece, dobbiamo far riferimento ad una parziale statistica de L’Ordine che, nei primi 14 giorni dell’ottobre ‘18, parlò di 276 decessi distribuiti negli allora 308 Comuni di appartenenza.

L’influenza spagnola, in ogni caso, riconfigurò radicalmente la popolazione umana più di ogni altro evento successivo alla peste nera del 1348. Tuttavia, è certo, che insieme a tanti lutti e sofferenze l’influenza ebbe il merito di incentivare la pratica delle attività all’aria aperta e dello sport (che fecero registrare un grande incremento a Como negli anni successivi, nonostante le difficoltà economiche del periodo, con la fondazione di numerose società dedite a diverse discipline) e, a livello mondiale, di contribuire alla diffusione dell’assistenza sanitaria.

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Diario di Guerra: l’informazione locale durante la Grande Guerra

Di seguito la mia relazione presentata nel corso dell’incontro “Grande Guerra, cent’anni dopo (IV Novembre 1918-IV Novembre 2018) Cernobbio e Maslianico ricordano insieme” insieme alle slide. Momento che ha sancito una prima conclusione del progetto “Diario di Guerra” promosso sul sito internet del Comune di Cernobbio dal 24 maggio 2015 e che si concluderà tra due settimane.

Nel 2015 lanciai una proposta “particolare” al Comune di Cernobbio per ricordare i cento anni dallo scoppio della I Guerra Mondiale per l’Italia. I libri di storia, infatti, a differenza dei tragici eventi della II Guerra Mondiale che fece registrare episodi drammatici anche alle nostre latitudini con l’attività partigiana, la fuga di soldati ed ebrei verso la Svizzera nonché le convulse vicende degli ultimi giorni del mese di aprile del 1945, ovviamente raccontano esclusivamente cosa accadde al fronte del Carso, o a quello delle Alpi tridentine. Ma la I guerra mondiale, a differenza di tutte le guerre che la precedettero, fu il primo conflitto che non solo interessò territorialmente buona parte del nostro pianeta ma ebbe ripercussioni anche sulla società in generale: non solo, quindi, sugli uomini ed i giovani “vestiti in grigioverde” bensì sulle famiglie rimaste a casa ma anche su coloro che non ebbero cari o congiunti al fronte. Ecco, quindi, l’idea di ripercorrere, settimana dopo settimana, come gli eventi di guerra vennero raccontati alla popolazione cernobbiese, illustrando anche quali furono le ripercussioni che la stessa guerra ebbe per i cittadini. Del resto i giornali, insieme alle lettere dal fronte, furono gli unici strumenti che permettevano “a chi era rimasto a casa” di sapere cosa stava succedendo. Una fonte di informazione però sottoposta ad un rigido controllo. Infatti, per la prima volta nella storia, anche nel Regno d’Italia vennero adottati due strumenti che consentivano di “manipolare” l’opinione pubblica a seconda dell’andamento della guerra ovvero la censura e la propaganda.

“Arriva la guerra e quindi ci sono bugie a iosa” diceva un proverbio tedesco risalente agli inizi dell’Ottocento. Già il giorno prima dell’entrata in guerra, domenica 23 maggio 1915, ad esempio un Regio decreto vietò a tutti i giornali di diffondere notizie che andassero oltre i comunicati ufficiali su argomenti come i morti e i feriti, gli avvicendamenti negli alti comandi, l’andamento delle operazioni militari. Il giorno successivo venne attivato l’Ufficio stampa del Comando militare supremo, con sezioni staccate nei capoluoghi di provincia. L’accesso diretto dei giornalisti al fronte fu sostanzialmente vietato (con poche eccezioni) dal generale Luigi Cadorna che, personalmente, detestava i cronisti. Fin da subito, quindi, divenne sempre più importante per le autorità coltivare il cosiddetto “fronte interno” e i giornali si trovano coinvolti nel compito di collaborare allo sforzo bellico nazionale.

La guerra doveva apparire gloriosa, sacra e per questo si doveva esaltare la dignità ed il patriottismo nazionale.  Per tutta la durata del conflitto i censori, ogni notte, prima di dare il placet alla pubblicazione, leggevano ogni riga (lavoro immane) e gli articoli non consoni alle ordinanze venivano eliminati cosicché spesso, mancando il tempo per correggerli o sostituirli, le pagine presentavano larghi spazi bianchi o righe oscurate. Col tempo, però, gli spazi in bianco vennero sostituiti da articoli “manipolati” che raccontarono la guerra con il solo obiettivo di mantenere il consenso popolare al conflitto.

Anche le cronache relative alle morti dei caduti, non solo sulle pagine de L’Araldo ma su tutti i periodici locali, diventarono celebrazioni di atti di eroismo personale o di battaglione. Venne invece taciuto lo squallido orrore delle trincee, la violenza e l’inutilità degli assalti, dei prigionieri caduti in mano nemiche (salvo quando questi facevano recapitare ai familiari a casa lettere, anche queste sottoposte a censura), delle fucilazioni per ammutinamento e diserzione. Piuttosto si tendeva a celebrare il ritorno a casa dei feriti .

Le sconfitte furono mitizzate (quanto accaduto a Caporetto nel 1917 fu il più possibile mascherato grazie ad una vera e propria strategia di disinformazione) e sfruttate per esaltare il sentimento di riscossa nazionale incitando all’odio verso il nemico: “Tutti sentiamo la pena e l’orrore per il nemico che ci è in casa, in casa come nel ’48, nel ’59 e nel ’60! Tutti sentiamo l’alito greve della bestia che per anni ha vissuto accovacciata sotto il nostro focolare ed ha mangiato il nostro pane, riscosso le decime, ci ha imposto le taglie, ci ha confiscato i beni, ci ha seviziato il padre, ci ha fatto morire di dolore la madre e ci ha impiccato i fratelli… E’ la nostra via crucis: la prova del Getsemani. Sudiamo sangue come Gesù, e trasciniamo la nostra croce da colle a colle, da città a città, da fiume a fiume”. La demonizzazione del nemico fu esercitata, attingendo a questo fine tutti i tradizionali stereotipi razzisti. Anche sulle pagine del settimanale cernobbiese Austriaci e tedeschi, infatti, venivano descritti come individui rozzi, crudeli e malvagi, dediti a deliberate crudeltà, così come i loro sovrani:  un esempio l’articolo che ricorda la morte dell’imperatore Francesco Giuseppe, l’impiccatore.  “Ma cosa importa se un lembo del sacro suolo della Patria è calpestato dallo straniero?”. La missione è una sola: vincere.

Dopo Caporetto e l’avvicendamento di Cadorna con Diaz, le notizie dal fronte diventano ancora più “asciutte” in quando il nuovo Comandante aveva disposto che i dispacci non potevano superare le 500 parole.

In ogni caso, durante tutto il conflitto, rimase sempre attiva sul settimanale L’Araldo la rubrica “Lettere dal fronte” dove venivano pubblicati gli scritti che i soldati inviavano a casa, scelti tra i più retorici ed in linea con i dettami.

Concentrati sugli episodi bellici e sullo straziante stillicidio di vite umane, finora si ha data una limitata importanza agli effetti che il conflitto ebbe sulla popolazione in ogni centro italiano. Con il passare delle settimane la stampa iniziò a presentare, con un linguaggio opportunamente scelto, le ripercussioni che il conflitto ebbe per tutti i cittadini. Per la maggioranza dei questi, di ogni età o ceto sociale il conflitto, si trasformò ben presto in guerra di logoramento con la comparsa delle difficoltà negli approvvigionamenti alimentari. Col passare dei mesi, infatti, e nonostante le rassicurazioni di una prossima vittoria, iniziarono a peggiorare le condizioni di vita della popolazione, segnata da un forte aumento dei prezzi, da marcate restrizioni alimentari dovute a un ferreo controllo dei consumi da parte del governo, dal deterioramento qualitativo del cibo. Dalla comparsa del pane di Guerra, da vendersi raffermo e confezionato con surrogati di ogni tipo, all’introduzione del calmiere per grano, zucchero, dolci e carne. Nel 1917 si arrivò anche ad introdurre la tessera annonaria per alcuni beni di consumo quali pane, pasta e riso successivamente estesa ad altri alimenti. Nonostante tutto questo, a Cernobbio, così come a Maslianico, Piazza S. Stefano o Rovenna, non si verificarono mai quelle manifestazioni spontanee che videro in altri paesi e città italiani sfilare in piazza persone (soprattutto donne) esasperate dalla penuria dei generi alimentari, dall’aumento del costo della vita, dalle code ai negozi, dalla fame.

Anche per le epidemie, come l’influenza Spagnola scoppiata verso la fine del conflitto e che fece centinaia di migliaia di morti, la Censura fece tentativi di occultamento e notizie furono frammentarie.

Parole che invece non mancarono per celebrare la vittoria il 4 Novembre. Anzi, già qualche giorno prima, come possiamo leggere nella pagina dell’edizione del 2 novembre 1918 de “L’Araldo”, la fine del conflitto era già prossima. Una vittoria che trasformò ogni caduto ed ogni orrore rispettivamente in eroi e gesti valorosi. E questa memoria eroica continuò ad essere perpetrata durante gli anni successivi senza apparente possibilità di un’analisi critica che non fosse affidata alle sole memorie personali dei reduci o dei familiari di soldati nel frattempo scomparsi dopo il ritorno dal fronte.

Come noi sappiamo la realtà della I Guerra Mondiale fu ben diversa da quella che si voleva far credere: una realtà dura e crudele, anche perché i soldati nelle rade licenze, o convalescenze, malgrado l’ordine di non raccontare nulla di quanto vissuto al fronte, parlavano, magari solo con i familiari, narrando di situazioni disumane, di carneficine, di orrori: argomenti, del resto, già sviluppati dalla famosa nota di pace con cui Papa Benedetto XV aveva chiesto alle diverse nazioni belligeranti di porre fine alle ostilità nell’agosto del 1917.

L’aver proposto questo materiale ha quindi voluto consentire di rivivere, almeno in parte, in prima persona il clima generale in cui la Grande Guerra fu portata a conoscenza, e vissuta con le sue conseguenze, a Cernobbio riproponendo tante storie personali, o di gruppo, che la storiografia generale del conflitto, ovviamente spesso limitata al solo doveroso ricordo dei soldati caduti e del loro sacrificio in seguito alla creazione dei viali delle Rimembranze e della costruzione dei diversi monumenti o lapidi loro dedicate, non ha mai preso in considerazione. Ovviamente si tratta di uno “spaccato”… tanti sono altri eventi e notizie che avrebbero meritato spazio. Chissà che tutto questo materiale non possa trovare un giorno la possibilità di essere letto e tramandato perché, nonostante sia passato un secolo, le parole migliori per descrivere la I Guerra Mondiale furono quelle di Benedetto XV, ovvero un’inutile strage.

Serata Grande Guerra

Arriva il Regime Fascista: dalle proteste alla programmazione. E si ottiene qualche risultato positivo

Retrospettiva giornalistica della storia di questa linea ferroviaria (3-ultima)

La Grande Guerra porta via con sé speranze e sogni della Belle Epoque. Per diversi anni di ferrovie nel comasco se ne parla esclusivamente in ottica militare. A conflitto bellico finito, nonostante il clima sociale piuttosto acceso, ci si torna ad occupare anche della linea ferroviaria Como-Lecco. Alla vigilia della “Marcia su Roma” da parte delle avanguardie fasciste, il 14 ottobre 1922, il settimanale “Il Prealpino” di Lecco non usa mezzi termini per definire questo collegamento: «La linea ferroviaria Lecco-Como è una linea sballata e sbagliata nel progetto e nella esecuzione. Ma dal momento che c’è bisogna tenersela; e perché entri nella simpatia dei viaggiatori bisogna che non sia trascurata dalle ferrovie. E per questo occorrerebbero che le quattro corse giornaliere possano percorrere i 42 chilometri in un’ora e dieci minuti. Solo così potraà la ferrovia battere la concorrenza del servizio combinato corriera-tramvai». Sì, perché ora ad unire i due centri ci sono anche la tramvia e si incominciano a sperimentare i primi servizi di autobus. Affinché la linea venga valorizzata, e non adibita al solo traffico merci, viene costituito un Movimento per il miglioramento del servizio, iniziativa antesignana a tanti Comitati e gruppi che sorgeranno nei decenni successivi. Questa iniziativa sembra non suscitare un particolare fervore nei lecchesi che espongono le loro idee in modo schietto e diretto: «Noi di Lecco non siamo freddi davanti al movimento sorto per i miglioramento del servizio di questa dannata linea Lecco-Como – si legge sempre nel Prealpino del 14 ottobre -; siamo semplicemente scettici perché l’Amministrazione Ferroviaria non farà mai un corno per soddisfare le esigenze delle popolazioni, trincerandosi dietro il pretesto che la linea è già passiva. È la storia dell’uovo e della gallina».

La situazione, però, non risulta del tutto così catastrofica. Anzi, proprio in questi anni, sembra proprio che le istituzioni vogliano provare a migliorare effettivamente il servizio. Nel 1923 la Regia Commissione Straordinaria per il miglioramento del servizio ferroviario nel Regno d’Italia incarica gli avvocati comaschi F. Lanfranconi ed il dottor Giussani di elaborare uno studio sulla Como-Lecco. I risultati vengono presentati l’anno successivo e devono essere stati ritenuti molto positivi in quanto vengono avallati dai Commissari Prefettizi di Como e di Lecco, dalle Camere di Commercio di Como e di Lecco, dalla Deputazione provinciale di Sondrio e dal Consiglio di Disciplina dei Procuratori di Como come riporta il settimanale “L’Araldo” di Cernobbio in data 16 aprile: «Conformemente all’incarico datoci ci siamo recati ieri alla Direzione Compartimentale delle Ferrovie dello Stato di Milano per concordare le novità da introdurre sulla ferrovia Como-Lecco in seguito alla concessione della quarta coppia (di treni) da attivarsi col primo giugno p.v., quarta coppia che si è finalmente ottenuta, e per le pratiche fatte alla Conferenza di Locarno e per quelle successive». I nuovi orari vengono studiati in modo da consentire coincidenze, a Lecco, con i convogli diretti in Valtellina, a Milano ed a Bergamo; a Merone con le corse delle FNM dirette a Milano o Erba Incino; ed a Como con i treni diretti sul Gottardo. Inoltre ad Oggiono le fermate consentiranno ai viaggiatori di raggiungere Milano sfruttando le corse della ferrovia Oggiono-Molteno-Monza. I rappresentanti delle Ferrovie dello Stato, a nostra richiesta, hanno dichiarato che le quattro coppie saranno tutte di treni viaggiatori, esclusi quindi i treni misti».

Sarà anche per la particolare cura che, a partire dal 1925, il Regime Fascista dedica al trasporto ferroviario oppure per il ferreo controllo su tutto ciò che viene pubblicato dai quotidiani, in ogni caso il 29 gennaio 1930 il quotidiano”La Provincia-Il Gagliardetto” rileva che «L’Amministrazione Provinciale è vivamente grata all’Amministrazione delle FF.SS. per i notevoli miglioramenti introdotti su questa linea. Pertanto si chiede che vengano conservate tutte le coppie di treni della stagione invernale attuale». È questo un periodo in cui si investe anche da un punto di vista turistico sulla linea. Dopo tutto idee, in proposito, ne erano state avanzate diverse. Ad esempio sulla “Cronaca” di Lecco si legge: «Sarebbe inoltre desiderabile che nell’intento di apprestare alla massa dei forestirei comodità maggiori in occasione del loro soggiorno nella regione dei laghi, l’Onorevole Amministrazione delle Ferrovie dello Stato facesse pratiche presso la Società Nord Milano e la Società di Navigazione sul Lago Maggiore affine di addivenire ad un accordo per la creazione di una coppia almeno giornaliera diretta fra Venezia-Rovato e Laveno con coincidenza in quest’ultima stazione per quelle di Pallanza, Baveno, Stresa. L’onor. Amministrazione delle Ferrovie dello Stato potrebbe dimostrare la sua buona disposizione al riguardo studiando fin d’ora e preordinando il raccordo alla stazione di Albate-Camerlata coi treni della Como-Varese e della Como-Lecco».

La frase pronunciata da Benito Mussolini su come gli orari, durante il regime Fascista, arrivino sempre in orario sembra quindi calzare a pennello anche alla Como-Lecco a cinquant’anni dalla sua attivazione e dalle pagine della stampa scompare ogni accenno a disagi e critiche. Una situazione, quindi, che appare idilliaca con solo qualche auspicio di ulteriori migliorie come sottolineato dal quotidiano “La Provincia-Il Gagliardetto” il 23 dicembre 1934: «Si raccomanda l’accelleramento di marcia su questa linea di tutti i treni, facendo voti che i convogli più leggeri possano al più presto venire sostituiti con le Littorine». Il sospetto, però che anche in questo caso le cronache fossero comunque controllate ed organizzate dal Regime è più che lecito. Anche perché si tratta dell’unico periodo in cui la Como-Lecco non è stata oggetto di strali, proteste e polemiche in tutta la sua storia.

Testimoni di Libertà: 25 luglio 1943, una caduta attesa

03 1940 Dichiarazione di GuerraIl 1° settembre 1939 l’invasione della Polonia da parte della Germania nazista segna l’inizio del secondo conflitto mondiale. L’Italia fascista di Mussolini dichiara il proprio stato di belligeranza il 10 giugno 1940, con l’annuncio della dichiarazione di guerra rivolta agli ambasciatori di Francia e Gran Bretagna. Un proclama accolto dalla popolazione con sentimenti contrastanti, e Cernobbio non fa eccezione. I cittadini affollano piazza del Municipio ed ascoltano il discorso del Duce dagli altoparlanti. Ma all’entusiasmo di facciata dei presenti si contrappongono i timori di cosa la guerra potrebbe portare con sé. Le madri che da giovani hanno vissuto le privazioni del conflitto del 1915/18 non nascondono qualche lacrima.
La guerra costringe numerosi uomini e giovani a lasciare il paese per essere inviati nei diversi fronti in cui si combatte. L’Italia, tra il 1940 ed il 1942, finisce per impegnarsi soprattutto in quattro azioni belliche: l’azione di contenimento verso la Francia, ormai allo stremo dopo la drammatica avanzata tedesca, nel giugno del 1940; l’effimero attacco alla Grecia a partire dal successivo autunno; il crollo sotto il comando del Maresciallo Vincenzo Graziani nel 1940 e poi il riscatto grazie all’acume del generale tedesco Erwin Rommel, la famosa “volpe del deserto”, nel 1942 in Africa, ed infine, con l’operazione “Barbarossa” promossa direttamente da Adolf Hitler, dal 1941 la campagna di Russia.Si tratta di eventi drammatici seguiti con attenzione a Cernobbio dove gli umori della popolazione sono registrati, è proprio il caso di dirlo, da parte dei funzionari del Partito Fascista che provvedono poi ad inoltrarli alla Federazione Provinciale di Como. Qui, settimanalmente, il Segretario Provinciale, Carlo Ferrario, compila i riassunti che infine finiscono sulla scrivania della segreteria di Roma del PNF diretta da Ettore Muti.
In Cernobbio i primi anni di conflitto vedono accavallarsi emozioni e sensazioni: angoscia e paura, fatalismo e rassegnazione, dolore e, speranza. Ad esempio, quando nel gennaio del 1941 gli inglesi, con il supporto di contingenti, indiani penetrano in Eritrea, Somalia ed Etiopia, restituendo quest’ultima al negus Hailé Selassié, profugo a Londra dal 1936, le autorità registrano come: “La tristezza è generale”. Ma quando Regio Esercito è costretto a cedere parte della Cirenaica davanti all’avanzata degli inglesi c’è chi, tra gli stessi soldati finiti prigionieri, confida ai suoi appunto personali: “É quasi un sollievo – scrive il cernobbiese Mario Riva -. Abbiamo finito di essere in pericolo, colla vita sempre esposta in giuoco. La prigionia sarà dura ma è la soluzione migliore in questo momento”.
Come accennato il 22 giugno 1941 Hitler scatena l’operazione “Barbarossa” contro l’URSS. Qualche settimana più tardi varcano i confini sovietici anche le divisioni italiane del C.S.I.R. (Corpo di Spedizione Italiano in Russia) seguite nel 1942 dalle armate, numericamente più consistenti, dell’A.R.M.I.R. Nell’autunno di quell’anno la campagna di Russia diviene critica e dal 17 dicembre drammatica a tal punto che si concluderà con una angosciosa ritirata dove oltre 110.000 soldati e 4.300 ufficiali non faranno più ritorno alle rispettive case4.
Il 1943 è l’anno decisivo per le sorti del secondo conflitto mondiale. Le forze dell’Asse italo-tedesco a maggio si ritirano dall’Africa del Nord mentre iniziano le incursioni aeree delle forze Alleate sul territorio nazionale. Queste hanno come ripercussione l’arrivo dei primi rifugiati a Cernobbio. L’11 giugno una veloce azione angloamericana porta all’occupazione dell’isola di Pantelleria e nella notte tra il 9 ed il 10 luglio gli Alleati sbarcano sull’isola. Secondo le autorità lo stato d’animo della popolazione può essere riassunto in tre parole: “depressione, delusione e disorientamento”5. Sarà. Comunque la situazione, a livello nazionale, si è fatta veramente drammatica e il 16 luglio il Duce si piega alle richieste di alcuni membri del Governo e del partito di riunire il Gran Consiglio, un organo consultivo che la dittatura aveva accantonato ormai da anni. La convocazione è fissata per sabato 24 luglio alle ore 17 . Per quella data Dino Grandi, presidente della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, Luigi Federzoni, Presidente dell’Accademia d’Italia, e Giuseppe Bottai mettono in atto il progetto di togliere i poteri militari a Mussolini preparando un ordine del giorno che prevede la rinuncia da parte del Duce del comando delle forze armate ed il ripristino dei pieni poteri agli organi dello Stato ed al “Re vittorioso”6, Vittorio Emanuele III.
04 1943 25 luglioAlle 2.40 di domenica 25 luglio la mozione Grandi viene approvata con 19 “sì”, 7 “no” ed un’astensione al termine di una lunga e drammatica riunione. Nel tardo pomeriggio, insieme alla nomina di Pietro Badoglio quale nuovo Capo del Governo, la notizia diventa di dominio pubblico in tutta Italia e genera sostanzialmente entusiasmo. A Cernobbio, però, non si registrano quegli eccessi che invece caratterizzano altre località. Ben si confà, quindi, il giudizio rilasciato dal Commissario Capo della Polizia di Como, Coppola, all’Ispettore generale di Milano, Petrillo, datato 28 luglio: “Nella fine del regime tutti vedono in essa una libertà di avere in Italia un ordine nuovo, basato sulla correttezza e sulla onestà”8. Ed in effetti nelle rispettive sedi delle Cooperative presenti a Cernobbio, Piazza Santo Stefano e Rovenna riappaiono i simboli dei partiti democratici tenuti nascosti per tanti anni. Tra le voci che levano il proprio giubilo per quanto accaduto figura anche quella del parroco di Cernobbio, don Umberto Marmori, persona peraltro sotto osservazione e stretto controllo daparte delle autorità fasciste fin dal 9 novembre 1941.
Don Umberto MarmoriNato a Ponna nel mese di ottobre del 1885, Umberto Marmori è parroco di Cernobbio dal 21 gennaio 1934. La sua nomina è l’ultima avvenuta in seguito ad elezione popolare: 366 capifamiglia a favore su 383 votanti per autentico “plebiscito di popolo”. Quando fa il suo ingresso presso la parrocchia del SS. Redentore don Umberto ha 48 anni, di cui ventitré trascorsi con l’abito talare prima come vicario a Lenno (1910) e poi come priore di Plesio (1921). Le cronache del suo ingresso a Cernobbio rilevano come il 21 gennaio 1934 fosse una tipica giornata invernale con tanto di abbondante nevicata nel pomeriggio: “In un tripudio di fede e d’amore Cernobbio ha accolto domenica il novello parroco don Umberto Marmori. Alla chiesa della Madonna delle Grazie, tanto cara ai cernobbiesi, e che era domenica ben parata come la parrocchiale e quella del SS. Redentore sulle cui porte principali erano epigrafi inneggianti al novello parroco e auguranti un fecondo apostolato, don Marmori ebbe il primo incontro col suo popolo (…) Numerose le autorità tra cui notammo il Segretario Politico del PNF anche il rappresentanza del Commissario Prefettizio dott. O. Ortelli forzatamente assente; il giudice conciliatore prof. Corti; il medico condotto dott. Fasola; la segretaria del Fascio Femminile sig. Ferrari Camilla, il segretario comunale cav. Pasquali; il cavaliere rag. Traversa, podestà di Ponna, i presidenti delle Associazioni locali (…) Un prolungato battimani, il suono di una gioiosa marcia, annunciano l’arrivo di don Umberto, che è accompagnato oltre dal rev. mo arciprete di Menaggio (…) Al Vangelo don Marmori rivolge la sua prima parola ai nuovi figli. E’ parola di padre e di sacerdote che null’altro vuole che conquistare anime a Dio e portarle al cuore adorabile di Cristo. Le cerimonie della presa di possesso gli forniscono i motivi per sviluppare il suo pensiero; poi è un cordiale ringraziamento a tutti e infine è la promessa di concorso a tutte le opere di bene nell’interesse non solo della Religione, ma anche della Patria; è la richiesta a tutti – dai semplici fedeli alle autorità – della loro collaborazione per il benessere religioso, morale, civile di Cernobbio”.
02 Ordine 1934Il 25 luglio 1943 la notizia della caduta di Mussolini è commentata da don Marmori con parole schiette, sincere e coraggiose se confrontate al modo di raffrontarsi della quasi totalità della popolazione: “Ha cessato finalmente una radio che instupidiva gli italiani”11. Come accennato le stesse autorità erano a conoscenza della sua malcelata sopportazione del regime da sempre e quindi avevano deciso di spiarlo a partire dall’autunno del 1941. “In passato – riporta una nota datata 1929/30 – svolse attività in favore del Partito popolare, non è in buoni rapporti con le autorità locali ma gode della stima della maggioranza della popolazione. Accolse il Concordato come imposizione da subire”.
01 Ordine 1934Questo era don Umberto Marmori per il Regime. Ma cosa pensavano invece di lui i cittadini ed i fedeli cernobbiesi? La sua missione pastorale e la sua figura sono stati al centro di un’opera di valorizzazione a cura di don Silvio Bernasconi effettuata nel 1985 che permesso di riscoprire chi fosse don Umberto allora per i suoi parrocchiani: “Fu il prete giusto per quel momento. Cernobbio, pur essendo comunità viva ed intraprendente viveva un periodo (1934, al suo arrivo) di stanchezza, in parte anche di disordine che quest’uomo dalla forte carica comunicativa seppe rinvigorire. Più che una persona dotta, fu persona sagace nel vivere i diversi problemi che il momento storico presentava. È indispensabile non dimenticare che la parte centrale del suo ministero a Cernobbio venne attraversata dal dramma della guerra, dalla partenza di molti giovani per il fronte e dall’angosciosa responsabilità nel sostenere le famiglie della comunità quando annunci di morte giungevano a squassarle nel profondo”. Don Marmori è quindi considerato un “sacerdote energico pieno di attività di bontà”. Come accennato Cernobbio, con lui, vive un periodo di trovata religiosità e di entusiasmo sociale che trova la manifestazione più evidente nel rinnovato vigore dell’associazionismo giovanile locale: “Don Marmori muovendo dalla sua cordialità innata, nutriva la grande preoccupazione di formare cristianamente soprattutto la gioventù che considerava, a ragione, forza di un ambiente. Certo, spesso la sua predicazione partiva dalla situazione contingente per precisarne contorni e sbavature. Se per politica si intende parlar chiaro e dire la verità su idee, movimenti e persone…ecco, era un politico. Preferisco, tuttavia, dire di Lui: era un prete dalla porta aperta. Pensi che tutti si sapeva dove riponeva la chiave di casa, ognuno poteva avvicinarlo senza timore di ricevere un rifiuto e a coloro che spesso lo accusavano di esagerare in tale direzione rispondeva: ‘Dovete capire che molta gente si allontanerà dalla nostra esperienza cristiana e percorrerà strade diverse però è importante che questa gente si ricordi che avvicinare il prete non è cosa difficile’. Nel periodo durante il quale don Marmori resse la Comunità di Cernobbio, l’Azione Cattolica fu tanto fiorente, e soprattutto nei suoi rami giovanili. Occorre ricordare che la vita di tutta la Chiesa italiana in quegli anni cadenzava, in modo forte, attorno a tale esperienza. Lo spirito associazionistico risultava assai utile, infatti l’Azione Cattolica, divisa nei suoi molteplici rami (fanciulli, ragazzi, giovani e adulti, permetteva al sacerdote di entrare in contatto con le diverse età e compiere una catechesi sistematica (…) ma questo attaccamento da parte di don Marmori a codesta esperienza, quel suo legame con i giovani, quel suo farli divertire, ragionare, giocare non era, in realtà, un modo sottile per ridicolizzare una politica fascista dagli schemi, a volte, troppo ottusi; quasi un distrarre, un far vedere a questa gioventù orizzonti diversi (…). Don Umberto è nella mia mente prete limpido e annunciatore coraggioso di un messaggio evangelico da vivere con forza, nonostante la situazione sociale e politica fosse assai faticosa e cruda. Don Umberto è stato un uomo che ha vissuto la propria fede ed i propri ideali pagando poi di persona. È questo che vorrei far capire: a Cernobbio don Marmori ancora oggi viene ricordato e amato, prima ancora che per il suo rapporto drammatico con il potere, perché è stato un autentico credente”.
Con l’entrata in guerra dell’Italia la sua predicazione al servizio di una “dottrina d’amore, unico segreto di pace e di prosperità dei popoli” è diametralmente all’opposto di quanto afferma, con i suoi altisonanti proclami, la retorica fascista che propugna invece fanatismo e prepotenza. I suoi silenzi ed il mancato sostegno dal pulpito alle scelte del Regime ed alle necessità belliche dell’Italia imperiale, pongono don Umberto al centro dell’attività di controllo e repressione messo in atto dalle autorità e diventa ufficialmente persona sospetta e da controllare attentamente. Uno scambio epistolare tra don Marmori e il responsabile della Camera dei Fasci e delle Corporazioni di Como, residente a Cernobbio, risalente al successivo mese di novembre, evidenzia come don Marmori sia sempre pronto a non scendere ad alcun compromesso con il fascismo e la guerra in cui ha trascinato l’Italia. Il responsabile economico locale del Regime fascista gli scrive: “Desidero segnalarVi che oggi, domenica, e domenica scorsa ho avuto occasione di ascoltare personalmente dalla parola di due differenti Sacerdoti, il concetto che la Patria è soltanto quella dei Cieli e non quella terrena. Il giovane Sacerdote di stamane, che ha predicato, ha ancora precisato che ‘la Patria non è quella terrena che Voi pensate con la Vs. fantasia, ma….ecc.’. Mi permetterete sottolineare che il concetto universale di ‘Regno dei Cieli’ ha ben altro significato di ‘Patria’. E particolarmente in questo periodo di guerra cruentissima, dove molti dei nostri fratelli combattono e muoiono per l’Italia di domani, non trovo giusto, né opportuno, si metta in discussione il concetto di ‘Patria’, terra dei nostri Padri, terra che ha dato a noi i natali, una famiglia, un idioma, oltre una fede e una religione. I soldati combattono per la nostra Patria, contro soldati che difendono la loro terra, la loro Patria. Combattono perché la nostra Patria abbia durante la vita dei figli e dei nipoti un domani di pace e di prosperità; perché l’Italia nostra prescelta da Dio per erigervi la sede terrena del suo Rappresentante, sia grande, rispettata e temuta. Come possiamo in queste ore tragiche e gloriose, mettere in dubbio il concetto di Patria? Dargli significato estensivo internazionale di Patria di tutti? Diminuirlo verso le famiglie dei combattenti che frequentano la Chiesa? Perché anzi non insistere sul concetto di Patria terrena, oggi che i nostri soldati con il nome d’Italia sulla bocca e nel cuore combattono e muoiono contro i bolscevichi, che hanno sempre negato Dio, la nostra religione e la famiglia? E combattono e muoiono in Africa Settentrionale e Orientale contro i protestanti anglicani e per introdurre tra i negri, mussulmani e ortodossi, poco men che selvaggi, a mezzi di valorosi missionari la religione di Cristo, dietro bandiere vittoriose della Patria? Non Vi sembra signor Prevosto, che sarebbe più prudente, specie in questo periodo, parlare del ‘Regno dei Cieli’ o del ‘Paradiso Celeste’ anziché mettere in discussione il concetto di Patria? Vi spero signor Prevosto, con me d’accordo e Vi ossequio”. Questo scritto riporta la data 19 novembre 1941. Il 28 novembre don Marmori risponde: “La Vostra lettera mi ha sorpreso e meravigliato. Presente io stesso in queste ultime domeniche alla predicazione in coscienza posso asserire senza smentita che dal pulpito è scesa la verità di Cristo, la sua dottrina, i suoi comandamenti, i suoi consigli che i parrocchiani hanno accolto con soddisfazione e venerazione. Il Missionario che è oggetto di critica è uno Scalabriniano ed ha per ideale e programma l’assistenza agli operai italiani all’estero e cioè i due ideali Religione e Patria. Se comunicassi copia della lettera ricevuta susciterei meraviglia e protesta, anche perché furono ultimamente ricevuti dal Capo del Governo, altamente elogiati per il loro patriottismo ed incoraggiati con sussidio a sviluppare la loro opera all’estero in favore del nome italiano. Alla voce del Capo del Governo si unisce l’approvazione generale avuta in Italia dove hanno moltiplicato le loro case, l’approvazione dalla massa del nostro popolo in Chiesa e al Cinema prova dell’ottima impressione lasciata sul pubblico che li saluta come pionieri di civiltà ed eroi del fronte esterno che lasciano la famiglia e patria per i figli d’Italia che cercano all’estero un pane spesso insidiato da chi cerca di far loro rinnegare fede e nazionalità italiana. Siamo quindi davanti ad un equivoco o ad una falsa interpretazione della dottrina di Cristo che affratella tutti e fa figli dello stesso Dio. Del resto qualunque sacerdote deve seguire le direttive del Capo della Chiesa. La fede che con tanta lealtà professate Egr. Sig. M. deve pur inchinare ogni credente davanti al sacerdote che predica una dottrina d’amore, unico segreto di pace e di prosperità dei popoli, ed inculca l’amore vero di patria confortando, incoraggiando, soccorrendo e pregando, ripetendo tutto l’insegnamento di Cristo ‘Date a Dio quello che è di Dio, a Cesare ciò che è di Cesare’. Come ogni italiano noi ci inchiniamo davanti ai nostri soldati che combattono per un domani migliore colla grande soddisfazione morale che numerosa schiera degli eroi del fronte esterno sono giovani cresciuti alla scuola di Cristo e del Sacerdote. Scusi, Egr. Sig. A. M., la mia schiettezza che stringe maggiormente i legami della reciproca comprensione”.
Successivamente una nuova missiva viene indirizzata al sacerdote di Cernobbio: “Ritornando da Roma ho trovato la Vostra cortese lettera, che merita una risposta, per precisare alcuni punti che è bene siano chiariti. Nella mia lettera, in sintesi, lamentavo che due sacerdoti, in due domeniche successive, avessero parlato della Patria che, definiva uno di loro ‘non è quella terrena che Voi pensate con la Vostra fantasia, ma ecc.’ offuscando il concetto di Patria italiana, per la quale oggi molti soldati combattono e muoiono. La Vostra lettera, perdonatemi la franchezza, non mi risponde a tono; e ve lo dimostro; sempre in omaggio alla verità ed alla chiarezza, che è bene presieda ai nostri rapporti: -) Non ho scritto e non ho messo in dubbio ‘che dal pulpito è scesa la verità di Cristo’. Dal pulpito dove parlava un simpatico sacerdote sul tema di propaganda, e non provetto oratore, è scesa la frase che Vi ho scritto, che qui ho ripetuto, e che Vi prego non mettere in dubbio perché ho, grazie a Dio, buon udito e sana la memoria! Non ho inteso criticare, e basta rileggere la mia lettera per convincersene, l’opera e la propaganda Scalabriniana, certo meritevole di elogio e considerazione. Ma ho mosso critica al giovane sacerdote propagandista, che non è infallibile, e che certo, in buona fede, ha toccato corde che oggi sarebbe bene far vibrare diversamente. Non ‘siamo quindi davanti ad un equivoco e una falsa interpretazione della dottrina di Cristo’ come Voi scrivete. Vi confermo quanto ho scritto; e tutto si riduce, a mio avviso, a una frase poco felice, sfuggita al predicatore novizio. E qui la mia lettera potrebbe essere chiusa, e da parte mia, chiusa la discussione. Ma come Voi dite, tengo io pure molto ai ‘legami della reciproca comprensione’ con Voi, che siete il nostro Pastore e il nostro Maestro nella interpretazione della Dottrina di Cristo. E allora permettetemi che sottolinei con altrettanta schiettezza pari alla Vostra, tre frasi della Vostra lettera.
a) scrivere: ‘se comunicassi copia della lettera ricevute, susciterei meraviglia e protesta’. Desidero informarvi che avete piena libertà di comunicare la mia lettera integrale a chi credete meglio; e ho l’immodestia di credere che non susciterebbe né meraviglia, né protesta. Perché: una cosa è l’aver detta una infelice definizione della Patria terrena; e altra cosa è che i dirigenti movimento missio-nario Scalabriano siano stati ‘ricevuti dal Capo del Governo’, la qual cosa mi fa molto piacere.
b) scrivete: ‘del resto qualunque Sacerdote deve seguire le direttive del Capo della Chiesa’. Esattissimo! Ma mi sono domandato più volte, e con me molti altri cattolici italiani, che frequentano la nostra Parrocchia, perché mai in molte Chiese dal pulpito scende la parabola del Vangelo, non commentata in astratto, ma volutamente proiettata sulle vicende terrene degli anni che viviamo? Perché dal Cardinal Ascalesi, al Sacerdote di S. Agostino in Como, che ho recentemente ascoltato, si parla di Patria terrena, dell’Italia nostra che per noi è la più bella terra che Dio ha creato, del valore degli italiani, della bontà della lotta che gli italiani sostengono e vincono contro i bolscevichi, i protestanti inglesi, i mussulmani, gli ebrei, ecc.? Mentre quasi mai sentiamo una parola di conforto, in tale settore dal pulpito della nostra Chiesa? E perché in molte prediche noi sentiamo, col confronto di quanto i governi hanno fatto altrove, e in tempi recenti, e quanto si è compiuto in Italia per proteggere e diffondere la religione cristiana, l’elogio al governo fascista per quanto ha fatto, ha realizzato, ha permesso, ha favorito, in venti anni di governo; mentre dal pulpito della nostra Chiesa, direi mai, o quasi mai, è stato riconosciuto quanto il governo di Mussolini ha fatto dalla ‘Conciliazione’ alla lotta contro i ‘ nemici della Chiesa’? Vi è una disparità, che chi caccia il naso fuori dalla parrocchia rileva subito; per concludere nettamente che certi silenzi non possono essere ordini o direttive superiori generali; ma interpretazioni e applicazioni locali, in perfetta buona fede, e giustificabili secondo particolari punti di vista.
c) scrivete: ‘la fede che con tanta lealtà professate, deve pure inchinare ogni credente davanti al Sacerdote che predica una dottrina d’amore, unico segreto di pace e di prosperità dei popoli’. Sono fiero di professare la nostra Religione e vi ringrazio che me ne date atto. E sono con Voi d’accordo che è la ‘Dottrina d’amore unico segreto di pace e di prosperità dei popoli’. Ma quando l’equilibrio di pace è rotto; e gli uomini sono scatenati gli uni contro gli altri per affermare nella vittoria la propria superiorità nella religione, nel diritto, nella civiltà, nei costumi, nelle giuste possibilità di vita; io sono pienamente convinto che anche il Sacerdote italiano deve sempre invocare con la parola e con le funzioni sacre la vittoria degli italiani sugli altri, delle nostre Armi sulle avverse; l’affermazione religiosa dei cattolici sugli eretici; degli italiani che celebrano Dio liberamente nelle chiese, nelle scuole, nelle famiglie, sui bolscevichi che hanno fatto delle Chiese luoghi di svago e di scandalo e scacciato i religiosi; sugli inglesi immorali e corrotti, mercanti di schiavi, e seviziatori di popoli; e su ogni altro popolo che non sia italiano e cattolico. E tale linea, che è seguita da molti sacerdoti, ha il triplice vantaggio: di rafforzare la resistenza del popolo ai disagi inevitabili e alle privazioni di guerra; di raggiungere più presto la vittoria, con risparmio di vite, con una lotta decisamente condotta a fondo; di dare infine grande conforto a coloro che hanno i figli in combattimento o che hanno pagato già, con la vita di un congiunto, il più alto tributo alla Patria terrena. E perché mai i Cappellani militari, al fronte di battaglia, dovrebbero parlare ai soldati e ufficiali di esser degni figli di Dio, e meritevoli del Regno dei Cieli, compiendo intero e il proprio dovere fino al sacrificio; se i sacerdoti, al fronte interno del paese, dovessero, in questo particolare, eroico, tragico, e grande momento della storia, non differenziare amici da nemici, non biasimare e condannare quanto i bolscevichi, gli ebrei e i massoni hanno fatto e fanno; non infondere il preciso dovere dell’ora, di essere noi italiani tutti uniti e decisi a lottare strenuamente per vincere, contro chiunque attenti alla nostra vita di popolo sano e disciplinato, cattolico e credente, proteso civilmente all’avvenire? Mi accorgo, Egr. Sig. Prevosto, di essermi molto allontanato con la penna, dalle poche righe che mi ero proposto di risponderVi. Ma vorrete comprendermi ed apprezzarmi nella mia franchezza, senza sottintesi; come sono sempre franco davanti a Dio”.
Il 25 luglio 1943 porta con sé, dunque, una sensazione di ritrovata libertà nonché l’illusione che la pace possa tornare a diffondersi. Come accennato i simboli dei vecchi partiti politici tornano a risplendere, pur con moderazione, e con loro i rispettivi ideali politici da parte di chi, durante il ventennio, ha subito angherie e violenze. Tra questi ricordiamo Angelo Noseda.
Angelo NosedaNoseda nasce a Como il 22 settembre 1866 da famiglia benestante. Laureatosi in giurisprudenza a Pavia, diviene amico di Filippo Turati e in lui, come in altri giovani intellettuali, la considerazione delle ‘leggi umane’ che sottopongono allo sfruttamento e alla miseria le ‘classi diseredate’ lo porta ad avvicinarsi, dopo una breve militanza nel Partito operaio, al socialismo scientifico. Si prodiga, quindi, per la giustizia sociale, impegnandosi nell’opera di istruzione e organizzazione dei lavoratori di Como e dei dintorni. Dopo la fondazione del Partito socialista (luglio 1892) è co-fondatore di una Lega socialista e nel mese di ottobre diventa direttore del giornale ‘Lavoratore comasco’. L’anno seguente è delegato comasco al I congresso lombardo delle associazioni di lavoratori aderenti al PSI ma nel 1894 è arrestato, e processato, per aver partecipato ad una manifestazione sediziosa a sostegno dei Fasci siciliani. Nelle elezioni amministrative del 7 luglio 1895 viene sconfitto per pochissimi voti ma la tornata elettorale sancisce il suo ruolo di leader dei socialisti comaschi, che nello stesso anno lo eleggono alla presidenza del Consolato operaio, dal quale sei anni dopo sarebbe sorta la Camera del lavoro di Como. Il suo nome figura anche tra i primi arresti perpetrati durante lo stato d’assedio del maggio 1898, in seguito al quale viene sciolta la Federazione. Dopo una detenzione di 46 giorni è assolto per insufficienza di prove e rilasciato. Nel 1899 Angelo Noseda è il primo socialista eletto in Consiglio Comunale a Como. Scoppiata in agosto del 1914 la Grande Guerra, per disciplina di partito, si dichiara neutralista, ma contrario alla Triplice Alleanza per antica formazione garibaldina decide di ridurre l’attività politica durante il conflitto. Ciò non gli impedisce, nel biennio 1917-18, di essere a capo delle manifestazioni di protesta contro il caro viveri e il protrarsi della guerra, pur cercando sempre la mediazione con le autorità.
Più notabile che un politico moderno, nel 1919 diventa sindaco di Como e si prodiga, oltre che per la copertura del deficit di bilancio, nell’alleviare le condizioni di vita dei lavoratori, colpendo soprattutto i redditi maggiori e le rendite parassitarie dei proprietari di immobili. Ma le violenze fasciste e, soprattutto, il calcolato ostruzionismo prefettizio impediscono l’attuazione di ogni iniziativa in tal senso. Alle politiche del 15 maggio 1921 è eletto deputato. Le more della ratifica dell’elezione durano un anno, mantenendolo, benché dovutamente dimissionario, nella carica amministrativa. Impiega quest’arco di tempo cercando di attuare un progetto di obbligo scolastico fino a 12 anni, bloccato dallo scioglimento forzato dell’amministrazione comunale imposto dalle squadre fasciste nell’autunno del 1922. Contro di lui, benché nel frattempo sia stato sostituito da Paolo Nulli alla guida della giunta, i fascisti si accaniscono in modo particolare. La sua rielezione a deputato, in quello stesso anno, non basta infatti a proteggerlo. Non ha comunque alcun timore ad affrontare i fascisti in pubblico dibattito, ma la violenza finisce per soggiogarlo. È dichiarato decaduto dalla carica di deputato in seguito alle leggi eccezionali mentre nel mese di novembre del 1926 gli viene devastata e saccheggiata la casa. In quell’occasione il figlio Lionello venne vigliaccamente percosso
violentemente (e infatti morira per le conseguenze di questa aggressione poco tempo dopo)20. Colpito nei valori e negli affetti più cari Angelo Noseda qualche anno dopo cesserà di esercitare la sua professione. Ridotto così al silenzio e ad un’impotenza manifesta, la polizia fascista, giudicandolo politicamente finito, non si occuperà più di lui fino alla sua morte, avvenuta a Como il 22 luglio 1940.
Gli effetti della caduta del regime nelle settimane seguenti trovano altre manifestazioni concrete. Il 2 agosto il nuovo Prefetto della provincia di Como, Michele Chiaromonte, provvede allo scioglimento delle forze della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale e dispone l’inquadramento nelle Forze Armate degli agenti in servizio presso le Forze di polizia Universitaria. Anche a Cernobbio le organizzazioni fasciste smobilitano. Lasciano la scuola il distaccamento della Milizia nazionale forestale ed il Municipio la Gioventù Italiana del Littorio. Nel frattempo quattro incursioni aeree si abbattono su Milano provocando la distruzione di centinaia di abitazioni civili e costringendo 300.000 persone a fuggire verso il Comasco. In tanti arrivano a Cernobbio e per una prima accoglienza vengono loro destinati alcuni locali del Municipio e dell’industria tessile Bernasconi. L’inaspettato aumento della popolazione residente inizia però ad avere ripercussioni nell’approvvigionamento delle derrate alimentari, già razionate e scarse. Le disponibilità monetarie per l’acquisto degli alimenti sono infatti così contenute che viene addirittura organizzata una raccolta delle divise del disciolto P.N.F.22. Tra i più attivi sul fronte dell’assistenza agli sfollati è don Umberto Marmori che tramite il Comitato Assistenza sfollati, costituito proprio in questo periodo, prende in affidamento molti rifugiati. Altri vengono accolti al Campo Solare, dagli alberghi, dagli inquilini di Villa d’Este nonché da privati benestanti. Il 15 agosto, poche ore prima di una nuova incursione aerea alleata su Milano, il prefetto Chiaromonte nomina i nuovi commissari della Pubblica Amministrazione in sostituzione di quelli compromessi col regime. A Cernobbio è destinato Filippo Frattaroli che entra in carica il successivo 2 settembre.
A livello nazionale, nel frattempo, regna la massima incertezza. L’esecutivo del maresciallo Badoglio aveva infatti adottato una politica di irresponsabile doppiezza, ovvero rassicurare Hitler del fatto che l’alleanza con la Germania non sarebbe venuta meno ed allo stesso tempo iniziare, segretamente, trattative con gli angloamericani per una pace separata. I tedeschi, allarmati per il rapido ed inatteso mutamento della situazione italiana, ignari di dove si trovasse Benito Mussolini e sospettosi di un prossimo totale “tradimento”, iniziano ad attuare il piano militare “Alarico” il cui obiettivo è il controllo totale della penisola. In questo clima di crisi e confusione viene firmato da parte del Governo italiano, il 3 settembre a Cassibile, presso Siracusa, l’armistizio con gli Alleati. L’avvenimento viene ufficializzato l’8 settembre, con qualche giorno di anticipo rispetto alle previsioni per il timore di un colpo di mano tedesco destinato a rovesciare l’esecutivo badogliano. Il giorno successivo il re e la sua famiglia, insieme con alcuni ministri e le rispettive famiglie, lasciano Roma e, raggiunta prima Pescara e poi Ortona, si imbarcano per Brindisi, città già sotto il controllo delle forze statunitensi. Gli eventi non colgono per nulla alla sprovvista i tedeschi, già a conoscenza delle trattative segrete tra italiani ed Alleati per mezzo di una serie di intercettazioni effettuate dalle SS. In poche ore la Wermacht occupa, senza difficoltà, il rimanente territorio nazionale e disarma 80 divisioni italiane abbandonate al loro destino dal comportamento irresponsabile del Governo.
La notizia dell’avvenuto armistizio coglie invece di sorpresa la popolazione di Cernobbio alle ore 18.00 di mercoledì 8 settembre con un drammatico messaggio radiofonico. Poche parole che danno origine ad un dramma, quello dei soldati in fuga per non essere fermati, e in molti casi subito uccisi, dai tedeschi che, è notorio, stanno per occupare anche il Comasco. Diversi militari cernobbiesi, riusciti anche fortunosamente a ritrovare la via di casa, percorrono in tutta fretta i numerosi sentieri alle pendici del monte Bisbino e trovano riparo in Svizzera. Altri militari sbandati, privi di documenti d’identità, non possono però superare il confine. Qui interviene l’aiuto di tante famiglie del nostro
Comune che ospitano provvisoriamente giovani e uomini mentre a Como il Commissario Prefettizio, Eugenio Rosasco, autorizza il rilascio di carte d’identità contraffatte. Seppur in un clima di confusione ed incertezza la maggior parte degli sbandati riesce a superare il confine.
06 1943 Proclamazione FascistaDomenica 12 settembre, verso mezzogiorno, reparti tedeschi di fanteria motorizzata, seguiti da mezzi corazzati entrano in Como bloccando i valichi di frontiera. L’occupazione delle forze naziste avviene proprio quando numerosi militari comaschi del 67° reggimento Fanteria stanno prendendo posizione contro i tedeschi a Monte Lungo, nelle Puglie. Un comando divisionale delle SS occupa Villa Locatelli a Cernobbio, al comando del capitano Joseph Voetterl, in realtà un agente segreto degli Stati Uniti. Voetterl, cittadino austriaco nato a Salisburgo, è il protagonista di uno dei più grandi successi dell’Office of Strategic Service americano. Dopo essere emigrato in America negli anni ‘20, all’avvento di Hitler al potere ritornò nel III Reich. Iscrittosi al partito nazista, aveva fatto carriera nelle SS, e durante la guerra era stato prima in Polonia e poi sul fronte russo di Stalingrado dove, ferito, fu trasferito in Francia, a Tolone. Disimpegnandosi con abilità riesce ad arrivare a Cernobbio dove prosegue il suo lavoro di agente segreto ed allo stesso tempo di comandante tedesco. Solo al termine della guerra, quando si viene a conoscenza del suo vero ruolo in seno all’organizzazione di Himmler, si riusce a spiegare il fatto che mai si verificarono rastrellamenti delle SS nella zona di Como pur essendo territorio soggetto a vaste operazioni da parte delle formazioni partigiane. A Villa d’Este trova sede l’ospedale militare tedesco ed il successivo ottobre Villa Belinzaghi diventerà domicilio di importanti sezioni di enti finalizzati alla produzione bellica del Reich.
La sera stessa dell’occupazione tedesca viene diramata la notizia dell’avvenuta liberazione di Benito Mussolini da parte di un gruppo di paracadutisti tedeschi, guidati dal capitano delle SS, Otto Skorzeny, dalla prigione di Campo Imperatore sul Gran Sasso. Dopo il 25 luglio l’indiscusso capo del fascismo era stato segregato prima all’isola di Ponza, poi alla Maddalena ed infine in Abruzzo. Badoglio ed il re, in base agli accordi dell’armistizio, avrebbero dovuto consegnarlo agli angloamericani, cosa che però non fecero al momento della loro fuga per Brindisi. Due giorni più tardi Mussolini, dopo un incontro con Hitler nel quartier generale tedesco a Rastenburg, nella Prussia Orientale, assume l’incarico di guidare uno Stato in Italia. Nelle stesse ore, clandestinamente, si costituisce il primo Comitato di Liberazione Nazionale provinciale. L’annuncio della sua istituzione avviene attraverso la diffusione di un volantino che invita i militari sbandati ed i giovani a raggiungere e rafforzare i primi nuclei di dissidenti armati in montagna e la popolazione ad appoggiare la resistenza armata contro i tedeschi ed i redivivi fascisti. È infatti l’inizio della guerra partigiana perché intanto è nato il Partito Fascista Repubblicano che, da parte sua, chiama i giovani ad imbracciare le armi a fianco dei nazisti. Questa notizia, in realtà, ha come unico risultato l’inizio di notti frenetiche nelle vicinanze dei valichi di confine con la Svizzera e nei sentieri del Bisbino. In due settimane nella Confederazione elvetica, infatti, vengono accolti e sistemati 19.055 “sbandati”.

Grande guerra, la memoria tramandata ai giovani

PiaveIl Consiglio regionale della Lombardia ha dato il via, ufficialmente, oggi, martedì 18 febbraio 2014, alle commemorazioni per il centenario della Grande guerra. E lo ha fatto approvando a maggioranza la modifica a una precedente legge lombarda del 2008 di promozione e valorizzazione del patrimonio storico del conflitto. “Abbiamo contribuito a mettere nero su bianco ciò che può essere fatto per ricordare quanto accadde in quegli anni e dunque il nostro voto è stato favorevole – commenta il consigliere regionale Luca Gaffuri–. Tuttavia, abbiamo espresso una perplessità che è stata raccolta poi da tutti i gruppi: la posta a bilancio per il recupero dei manufatti dell’epoca presenti in Lombardia, per il restauro dei monumenti, per le eventuali opere di studio e approfondimento e la perpetuazione della memoria, a partire dalle scuole, è veramente risicata. Nonostante siano tempi di crisi, quello che si decide di fare va fatto bene. Ci siamo, perciò, augurati e lo abbiamo chiesto alla stessa assessore Cappellini, che negli anni a venire la Regione incrementi i finanziamenti”. Continua a leggere