Cento anni dalla fine della I Guerra Mondiale, un secolo dalla pandemia dell’influenza “spagnola” anche nel nostro territorio

Domenica 4 novembre in tutta Italia si ricorderà ufficialmente la fine della I Guerra Mondiale ad un secolo di distanza. Alle ore 15:00 di quel giorno di cento anni fa, infatti, entrava in vigore l’Armistizio, firmato a Villa Giusti, che sanciva la fine delle ostilità tra il Regio Esercito italiano e le truppe dell’Impero (in disfacimento) austro-ungarico che erano costato tanti morti e sofferenze in un’Italia profondamente lacerata e che avrebbe continuato a vivere altri anni drammatici. La fine della guerra, se comportò la conclusione dei combattimenti, non rappresentò, però, la conclusione delle sofferenze “fisiche” per la popolazione italiana in quanto, proprio in questo periodo, era in corso la seconda ondata dell’influenza “spagnola”, la più terribile pandemia che abbia colpito il genere umano e che costò complessivamente ben 50 milioni di morti. Studi hanno evidenziato che, se nell’immaginario collettivo la più grande tragedia per l’umanità è considerata la “peste nera” del 1348, la “spagnola” fu certamente peggio.

Il virus aveva fatto la sua comparsa nel febbraio 1918 quando l’Agenzia di stampa spagnola FABRA aveva trasmesso un dispaccio informativo nel quale segnalava “una strana forma di malattia a carattere epidemico” a Madrid. Se in Spagna si era cominciato a parlare della malattia, la stampa europea, soggetta in buona parte alla censura di guerra, poteva scrivere solo degli sviluppi della stessa nel paese iberico ed è pre questo che fu conosciuta «spagnola». Nel comasco, così come in Lombardia, i primi modesti effetti del virus vennero registrati nel mese di maggio. Al fronte, infatti, il virus fu diffuso soprattutto dai militari statunitensi (negli USA, infatti, si manifestarono i più importanti focolai) che coinvolse anche i soldati italiani (alcuni reparti, infatti, erano impiegati in Francia). Ad aggravare il contagio fu il ricovero nelle retrovie dei soldati ammalati: questo contribuì ad espandere il morbo anche fra i civili. In ogni caso questa prima ondata fu ben poca cosa rispetto a quanto accadde a partire dal mese di settembre. Dato che il virus colpiva soprattutto giovani tra i 18 ed i 40 anni e che la medicina si dimostrava impotente, nonostante la censura anche la stampa comasca si occupò del virus cercando, per quanto possibile, di svolgere attività di prevenzione.

Interessante risulta rileggere cosa, ad esempio, pubblicò il settimanale “L’Araldo” (settimanale informativo di ispirazione cristiana che si pubblicava a Cernobbio e che riportava notizie dei paesi posti alle falde del monte Bisbino e del primo bacino del Lago). Nell’edizione del 12 ottobre 1918, venne pubblicato il contenuto di una circolare del Prefetto di Como, Dott. Muffone, con alcune misure igieniche da adottare per mitigare il diffondersi dell’epidemia. Tra gli obblighi imposti alla popolazione segnaliamo il divieto di dar vita ad  “assembramenti non necessari, specie in locali chiusi; curare la scrupolosa igiene delle bevande e degli alimenti” vigilando sulla qualità dell’acqua potabile e dei cibi in vendita affinché “siano efficacemente riparati dagli insetti; curare le nettezza e l’igiene del suolo e dell’abitato; esercitare una speciale vigilanza sulle collettività particolarmente esposte a diventare focolai dell’infezione: caserme, convitti, scuole, chiese, officine, teatri, cinematografi; ridurre al minimo le visite dei parenti negli ospedali ed aver disponibile una buona quantità di calce viva, da conservarsi in luogo asciutto. In caso compaia l’infezione disinfettare con abbondantissime e frequenti irrorazioni di latte di calce le corti dove vi sono ammalati e le case degli ammalati stessi”.

La paura del contagio fu tale che a Como, e in provincia, contrariamente al solito, le scuole nel 1918 non iniziarono il 1° ottobre, festa di San Remigio, bensì il successivo 4 novembre. Una decisione che fu criticata. Sempre sull’Araldo era possibile leggere: “Poiché l’apertura delle scuole è subordinata alla scomparsa della epidemia di influenza sarebbe forse stato meglio annunciare una proroga “sine die”. Auguriamoci che le condizioni sanitarie della città e della provincia possano migliorare nel volgere di pochi giorni, nessuno però in precedenza può asserire con certa scienza quando cesserà questa influenza delle quale finora non è bene chiarita la natura”. Infatti l’epidemia non sparì affatto. Anzi, continuò a mietere vittime anche a Como e dintorni per ancora tanti mesi ed a livello mondiale, nel 1919, si contavano tanti morti quanti ne aveva provocato la guerra.

A livello locale le uniche statistiche disponibili sono quelle che, per brevi periodi, pubblicarono i due quotidiani locali, “La Provincia” e “L’Ordine”. Il primo rilevò, ad esempio,come a Como dal 5 al 12 ottobre 1918, di fronte a 160 morti complessivi, 81 erano provocati dall’influenza (di questi 35 militari) con il picco massimo raggiunto il 10 ottobre (27 morti per influenza, 12 soldati). A livello provinciale, invece, dobbiamo far riferimento ad una parziale statistica de L’Ordine che, nei primi 14 giorni dell’ottobre ‘18, parlò di 276 decessi distribuiti negli allora 308 Comuni di appartenenza.

L’influenza spagnola, in ogni caso, riconfigurò radicalmente la popolazione umana più di ogni altro evento successivo alla peste nera del 1348. Tuttavia, è certo, che insieme a tanti lutti e sofferenze l’influenza ebbe il merito di incentivare la pratica delle attività all’aria aperta e dello sport (che fecero registrare un grande incremento a Como negli anni successivi, nonostante le difficoltà economiche del periodo, con la fondazione di numerose società dedite a diverse discipline) e, a livello mondiale, di contribuire alla diffusione dell’assistenza sanitaria.

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Diario di Guerra: epilogo

A conclusione dei quattro anni trascorsi insieme a “Diario di Guerra” è doveroso trarre qualche considerazione finale. Innanzitutto, per rispondere alla domanda di cosa ha lasciato, come eredità, la I Guerra mondiale nel nostro territorio.  A prima vista la risposta è semplice ed è affidata alle diverse lapidi ed ai monumenti ai Caduti: 112 morti complessivi, sommando i caduti delle tre realtà di Cernobbio (48), Piazza Santo Stefano (39) e Rovenna (25). Come abbiamo avuto modo, invece, di approfondire nelle lunghe 179 settimane cui è durata la partecipazione dell’Italia alla Grande Guerra le conseguenze sono state diverse ed hanno interessato tutta la popolazione. Anche a Cernobbio la I guerra mondiale fu effettivamente conosciuta come una guerra di massa che impegnò nei combattimenti buona parte della popolazione civile. Ciò determinò il verificarsi di notevoli trasformazioni in ambito economico e sociale. Si venne a creare, ad esempio, uno maggiore squilibrio tra gli uomini e le donne. Gli uomini si allontanarono dalle proprie case per andare a combattere al fronte e le donne si ritrovarono a capo della famiglia e, se rimaste vedove, dovevano darsi da fare per portarla avanti. Iniziarono a lavorare in massa nelle fabbriche e negli uffici pubblici, distaccandosi dalla sfera familiare a cui la tradizione la legava. Compito della donna, fin a quel momento tranne qualche eccezione,  era sempre stato quello di rimanere in casa per accudire i figli e il marito. Come abbiamo avuto modo di vedere Cernobbio, per certi aspetti, fu “un isola felice” per chi lavorava alla Tessiture Bernasconi che cercarono di venire incontro, con sussidi ed altre forme di aiuto, le lavoratrici e le famiglie prive dei propri mariti e padri perché al fronte o deceduti. Anche nelle industrie cernobbiesi, in questi anni, fece la sua comparsa un nuovo tipo di rapporto tra capitale e lavoro: il corporativismo, ovvero il tentativo dello Stato di regolare i rapporti tra operai e datori di lavoro per il bene dello Stato stesso. Grazie a questo tipo di intervento si ebbe una tendenza all’aumento dei salari. Infine, durante la guerra, vennero introdotti dei sussidi obbligatori contro la disoccupazione e si sviluppò la legislazione sociale.

Per la maggioranza della popolazione, però, la diretta e principale conseguenza del conflitto, che i contendenti immaginarono brevissimo ma che si trasformò ben presto in guerra di logoramento, fu la fame: col passare dei mesi, con l’allontanarsi della fine dei combattimenti peggiorarono sensibilmente le condizioni di vita della popolazione, segnata da un forte aumento dei prezzi, da marcate restrizioni alimentari dovute a un ferreo controllo dei consumi da parte del governo, dal deterioramento qualitativo del cibo. L’esempio più lampante è dovuto alla comparsa del «pane di guerra», in forme grosse da 700 grammi, senza tagli, da vendersi raffermo e confezionato con surrogati di ogni tipo (farina di riso, di granoturco, di castagne, di lupini): un pane nero, poco digeribile e particolarmente sgradevole. Con il prosieguo dei mesi anche a Cernobbio vengono introdotti i calmieri: prima per il grano e poi per lo zucchero; viene ridotta la distribuzione di cibi e bevande nei locali pubblici; limitata la vendita di dolci e di carne (con la chiusura delle macellerie nei giorni di giovedì e venerdì). I bisogni dell’esercito mobilitato devono venire prima di quelli della popolazione civile e, oltre a procedere con le requisizioni per soddisfarli, nel 1917-1918 viene istituita la tessera annonaria per il pane, la pasta e il riso, e, successivamente, per tutti i principali beni di consumo. Un esempio mostra, più di tante parole, qual era la condizione quotidiana: a partire dal 1° novembre 1917 ogni cittadino ha diritto a 250 grammi di pane al giorno, 90 di pasta, 40 di riso. Nella primavera del 1918 viene limitato il consumo di carne bovina con distribuzione nei soli giorni di sabato e domenica (in dicembre la razione non supererà i 135 grammi settimanali a persona). Iniziano ad essere tesserati anche l’olio, i grassi animali, il burro, i formaggi. La quantità di questi generi dipende dalla disponibilità: in maggio quella dell’olio è di 100 grammi. Dal dicembre 1918 viene razionato il latte che spetta solo ai bambini inferiori ai 12 anni e agli anziani di età superiore ai 65 anni. Nonostante tutto questo a Cernobbio, però, non si verificarono mai quelle manifestazioni spontanee che videro in altre località italiane sfilare in piazza persone (soprattutto donne) esasperate dalla penuria dei generi alimentari, dall’aumento del costo della vita, dalle code ai negozi, dalla fame.

Lo sfoggio di bandiere, la retorica di aver completato la riunificazione d’Italia, la felicità per il ritorno a casa dei soldati costituiranno solo un breve intermezzo in attesa di un futuro mai così drammatico per la storia italiana, ed anche di Cernobbio. Il mondo operaio, infatti, si convinse che si fosse vicini ad uno scontro tra borghesia e proletariato, dal quale sarebbe dovuta nascere la società socialista; il ceto medio impiegatizio, gli insegnanti, i pubblici dipendenti (che nel corso della guerra avevano visto rapidamente e progressivamente decurtato il potere d’acquisto delle loro retribuzioni) si trovarono invece in posizione di inferiorità economica rispetto a categorie sociali tradizionalmente subalterne. Ciò determinerà una sorta di frustrazione, alimentata, soprattutto, dall’idea di aver perduto il tradizionale ruolo di guida del paese, che aveva esercitato, grazie alla sua preparazione, cultura, dignità sociale, benessere economico.

Infine, non va dimenticata una delle più drammatiche eredità della I guerra mondiale per la popolazione. Un flagello che arrivò mentre il conflitto aveva imboccato la dirittura di arrivo e il mondo – stanco di tanti morti, fame, lutti e carestie -, già pregustava le dolci gioie della pace. E invece, incurante delle legittime aspettative dell’umanità, il virus dell’influenza (che nessuno aveva mai “veduto” e del quale non esisteva ancora traccia nei testi di microbiologia), scatenò un putiferio che gli storici paragonano alla Peste nera del 1348. La chiamarono impropriamente “spagnola” sia perché la prima a parlarne fu la stampa iberica (essendo la Spagna neutrale durante la prima guerra mondiale, la sua stampa non era soggetta alla censura di guerra), sia perché uno dei primi colpiti fu il Re di Spagna Alfonso XIII. La devastante epidemia infuriò da marzo 1918 al giugno 1920, contagiò circa 500 milioni di persone (il 30% della popolazione mondiale che allora era 1 miliardo e 600 milioni) e ne uccise tra i 50 e 100 milioni. Quando nel 1919, dopo una breve attenuazione e un ultimo colpo di coda l’epidemia cessò definitivamente, si contarono in tutto il mondo molti più morti di quanti ne avesse fatto la guerra. Anche a Cernobbio.

Ecco cosa lasciò effettivamente la I guerra mondiale nel nostro territorio. E come accennato l’immediato futuro non sarebbe stato più “dolce”. Gli esiti della Conferenza di pace, infatti, frustrarono molte speranze e alimentarono la delusione per la “vittoria mutilata”. Inoltre, molti reduci vissero con difficoltà il loro reinserimento nella vita civile, dopo aver goduto da ufficiali di un potere e di un prestigio mai prima conosciuto, mentre la propaganda antimilitarista dei partiti di sinistra colpiva i sentimenti di molti ex combattenti. Fu l’anticamera del caos e del successivo drammatico episodio che avrebbe contraddistinto la storia nazionale a Cernobbio e nel nostro Paese: l’avvento del Fascismo.

Diario di Guerra: l’informazione locale durante la Grande Guerra

Di seguito la mia relazione presentata nel corso dell’incontro “Grande Guerra, cent’anni dopo (IV Novembre 1918-IV Novembre 2018) Cernobbio e Maslianico ricordano insieme” insieme alle slide. Momento che ha sancito una prima conclusione del progetto “Diario di Guerra” promosso sul sito internet del Comune di Cernobbio dal 24 maggio 2015 e che si concluderà tra due settimane.

Nel 2015 lanciai una proposta “particolare” al Comune di Cernobbio per ricordare i cento anni dallo scoppio della I Guerra Mondiale per l’Italia. I libri di storia, infatti, a differenza dei tragici eventi della II Guerra Mondiale che fece registrare episodi drammatici anche alle nostre latitudini con l’attività partigiana, la fuga di soldati ed ebrei verso la Svizzera nonché le convulse vicende degli ultimi giorni del mese di aprile del 1945, ovviamente raccontano esclusivamente cosa accadde al fronte del Carso, o a quello delle Alpi tridentine. Ma la I guerra mondiale, a differenza di tutte le guerre che la precedettero, fu il primo conflitto che non solo interessò territorialmente buona parte del nostro pianeta ma ebbe ripercussioni anche sulla società in generale: non solo, quindi, sugli uomini ed i giovani “vestiti in grigioverde” bensì sulle famiglie rimaste a casa ma anche su coloro che non ebbero cari o congiunti al fronte. Ecco, quindi, l’idea di ripercorrere, settimana dopo settimana, come gli eventi di guerra vennero raccontati alla popolazione cernobbiese, illustrando anche quali furono le ripercussioni che la stessa guerra ebbe per i cittadini. Del resto i giornali, insieme alle lettere dal fronte, furono gli unici strumenti che permettevano “a chi era rimasto a casa” di sapere cosa stava succedendo. Una fonte di informazione però sottoposta ad un rigido controllo. Infatti, per la prima volta nella storia, anche nel Regno d’Italia vennero adottati due strumenti che consentivano di “manipolare” l’opinione pubblica a seconda dell’andamento della guerra ovvero la censura e la propaganda.

“Arriva la guerra e quindi ci sono bugie a iosa” diceva un proverbio tedesco risalente agli inizi dell’Ottocento. Già il giorno prima dell’entrata in guerra, domenica 23 maggio 1915, ad esempio un Regio decreto vietò a tutti i giornali di diffondere notizie che andassero oltre i comunicati ufficiali su argomenti come i morti e i feriti, gli avvicendamenti negli alti comandi, l’andamento delle operazioni militari. Il giorno successivo venne attivato l’Ufficio stampa del Comando militare supremo, con sezioni staccate nei capoluoghi di provincia. L’accesso diretto dei giornalisti al fronte fu sostanzialmente vietato (con poche eccezioni) dal generale Luigi Cadorna che, personalmente, detestava i cronisti. Fin da subito, quindi, divenne sempre più importante per le autorità coltivare il cosiddetto “fronte interno” e i giornali si trovano coinvolti nel compito di collaborare allo sforzo bellico nazionale.

La guerra doveva apparire gloriosa, sacra e per questo si doveva esaltare la dignità ed il patriottismo nazionale.  Per tutta la durata del conflitto i censori, ogni notte, prima di dare il placet alla pubblicazione, leggevano ogni riga (lavoro immane) e gli articoli non consoni alle ordinanze venivano eliminati cosicché spesso, mancando il tempo per correggerli o sostituirli, le pagine presentavano larghi spazi bianchi o righe oscurate. Col tempo, però, gli spazi in bianco vennero sostituiti da articoli “manipolati” che raccontarono la guerra con il solo obiettivo di mantenere il consenso popolare al conflitto.

Anche le cronache relative alle morti dei caduti, non solo sulle pagine de L’Araldo ma su tutti i periodici locali, diventarono celebrazioni di atti di eroismo personale o di battaglione. Venne invece taciuto lo squallido orrore delle trincee, la violenza e l’inutilità degli assalti, dei prigionieri caduti in mano nemiche (salvo quando questi facevano recapitare ai familiari a casa lettere, anche queste sottoposte a censura), delle fucilazioni per ammutinamento e diserzione. Piuttosto si tendeva a celebrare il ritorno a casa dei feriti .

Le sconfitte furono mitizzate (quanto accaduto a Caporetto nel 1917 fu il più possibile mascherato grazie ad una vera e propria strategia di disinformazione) e sfruttate per esaltare il sentimento di riscossa nazionale incitando all’odio verso il nemico: “Tutti sentiamo la pena e l’orrore per il nemico che ci è in casa, in casa come nel ’48, nel ’59 e nel ’60! Tutti sentiamo l’alito greve della bestia che per anni ha vissuto accovacciata sotto il nostro focolare ed ha mangiato il nostro pane, riscosso le decime, ci ha imposto le taglie, ci ha confiscato i beni, ci ha seviziato il padre, ci ha fatto morire di dolore la madre e ci ha impiccato i fratelli… E’ la nostra via crucis: la prova del Getsemani. Sudiamo sangue come Gesù, e trasciniamo la nostra croce da colle a colle, da città a città, da fiume a fiume”. La demonizzazione del nemico fu esercitata, attingendo a questo fine tutti i tradizionali stereotipi razzisti. Anche sulle pagine del settimanale cernobbiese Austriaci e tedeschi, infatti, venivano descritti come individui rozzi, crudeli e malvagi, dediti a deliberate crudeltà, così come i loro sovrani:  un esempio l’articolo che ricorda la morte dell’imperatore Francesco Giuseppe, l’impiccatore.  “Ma cosa importa se un lembo del sacro suolo della Patria è calpestato dallo straniero?”. La missione è una sola: vincere.

Dopo Caporetto e l’avvicendamento di Cadorna con Diaz, le notizie dal fronte diventano ancora più “asciutte” in quando il nuovo Comandante aveva disposto che i dispacci non potevano superare le 500 parole.

In ogni caso, durante tutto il conflitto, rimase sempre attiva sul settimanale L’Araldo la rubrica “Lettere dal fronte” dove venivano pubblicati gli scritti che i soldati inviavano a casa, scelti tra i più retorici ed in linea con i dettami.

Concentrati sugli episodi bellici e sullo straziante stillicidio di vite umane, finora si ha data una limitata importanza agli effetti che il conflitto ebbe sulla popolazione in ogni centro italiano. Con il passare delle settimane la stampa iniziò a presentare, con un linguaggio opportunamente scelto, le ripercussioni che il conflitto ebbe per tutti i cittadini. Per la maggioranza dei questi, di ogni età o ceto sociale il conflitto, si trasformò ben presto in guerra di logoramento con la comparsa delle difficoltà negli approvvigionamenti alimentari. Col passare dei mesi, infatti, e nonostante le rassicurazioni di una prossima vittoria, iniziarono a peggiorare le condizioni di vita della popolazione, segnata da un forte aumento dei prezzi, da marcate restrizioni alimentari dovute a un ferreo controllo dei consumi da parte del governo, dal deterioramento qualitativo del cibo. Dalla comparsa del pane di Guerra, da vendersi raffermo e confezionato con surrogati di ogni tipo, all’introduzione del calmiere per grano, zucchero, dolci e carne. Nel 1917 si arrivò anche ad introdurre la tessera annonaria per alcuni beni di consumo quali pane, pasta e riso successivamente estesa ad altri alimenti. Nonostante tutto questo, a Cernobbio, così come a Maslianico, Piazza S. Stefano o Rovenna, non si verificarono mai quelle manifestazioni spontanee che videro in altri paesi e città italiani sfilare in piazza persone (soprattutto donne) esasperate dalla penuria dei generi alimentari, dall’aumento del costo della vita, dalle code ai negozi, dalla fame.

Anche per le epidemie, come l’influenza Spagnola scoppiata verso la fine del conflitto e che fece centinaia di migliaia di morti, la Censura fece tentativi di occultamento e notizie furono frammentarie.

Parole che invece non mancarono per celebrare la vittoria il 4 Novembre. Anzi, già qualche giorno prima, come possiamo leggere nella pagina dell’edizione del 2 novembre 1918 de “L’Araldo”, la fine del conflitto era già prossima. Una vittoria che trasformò ogni caduto ed ogni orrore rispettivamente in eroi e gesti valorosi. E questa memoria eroica continuò ad essere perpetrata durante gli anni successivi senza apparente possibilità di un’analisi critica che non fosse affidata alle sole memorie personali dei reduci o dei familiari di soldati nel frattempo scomparsi dopo il ritorno dal fronte.

Come noi sappiamo la realtà della I Guerra Mondiale fu ben diversa da quella che si voleva far credere: una realtà dura e crudele, anche perché i soldati nelle rade licenze, o convalescenze, malgrado l’ordine di non raccontare nulla di quanto vissuto al fronte, parlavano, magari solo con i familiari, narrando di situazioni disumane, di carneficine, di orrori: argomenti, del resto, già sviluppati dalla famosa nota di pace con cui Papa Benedetto XV aveva chiesto alle diverse nazioni belligeranti di porre fine alle ostilità nell’agosto del 1917.

L’aver proposto questo materiale ha quindi voluto consentire di rivivere, almeno in parte, in prima persona il clima generale in cui la Grande Guerra fu portata a conoscenza, e vissuta con le sue conseguenze, a Cernobbio riproponendo tante storie personali, o di gruppo, che la storiografia generale del conflitto, ovviamente spesso limitata al solo doveroso ricordo dei soldati caduti e del loro sacrificio in seguito alla creazione dei viali delle Rimembranze e della costruzione dei diversi monumenti o lapidi loro dedicate, non ha mai preso in considerazione. Ovviamente si tratta di uno “spaccato”… tanti sono altri eventi e notizie che avrebbero meritato spazio. Chissà che tutto questo materiale non possa trovare un giorno la possibilità di essere letto e tramandato perché, nonostante sia passato un secolo, le parole migliori per descrivere la I Guerra Mondiale furono quelle di Benedetto XV, ovvero un’inutile strage.

Serata Grande Guerra

Cento anni fa “l’ultimo anno di guerra” – Correva il giorno 4 maggio 1918

A Cernobbio

La giornata del 1° Maggio
«Giornata ricca di sole e di …tranquillità. Queste le caratteristiche del primo Maggio di questo terzo anno di guerra. In tutti gli opifici più importanti si sospese il lavoro».
Distribuzione dell’olio
«Il Municipio comunica che verrà distribuito l’olio di oliva e di lino in ragione di 100 grammi  per persona lasciando facoltà di scelta per una qualità o per l’altra. Nei prossimi giorni verrà distribuito lo zucchero».

La guerra c’è ma la vita continua

Gita scolastica
«Nel pomeriggio di sabato gli alunni della IV classe con la loro insegnante sig.ra Maglia Rachele effettuarono la gita primaverile. Si recarono a Rovenna e poi scesero a Moltrasio dove visitarono la cascata riportandone la migliore impressione. Alla sera la comitiva era di ritorno contenta della bella giornata trascorsa e con la promessa dell’insegnante che presto sarà effettuata un’altra passeggiata».

Cento anni fa “l’ultimo anno di guerra” – Correva il giorno 27 aprile 1918

Dal fronte

Un bando del Comando Supremo

«Un bando del Comando Supremo contiene le seguenti disposizioni importanti e che è opportuno che tutti tengano presenti: 1. chiunque, nella zona di guerra, raccolga o detenga manifesti, manoscritti, stampati, fotografie ed altri oggetti lanciati dal nemico, e non ne faccia immediata consegna al più vicino Comando Militare o stazione dei Regi Carabinieri è punito col carcere militare, sempre che il fatto non costituisca reato più grave. 2. La cognizione del reato previsto nel precedente articolo appartiene ai Tribunali Militari di guerra».

A Cernobbio

Provvedimenti che urgono
«Bisogna che l’autorità comunale si interessi un po’ meglio a calmierare i prezzi di certi generi alimentari. La frutta, la verdura, i pesci non vengono da molto lontano e costano prezzi assolutamente enormi. Un provvedimento è necessario e sarà accolto con favore dalla popolazione».

La guerra c’è ma la vita continua

Il rifornimento per i villeggianti
«Un problema che bisogna risolvere è quello degli approvvigionamenti per i villeggianti. A tale intento sono già avvenute varie riunioni tra i sindaci di Cernobbio, Maslianico e Rovenna così che si spera tra non molto di poter arrivare ad una soddisfacente soluzione. Prevale l’idea di fornire ai villeggianti il pane dopo accordi col comune di Milano, mentre altri generi li procureranno a Milano tenuto conto che in media un paio di volte la settimana i villeggianti si recano nella loro città per attendere ai loro affari».

Cento anni fa “l’ultimo anno di guerra” – Correva il giorno 20 aprile 1918

Dal fronte
Sul campo dell’onore

«La famiglia del soldato Alai Stellante ha avuto notizia giovedì che il bravo giovanotto venne colpito da una scheggia di granata ed è morto in un ospedale di Bologna. Alai Stellante modesto ed attivo lavoratore non aveva che amici perché col suo carattere sapeva farsi ben volere da tutti. Apparteneva all’arma del genio e stava al fronte dall’inizio della guerra. Deponiamo un fiore sulla sua fossa ed inviamo le nostre condoglianze alla famiglia che lo piange»

A Cernobbio

La qualità del pane

«Il Consorzio Granario, a dissipare giustificati sospetti avvalorati dalla scoperta delle note frodi, comunica che le indagini fatte in questi giorni presso mugnai e panettieri hanno sì messo in luce alcune frodi ma di entità affatto trascurabile. Il fatto più saliente rilevato a carico di una ditta esercente la molitura non ha relazione colla qualità del pane perché la ditta stessa sin dallo scorso agosto non macinava che farina da pasta. I maggiori rimarchi che vengono fatti contro la qualità del pane sono: la poca sapidità, il colore indefinibile e alquanto variabile, la imperfetta lievitatura e la insufficiente cottura. I primi due inconvenienti dipendono esclusivamente dalla qualità delle farine e sono purtroppo non eliminabili. Per approvvigionare i 511 comuni costituenti la nostra Provincia con una popolazione stabile di 632.000 persone ed una riuttuante di altre 9.000, occorrono al minimo 34mila quintali di grano al mese e  basando il calcolo su una razione giornaliera per persona di grammi duecento di pane, razione assolutamente irriducibile. Il Commissariato dei consumi non fu però mai in grado di fornire tutta questa quantità di grano e finora arrivò ad un massimo di q.li 29.000. Da ciò uno sbilancio mensile di circa q.li 5.000 di cereali panificabili. Causa questa deficienza, che, malgrado tutte le pratiche e proteste esperite, non fu mai possibile colmare, il Consorzio si trovò davanti ad un bivio penosissimo e ciò o di dovere ridurre la razione giornaliera di pane a poco più di 140 grammi per persona, o di provvedere a colmare la deficienza con surrogati, che ineccepibili da lato igienico, fossero atti alla panificazione. Il Consorzio Granario preferì appigliarsi a questa seconda soluzione, quale la più logica e la meno penosa per i cittadini, e come surrogati adottò la farina di granoturco e la farina di castagne nella proporzione complessiva del 15%. Questa percentuale così bassa non ebbe influenza apprezzabile sulla qualità del pane e il pubblico non l’avvertì. A principiare però dal febbraio scorso il Commissariato dei Consumi non si trovò più in grado di fornire il già insufficiente quantitativo di cereali per panificazione tutto in frumento, ma vi dovette sostituire a complemento  orzo, segale e ultimamente granoturco in larga dose. Ne derivò che quella percentuale di surrogati di frumento già adottata dal Consorzio Granario e non mai superiore al 15% aumentò fino a raggiungere oggi il 45% , dando così una miscela di farine, che se dal lato igienico non è criticabile, non è certamente l’ideale per una buona panificazione. Questa miscela per dare un pane passabile richiede una lavorazione molto maggiore e più diligente e una cottura più progressiva e prolungata».

La guerra c’è ma la vita continua

Contravvenzione

«La latteria di Cernobbio venne posta in contravvenzione perché vendeva latte annacquato. Il provvedimento ha destato in paese buona impressione e speriamo che si faccia sul serio in avvenire nella tutela della pubblica igiene ed economia».

Cento anni fa “l’ultimo anno di guerra” – Correva il giorno 13 aprile 1918

In onore di un caduto
La cerimonia di domenica mattina in onore del compianto Porta Alessandro caduto sul campo dell’onore, è riuscita una nuova attestazione del patriottismo di Cernobbio nostra e della riconoscenza che essa nutre verso i suoi figli ch verano il proprio sangue per la Patria.

Panem nostrum quotidiano
Da qualche giorno il pane è immangiabile, malgrado tutta la buona volontà dei nostri prestinai i quali naturalmente non sanno far miracoli se le farine fornite dal Consorzio Granario sono pessime. A questo proposito, riceviamo questa lettera da un abbonato e la pubblichiamo ben volentieri: “A tempo perso mi diletto un po’ di chimica e ieri ho voluto prendermi il gusto di analizzare il pane portatomi dal prestinatio. Vuol sapere che cosa ho trovato? Erano rappresentati tutti i cereali e qualche cosa ancora, ma del frumento, nessuna traccia! E pensare che un decreto luogotenenziale prescrive che l’abburattamento della farina all’85%. Povero 85%. Povero frumento! Povera salute pubblica che per cura tutta speciale dell’eccelso Consorzio Granario deve sottostare a ben dure prove.

Distribuzione del lardo
In questa settimana venne distribuito il lardo, ma in misura tanto piccola che ormai è un caro ricordo del passato. Sappiamo che al Comune era stato promesso un quantitativo maggiore, che questo quantitativo maggiore già era stato pagato, ma che poi all’ultimo momento in Consorzio Granario ha fatto i comodacci suoi.

Calzature di Stato
Da più parti si domanda perché le calzature di Stato non sono poste in vendita anche nei comuni foresi. Si fa presente che, per disposizioni ministeriale, il quantitativo relativamente scarso di scarpe presentemente messe in vendita, è riservato, per ora, alle popolazioni urbane, anche perché le scarpe stesse sono più adatte alla popolazione civile urbana”. Questo comunicato è semplicemente ridicolo e varrà certo ad aumentare le lamentele della popolazione forese per la mancata vendita delle scarpe dello Stato. Di grazia, che cosa si pensa a Como? Si crede forze che oltre Villa Salazar e Camerlata non vi siano più popolazioni civili che si possano paragonare a quella urbana? E’ un po’ troppo, via, ed è curioso che tanta poca conoscenza delle condizioni della popolazione della Provincia si abbia da coloro che ci amministrano in nome del Governo. Aggiungiamo, anche che il contadino non acquisterebbe certo le scarpe di Stato quando le ritenesse non adatte ai suoi bisogni, ma lo farebbero invece l’operaio, l’impiegato e tutte le altre categorie di cittadini i quali godono gli stessi diritti della popolazione civile urbana,e non sono certo inferiori a questa per civiltà. La scusa è troppo meschina, e vogliamo sperare che venga presto un provvedimento atto a togliere un inconveniente che può sembrare una ingiustizia.