Cento anni dalla fine della I Guerra Mondiale, un secolo dalla pandemia dell’influenza “spagnola” anche nel nostro territorio

Domenica 4 novembre in tutta Italia si ricorderà ufficialmente la fine della I Guerra Mondiale ad un secolo di distanza. Alle ore 15:00 di quel giorno di cento anni fa, infatti, entrava in vigore l’Armistizio, firmato a Villa Giusti, che sanciva la fine delle ostilità tra il Regio Esercito italiano e le truppe dell’Impero (in disfacimento) austro-ungarico che erano costato tanti morti e sofferenze in un’Italia profondamente lacerata e che avrebbe continuato a vivere altri anni drammatici. La fine della guerra, se comportò la conclusione dei combattimenti, non rappresentò, però, la conclusione delle sofferenze “fisiche” per la popolazione italiana in quanto, proprio in questo periodo, era in corso la seconda ondata dell’influenza “spagnola”, la più terribile pandemia che abbia colpito il genere umano e che costò complessivamente ben 50 milioni di morti. Studi hanno evidenziato che, se nell’immaginario collettivo la più grande tragedia per l’umanità è considerata la “peste nera” del 1348, la “spagnola” fu certamente peggio.

Il virus aveva fatto la sua comparsa nel febbraio 1918 quando l’Agenzia di stampa spagnola FABRA aveva trasmesso un dispaccio informativo nel quale segnalava “una strana forma di malattia a carattere epidemico” a Madrid. Se in Spagna si era cominciato a parlare della malattia, la stampa europea, soggetta in buona parte alla censura di guerra, poteva scrivere solo degli sviluppi della stessa nel paese iberico ed è pre questo che fu conosciuta «spagnola». Nel comasco, così come in Lombardia, i primi modesti effetti del virus vennero registrati nel mese di maggio. Al fronte, infatti, il virus fu diffuso soprattutto dai militari statunitensi (negli USA, infatti, si manifestarono i più importanti focolai) che coinvolse anche i soldati italiani (alcuni reparti, infatti, erano impiegati in Francia). Ad aggravare il contagio fu il ricovero nelle retrovie dei soldati ammalati: questo contribuì ad espandere il morbo anche fra i civili. In ogni caso questa prima ondata fu ben poca cosa rispetto a quanto accadde a partire dal mese di settembre. Dato che il virus colpiva soprattutto giovani tra i 18 ed i 40 anni e che la medicina si dimostrava impotente, nonostante la censura anche la stampa comasca si occupò del virus cercando, per quanto possibile, di svolgere attività di prevenzione.

Interessante risulta rileggere cosa, ad esempio, pubblicò il settimanale “L’Araldo” (settimanale informativo di ispirazione cristiana che si pubblicava a Cernobbio e che riportava notizie dei paesi posti alle falde del monte Bisbino e del primo bacino del Lago). Nell’edizione del 12 ottobre 1918, venne pubblicato il contenuto di una circolare del Prefetto di Como, Dott. Muffone, con alcune misure igieniche da adottare per mitigare il diffondersi dell’epidemia. Tra gli obblighi imposti alla popolazione segnaliamo il divieto di dar vita ad  “assembramenti non necessari, specie in locali chiusi; curare la scrupolosa igiene delle bevande e degli alimenti” vigilando sulla qualità dell’acqua potabile e dei cibi in vendita affinché “siano efficacemente riparati dagli insetti; curare le nettezza e l’igiene del suolo e dell’abitato; esercitare una speciale vigilanza sulle collettività particolarmente esposte a diventare focolai dell’infezione: caserme, convitti, scuole, chiese, officine, teatri, cinematografi; ridurre al minimo le visite dei parenti negli ospedali ed aver disponibile una buona quantità di calce viva, da conservarsi in luogo asciutto. In caso compaia l’infezione disinfettare con abbondantissime e frequenti irrorazioni di latte di calce le corti dove vi sono ammalati e le case degli ammalati stessi”.

La paura del contagio fu tale che a Como, e in provincia, contrariamente al solito, le scuole nel 1918 non iniziarono il 1° ottobre, festa di San Remigio, bensì il successivo 4 novembre. Una decisione che fu criticata. Sempre sull’Araldo era possibile leggere: “Poiché l’apertura delle scuole è subordinata alla scomparsa della epidemia di influenza sarebbe forse stato meglio annunciare una proroga “sine die”. Auguriamoci che le condizioni sanitarie della città e della provincia possano migliorare nel volgere di pochi giorni, nessuno però in precedenza può asserire con certa scienza quando cesserà questa influenza delle quale finora non è bene chiarita la natura”. Infatti l’epidemia non sparì affatto. Anzi, continuò a mietere vittime anche a Como e dintorni per ancora tanti mesi ed a livello mondiale, nel 1919, si contavano tanti morti quanti ne aveva provocato la guerra.

A livello locale le uniche statistiche disponibili sono quelle che, per brevi periodi, pubblicarono i due quotidiani locali, “La Provincia” e “L’Ordine”. Il primo rilevò, ad esempio,come a Como dal 5 al 12 ottobre 1918, di fronte a 160 morti complessivi, 81 erano provocati dall’influenza (di questi 35 militari) con il picco massimo raggiunto il 10 ottobre (27 morti per influenza, 12 soldati). A livello provinciale, invece, dobbiamo far riferimento ad una parziale statistica de L’Ordine che, nei primi 14 giorni dell’ottobre ‘18, parlò di 276 decessi distribuiti negli allora 308 Comuni di appartenenza.

L’influenza spagnola, in ogni caso, riconfigurò radicalmente la popolazione umana più di ogni altro evento successivo alla peste nera del 1348. Tuttavia, è certo, che insieme a tanti lutti e sofferenze l’influenza ebbe il merito di incentivare la pratica delle attività all’aria aperta e dello sport (che fecero registrare un grande incremento a Como negli anni successivi, nonostante le difficoltà economiche del periodo, con la fondazione di numerose società dedite a diverse discipline) e, a livello mondiale, di contribuire alla diffusione dell’assistenza sanitaria.

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Diario di Guerra: l’informazione locale durante la Grande Guerra

Di seguito la mia relazione presentata nel corso dell’incontro “Grande Guerra, cent’anni dopo (IV Novembre 1918-IV Novembre 2018) Cernobbio e Maslianico ricordano insieme” insieme alle slide. Momento che ha sancito una prima conclusione del progetto “Diario di Guerra” promosso sul sito internet del Comune di Cernobbio dal 24 maggio 2015 e che si concluderà tra due settimane.

Nel 2015 lanciai una proposta “particolare” al Comune di Cernobbio per ricordare i cento anni dallo scoppio della I Guerra Mondiale per l’Italia. I libri di storia, infatti, a differenza dei tragici eventi della II Guerra Mondiale che fece registrare episodi drammatici anche alle nostre latitudini con l’attività partigiana, la fuga di soldati ed ebrei verso la Svizzera nonché le convulse vicende degli ultimi giorni del mese di aprile del 1945, ovviamente raccontano esclusivamente cosa accadde al fronte del Carso, o a quello delle Alpi tridentine. Ma la I guerra mondiale, a differenza di tutte le guerre che la precedettero, fu il primo conflitto che non solo interessò territorialmente buona parte del nostro pianeta ma ebbe ripercussioni anche sulla società in generale: non solo, quindi, sugli uomini ed i giovani “vestiti in grigioverde” bensì sulle famiglie rimaste a casa ma anche su coloro che non ebbero cari o congiunti al fronte. Ecco, quindi, l’idea di ripercorrere, settimana dopo settimana, come gli eventi di guerra vennero raccontati alla popolazione cernobbiese, illustrando anche quali furono le ripercussioni che la stessa guerra ebbe per i cittadini. Del resto i giornali, insieme alle lettere dal fronte, furono gli unici strumenti che permettevano “a chi era rimasto a casa” di sapere cosa stava succedendo. Una fonte di informazione però sottoposta ad un rigido controllo. Infatti, per la prima volta nella storia, anche nel Regno d’Italia vennero adottati due strumenti che consentivano di “manipolare” l’opinione pubblica a seconda dell’andamento della guerra ovvero la censura e la propaganda.

“Arriva la guerra e quindi ci sono bugie a iosa” diceva un proverbio tedesco risalente agli inizi dell’Ottocento. Già il giorno prima dell’entrata in guerra, domenica 23 maggio 1915, ad esempio un Regio decreto vietò a tutti i giornali di diffondere notizie che andassero oltre i comunicati ufficiali su argomenti come i morti e i feriti, gli avvicendamenti negli alti comandi, l’andamento delle operazioni militari. Il giorno successivo venne attivato l’Ufficio stampa del Comando militare supremo, con sezioni staccate nei capoluoghi di provincia. L’accesso diretto dei giornalisti al fronte fu sostanzialmente vietato (con poche eccezioni) dal generale Luigi Cadorna che, personalmente, detestava i cronisti. Fin da subito, quindi, divenne sempre più importante per le autorità coltivare il cosiddetto “fronte interno” e i giornali si trovano coinvolti nel compito di collaborare allo sforzo bellico nazionale.

La guerra doveva apparire gloriosa, sacra e per questo si doveva esaltare la dignità ed il patriottismo nazionale.  Per tutta la durata del conflitto i censori, ogni notte, prima di dare il placet alla pubblicazione, leggevano ogni riga (lavoro immane) e gli articoli non consoni alle ordinanze venivano eliminati cosicché spesso, mancando il tempo per correggerli o sostituirli, le pagine presentavano larghi spazi bianchi o righe oscurate. Col tempo, però, gli spazi in bianco vennero sostituiti da articoli “manipolati” che raccontarono la guerra con il solo obiettivo di mantenere il consenso popolare al conflitto.

Anche le cronache relative alle morti dei caduti, non solo sulle pagine de L’Araldo ma su tutti i periodici locali, diventarono celebrazioni di atti di eroismo personale o di battaglione. Venne invece taciuto lo squallido orrore delle trincee, la violenza e l’inutilità degli assalti, dei prigionieri caduti in mano nemiche (salvo quando questi facevano recapitare ai familiari a casa lettere, anche queste sottoposte a censura), delle fucilazioni per ammutinamento e diserzione. Piuttosto si tendeva a celebrare il ritorno a casa dei feriti .

Le sconfitte furono mitizzate (quanto accaduto a Caporetto nel 1917 fu il più possibile mascherato grazie ad una vera e propria strategia di disinformazione) e sfruttate per esaltare il sentimento di riscossa nazionale incitando all’odio verso il nemico: “Tutti sentiamo la pena e l’orrore per il nemico che ci è in casa, in casa come nel ’48, nel ’59 e nel ’60! Tutti sentiamo l’alito greve della bestia che per anni ha vissuto accovacciata sotto il nostro focolare ed ha mangiato il nostro pane, riscosso le decime, ci ha imposto le taglie, ci ha confiscato i beni, ci ha seviziato il padre, ci ha fatto morire di dolore la madre e ci ha impiccato i fratelli… E’ la nostra via crucis: la prova del Getsemani. Sudiamo sangue come Gesù, e trasciniamo la nostra croce da colle a colle, da città a città, da fiume a fiume”. La demonizzazione del nemico fu esercitata, attingendo a questo fine tutti i tradizionali stereotipi razzisti. Anche sulle pagine del settimanale cernobbiese Austriaci e tedeschi, infatti, venivano descritti come individui rozzi, crudeli e malvagi, dediti a deliberate crudeltà, così come i loro sovrani:  un esempio l’articolo che ricorda la morte dell’imperatore Francesco Giuseppe, l’impiccatore.  “Ma cosa importa se un lembo del sacro suolo della Patria è calpestato dallo straniero?”. La missione è una sola: vincere.

Dopo Caporetto e l’avvicendamento di Cadorna con Diaz, le notizie dal fronte diventano ancora più “asciutte” in quando il nuovo Comandante aveva disposto che i dispacci non potevano superare le 500 parole.

In ogni caso, durante tutto il conflitto, rimase sempre attiva sul settimanale L’Araldo la rubrica “Lettere dal fronte” dove venivano pubblicati gli scritti che i soldati inviavano a casa, scelti tra i più retorici ed in linea con i dettami.

Concentrati sugli episodi bellici e sullo straziante stillicidio di vite umane, finora si ha data una limitata importanza agli effetti che il conflitto ebbe sulla popolazione in ogni centro italiano. Con il passare delle settimane la stampa iniziò a presentare, con un linguaggio opportunamente scelto, le ripercussioni che il conflitto ebbe per tutti i cittadini. Per la maggioranza dei questi, di ogni età o ceto sociale il conflitto, si trasformò ben presto in guerra di logoramento con la comparsa delle difficoltà negli approvvigionamenti alimentari. Col passare dei mesi, infatti, e nonostante le rassicurazioni di una prossima vittoria, iniziarono a peggiorare le condizioni di vita della popolazione, segnata da un forte aumento dei prezzi, da marcate restrizioni alimentari dovute a un ferreo controllo dei consumi da parte del governo, dal deterioramento qualitativo del cibo. Dalla comparsa del pane di Guerra, da vendersi raffermo e confezionato con surrogati di ogni tipo, all’introduzione del calmiere per grano, zucchero, dolci e carne. Nel 1917 si arrivò anche ad introdurre la tessera annonaria per alcuni beni di consumo quali pane, pasta e riso successivamente estesa ad altri alimenti. Nonostante tutto questo, a Cernobbio, così come a Maslianico, Piazza S. Stefano o Rovenna, non si verificarono mai quelle manifestazioni spontanee che videro in altri paesi e città italiani sfilare in piazza persone (soprattutto donne) esasperate dalla penuria dei generi alimentari, dall’aumento del costo della vita, dalle code ai negozi, dalla fame.

Anche per le epidemie, come l’influenza Spagnola scoppiata verso la fine del conflitto e che fece centinaia di migliaia di morti, la Censura fece tentativi di occultamento e notizie furono frammentarie.

Parole che invece non mancarono per celebrare la vittoria il 4 Novembre. Anzi, già qualche giorno prima, come possiamo leggere nella pagina dell’edizione del 2 novembre 1918 de “L’Araldo”, la fine del conflitto era già prossima. Una vittoria che trasformò ogni caduto ed ogni orrore rispettivamente in eroi e gesti valorosi. E questa memoria eroica continuò ad essere perpetrata durante gli anni successivi senza apparente possibilità di un’analisi critica che non fosse affidata alle sole memorie personali dei reduci o dei familiari di soldati nel frattempo scomparsi dopo il ritorno dal fronte.

Come noi sappiamo la realtà della I Guerra Mondiale fu ben diversa da quella che si voleva far credere: una realtà dura e crudele, anche perché i soldati nelle rade licenze, o convalescenze, malgrado l’ordine di non raccontare nulla di quanto vissuto al fronte, parlavano, magari solo con i familiari, narrando di situazioni disumane, di carneficine, di orrori: argomenti, del resto, già sviluppati dalla famosa nota di pace con cui Papa Benedetto XV aveva chiesto alle diverse nazioni belligeranti di porre fine alle ostilità nell’agosto del 1917.

L’aver proposto questo materiale ha quindi voluto consentire di rivivere, almeno in parte, in prima persona il clima generale in cui la Grande Guerra fu portata a conoscenza, e vissuta con le sue conseguenze, a Cernobbio riproponendo tante storie personali, o di gruppo, che la storiografia generale del conflitto, ovviamente spesso limitata al solo doveroso ricordo dei soldati caduti e del loro sacrificio in seguito alla creazione dei viali delle Rimembranze e della costruzione dei diversi monumenti o lapidi loro dedicate, non ha mai preso in considerazione. Ovviamente si tratta di uno “spaccato”… tanti sono altri eventi e notizie che avrebbero meritato spazio. Chissà che tutto questo materiale non possa trovare un giorno la possibilità di essere letto e tramandato perché, nonostante sia passato un secolo, le parole migliori per descrivere la I Guerra Mondiale furono quelle di Benedetto XV, ovvero un’inutile strage.

Serata Grande Guerra

Arriva il Regime Fascista: dalle proteste alla programmazione. E si ottiene qualche risultato positivo

Retrospettiva giornalistica della storia di questa linea ferroviaria (3-ultima)

La Grande Guerra porta via con sé speranze e sogni della Belle Epoque. Per diversi anni di ferrovie nel comasco se ne parla esclusivamente in ottica militare. A conflitto bellico finito, nonostante il clima sociale piuttosto acceso, ci si torna ad occupare anche della linea ferroviaria Como-Lecco. Alla vigilia della “Marcia su Roma” da parte delle avanguardie fasciste, il 14 ottobre 1922, il settimanale “Il Prealpino” di Lecco non usa mezzi termini per definire questo collegamento: «La linea ferroviaria Lecco-Como è una linea sballata e sbagliata nel progetto e nella esecuzione. Ma dal momento che c’è bisogna tenersela; e perché entri nella simpatia dei viaggiatori bisogna che non sia trascurata dalle ferrovie. E per questo occorrerebbero che le quattro corse giornaliere possano percorrere i 42 chilometri in un’ora e dieci minuti. Solo così potraà la ferrovia battere la concorrenza del servizio combinato corriera-tramvai». Sì, perché ora ad unire i due centri ci sono anche la tramvia e si incominciano a sperimentare i primi servizi di autobus. Affinché la linea venga valorizzata, e non adibita al solo traffico merci, viene costituito un Movimento per il miglioramento del servizio, iniziativa antesignana a tanti Comitati e gruppi che sorgeranno nei decenni successivi. Questa iniziativa sembra non suscitare un particolare fervore nei lecchesi che espongono le loro idee in modo schietto e diretto: «Noi di Lecco non siamo freddi davanti al movimento sorto per i miglioramento del servizio di questa dannata linea Lecco-Como – si legge sempre nel Prealpino del 14 ottobre -; siamo semplicemente scettici perché l’Amministrazione Ferroviaria non farà mai un corno per soddisfare le esigenze delle popolazioni, trincerandosi dietro il pretesto che la linea è già passiva. È la storia dell’uovo e della gallina».

La situazione, però, non risulta del tutto così catastrofica. Anzi, proprio in questi anni, sembra proprio che le istituzioni vogliano provare a migliorare effettivamente il servizio. Nel 1923 la Regia Commissione Straordinaria per il miglioramento del servizio ferroviario nel Regno d’Italia incarica gli avvocati comaschi F. Lanfranconi ed il dottor Giussani di elaborare uno studio sulla Como-Lecco. I risultati vengono presentati l’anno successivo e devono essere stati ritenuti molto positivi in quanto vengono avallati dai Commissari Prefettizi di Como e di Lecco, dalle Camere di Commercio di Como e di Lecco, dalla Deputazione provinciale di Sondrio e dal Consiglio di Disciplina dei Procuratori di Como come riporta il settimanale “L’Araldo” di Cernobbio in data 16 aprile: «Conformemente all’incarico datoci ci siamo recati ieri alla Direzione Compartimentale delle Ferrovie dello Stato di Milano per concordare le novità da introdurre sulla ferrovia Como-Lecco in seguito alla concessione della quarta coppia (di treni) da attivarsi col primo giugno p.v., quarta coppia che si è finalmente ottenuta, e per le pratiche fatte alla Conferenza di Locarno e per quelle successive». I nuovi orari vengono studiati in modo da consentire coincidenze, a Lecco, con i convogli diretti in Valtellina, a Milano ed a Bergamo; a Merone con le corse delle FNM dirette a Milano o Erba Incino; ed a Como con i treni diretti sul Gottardo. Inoltre ad Oggiono le fermate consentiranno ai viaggiatori di raggiungere Milano sfruttando le corse della ferrovia Oggiono-Molteno-Monza. I rappresentanti delle Ferrovie dello Stato, a nostra richiesta, hanno dichiarato che le quattro coppie saranno tutte di treni viaggiatori, esclusi quindi i treni misti».

Sarà anche per la particolare cura che, a partire dal 1925, il Regime Fascista dedica al trasporto ferroviario oppure per il ferreo controllo su tutto ciò che viene pubblicato dai quotidiani, in ogni caso il 29 gennaio 1930 il quotidiano”La Provincia-Il Gagliardetto” rileva che «L’Amministrazione Provinciale è vivamente grata all’Amministrazione delle FF.SS. per i notevoli miglioramenti introdotti su questa linea. Pertanto si chiede che vengano conservate tutte le coppie di treni della stagione invernale attuale». È questo un periodo in cui si investe anche da un punto di vista turistico sulla linea. Dopo tutto idee, in proposito, ne erano state avanzate diverse. Ad esempio sulla “Cronaca” di Lecco si legge: «Sarebbe inoltre desiderabile che nell’intento di apprestare alla massa dei forestirei comodità maggiori in occasione del loro soggiorno nella regione dei laghi, l’Onorevole Amministrazione delle Ferrovie dello Stato facesse pratiche presso la Società Nord Milano e la Società di Navigazione sul Lago Maggiore affine di addivenire ad un accordo per la creazione di una coppia almeno giornaliera diretta fra Venezia-Rovato e Laveno con coincidenza in quest’ultima stazione per quelle di Pallanza, Baveno, Stresa. L’onor. Amministrazione delle Ferrovie dello Stato potrebbe dimostrare la sua buona disposizione al riguardo studiando fin d’ora e preordinando il raccordo alla stazione di Albate-Camerlata coi treni della Como-Varese e della Como-Lecco».

La frase pronunciata da Benito Mussolini su come gli orari, durante il regime Fascista, arrivino sempre in orario sembra quindi calzare a pennello anche alla Como-Lecco a cinquant’anni dalla sua attivazione e dalle pagine della stampa scompare ogni accenno a disagi e critiche. Una situazione, quindi, che appare idilliaca con solo qualche auspicio di ulteriori migliorie come sottolineato dal quotidiano “La Provincia-Il Gagliardetto” il 23 dicembre 1934: «Si raccomanda l’accelleramento di marcia su questa linea di tutti i treni, facendo voti che i convogli più leggeri possano al più presto venire sostituiti con le Littorine». Il sospetto, però che anche in questo caso le cronache fossero comunque controllate ed organizzate dal Regime è più che lecito. Anche perché si tratta dell’unico periodo in cui la Como-Lecco non è stata oggetto di strali, proteste e polemiche in tutta la sua storia.

Frammenti di Guerra…riepilogo stampa dell’entrata in guerra dell’Italia

Ecco i pannelli dedicati alla stampa nei giorni dell’ingresso dell’Italia nel primo conflitto mondiale realizzati per l’esposizione “Frammenti di Guerra” promossa dal Comune di Cernobbio, presentata al pubblico in occasione dell’evento di lancio del “Diario di Guerra – Cernobbio 1915/1918” venerdì 22 maggio scorso, e che sarà visitabile presso la Biblioteca Comunale di Cernobbio (via Regina 5, I piano) dal prossimo 3 giugno a tutto settembre.

Corriere della Sera 23 maggio

Il Resto del Carlino 24 maggio

La Nuova Sardegna 24 maggio

L'Araldo 24 maggio

La Provincia 24 maggio