La scomparsa di Fattori, ultimo giocatore del Como che si impose nel Torneo Lombardo 1944/45

Titoli della Gazzetta dello Sport, marzo 1945, dedicati al Torneo benefico lombardo

La notizia degli arresti domiciliari spiccati nei confronti dell’ex presidente del Calcio Como Srl, Pietro Porro, e di Flavio Foti, già numero 2 della società di viale Sinigaglia, la scorsa settimana ha riportato agli onori delle cronache la vicenda del fallimento del Como avvenuto nel mese di luglio del 2016 sottraendo spazio alle gesta sportive del nuovo club calcistico cittadino che, comunque, ben si sta comportando nel campionato di serie D dove occupa attualmente il III posto, anche se un po’ attardato dalla coppia di testa composta da Caronnese e Gozzano. La vicenda di cronaca, infatti, ha riguardato la decisione della Procura della Repubblica presa nei confronti dei due ex dirigenti accusati di “bancarotta per distrazione e dissipazione” e “bancarotta preferenziale”. Il loro comportamento, infatti, avrebbe provocato un danno per i creditori della Calcio Como SRL, tra i quali l’Erario (per 414.570,59 euro), l’INPS nonché i dipendenti. Gli arresti effettuati la scorsa settimana seguono il sequestro preventivo, risalente al mese di aprile del 2017, del Centro Sportivo “Mario Beretta” di Orsenigo al centro di una transazione che avrebbe sempre danneggiato i creditori dell’ex società calcistica. Una vicenda, quindi, “amara” per il calcio a Como quando queste settimane ci offrono ben altri motivi per parlarne.

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La Casa Militare Umberto I: dopo anni di oblio torna a far bella mostra di sé con oltre un secolo di storia e di storie

Casa militareIl prossimo 8 novembre, per decisione del Prefetto di Como, Bruno Corda, tutte le località della Provincia ricorderanno con la cerimonia commemorativa del “IV Novembre” la fine della I guerra mondiale nel corso della tradizionale giornata dedicata alle Forze Armate. Quest’anno l’occasione sarà particolare per quasi tutti i centri, ovviamente non solo del nostro territorio ma di tutta Italia, perché esattamente cento anni fa i militari del Regio Esercito e della Regia Marina erano impegnati nel drammatico conflitto che stava insanguinando tutta l’Europa e che vedeva spegnersi sul Carso e nelle Alpi tridentine le vite di tanti giovani. La celebrazione del IV Novembre 2015 sarà particolare anche per un’istituzione che, dopo anni di oblio, sta cercando di recuperare parte di quell’importanza che aveva fino a qualche decennio fa. Stiamo parlando della Casa Militare Umberto I di Turate, paese della bassa comasca al confine con le province di Varese e Milano, che dal 1898 vede una sua villa settecentesca trasformata per iniziativa di tre ex garibaldini, Amato Amati, Giacinto Bruzzesi e Giuseppe Candiani, in struttura di accoglienza per i reduci di tutte le battaglie e le guerre combattute dall’esercito italiano. Continua a leggere

Al centro Schiavi di Hitler è stato donato il plastico del campo di Fallingbostel realizzato da Angelo Digiuni, testimone della strage di Hidelsheim

Il plastico del campo di internamento di Fallingbostel realizzato da Angelo Digiuni

Il plastico del campo di internamento di Fallingbostel realizzato da Angelo Digiuni

Raccogliere la memoria di eventi tragici e drammatici, che rischiano di essere seppelliti per sempre dal trascorrere del tempo e dalla morte dei loro protagonisti. Portare alla ribalta vicende che, per dolore e pudore personale, chi le visse le conservò nel proprio cuore, difficilmente condividendole con gli altri in quanto grande era rischio di non essere creduti. E’ questo uno dei compiti principali del Centro Studi “Schiavi di Hitler” di Cernobbio che dal 1999 esegue un attento lavoro storiografico dedicato, come dice il nome, anche alla deportazione dei civili e all’internamento dei militari finalizzato al lavoro coatto per il Terzo Reich, in particolare nel biennio 1943-1945. Talvolta, dall’incontro con i sopravvissuti, nascono anche rapporti ed amicizie che finiscono per “portare nuovi frutti” ed accrescere l’importanza del Centro stesso. Come nel caso di Angelo Digiuni, cavaliere della Repubblica e Medaglia d’Onore, che ha portato con sé per tutta la vita il ricordo della deportazione, quando, neanche ventenne, finì in un campo di lavoro come prigioniero di guerra. Scomparso il 20 luglio 2013, all’età di 88 anni, Digiuni aveva infatti realizzato un plastico del campo di smistamento e raccolta di Fallingbostel (Bassa Sassonia), più volte visitato dopo il conflitto, protagonista indiscusso anche di altri suoi lavori di testimonianza come alcuni quadri che, insieme a fotografie, conservano anche parte del filo spinato oppure la targhetta in legno con il numero di matricola: 159.209. Continua a leggere

Testimoni di Libertà: 25 luglio 1943, una caduta attesa

03 1940 Dichiarazione di GuerraIl 1° settembre 1939 l’invasione della Polonia da parte della Germania nazista segna l’inizio del secondo conflitto mondiale. L’Italia fascista di Mussolini dichiara il proprio stato di belligeranza il 10 giugno 1940, con l’annuncio della dichiarazione di guerra rivolta agli ambasciatori di Francia e Gran Bretagna. Un proclama accolto dalla popolazione con sentimenti contrastanti, e Cernobbio non fa eccezione. I cittadini affollano piazza del Municipio ed ascoltano il discorso del Duce dagli altoparlanti. Ma all’entusiasmo di facciata dei presenti si contrappongono i timori di cosa la guerra potrebbe portare con sé. Le madri che da giovani hanno vissuto le privazioni del conflitto del 1915/18 non nascondono qualche lacrima.
La guerra costringe numerosi uomini e giovani a lasciare il paese per essere inviati nei diversi fronti in cui si combatte. L’Italia, tra il 1940 ed il 1942, finisce per impegnarsi soprattutto in quattro azioni belliche: l’azione di contenimento verso la Francia, ormai allo stremo dopo la drammatica avanzata tedesca, nel giugno del 1940; l’effimero attacco alla Grecia a partire dal successivo autunno; il crollo sotto il comando del Maresciallo Vincenzo Graziani nel 1940 e poi il riscatto grazie all’acume del generale tedesco Erwin Rommel, la famosa “volpe del deserto”, nel 1942 in Africa, ed infine, con l’operazione “Barbarossa” promossa direttamente da Adolf Hitler, dal 1941 la campagna di Russia.Si tratta di eventi drammatici seguiti con attenzione a Cernobbio dove gli umori della popolazione sono registrati, è proprio il caso di dirlo, da parte dei funzionari del Partito Fascista che provvedono poi ad inoltrarli alla Federazione Provinciale di Como. Qui, settimanalmente, il Segretario Provinciale, Carlo Ferrario, compila i riassunti che infine finiscono sulla scrivania della segreteria di Roma del PNF diretta da Ettore Muti.
In Cernobbio i primi anni di conflitto vedono accavallarsi emozioni e sensazioni: angoscia e paura, fatalismo e rassegnazione, dolore e, speranza. Ad esempio, quando nel gennaio del 1941 gli inglesi, con il supporto di contingenti, indiani penetrano in Eritrea, Somalia ed Etiopia, restituendo quest’ultima al negus Hailé Selassié, profugo a Londra dal 1936, le autorità registrano come: “La tristezza è generale”. Ma quando Regio Esercito è costretto a cedere parte della Cirenaica davanti all’avanzata degli inglesi c’è chi, tra gli stessi soldati finiti prigionieri, confida ai suoi appunto personali: “É quasi un sollievo – scrive il cernobbiese Mario Riva -. Abbiamo finito di essere in pericolo, colla vita sempre esposta in giuoco. La prigionia sarà dura ma è la soluzione migliore in questo momento”.
Come accennato il 22 giugno 1941 Hitler scatena l’operazione “Barbarossa” contro l’URSS. Qualche settimana più tardi varcano i confini sovietici anche le divisioni italiane del C.S.I.R. (Corpo di Spedizione Italiano in Russia) seguite nel 1942 dalle armate, numericamente più consistenti, dell’A.R.M.I.R. Nell’autunno di quell’anno la campagna di Russia diviene critica e dal 17 dicembre drammatica a tal punto che si concluderà con una angosciosa ritirata dove oltre 110.000 soldati e 4.300 ufficiali non faranno più ritorno alle rispettive case4.
Il 1943 è l’anno decisivo per le sorti del secondo conflitto mondiale. Le forze dell’Asse italo-tedesco a maggio si ritirano dall’Africa del Nord mentre iniziano le incursioni aeree delle forze Alleate sul territorio nazionale. Queste hanno come ripercussione l’arrivo dei primi rifugiati a Cernobbio. L’11 giugno una veloce azione angloamericana porta all’occupazione dell’isola di Pantelleria e nella notte tra il 9 ed il 10 luglio gli Alleati sbarcano sull’isola. Secondo le autorità lo stato d’animo della popolazione può essere riassunto in tre parole: “depressione, delusione e disorientamento”5. Sarà. Comunque la situazione, a livello nazionale, si è fatta veramente drammatica e il 16 luglio il Duce si piega alle richieste di alcuni membri del Governo e del partito di riunire il Gran Consiglio, un organo consultivo che la dittatura aveva accantonato ormai da anni. La convocazione è fissata per sabato 24 luglio alle ore 17 . Per quella data Dino Grandi, presidente della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, Luigi Federzoni, Presidente dell’Accademia d’Italia, e Giuseppe Bottai mettono in atto il progetto di togliere i poteri militari a Mussolini preparando un ordine del giorno che prevede la rinuncia da parte del Duce del comando delle forze armate ed il ripristino dei pieni poteri agli organi dello Stato ed al “Re vittorioso”6, Vittorio Emanuele III.
04 1943 25 luglioAlle 2.40 di domenica 25 luglio la mozione Grandi viene approvata con 19 “sì”, 7 “no” ed un’astensione al termine di una lunga e drammatica riunione. Nel tardo pomeriggio, insieme alla nomina di Pietro Badoglio quale nuovo Capo del Governo, la notizia diventa di dominio pubblico in tutta Italia e genera sostanzialmente entusiasmo. A Cernobbio, però, non si registrano quegli eccessi che invece caratterizzano altre località. Ben si confà, quindi, il giudizio rilasciato dal Commissario Capo della Polizia di Como, Coppola, all’Ispettore generale di Milano, Petrillo, datato 28 luglio: “Nella fine del regime tutti vedono in essa una libertà di avere in Italia un ordine nuovo, basato sulla correttezza e sulla onestà”8. Ed in effetti nelle rispettive sedi delle Cooperative presenti a Cernobbio, Piazza Santo Stefano e Rovenna riappaiono i simboli dei partiti democratici tenuti nascosti per tanti anni. Tra le voci che levano il proprio giubilo per quanto accaduto figura anche quella del parroco di Cernobbio, don Umberto Marmori, persona peraltro sotto osservazione e stretto controllo daparte delle autorità fasciste fin dal 9 novembre 1941.
Don Umberto MarmoriNato a Ponna nel mese di ottobre del 1885, Umberto Marmori è parroco di Cernobbio dal 21 gennaio 1934. La sua nomina è l’ultima avvenuta in seguito ad elezione popolare: 366 capifamiglia a favore su 383 votanti per autentico “plebiscito di popolo”. Quando fa il suo ingresso presso la parrocchia del SS. Redentore don Umberto ha 48 anni, di cui ventitré trascorsi con l’abito talare prima come vicario a Lenno (1910) e poi come priore di Plesio (1921). Le cronache del suo ingresso a Cernobbio rilevano come il 21 gennaio 1934 fosse una tipica giornata invernale con tanto di abbondante nevicata nel pomeriggio: “In un tripudio di fede e d’amore Cernobbio ha accolto domenica il novello parroco don Umberto Marmori. Alla chiesa della Madonna delle Grazie, tanto cara ai cernobbiesi, e che era domenica ben parata come la parrocchiale e quella del SS. Redentore sulle cui porte principali erano epigrafi inneggianti al novello parroco e auguranti un fecondo apostolato, don Marmori ebbe il primo incontro col suo popolo (…) Numerose le autorità tra cui notammo il Segretario Politico del PNF anche il rappresentanza del Commissario Prefettizio dott. O. Ortelli forzatamente assente; il giudice conciliatore prof. Corti; il medico condotto dott. Fasola; la segretaria del Fascio Femminile sig. Ferrari Camilla, il segretario comunale cav. Pasquali; il cavaliere rag. Traversa, podestà di Ponna, i presidenti delle Associazioni locali (…) Un prolungato battimani, il suono di una gioiosa marcia, annunciano l’arrivo di don Umberto, che è accompagnato oltre dal rev. mo arciprete di Menaggio (…) Al Vangelo don Marmori rivolge la sua prima parola ai nuovi figli. E’ parola di padre e di sacerdote che null’altro vuole che conquistare anime a Dio e portarle al cuore adorabile di Cristo. Le cerimonie della presa di possesso gli forniscono i motivi per sviluppare il suo pensiero; poi è un cordiale ringraziamento a tutti e infine è la promessa di concorso a tutte le opere di bene nell’interesse non solo della Religione, ma anche della Patria; è la richiesta a tutti – dai semplici fedeli alle autorità – della loro collaborazione per il benessere religioso, morale, civile di Cernobbio”.
02 Ordine 1934Il 25 luglio 1943 la notizia della caduta di Mussolini è commentata da don Marmori con parole schiette, sincere e coraggiose se confrontate al modo di raffrontarsi della quasi totalità della popolazione: “Ha cessato finalmente una radio che instupidiva gli italiani”11. Come accennato le stesse autorità erano a conoscenza della sua malcelata sopportazione del regime da sempre e quindi avevano deciso di spiarlo a partire dall’autunno del 1941. “In passato – riporta una nota datata 1929/30 – svolse attività in favore del Partito popolare, non è in buoni rapporti con le autorità locali ma gode della stima della maggioranza della popolazione. Accolse il Concordato come imposizione da subire”.
01 Ordine 1934Questo era don Umberto Marmori per il Regime. Ma cosa pensavano invece di lui i cittadini ed i fedeli cernobbiesi? La sua missione pastorale e la sua figura sono stati al centro di un’opera di valorizzazione a cura di don Silvio Bernasconi effettuata nel 1985 che permesso di riscoprire chi fosse don Umberto allora per i suoi parrocchiani: “Fu il prete giusto per quel momento. Cernobbio, pur essendo comunità viva ed intraprendente viveva un periodo (1934, al suo arrivo) di stanchezza, in parte anche di disordine che quest’uomo dalla forte carica comunicativa seppe rinvigorire. Più che una persona dotta, fu persona sagace nel vivere i diversi problemi che il momento storico presentava. È indispensabile non dimenticare che la parte centrale del suo ministero a Cernobbio venne attraversata dal dramma della guerra, dalla partenza di molti giovani per il fronte e dall’angosciosa responsabilità nel sostenere le famiglie della comunità quando annunci di morte giungevano a squassarle nel profondo”. Don Marmori è quindi considerato un “sacerdote energico pieno di attività di bontà”. Come accennato Cernobbio, con lui, vive un periodo di trovata religiosità e di entusiasmo sociale che trova la manifestazione più evidente nel rinnovato vigore dell’associazionismo giovanile locale: “Don Marmori muovendo dalla sua cordialità innata, nutriva la grande preoccupazione di formare cristianamente soprattutto la gioventù che considerava, a ragione, forza di un ambiente. Certo, spesso la sua predicazione partiva dalla situazione contingente per precisarne contorni e sbavature. Se per politica si intende parlar chiaro e dire la verità su idee, movimenti e persone…ecco, era un politico. Preferisco, tuttavia, dire di Lui: era un prete dalla porta aperta. Pensi che tutti si sapeva dove riponeva la chiave di casa, ognuno poteva avvicinarlo senza timore di ricevere un rifiuto e a coloro che spesso lo accusavano di esagerare in tale direzione rispondeva: ‘Dovete capire che molta gente si allontanerà dalla nostra esperienza cristiana e percorrerà strade diverse però è importante che questa gente si ricordi che avvicinare il prete non è cosa difficile’. Nel periodo durante il quale don Marmori resse la Comunità di Cernobbio, l’Azione Cattolica fu tanto fiorente, e soprattutto nei suoi rami giovanili. Occorre ricordare che la vita di tutta la Chiesa italiana in quegli anni cadenzava, in modo forte, attorno a tale esperienza. Lo spirito associazionistico risultava assai utile, infatti l’Azione Cattolica, divisa nei suoi molteplici rami (fanciulli, ragazzi, giovani e adulti, permetteva al sacerdote di entrare in contatto con le diverse età e compiere una catechesi sistematica (…) ma questo attaccamento da parte di don Marmori a codesta esperienza, quel suo legame con i giovani, quel suo farli divertire, ragionare, giocare non era, in realtà, un modo sottile per ridicolizzare una politica fascista dagli schemi, a volte, troppo ottusi; quasi un distrarre, un far vedere a questa gioventù orizzonti diversi (…). Don Umberto è nella mia mente prete limpido e annunciatore coraggioso di un messaggio evangelico da vivere con forza, nonostante la situazione sociale e politica fosse assai faticosa e cruda. Don Umberto è stato un uomo che ha vissuto la propria fede ed i propri ideali pagando poi di persona. È questo che vorrei far capire: a Cernobbio don Marmori ancora oggi viene ricordato e amato, prima ancora che per il suo rapporto drammatico con il potere, perché è stato un autentico credente”.
Con l’entrata in guerra dell’Italia la sua predicazione al servizio di una “dottrina d’amore, unico segreto di pace e di prosperità dei popoli” è diametralmente all’opposto di quanto afferma, con i suoi altisonanti proclami, la retorica fascista che propugna invece fanatismo e prepotenza. I suoi silenzi ed il mancato sostegno dal pulpito alle scelte del Regime ed alle necessità belliche dell’Italia imperiale, pongono don Umberto al centro dell’attività di controllo e repressione messo in atto dalle autorità e diventa ufficialmente persona sospetta e da controllare attentamente. Uno scambio epistolare tra don Marmori e il responsabile della Camera dei Fasci e delle Corporazioni di Como, residente a Cernobbio, risalente al successivo mese di novembre, evidenzia come don Marmori sia sempre pronto a non scendere ad alcun compromesso con il fascismo e la guerra in cui ha trascinato l’Italia. Il responsabile economico locale del Regime fascista gli scrive: “Desidero segnalarVi che oggi, domenica, e domenica scorsa ho avuto occasione di ascoltare personalmente dalla parola di due differenti Sacerdoti, il concetto che la Patria è soltanto quella dei Cieli e non quella terrena. Il giovane Sacerdote di stamane, che ha predicato, ha ancora precisato che ‘la Patria non è quella terrena che Voi pensate con la Vs. fantasia, ma….ecc.’. Mi permetterete sottolineare che il concetto universale di ‘Regno dei Cieli’ ha ben altro significato di ‘Patria’. E particolarmente in questo periodo di guerra cruentissima, dove molti dei nostri fratelli combattono e muoiono per l’Italia di domani, non trovo giusto, né opportuno, si metta in discussione il concetto di ‘Patria’, terra dei nostri Padri, terra che ha dato a noi i natali, una famiglia, un idioma, oltre una fede e una religione. I soldati combattono per la nostra Patria, contro soldati che difendono la loro terra, la loro Patria. Combattono perché la nostra Patria abbia durante la vita dei figli e dei nipoti un domani di pace e di prosperità; perché l’Italia nostra prescelta da Dio per erigervi la sede terrena del suo Rappresentante, sia grande, rispettata e temuta. Come possiamo in queste ore tragiche e gloriose, mettere in dubbio il concetto di Patria? Dargli significato estensivo internazionale di Patria di tutti? Diminuirlo verso le famiglie dei combattenti che frequentano la Chiesa? Perché anzi non insistere sul concetto di Patria terrena, oggi che i nostri soldati con il nome d’Italia sulla bocca e nel cuore combattono e muoiono contro i bolscevichi, che hanno sempre negato Dio, la nostra religione e la famiglia? E combattono e muoiono in Africa Settentrionale e Orientale contro i protestanti anglicani e per introdurre tra i negri, mussulmani e ortodossi, poco men che selvaggi, a mezzi di valorosi missionari la religione di Cristo, dietro bandiere vittoriose della Patria? Non Vi sembra signor Prevosto, che sarebbe più prudente, specie in questo periodo, parlare del ‘Regno dei Cieli’ o del ‘Paradiso Celeste’ anziché mettere in discussione il concetto di Patria? Vi spero signor Prevosto, con me d’accordo e Vi ossequio”. Questo scritto riporta la data 19 novembre 1941. Il 28 novembre don Marmori risponde: “La Vostra lettera mi ha sorpreso e meravigliato. Presente io stesso in queste ultime domeniche alla predicazione in coscienza posso asserire senza smentita che dal pulpito è scesa la verità di Cristo, la sua dottrina, i suoi comandamenti, i suoi consigli che i parrocchiani hanno accolto con soddisfazione e venerazione. Il Missionario che è oggetto di critica è uno Scalabriniano ed ha per ideale e programma l’assistenza agli operai italiani all’estero e cioè i due ideali Religione e Patria. Se comunicassi copia della lettera ricevuta susciterei meraviglia e protesta, anche perché furono ultimamente ricevuti dal Capo del Governo, altamente elogiati per il loro patriottismo ed incoraggiati con sussidio a sviluppare la loro opera all’estero in favore del nome italiano. Alla voce del Capo del Governo si unisce l’approvazione generale avuta in Italia dove hanno moltiplicato le loro case, l’approvazione dalla massa del nostro popolo in Chiesa e al Cinema prova dell’ottima impressione lasciata sul pubblico che li saluta come pionieri di civiltà ed eroi del fronte esterno che lasciano la famiglia e patria per i figli d’Italia che cercano all’estero un pane spesso insidiato da chi cerca di far loro rinnegare fede e nazionalità italiana. Siamo quindi davanti ad un equivoco o ad una falsa interpretazione della dottrina di Cristo che affratella tutti e fa figli dello stesso Dio. Del resto qualunque sacerdote deve seguire le direttive del Capo della Chiesa. La fede che con tanta lealtà professate Egr. Sig. M. deve pur inchinare ogni credente davanti al sacerdote che predica una dottrina d’amore, unico segreto di pace e di prosperità dei popoli, ed inculca l’amore vero di patria confortando, incoraggiando, soccorrendo e pregando, ripetendo tutto l’insegnamento di Cristo ‘Date a Dio quello che è di Dio, a Cesare ciò che è di Cesare’. Come ogni italiano noi ci inchiniamo davanti ai nostri soldati che combattono per un domani migliore colla grande soddisfazione morale che numerosa schiera degli eroi del fronte esterno sono giovani cresciuti alla scuola di Cristo e del Sacerdote. Scusi, Egr. Sig. A. M., la mia schiettezza che stringe maggiormente i legami della reciproca comprensione”.
Successivamente una nuova missiva viene indirizzata al sacerdote di Cernobbio: “Ritornando da Roma ho trovato la Vostra cortese lettera, che merita una risposta, per precisare alcuni punti che è bene siano chiariti. Nella mia lettera, in sintesi, lamentavo che due sacerdoti, in due domeniche successive, avessero parlato della Patria che, definiva uno di loro ‘non è quella terrena che Voi pensate con la Vostra fantasia, ma ecc.’ offuscando il concetto di Patria italiana, per la quale oggi molti soldati combattono e muoiono. La Vostra lettera, perdonatemi la franchezza, non mi risponde a tono; e ve lo dimostro; sempre in omaggio alla verità ed alla chiarezza, che è bene presieda ai nostri rapporti: -) Non ho scritto e non ho messo in dubbio ‘che dal pulpito è scesa la verità di Cristo’. Dal pulpito dove parlava un simpatico sacerdote sul tema di propaganda, e non provetto oratore, è scesa la frase che Vi ho scritto, che qui ho ripetuto, e che Vi prego non mettere in dubbio perché ho, grazie a Dio, buon udito e sana la memoria! Non ho inteso criticare, e basta rileggere la mia lettera per convincersene, l’opera e la propaganda Scalabriniana, certo meritevole di elogio e considerazione. Ma ho mosso critica al giovane sacerdote propagandista, che non è infallibile, e che certo, in buona fede, ha toccato corde che oggi sarebbe bene far vibrare diversamente. Non ‘siamo quindi davanti ad un equivoco e una falsa interpretazione della dottrina di Cristo’ come Voi scrivete. Vi confermo quanto ho scritto; e tutto si riduce, a mio avviso, a una frase poco felice, sfuggita al predicatore novizio. E qui la mia lettera potrebbe essere chiusa, e da parte mia, chiusa la discussione. Ma come Voi dite, tengo io pure molto ai ‘legami della reciproca comprensione’ con Voi, che siete il nostro Pastore e il nostro Maestro nella interpretazione della Dottrina di Cristo. E allora permettetemi che sottolinei con altrettanta schiettezza pari alla Vostra, tre frasi della Vostra lettera.
a) scrivere: ‘se comunicassi copia della lettera ricevute, susciterei meraviglia e protesta’. Desidero informarvi che avete piena libertà di comunicare la mia lettera integrale a chi credete meglio; e ho l’immodestia di credere che non susciterebbe né meraviglia, né protesta. Perché: una cosa è l’aver detta una infelice definizione della Patria terrena; e altra cosa è che i dirigenti movimento missio-nario Scalabriano siano stati ‘ricevuti dal Capo del Governo’, la qual cosa mi fa molto piacere.
b) scrivete: ‘del resto qualunque Sacerdote deve seguire le direttive del Capo della Chiesa’. Esattissimo! Ma mi sono domandato più volte, e con me molti altri cattolici italiani, che frequentano la nostra Parrocchia, perché mai in molte Chiese dal pulpito scende la parabola del Vangelo, non commentata in astratto, ma volutamente proiettata sulle vicende terrene degli anni che viviamo? Perché dal Cardinal Ascalesi, al Sacerdote di S. Agostino in Como, che ho recentemente ascoltato, si parla di Patria terrena, dell’Italia nostra che per noi è la più bella terra che Dio ha creato, del valore degli italiani, della bontà della lotta che gli italiani sostengono e vincono contro i bolscevichi, i protestanti inglesi, i mussulmani, gli ebrei, ecc.? Mentre quasi mai sentiamo una parola di conforto, in tale settore dal pulpito della nostra Chiesa? E perché in molte prediche noi sentiamo, col confronto di quanto i governi hanno fatto altrove, e in tempi recenti, e quanto si è compiuto in Italia per proteggere e diffondere la religione cristiana, l’elogio al governo fascista per quanto ha fatto, ha realizzato, ha permesso, ha favorito, in venti anni di governo; mentre dal pulpito della nostra Chiesa, direi mai, o quasi mai, è stato riconosciuto quanto il governo di Mussolini ha fatto dalla ‘Conciliazione’ alla lotta contro i ‘ nemici della Chiesa’? Vi è una disparità, che chi caccia il naso fuori dalla parrocchia rileva subito; per concludere nettamente che certi silenzi non possono essere ordini o direttive superiori generali; ma interpretazioni e applicazioni locali, in perfetta buona fede, e giustificabili secondo particolari punti di vista.
c) scrivete: ‘la fede che con tanta lealtà professate, deve pure inchinare ogni credente davanti al Sacerdote che predica una dottrina d’amore, unico segreto di pace e di prosperità dei popoli’. Sono fiero di professare la nostra Religione e vi ringrazio che me ne date atto. E sono con Voi d’accordo che è la ‘Dottrina d’amore unico segreto di pace e di prosperità dei popoli’. Ma quando l’equilibrio di pace è rotto; e gli uomini sono scatenati gli uni contro gli altri per affermare nella vittoria la propria superiorità nella religione, nel diritto, nella civiltà, nei costumi, nelle giuste possibilità di vita; io sono pienamente convinto che anche il Sacerdote italiano deve sempre invocare con la parola e con le funzioni sacre la vittoria degli italiani sugli altri, delle nostre Armi sulle avverse; l’affermazione religiosa dei cattolici sugli eretici; degli italiani che celebrano Dio liberamente nelle chiese, nelle scuole, nelle famiglie, sui bolscevichi che hanno fatto delle Chiese luoghi di svago e di scandalo e scacciato i religiosi; sugli inglesi immorali e corrotti, mercanti di schiavi, e seviziatori di popoli; e su ogni altro popolo che non sia italiano e cattolico. E tale linea, che è seguita da molti sacerdoti, ha il triplice vantaggio: di rafforzare la resistenza del popolo ai disagi inevitabili e alle privazioni di guerra; di raggiungere più presto la vittoria, con risparmio di vite, con una lotta decisamente condotta a fondo; di dare infine grande conforto a coloro che hanno i figli in combattimento o che hanno pagato già, con la vita di un congiunto, il più alto tributo alla Patria terrena. E perché mai i Cappellani militari, al fronte di battaglia, dovrebbero parlare ai soldati e ufficiali di esser degni figli di Dio, e meritevoli del Regno dei Cieli, compiendo intero e il proprio dovere fino al sacrificio; se i sacerdoti, al fronte interno del paese, dovessero, in questo particolare, eroico, tragico, e grande momento della storia, non differenziare amici da nemici, non biasimare e condannare quanto i bolscevichi, gli ebrei e i massoni hanno fatto e fanno; non infondere il preciso dovere dell’ora, di essere noi italiani tutti uniti e decisi a lottare strenuamente per vincere, contro chiunque attenti alla nostra vita di popolo sano e disciplinato, cattolico e credente, proteso civilmente all’avvenire? Mi accorgo, Egr. Sig. Prevosto, di essermi molto allontanato con la penna, dalle poche righe che mi ero proposto di risponderVi. Ma vorrete comprendermi ed apprezzarmi nella mia franchezza, senza sottintesi; come sono sempre franco davanti a Dio”.
Il 25 luglio 1943 porta con sé, dunque, una sensazione di ritrovata libertà nonché l’illusione che la pace possa tornare a diffondersi. Come accennato i simboli dei vecchi partiti politici tornano a risplendere, pur con moderazione, e con loro i rispettivi ideali politici da parte di chi, durante il ventennio, ha subito angherie e violenze. Tra questi ricordiamo Angelo Noseda.
Angelo NosedaNoseda nasce a Como il 22 settembre 1866 da famiglia benestante. Laureatosi in giurisprudenza a Pavia, diviene amico di Filippo Turati e in lui, come in altri giovani intellettuali, la considerazione delle ‘leggi umane’ che sottopongono allo sfruttamento e alla miseria le ‘classi diseredate’ lo porta ad avvicinarsi, dopo una breve militanza nel Partito operaio, al socialismo scientifico. Si prodiga, quindi, per la giustizia sociale, impegnandosi nell’opera di istruzione e organizzazione dei lavoratori di Como e dei dintorni. Dopo la fondazione del Partito socialista (luglio 1892) è co-fondatore di una Lega socialista e nel mese di ottobre diventa direttore del giornale ‘Lavoratore comasco’. L’anno seguente è delegato comasco al I congresso lombardo delle associazioni di lavoratori aderenti al PSI ma nel 1894 è arrestato, e processato, per aver partecipato ad una manifestazione sediziosa a sostegno dei Fasci siciliani. Nelle elezioni amministrative del 7 luglio 1895 viene sconfitto per pochissimi voti ma la tornata elettorale sancisce il suo ruolo di leader dei socialisti comaschi, che nello stesso anno lo eleggono alla presidenza del Consolato operaio, dal quale sei anni dopo sarebbe sorta la Camera del lavoro di Como. Il suo nome figura anche tra i primi arresti perpetrati durante lo stato d’assedio del maggio 1898, in seguito al quale viene sciolta la Federazione. Dopo una detenzione di 46 giorni è assolto per insufficienza di prove e rilasciato. Nel 1899 Angelo Noseda è il primo socialista eletto in Consiglio Comunale a Como. Scoppiata in agosto del 1914 la Grande Guerra, per disciplina di partito, si dichiara neutralista, ma contrario alla Triplice Alleanza per antica formazione garibaldina decide di ridurre l’attività politica durante il conflitto. Ciò non gli impedisce, nel biennio 1917-18, di essere a capo delle manifestazioni di protesta contro il caro viveri e il protrarsi della guerra, pur cercando sempre la mediazione con le autorità.
Più notabile che un politico moderno, nel 1919 diventa sindaco di Como e si prodiga, oltre che per la copertura del deficit di bilancio, nell’alleviare le condizioni di vita dei lavoratori, colpendo soprattutto i redditi maggiori e le rendite parassitarie dei proprietari di immobili. Ma le violenze fasciste e, soprattutto, il calcolato ostruzionismo prefettizio impediscono l’attuazione di ogni iniziativa in tal senso. Alle politiche del 15 maggio 1921 è eletto deputato. Le more della ratifica dell’elezione durano un anno, mantenendolo, benché dovutamente dimissionario, nella carica amministrativa. Impiega quest’arco di tempo cercando di attuare un progetto di obbligo scolastico fino a 12 anni, bloccato dallo scioglimento forzato dell’amministrazione comunale imposto dalle squadre fasciste nell’autunno del 1922. Contro di lui, benché nel frattempo sia stato sostituito da Paolo Nulli alla guida della giunta, i fascisti si accaniscono in modo particolare. La sua rielezione a deputato, in quello stesso anno, non basta infatti a proteggerlo. Non ha comunque alcun timore ad affrontare i fascisti in pubblico dibattito, ma la violenza finisce per soggiogarlo. È dichiarato decaduto dalla carica di deputato in seguito alle leggi eccezionali mentre nel mese di novembre del 1926 gli viene devastata e saccheggiata la casa. In quell’occasione il figlio Lionello venne vigliaccamente percosso
violentemente (e infatti morira per le conseguenze di questa aggressione poco tempo dopo)20. Colpito nei valori e negli affetti più cari Angelo Noseda qualche anno dopo cesserà di esercitare la sua professione. Ridotto così al silenzio e ad un’impotenza manifesta, la polizia fascista, giudicandolo politicamente finito, non si occuperà più di lui fino alla sua morte, avvenuta a Como il 22 luglio 1940.
Gli effetti della caduta del regime nelle settimane seguenti trovano altre manifestazioni concrete. Il 2 agosto il nuovo Prefetto della provincia di Como, Michele Chiaromonte, provvede allo scioglimento delle forze della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale e dispone l’inquadramento nelle Forze Armate degli agenti in servizio presso le Forze di polizia Universitaria. Anche a Cernobbio le organizzazioni fasciste smobilitano. Lasciano la scuola il distaccamento della Milizia nazionale forestale ed il Municipio la Gioventù Italiana del Littorio. Nel frattempo quattro incursioni aeree si abbattono su Milano provocando la distruzione di centinaia di abitazioni civili e costringendo 300.000 persone a fuggire verso il Comasco. In tanti arrivano a Cernobbio e per una prima accoglienza vengono loro destinati alcuni locali del Municipio e dell’industria tessile Bernasconi. L’inaspettato aumento della popolazione residente inizia però ad avere ripercussioni nell’approvvigionamento delle derrate alimentari, già razionate e scarse. Le disponibilità monetarie per l’acquisto degli alimenti sono infatti così contenute che viene addirittura organizzata una raccolta delle divise del disciolto P.N.F.22. Tra i più attivi sul fronte dell’assistenza agli sfollati è don Umberto Marmori che tramite il Comitato Assistenza sfollati, costituito proprio in questo periodo, prende in affidamento molti rifugiati. Altri vengono accolti al Campo Solare, dagli alberghi, dagli inquilini di Villa d’Este nonché da privati benestanti. Il 15 agosto, poche ore prima di una nuova incursione aerea alleata su Milano, il prefetto Chiaromonte nomina i nuovi commissari della Pubblica Amministrazione in sostituzione di quelli compromessi col regime. A Cernobbio è destinato Filippo Frattaroli che entra in carica il successivo 2 settembre.
A livello nazionale, nel frattempo, regna la massima incertezza. L’esecutivo del maresciallo Badoglio aveva infatti adottato una politica di irresponsabile doppiezza, ovvero rassicurare Hitler del fatto che l’alleanza con la Germania non sarebbe venuta meno ed allo stesso tempo iniziare, segretamente, trattative con gli angloamericani per una pace separata. I tedeschi, allarmati per il rapido ed inatteso mutamento della situazione italiana, ignari di dove si trovasse Benito Mussolini e sospettosi di un prossimo totale “tradimento”, iniziano ad attuare il piano militare “Alarico” il cui obiettivo è il controllo totale della penisola. In questo clima di crisi e confusione viene firmato da parte del Governo italiano, il 3 settembre a Cassibile, presso Siracusa, l’armistizio con gli Alleati. L’avvenimento viene ufficializzato l’8 settembre, con qualche giorno di anticipo rispetto alle previsioni per il timore di un colpo di mano tedesco destinato a rovesciare l’esecutivo badogliano. Il giorno successivo il re e la sua famiglia, insieme con alcuni ministri e le rispettive famiglie, lasciano Roma e, raggiunta prima Pescara e poi Ortona, si imbarcano per Brindisi, città già sotto il controllo delle forze statunitensi. Gli eventi non colgono per nulla alla sprovvista i tedeschi, già a conoscenza delle trattative segrete tra italiani ed Alleati per mezzo di una serie di intercettazioni effettuate dalle SS. In poche ore la Wermacht occupa, senza difficoltà, il rimanente territorio nazionale e disarma 80 divisioni italiane abbandonate al loro destino dal comportamento irresponsabile del Governo.
La notizia dell’avvenuto armistizio coglie invece di sorpresa la popolazione di Cernobbio alle ore 18.00 di mercoledì 8 settembre con un drammatico messaggio radiofonico. Poche parole che danno origine ad un dramma, quello dei soldati in fuga per non essere fermati, e in molti casi subito uccisi, dai tedeschi che, è notorio, stanno per occupare anche il Comasco. Diversi militari cernobbiesi, riusciti anche fortunosamente a ritrovare la via di casa, percorrono in tutta fretta i numerosi sentieri alle pendici del monte Bisbino e trovano riparo in Svizzera. Altri militari sbandati, privi di documenti d’identità, non possono però superare il confine. Qui interviene l’aiuto di tante famiglie del nostro
Comune che ospitano provvisoriamente giovani e uomini mentre a Como il Commissario Prefettizio, Eugenio Rosasco, autorizza il rilascio di carte d’identità contraffatte. Seppur in un clima di confusione ed incertezza la maggior parte degli sbandati riesce a superare il confine.
06 1943 Proclamazione FascistaDomenica 12 settembre, verso mezzogiorno, reparti tedeschi di fanteria motorizzata, seguiti da mezzi corazzati entrano in Como bloccando i valichi di frontiera. L’occupazione delle forze naziste avviene proprio quando numerosi militari comaschi del 67° reggimento Fanteria stanno prendendo posizione contro i tedeschi a Monte Lungo, nelle Puglie. Un comando divisionale delle SS occupa Villa Locatelli a Cernobbio, al comando del capitano Joseph Voetterl, in realtà un agente segreto degli Stati Uniti. Voetterl, cittadino austriaco nato a Salisburgo, è il protagonista di uno dei più grandi successi dell’Office of Strategic Service americano. Dopo essere emigrato in America negli anni ‘20, all’avvento di Hitler al potere ritornò nel III Reich. Iscrittosi al partito nazista, aveva fatto carriera nelle SS, e durante la guerra era stato prima in Polonia e poi sul fronte russo di Stalingrado dove, ferito, fu trasferito in Francia, a Tolone. Disimpegnandosi con abilità riesce ad arrivare a Cernobbio dove prosegue il suo lavoro di agente segreto ed allo stesso tempo di comandante tedesco. Solo al termine della guerra, quando si viene a conoscenza del suo vero ruolo in seno all’organizzazione di Himmler, si riusce a spiegare il fatto che mai si verificarono rastrellamenti delle SS nella zona di Como pur essendo territorio soggetto a vaste operazioni da parte delle formazioni partigiane. A Villa d’Este trova sede l’ospedale militare tedesco ed il successivo ottobre Villa Belinzaghi diventerà domicilio di importanti sezioni di enti finalizzati alla produzione bellica del Reich.
La sera stessa dell’occupazione tedesca viene diramata la notizia dell’avvenuta liberazione di Benito Mussolini da parte di un gruppo di paracadutisti tedeschi, guidati dal capitano delle SS, Otto Skorzeny, dalla prigione di Campo Imperatore sul Gran Sasso. Dopo il 25 luglio l’indiscusso capo del fascismo era stato segregato prima all’isola di Ponza, poi alla Maddalena ed infine in Abruzzo. Badoglio ed il re, in base agli accordi dell’armistizio, avrebbero dovuto consegnarlo agli angloamericani, cosa che però non fecero al momento della loro fuga per Brindisi. Due giorni più tardi Mussolini, dopo un incontro con Hitler nel quartier generale tedesco a Rastenburg, nella Prussia Orientale, assume l’incarico di guidare uno Stato in Italia. Nelle stesse ore, clandestinamente, si costituisce il primo Comitato di Liberazione Nazionale provinciale. L’annuncio della sua istituzione avviene attraverso la diffusione di un volantino che invita i militari sbandati ed i giovani a raggiungere e rafforzare i primi nuclei di dissidenti armati in montagna e la popolazione ad appoggiare la resistenza armata contro i tedeschi ed i redivivi fascisti. È infatti l’inizio della guerra partigiana perché intanto è nato il Partito Fascista Repubblicano che, da parte sua, chiama i giovani ad imbracciare le armi a fianco dei nazisti. Questa notizia, in realtà, ha come unico risultato l’inizio di notti frenetiche nelle vicinanze dei valichi di confine con la Svizzera e nei sentieri del Bisbino. In due settimane nella Confederazione elvetica, infatti, vengono accolti e sistemati 19.055 “sbandati”.

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Copertina1E’ possibile scaricare l’e-book “Testimoni di libertà”, la pubblicazione realizzata per il 70° anniversario della liberazione per conto del Comune di Cernobbio e che vuole ripercorrere brevemente le vicende tra il 1943 ed il 1945 ponendo l’attenzione su quattro figure importanti per la storia recente della località comasca ovvero don Umberto Marmori, Ettore Fumagalli, Enrico Caronti ed Angelo Noseda.

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Storia della RSI nel Comasco – 03: Arrivano i tedeschi e si infiamma il confine

La notizia dell’avvenuto armistizio coglie alla sprovvista anche la popolazione lariana alle ore 18.00 di mercoledì 8 settembre. A Lecco, due ore più tardi, si tiene una prima riunione di numerosi antifascisti durante la quale il sindacalista Gaetano Invernizzi, già condannato al confino politico, incita alla resistenza contro i nazisti invitando i giovani a nascondersi sui monti del Resegone.

Il 9 settembre, a Como, alcune migliaia di cittadini manifestano davanti alla Prefettura ed al distretto militare per chiedere armi con le quali fermare le truppe tedesche in avvicinamento alla città. La manifestazione, organizzata da esponenti del Partito d’Azione, tra i quali vi si trova l’avvocato Pier Amato Perretta, si tiene in piazza del Duomo.

In Prefettura il generale Binacchi, dopo essersi incontrato con il commissario Rosasco, accoglie la richiesta per la concessione delle armi alla popolazione civile al fine di consentire la costituzione di una Guardia di difesa nazionale, ma durante la notte questi fugge da Como per raggiungere Milano.

Nelle ore serali nei dintorni della città pare ci siano alcune migliaia di soldati fuggiaschi, alcuni dei quali raggiungono la caserma “De Cristoforis”. Le loro testimonianze provocano serie preoccupazioni nei vertici e nelle fila degli altri militari. Terrore desta, in particolar modo, il racconto della recluta Luigi Monti di Carimate, presentatosi al distretto con un paio di calzoni ed una camica borghese sopra le fasce gambiere e i pantaloni grigioverde, spiegando che :

“(…) tra Bolzaneto e Sampierdarena i tedeschi hanno aperto il fuoco sul mio reparto. Oltre 350 uomini sono stati colpiti ; a noi superstiti il capitano ci ha consigliato di rompere le righe e di dirigerci, in borghese, in qualche località ritenuta sicura”[1].

Nell’attesa dell’arrivo delle truppe tedesche in città regna la massima confusione. Il generale Ruggero, da Milano, aveva diffuso il proclama di resa ai tedeschi ma gli ufficiali del presidio militare di Como rimangono nella caserma.

Molti militari sbandati, privi di documenti d’identità, non possono superare il confine con la Svizzera e mettersi in salvo dal sicuro arresto dei nazisti. Per cercare di salvare questi soldati disperati, il Commissario Rosasco, autorizza il rilascio di carte d’identità contraffatte, sennonché, nel giro delle successive ore, si riversano sul territorio cittadino diverse centinaia di soldati in fuga da Milano, in quei momenti occupata dai tedeschi, con l’intenzione di raggiungere la Confederazione Elvetica. Seppur in un clima di confusione ed incertezza la maggior parte degli sbandati riesce a superare il confine.

Domenica 12 settembre, verso mezzogiorno, reparti tedeschi di fanteria motorizzata, seguiti da mezzi corazzati, guidati dal maggiore italiano Carmelo Zaffiro e dal tenente colonnello Biagio Sallusti, entrano nelle mura cittadine e bloccano il valico di Ponte Chiasso. L’occupazione delle forze naziste di Como avviene proprio quando numerosi militari comaschi del 67° reggimento Fanteria stanno prendendo posizione contro i tedeschi a Monte Lungo, nelle Puglie[2].

Le forze germaniche costituiscono immediatamente due folti gruppi armati, il primo dei quali si dirige alla caserma “De Cristoforis” per consegnare il messaggio di resa ordinato dal generale di Milano, Ruggero, ai soldati rimasti. Il Capitano d’ispezione Aimo Conardi, valutata l’impossibilità di reagire agli occupanti, dà ordine ai militari di abbandonare la caserma.

Il secondo gruppo, composto da SS, si reca al valico di frontiera di Chiasso per chiedere il permesso alle autorità di gendarmeria federale della Svizzera di poter effettuare un controllo sullo stato delle vie di comunicazione del Cantone Ticino fino a Lugano per verificare se qualche soldato italiano ha approfittato della confusione per superare il confine. La richiesta viene, evidentemente, respinta.

A Como i tedeschi installano i propri comandi nei punti strategici della città : Comando Piazza nel retro della casa del Fascio ; comando Gendarmeria nel palazzo Saibene in piazza S.Agostino ; comando Logistico all’Hotel Suisse in piazza Cavour ; Comando Gestapo[3] in un edificio sito in via Zezio ; all’Istituto Carducci in via Cavallotti[4] prende sede il comando R.u.K[5], il cui comandante, generale Hans Leyers, requisisce come propria abitazione la villa della famiglia Rosasco. Depositi del materiale sequestrato sarebbero, in seguito, diventati lo stadio Sinigaglia e l’adiacente capannone dell’idroscalo.

I più alti ufficiali tedeschi prendono alloggio presso i prestigiosi alberghi sul lungolago Terminus, S.Gottardo e Barchetta, mentre un contingente di 400 SS si stabilisce a Mariano Comense al fine di avere sotto stretta sorveglianza la strada Milano-Como mentre altri presidi vengono dislocati in tutta la provincia per un totale di 2.845 uomini. In particolare a Ponte Lambro si costituisce il presidio Polizia ed a Mandello si stabilisce l’Armata tedesca “SS Liguria”. Un presidio confinario, forte di 250 militari, prende posizione in alto lago.

I comandi divisionali delle SS vengono dislocati ad Alzate Brianza a Villa Guardia il comando provinciale mentre la direzione per la Lombardia occupa Villa Locatelli a Cernobbio, al comando del capitano Joseph Voetterl, in realtà un agente segreto degli Stati Uniti.

Voetterl, cittadino austriaco nato a Salisburgo, fu il protagonista di uno dei più grandi successi dell’Office of Strategic Service americano. Dopo essere emigrato in America negli anni ‘20, all’avvento di Hitler al potere ritornò nel III Reich. Iscrittosi al partito nazista, aveva fatto carriera nelle SS, e durante la guerra era stato prima in Polonia e poi sul fronte russo di Stalingrado dove, ferito, fu trasferito in Francia, a Tolone. Disimpegnandosi con abilità riuscì ad arrivare a Cernobbio dove continuò il suo lavoro di agente segreto ed allo stesso tempo di comandante tedesco. Solo al termine della guerra, quando si venne a conoscenza del suo vero ruolo in seno all’oganizzazione di Himmler, si riuscì a spiegare il fatto che mai si verificarono rastrellamenti delle SS nella zona di Como pur essendo territorio soggetto a vaste operazioni da parte delle formazioni partigiane[6].

In provincia di Como prende sede anche la “29a Divisione SS Italiane” costituita da volontari, considerata dai tedeschi reparto:

“della Waffen SS con tutti i diritti e doveri, i cui ufficiali sono assolutamente esclusi da qualsiasi contatto con forze militari e politiche”[7].

Presso il capoluogo lariano viene dislocato l’apposito ufficio di arruolamento ma solo per qualche mese in città sarà di stanza l’VIII battaglione, al comando del maggiore Carlo Pace, successivamente trasferito a Lecco.[8]

Altri reparti delle SS italiane avevano assunto il controllo di tutta la provincia : ad Alzate Brianza vi si trovava il Quartier Generale e la Polizia Militare ; ad Albate il carcere ed il concentramento “quadrupedi requisiti” ; ad Asso il comando artiglieria ; a Barzanò un contingente di quasi 800 uomini, dei quali 300 tedeschi ; a Valmadrera aveva sede l’Ispettorato Generale Comando Unità Armate, alle dipendenze del generale Manelli[9].  A Lurago d’Erba aveva anche sede la scuola per il genio delle SS italiane.

La sera stessa dell’occupazione della città viene diramata la notizia dell’avvenuta liberazione di Benito Mussolini da parte di un gruppo di paracadutisti tedeschi, guidati dal capitano delle SS, Otto Skorzeny, dalla prigione di Campo Imperatore sul Gran Sasso. Dopo il 25 luglio l’indiscusso capo del fascismo era stato segregato prima all’isola di Ponza, poi alla Maddalena  ed infine in Abruzzo. Badoglio ed il re, in base agli accordi dell’armistizio, avrebbero dovuto consegnarlo agli angloamericani, cosa che però non fecero al momento della loro fuga per Brindisi[10].

La notizia ebbe come risultato l’inizio di notti frenetiche nelle vicinanze dei valichi di confine con la Svizzera nei dintorni della città, ovvero Pedrinate, Vacallo e Pizzamiglio[11] e lungo le prealpi lariane , zone non ancora sotto un peculiare controllo tedesco. Militari, ex detenuti politici, ebrei, prigionieri di guerra ed evasi dai campi di concentramento italiani cercano disperatamente di evitare la cattura e la conseguente deportazione nei campi di lavoro in Germania. Le autorità elvetiche, che avevano visto crescere in modo impressionante il numero dei rifugiati, per timore di un colpo di mano tedesco nel loro territorio, decisero e realizzarono il trasferimento degli stessi verso l’interno della Confederazione. In due settimane furono accolti e sistemati 19.055 “sbandati”[12].

[1] BIANCHI, Antifascismo e resistenza nel comasco, cit., p. 80.

[2] COPPENO, Como dalla dittatura alla libertà, cit., p. 175.

[3] Si tratta della forza di polizia tedesca con compiti di sicurezza.

[4] COPPENO, Como dalla dittatura alla libertà, cit., p. 182.

[5] E’ il Dipartimento Armi e Produzione bellica.

[6] Ulteriori notizie su Johann Voettrl possono trovarsi in BIANCHI, Antifascismo e resistenza, cit., pp. 98-100.

[7] I nazisti affidarono alle SS italiane unicamente compiti di polizia e rastrellamento, evitando il loro impiego in uno dei diversi fronti. BIANCHI, Antifascismo e resistenza, cit., p. 91.

[8] Costituito da 26 ufficiali, 100 sottoufficiali e 573 soldati, il battaglione fu spostato a Lecco con lo scopo di proteggere alcune industrie della cittadina che lavoravano esclusivamente per la Germania, in particolar modo l’industria Fiocchi che produce bossoli e pallottole per fucili, pistole e mitragliatrici.

[9] Lazzero RICCIOTTI, Le SS italiane. Storia dei 20.000 che giurarono fedeltà a Hitler, Rizzoli, Milano 1982, p. 72.

[10] MOREDDU, Il Quirinale, cit., p. 251.

[11] Piccoli paesi situati a nord est e nord ovest di Chiasso, circondati dalle prealpi.

[12] In tutto il mese di settembre trovarono rifugio in Svizzera 19.134 militari e 1626 civili. CANI-MONIZZA, Como e la sua storia,  cit., p. 299.

Storia della RSI nel Comasco – 02 – Una calda estate…e poi venne l’armistizio

LiraIl 29 luglio il generale Canale ottiene la delega per la difesa del territorio provinciale comasco. Questi insediandosi emana un comunicato in cui si chiede alla popolazione ordine, lavoro e ritorno al comportamento tipico di una vita normale. Si tratta di atteggiamenti che la popolazione deve mettere in pratica ad ogni costo[1].

Anche se non ufficialmente, avevano intanto ripreso l’attività i partiti banditi durante la dittatura che, secondo l’ingegnere Giordano Azzi[2], esponente socialista, contavano circa 300 aderenti in città.

Già la sera del 26 luglio presso i locali del caffè “Cidago”, in pieno centro, si erano riunite 60 persone che avevano inneggiato alla nascita ormai prossima di una repubblica socialista italiana[3].

Il giorno seguente si svolge la prima riunione dei numerosi responsabili di queste forze politiche tra i quali vi si trovano buona parte degli uomini che avrebbero composto il primo C.L.N. comasco. In questa riunione viene deciso di affidare ad Eugenio Rosasco l’incarico di commissario prefettizio straordinario per il comune di Como.

Ai primi di agosto si sparge la voce che la notte del 26 luglio il colonnello Vassarotti, rientrato al comando delle truppe del 67° Fanteria, avesse preso a revolverate la foto dell’ex duce, improvvisato un rogo con le tessere del P.N.F. appartenenti ai soldati e distrutto i fasci littori eretti nel ventennio all’interno delle strutture della caserma DeCristoforis.

Il 1 agosto, presso la Prefettura, sorge l’Ufficio provinciale di assistenza, sotto la direzione del generale di corpo d’armata Giovanni DeBenedetti che assume l’incarico di commissario straordinario per le organizzazioni giovanili del disciolto Partito Fascista, allo scopo di assicurare continuità nelle attività amministrative e di assistenza, mentre Canale provvede a visionare le forze della XVI Legione della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, diventata nel frattempo semplice forza armata dello Stato senza funzioni politiche.

Il giorno successivo arriva in città il nuovo Prefetto, Michele Chiaromonte. Il suo primo provvedimento è di adempiere alla decisione del Governo di sciogliere le forze della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale e di far entrare nelle Forze Armate gli agenti in servizio presso le Forze di polizia Universitaria.

Nelle prime settimane di agosto quattro incursioni aeree si abbattono su Milano[4] provocando la distruzione di centinaia di abitazioni civili e costringendo 300.000 persone a fuggire verso le localià della provincia di Como, specie nella Brianza e lungo le sponde del lago. Questo inaspettato aumento della popolazione residente provoca seri problemi nell’approvvigionamento delle derrate alimentari, già razionate e scarse.

Le disponibilità monetarie per l’acquisto degli alimenti sono così contenute che viene organizzata una raccolta delle divise del disciolto P.N.F., dietro regolare pagamento[5].

Il 15 agosto, poche ore prima di un’incursione aerea alleata su Milano, il prefetto Chiaromonte nomina i nuovi commissari della Pubblica Amministrazione in sostituzione di quelli compromessi col regime. A Como entra in carica Eugenio Rosasco con il compito principale di vigilare sull’operato del generale Gaetano Binacchi, per fare in modo che l’uso dello stato d’assedio e della censura preventiva sulla stampa non fossero applicati in modo ossessivo[6].

A livello nazionale, nel frattempo, regna la massima incertezza. L’esecutivo del generale Badoglio aveva infatti adottato una politica di irresponsabile doppiezza, ovvero rassicurare Hitler del fatto che l’alleanza con la Germania non sarebbe venuta meno ed allo stesso tempo iniziare, segretamente, trattative con gli angloamericani per una pace separata.

I tedeschi, allarmati per il rapido ed inatteso mutamento della situazione italiana, ignari di dove si trovasse Benito Mussolini e sospettosi di un prossimo totale “tradimento”, iniziano ad attuare il piano militare “Alarico” il cui obiettivo è il controllo totale della penisola. Più volte, nel corso del mese di agosto, rappresentanti italiani e tedeschi si incontrano ribadendo, però, le rispettive convinzioni ufficiali, ma, ovviamente, tutte e due le parti erano convinte della reciproca falsità delle dichiarazioni.

In questo clima di crisi e confusione viene firmato da parte del Governo italiano, il 3 settembre a Cassibile, presso Siracusa, l’armistizio con gli Alleati. L’avvenimento viene ufficializzato l’8 settembre, con qualche giorno di anticipo rispetto alle previsioni per il timore di un colpo di mano tedesco destinato a rovesciare l’esecutivo badogliano.

Il giorno successivo il re e la sua famiglia, insieme con alcuni ministri e le rispettive famiglie, lasciano Roma e, raggiunta prima Pescara e poi Ortona, si imbarcano per Brindisi, città già sotto il controllo delle forze statunitensi[7].

Gli eventi non colgono per nulla alla sprovvista i tedeschi, già a conoscenza delle trattative segrete tra italiani ed Alleati per mezzo di una serie di intercettazioni effettuate dalle SS.  In poche ore la Wermacht occupa, senza difficoltà, il rimanente territorio nazionale e disarma 80 divisioni italiane abbandonate al loro destino dal comportamento irresponsabile del Governo.

[1] Appello del generale Canale alla popolazione, “La Provincia di Como”, 30 luglio 1943.

[2] Giordano Azzi, nato a Como il 6 marzo 1910. Laureato in Ingegneria industriale elettrotecnica continuò sempre a svolgere la propria attività di insegnante durante il secondo conflitto mondiale presso il Politecnico di Milano. Aderente al Partito Socialista Italiano, divenne in seguito membro del C.L.N.

[3] Giorgio CAVALLERI, Ombre sul lago, Piemme, Casale Monferrato 1995, p. 77.

[4] Rispettivamente le incursioni si verificano l’8, il 13, il 15 ed il 16 agosto. Vedi Emilio DILIGENTI e Alfredo POZZI, La Brianza in un secolo di storia d’Italia, Teti Editore, Milano 1980, p. 305.

[5] Raccolta di divise del disciolto P.N.F. (regolarmente pagate), “La Provincia di Como”, 23 agosto 1943.

[6] La prima decisione presa da Rosasco fu la creazione di un comitato per l’assistenza ai 15.000 sfollati arrivati a Como. Vedi PIPPIONE, Como dal fascismo alla democrazia, cit., p. 59.

[7] Una descrizione accurata degli avvenimenti precedenti e della fuga del re da Roma si può trovare nel volume di Matteo MOREDDU, Il Quirinale del Re, Feltrinelli, Milano 1977, pp. 118-127.