Un compleanno ufficiale per Lurate Caccivio? Difficile a dirsi…vada per il 30 dicembre 1755

P1040454È possibile stabilire con assoluta certezza la data in cui compare ufficialmente nella storia la denominazione ufficiale di Lurate Caccivio? Come spesso accade in questi casi la risposta non è univoca, soprattutto perché la maggior parte dei toponimi delle nostre località, se non possono vantare una precisa identificazione romana (molto più raro farli risalire con assoluta certezza alle popolazioni che hanno preceduto la conquista delle legioni dell’Urbe eterna), hanno iniziato ad essere identificate nell’Alto medioevo…  periodo ancora oggi caratterizzato da tanti punti interrogativi che non potranno mai (o molto difficilmente) essere risolti. Ed anche le derivazioni etimologiche attuali vanno prese con “le pinze”. Se è vero che i suffissi -ate vengono ricondotti ad un origine celtica, bisogna anche sottolineare che tali denominazioni si incominciano ad usare nell’epoca  moderna e, spesso, nel Medioevo i nomi ufficiali sono anche sostanzialmente differenti a nomi per noi abituali. Il campo su cui ci muoviamo, quindi, è “minato”… ed è buona prassi, quindi, utilizzare solo elementi precisi, anche se spesso questi finiscono per  limitare miti e leggende popolari su antenati ed episodi che avrebbero contraddistinto la storia del paese. Anche per ciò che riguarda il suo nome.
Le prime testimonianze tangibili di una denominazione ufficiale dei paesi comaschi, e quindi anche di Lurate e Caccivio (che per tanti secoli hanno vissuto storie parallele ma differenti), vanno ricondotte al basso Medioevo. In particolare, il primo riscontro storico di Lurate risale al 1346, quando negli “Statuti delle acque e delle strade del contado di Milano” compare la località “Luyrago de l’Abà”, inclusa nella pieve di Appiano e responsabile della manutenzione della cosiddetta “strata da Bolà”. La prima citazione di Caccivio è invece più “vecchia” di undici anni. “Cazivio”, infatti, è citato in una sezione dei famosi Statuti della Città di Como del 1335 quale comune appartenente alla Pieve di Fino. Interessante il fatto che questo testo esplicitamente ricorda come Cazivio sia già stato annotato in un documento del 1240 dal quale si evince figuri sotto il controllo dei quartieri di Porta San Lorenzo e Coloniola della città di Como. Gli Statuti del 1335, prendendo atto di quanto era in vigore un secolo prima, non hanno fatto altro che aggiornare lo status di questa realtà rurale del contado comasco.
Dal XIV secolo facciamo ora un salto di due secoli. In questo periodo il toponimo Lurate Abate è una denominazione consolidata. Compare infatti nei registri dell’estimo del Ducato di Milano del 1552 (un elenco con finalità di natura esclusivamente fiscale), nell’estimo redatto dall’Imperatore Carlo V (documento dalle analoghe finalità del 1558) ed in suo aggiornamento del 1644. In questo periodo Caccivio, scritto con un “c” sola, invece risulta sempre parte integrante della pieve di Fino. Almeno così risulta dal “Liber consulum civitatis Novocomi”, un testo dove sono riportati i giuramenti prestati dai consoli delle località minori alla città di Como dal 1510 al 1538. Anche nel 1652, nel documento “Redenzione feudi”, Caccivio, dove vi abitano 38 “fuochi”, risulta ancora compresa nella pieve di Fino. Con l’arrivo del dominio austriaco nel nostro territorio le cose, però, sono destinate a cambiare ed a ridosso della metà del XVIII secolo ecco che Lurate e Caccivio si incontrano. Il “rendez vous” però non è semplice. Non, però, per motivi locali bensì per episodi di politica internazionale (ovvero guerre) che impediscono alla corona asburgica di portare a compimento una profonda riforma fiscale nei propri domini. Eh sì, il moderno comune di Lurate Caccivio nasce per favorire una più efficiente tassazione dei suoi abitanti. La fotografia che descrive il nostro territorio prima di questa unione è rappresentata dalle “Risposte ai 45 quesiti”, una
sorta di indagine conoscitiva effettuata nel 1751 dall’apparato amministrativo austriaco per conoscere usi, costumi, tradizioni e stato di fatto di tutti i suoi comuni rurali o urbani che siano. In base alle risposte inserite nel “Compartimento territoriale specificante le cassine”, Lurate Abate è inserito nel ducato di Milano, pieve di Appiano ed il suo territorio comprende anche le cascine di Castello, Monte, Benedetta e Malpaga. Il comune risulta ancora un feudo dell’abate di San Simpliciano di Milano al quale, però, la
comunità (composta da 351 anime) non versa alcun tipo di tributo. I suoi amministratori però devono prestare giuramento davanti alla giurisdizione criminale del Vicariato del Seprio, una sorta di Tribunale locale d’epoca, prima di entrare in carica.
Sempre nel “Compartimento territoriale specificante le cassine” del 1751 sappiamo invece che Caccivio non è sottoposto in modo esclusivo alla giurisdizione comasca. È parte integrante del ducato di Milano ma non più della pieve di Fino Mornasco. È inserito in quella di Appiano e il suo territorio comprende anche il “cassinaggio” di Colombaro. Dalle risposte ai 45 quesiti della giunta del censimento emerge che i suoi
amministratori, per rendere effettivo il proprio potere, devono però prestare giuramento ancora davanti al podestà di Como. Una situazione che le autorità superiori ritengono anacronistica e, infatti, nel giro di due anni vengono tagliati tutti i fili di natura amministrativa con Como. Ma non solo. Dall’“Indice delle pievi e comunità dello Stato di Milano” del 1753, emerge come non sia più comune autonomo ma unito a Lurate Abate. La denominazione ufficiale è “Lurate Abate con Caccivio” ed è questa la prima volta che incontriamo ufficialmente insieme le due località nella storia. Peccato, però, che non si disponga della data precisa in cui tale “Indice delle pievi” viene pubblicato. Conoscere il giorno preciso di pubblicazione avrebbe significato rintracciare il compleanno ufficiale del nostro comune. Mancando dunque un riferimento indiscutibile, per poter disporre di una data di anniversario certa, dobbiamo fare un piccolo salto in avanti di soli due anni. Il comune di “Lurate Abate con Caccivio” infatti figura nella “Riforma al governo e  amministrazione delle comunità dello stato di Milano”, editto entrato in vigore il 30 dicembre 1755, e poi nel nuovo compartimento territoriale dello Stato di Milano del 10 giugno 1757. Quest’ultimo documento altro non è che l’atto amministrativo che decreta l’entrata in vigore del Catasto Teresiano, la monumentale opera di censimento di tutti i possidenti dell’Impero asburgico, realizzato per esclusive finalità fiscali sotto il regno
dell’imperatrice Maria Teresa d’Austria. Sarà questa la denominazione ufficiale del nostro comune nei successivi tumultosi decenni dell’epoca napoleonica. Per la cronaca, Lurate e Caccivio sono soggette a numerose variazioni di “mandamento” e poi di provincia, ovvero di quale sia il centro più grande cui far riferimento: da Appiano (1771, quando il paese conta 402 abitanti in Lurate Abate e 763 in Caccivio per un totale di 1165 residenti) passa ad essere parte della provincia di Gallarate (1786), poi al Dipartimento del Verbano nella Repubblica Cisalpina (1797), al Dipartimento dell’Olona (1798), al Distretto di Olgiate Comasco (1799, con 1088 abitanti), al II Distretto di Varese (1801) per approdare infine al Dipartimento del Lario, diventato nel 1805 Dipartimento di Como, nel Regno d’Italia napoleonico. Sempre nel 1805, quando la sua popolazione conta 1161 abitanti, cessa di essere comune autonomo e viene forzatamente annesso ad Appiano. Con la caduta di Napoleone e la Restaurazione il nostro comune torna indipendente sempre come “Lurate Abbate con Caccivio” (12 febbraio 1816). È il 23 giugno 1853, in seguito ad un nuovo aggiornamento del Compartimento territoriale della Lombardia, che la sua denominazione muta diventando “Lurate Abbate” e annoverando Caccivio solo come frazione (2531 complessivamente sono i suoi abitanti). Questo nome sarà mantenuto dopo l’unione temporanea delle province lombarde al regno di Sardegna (23 ottobre 1859; 2.671 gli abitanti) e la costituzione del Regno d’Italia nel 1861 (2.808 abitanti).
La nascita dello Stato unitario italiano segna, di fatto, l’ultimo capitolo della nostra breve storia delle denominazioni di Lurate Caccivio. Se infatti con l’arrivo del treno in paese l’edificio della stazione anticipa i tempi (sul muro della stessa compare la denominazione Lurate Caccivio), bisogna aspettare la riforma amministrativa attuata dal Regime Fascista perché dallo stato di fatto si passasse all’effettiva validità giuridica della denominazione “Lurate Caccivio”. Infatti, sino al 1927, il comune mantiene la qualificazione di Lurate Abbate e solo successivamente a tale data assume la denominazione attuale (in seguito all’emanazione del Regio Decreto 1027 del 2 giugno 1927) forte di una popolazione di 4.918 abitanti per una superficie di 592 ettari. Sono quindi poco più di 91 anni che il nostro Comune ha assunto la sua denominazione attuale. In questo periodo sono diventati ben diversi altri i numeri che  contraddistinguono il paese, come quello dei abitanti che ora sono più del doppio. Ma l’analisi di questi numeri è tutta un’altra storia.
Luigi Clerici

(Articolo apparso sul nr. 01 de “Il Tessitore” – dicembre 2018)

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strada di campagnaOccorre poi accennare al fatto che nel nostro territorio la vita dei contadini fu resa ancora più dura dal 1600 a quasi il 1800 ad un particolare fenomeno, quello del contrabbando di granaglie verso l’odierno Canton Ticino. Per scoraggiarlo il Governo spagnolo introdusse una polizia “ad hoc”, i “burlandotti”. Purtroppo però il risultato pratico fu nullo e il contrabbando assunse sempre più le caratteristiche di un vero e proprio sistema malavitoso con banditi e bande che si fronteggiavano per la gestione di questo commercio occulto. E i contadini, se non entravano in affari con le bande stesse, erano sottoposti a taglieggi, violenze fisiche ed anche sequestri a scopo di estorsione. Come in tanti altri campi le forze dell’ordine e la giustizia spagnola si rivelarono inadeguate ed anzi finirono per colpire gli stessi contadini. Impossibilitati ad assicurare la giusta pena ai componenti di queste bande le autorità colpivano con durezza i singoli contadini rei, ad esempio, di aver cacciato di frodo fagiani, pernici o quaglie. Una caccia illegale che talvolta, soprattutto quando c’era carestia, permetteva alle famiglie di sopravvivere.

Con il XIX secolo il predominio nella coltivazione agricola resta caratterizzato dal frumento e del granoturco che, ad esempio secondo alcune rilevazioni datate 1817, arriverà a costituire ben il 46% del raccolto totale. Scarsa l’importanza attribuita alla segale. Ben più importante diventa, col passare del tempo, l’attenzione riservata invece all’attività agricola connessa alla bachicoltura. per la produzione della seta. L’attività, iniziata timidamente nella seconda metà del XV secolo, diventa significativa dopo le riforme settecentesche e l’avvio del processo d industrializzazione moderno. E’ nel XVIII secolo che vengono, per la prima volta censiti con dovizia le piante di moroni, ovvero i gelsi cui segue un progressivo aumento delle piantagioni di queste piante, delle sementi di bachi e della produzione di bozzoli. Già sulla fine del secolo, infatti, viene segnalata in paese la presenza di qualche telaio anche se finalizzato alla lavorazione del lino. Contrariamente a quello che si è indotti a pensare, l’introduzione di questa nuova coltivazione non immediatamente conseguenze positive per i contadini. Infatti la massiccia presenza di questi alberi ridusse la produttività dei terreni quando la quantità di cereali da consegnare al granaio del proprietario del fondo rimase invariata. Inoltre, nei contratti tra coloni contadini e proprietari, iniziarono ad essere messe per iscritto tutta una serie di disposizioni a tutela dei gelsi. Ad esempio nei campi dove era presenti queste piante le pecore potevano essere condotte al pascolo ma solo “alla corda”, ovvero al guinzaglio. Per quantità e qualità di raccolti, pur tenuto conto di oscillazioni stagionali, tutte le località dei territori dei distretti pianeggianti di Appiano e di Tradate nel corso del 1800 saranno caratterizzate da un’attività particolarmente florida almeno fino agli ultimi anni del secolo: nel settembre 1894 si ricordano, infatti, gravi danni provocati dalle cavallette e il maggio successivo ripetuti episodi di gelate notturne distrussero interamente le foglie dei gelsi, compromettendo anche il raccolto dei cereali.

In questo nostro viaggio storico, ormai giunto alla fine, abbiamo quindi visto che la vita quotidiana dei contadini sia sempre stata difficile ed avara di soddisfazioni. Ancora agli inizi del XX secolo, quando l’importanza dell’agricoltura in Lurate e Caccivio era scemata per l’arrivo delle Tessiture Stucchi, per la coltura del frumento e della segale, mancando gli aratri moderni e i concimi chimici, la produttività dei terreni era modesta e si aggirava sui 40 o 50 kg. di prodotto la pertica.

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GrandineNon strettamente correlata ad alcuna malattia ma forse e proprio per questo conseguenza diretta dello stato di igiene e di vita della popolazione, in questo periodo si registra un’elevata mortalità infantile. Per rendere l’idea di come vivessero le famiglie basta un semplice esempio. Oltre che come alimento, le donne e i bambini partecipavano alla maggior parte dei lavori connessi alla coltivazione del mais: dalla preparazione del terreno alla semina, alla concimazione, alla pelatura dei fusti, alla raccolta, allo scartocciamento delle pannocchie, alla sgranatura e all’essicazione dei chicchi nell’aia. In ottobre, se il tempo era buono, il granoturco veniva stesso all’aperto, sull’aia; tutte le sere doveva essere raccolto e coperto, tutte le mattine di nuovo steso e durante la giornata girato, tracciando delle righe con un bastone o con i piedi. Se però il tempo era brutto il mais doveva essere comunque steso e uno dei luoghi migliori era individuato nella camera da letto, dove già c’erano le patate sotto il letto. Questa commistione tra alimenti e salute precaria, con condizioni igieniche ridotte al minimo, rendono l’idea di perché la situazione sanitaria fosse costantemente a rischio.

Contratti duri da rispettare, alimentazione scarsa, igiene approssimativa…sulla già di per sé bassa qualità della vita e dei raccolti spesso facevano sentire il loro effetto anche altri fattori come il passaggio di soldatesche, le carestie, le pestilenze che oltre a decimare la popolazione, provocavano penuria di cibarie e aumento dei prezzi. Le carestie erano sovente provocate da fenomeni meteorologici estremi come forti piogge, temperature rigide o estati calde e poco piovose. Qualche esempio. All’inizio del Settecento si ricorda come, a causa dei venti, il territorio comasco fu soggetto ad una serie di rigidi inverni ed a forti brinate che seccarono le viti e pregiudicarono la fioritura per diversi anni degli alberi da frutta. Nel 1755, invece, quando venne avanzata la richiesta di una parziale esenzione dal pagamento delle tasse a causa dei disastrosi effetti di una grandinata che il 24 aprile aveva devastato le foglie dei mori delle viti. La rilevazione puntuale del 1779 e del 1780 riporta come l’autunno ’79 fu caratterizzato da forti piogge e il successivo inverno da un freddo intenso a causa del quale il terreno gelò bruciando le coltivazioni. Il freddo si attenuò nel mese di marzo per poi lasciare spazio ad aprile caratterizzato dalla variabilità e dal ritorno del freddo. A maggio si registrarono alternanza di freddo e caldo con improvvise “esplosioni di calore”, freddo e piogge. Il clima si stabilizzò nei mesi di luglio e agosto, con temperature molto elevate e comunque pericolose per i raccolti

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Amalattiebbiamo accennato al granoturco quale alimento base dei contadini. Infatti l’alimentazione era costituita essenzialmente da minestre di granoturco ridotto in piccoli pezzi, pane di mais e polenta di mais o di grano saraceno. Solo in occasione di alcune solennità di nutrivano i carni, di pane bianco e di minestre di riso: con la farina di farina di di grano turco si cucinavano dunque polenta e pane nonché una zuppa con aggiunta di fagioli, verze e pomi di terra (patate). Per condimento un po’ di lardo e olio. Inoltre il pane giallo di melgone (granoturco) era spesso stipato in ambienti umidi e veniva usato quasi sempre raffermo poiché era preparato in quantità utili dai cinque ai sette giorni. Ovviamente il progressivo affermarsi di questo tipo di sostentamento vede, a partire dalla metà del 1700 ma forse solo perché da allora le autorità decisero di effettuare anche annotazioni sanitarie, comparire i sintomi di malattia che si manifesta con alterazioni della pelle nelle parti esposte alla luce del sole, da disturbi all’apparato digerente e da gravi alterazioni del sistema nervoso e della psiche dell’individuo. Si tratta della pellagra. Tutti erano all’oscuro del fatto che fosse proprio l’alimentazione basata esclusivamente sul granoturco la causa della patologia. I medici di allora individuarono nella cattiva conservazione del mais la causa del suo insorgere e comunque iniziarono a fornire suggerimenti dietetici ai contadini, che potevano permetterselo, tendenti a modificare o ad arricchire i cibi usuali. Si proponeva di variare la nutrizione avvalendosi di minestre di riso od orzo, di verdura e di patate, ma soprattutto di usare granoturco sano e maturo. Altri rimedi furono presi per contrastare le evidenti eruzioni cutanee. Gli infermi iniziarono ad essere sottoposti a bagni ad intervalli regolari e ad un’alimentazione diversa e più nutriente di quella quotidiana. Tutte queste iniziative furono promosse nella zona dall’Opera Pia per i Pellagrosi poveri che, oltre ai bagni, forniva anche un vino confacente alla condizione patologica in cui si trovavano.

Soprattutto a partire dal XIX secolo sappiamo con precisione quali furono le altre epimedie che colpirono la popolazione contadina. La prima, in ordine di tempo, fu la febbre petecchiale, ovvero il tifo. Causata da un batterio, che prolifica in situazione di gravi emergenze sanitarie, il tifo fece la sua comparsa nel 1817 e raggiunse livelli così preoccupanti che il 25 marzo di quell’anno ogni parroco dell’appianese dovette leggere questo proclama dal pulpito: «L’Imperiale Regio Governo, al fine di impedire la propagazione del morbo petecchiale contagioso dispone alcune provvide misure, che tornano opportune e necessario da mettersi in pratica. Evitare ogni accorrenza straordinaria in luoghi chiusi e ogni affollamento di contadini che possono inosservati comunicare la malattia di un paese infetto in uno incolume».

Cessata l’emergenza tifo Lurate Caccivio fu investito da una grave epidemia di colera asiatico. Comparso in Europa, per la prima volta, nel 1831 in Polonia, questa malattia si diffuse nel territorio con l’arrivo dell’estate del 1836 mietendo vittime a causa del caldo opprimente dei mesi di luglio e agosto. Sulle cause di questa epidemia nacquero in paese le leggende più strane. Una descrizione precisa di come doveva presentarsi la campagna luratese in quella drammatica estate è ben riassunta dalle parole di Ignazio Cantù, fratello del celebre scrittore Cesare, che visse e descrisse questa epidemia: «…le campagne presentavano un tristo aspetto; contadini paurosi, dolenti della perdita di un parente, d’un amico, battevano e vagliavano svogliatamente il grano sull’aia, altri mietevano nauseati colla certezza quasi di non godere del loro raccolto». In molti casi gli infermi vennero nascosti. I contagiati accertati nel 1836, nel distretto di Appiano, furono complessivamente 456, 243 i deceduti 243. Più benigne le successive epidemie del ’49 e del ’54 anche grazie alle misure di carattere assistenziale/alimentare adottate dal Governatore di Milano nel timore che questa malattia potesse diffondersi in tutto il territorio del Lombardo-veneto. Ma nonostante queste forme di assistenza sociale il morbo si ripresentò nel 1855.

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Carta 1784Nel 1600 l’arrivo degli spagnoli in Lombardia porta con sé non solo tasse asfissianti, mala organizzazione amministrativa e tutte quelle situazioni ben vengono descritte nei Promessi Sposi di manzoniana memoria bensì anche un’attenta serie di rilevazioni riguardo la fertilità dei nostri terreni. Misurazioni che avevano esclusivamente lo scopo di fissare una maggiore tassazione cui campi più prolifici. A noi però interessa sapere cosa si coltivasse ed un’indagine del 1592 rileva come i prodotti agricoli fossero frumento, segale, avena, miglio. In minor quantità orzo e panico. Figurano poi fave, ceci e fagioli; castagne e marroni, nonché noci da cui si ricavava l’olio così come dal ravizzone e dal lino.

Come già accennato è con l’arrivo del XVIII secolo che il numero e la qualità di informazioni sono più dettagliate. In questo secolo gran parte del seminativo è costituito dal frumento che arriva a rappresentare anche il 32% del totale della produzione agricola. Poco più del 20% è invece costituito dal granturco. Mais e frumento rappresentano, quindi, oltre la metà del totale delle granaglie prodotte. Come abbiamo già avuto modo di accennare era consuetudine destinare il frumento al pagamento del canone di affitto mentre il granoturco era destinato all’alimentazione delle famiglie contadine che, erroneamente, gli attribuivano un alto valore nutritivo e ritenevano che senza di esso non avrebbero retto alle dure fatiche del lavoro nei campi. Grani minori erano rappresentati dal miglio, dalla segale, dall’avena, dai legumi e dall’orzo. L’elenco di queste culture, però, non deve trarre in inganno perché i raccolti non erano, nella maggior parte dei casi, soddisfacenti. I motivi di questo sono diversi: da una concimazione dei terreni approssimativa ad una parziale rotazione delle colture. Infatti i contadini cercavano sempre di ricavare il massimo profitto dai fondi e quindi cercavano di non lasciare mai a riposo i terreni. Per cercare di far comprendere quale fosse la poca cultura agricola ci basta citare un detto che veniva preso ovviamente alla lettera e relativo alla coltivazione dei gelsi che erano piantati con radici poco profonde nel terreno perché le radici di queste piante dovevano sentire suonare le campane. Peccato che poi, in caso di gelate prolungate, le piante andassero perdute. Dove veniva applicata la rotazione delle coltivazioni più diffusa contemplava frumento il primo anno; segale o orzo il secondo; granoturco il terzo e lino canapa o leguminose il quarto. Nel ciclo entrava a volte anche il ravizzone che si seminava per lo più nei campi dove si erano raccolti in precedenza frumento e segale.

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Calendario PionaQualche esempio può far comprendere quanto era difficile per un contadino tenere fede a questi patti a causa dei quali viveva in una situazione simile ai servi della gleba. Un contratto di affitto di un terreno boschivo di diverse pertiche, importante in quanto assicurava legna, selvaggina e magari anche frutta secca; per la durata di nove anni prevedeva che il contadino annualmente pagasse al proprietario 3 moggia di frumento, 6 moggia di segale, un moggio di fave intere, 12 staia di miglio, 4 staia di panico, 4 staia di meliga, 5 staia di noci, uno staio di castagne peste, tre paia di capponi, 12 lire, un carro di legna e la metà di tutto il vino prodotto da consegnarsi in occasione della festività di San Martino. Tanto per chiarirci lo staio era l’unità di misura dell’epoca relativa alle granaglie. Si trattava di un recipiente di legno dalla forma di un setaccio tondo, la cui capacità è di quasi 19 litri attuali, 18,8586 per essere più precisi. Con otto staia si otteneva un moggio. I contratti che riguardavano terreni con la presenza di vitigni prevedevano che i contadini in affitto li coltivassero con cura e li concimassero a loro spese. Altri documenti specificano inoltre come i diversi prodotti dovevano essere consegnati: le granaglie dovevano essere pulite e secche; castagne, noci e fave accuratamente selezionate; il vino puro; in caso animali dovevano essere dati quelli più grassi. In altri contratti si fa riferimento a polli, lepri ed anche carri di fieno come merce di pagamento. I contratti più complessi prevedevano come il pagamento dei prodotti agricoli in diversi periodi dell’anno. Segale e frumento, granaglie grosse, dovevano essere consegnate il primo di agosto; miglio e panico, più piccole insieme a castagne, noci, capponi per San Martino. Va ricordato che condizioni di questo tipo riguardavano anche l’affitto dei locali in cui viveva la famiglia contadina.

Col passare del tempo il contratto di mezzadria sostituisce l’affitto a grano o in denaro mentre scompare il caso, già raro, di terreni concessi per il lavoro a giornata. Questo consiste generalmente nella cura, da parte di quattro o cinque famiglie, di un fondo di estensione variabile dalle cento alle quattrocento pertiche milanesi considerando che pertica milanese è pari a 654,51 mq. A volte il terreno ha dimensioni minori ed in questo caso vi lavora una sola famiglia. I contadini devono corrispondere al padrone dei terreni un canone in natura di frumento accompagnato da metà del prodotto della vite, coltivata soprattutto su parte della collinetta situata in direzione di Caccivio. In questo tipo di situazione contrattuale non esiste alcun documento scritto che avvantaggia i coloni: la maggior parte dei contratti è infatti stipulata sulla parola e viene rinnovata tacitamente quando il proprietario lo ritiene opportuno. La durata di questi patti in grano è, in genere, di nove anni e prevede anche la corresponsione del canone in pollame o in altri generi alimentari mentre raramente in denaro. Ovviamente il proprietario tendeva a riversare sul colono tutti i rischi.

Calendario Piona 2Anche il bestiame non era di proprietà dei contadini ma doveva essere preso in soccida dal proprietario. La soccida è un negozio giuridico ancora presente nel nostro Codice Civile, anche se ovviamente caduto in disuso. Il proprietario, soccidante, dopo aver comprato o allevato a sue spese capi di bestiame, li affidava al nostro contadino, soccidario, solitamente con l’accordo di dividere a metà il guadagno derivante dalla vendita delle bestie mature. Ogni rischio sulla salute dell’animale cadeva sul contadino ma bisogna considerare che soprattutto i bovini erano molto importanti nel mondo agricolo in quanto servivano per il lavoro in campagna e per il traino dei carri. Cavalli e muli erano invece utilizzati per il traino dei carretti a due ruote. Per dare un’idea dell’importanza e dei costi elevati degli animali facciamo presente come una mucca, tra il XV ed il XVI secolo, era valutata intorno alle 22 lire del tempo. Al cambio attuale si tratta di poco più di mille euro. Una vacca che aspettava un vitellino poteva essere valutata anche oltre duemila euro. Molto rara, fu nel tempo, la sola attività di allevamento di bestiame in loco in quanto presentava non poche difficoltà. La paura era che gli animali morissero a causa di un’epidemia come accadde nel 1746 anche se gli episodi di questo tipo furono sporadici. Alle diverse crisi sanitarie le autorità rispondevano con perizie veterinarie, l’isolamento delle bestie sospette e l’abbattimento di quelle malate. Ma si trattava di misure che incontravano spesso l’opposizione dei proprietari per i quali la perdita degli animali costituiva un vero tracollo economico. E allora ecco che: «alcuni de’ proprietari delle bestie infette non ubbediscono all’ordine loro ingiunto della separazione delle medesime sane, e di astenersi dal mandarle al pubblico pascolo». Questo comportamento finiva dunque per mantenere in vita l’epidemia che quasi ogni anno faceva dunque sentire i suoi effetti. Principale imputato delle morie di animali era la manutenzione delle stalle e la loro pulizia. In alcuni casi, infatti, le bestie erano custodite nelle stesse abitazioni dei proprietari, separate al massimo da alcune tavole di legno. «In generale – scrivono in proposito le autorità – ben poche sono le stalle de’ contadini ben situate a costrutte, a riserva di alcune pocche di recente fabbricate, nel resto sono mal costrutte, anguste, soffocate, umide, e mal tenute, oltre al cattivo uso di questi contadini di lasciare sotto le bestie il lettame per più settimane». Sembrerà strano ma anche gli alveari erano soggetti a soccida: un atto del periodo, in questo caso però non riconducibile a Lurate Caccivio, riporta che 14 vasi di api furono valutate 7 fiorini, ovvero circa 150 euro attuali per alveare.

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  1. Decime medievaliFino alla 1700, accanto alle tasse pubbliche, esistevano anche altre forme di tassazione di natura ecclesiastica. Nella Grangia dell’Abate, ad esempio, faccio riferimento a diverse controversie sorte tra i monaci di San Simpliciano e la pieve di Appiano riguardo la competenza sulla riscossione delle cosiddette “decime” sui prodotti agricoli coltivati a Lurate e Caccivio. La decima è una consuetudine antica che le chiese e le altre istituzioni religiose esercitavano nei confronti delle popolazioni rurali. Consisteva, come dice il nome, nel versamento della decima parte dei prodotti agricoli. Solitamente i titolari destinatari delle decime, per evitare le noie di una fastidiosa riscossione in prima persona, usavano dare in affitto ad abitanti del luogo l’incarico di eseguire materialmente la raccolta dietro il pagamento di una provvigione. Questo era un modo che consentiva una diligente amministrazione in quanto era interesse degli appaltatori stanare ogni evasione e recuperare anche i più piccoli residui. Ma cosa si coltivava nel nostro territorio?
  1. CovoniI primi documenti in proposito risalgono al 1400. In questo periodo a Lurate e Caccivio, così come in buona parte delle località a cavallo tra gli ultimi lembi di pianura e le vicine Prealpi, i campi erano destinati soprattutto dalla produzione di cereali: frumento, segale, miglio, panico e poi, dal XVI secolo, anche il granoturco, o mai, o furmento (formento) carlone o formentone che fa la sua comparsa nel nostro territorio nel secondo decennio del 1500 proveniente dall’America. Sul suo nome la tradizione popolare fa riferimento a San Carlo Borromeo che era solito distribuire ai poveri grano e appunto carlone. In realtà, dato che il mais pare abbia fatto la sua comparsa come merce venduta dai commercianti che arrivavano da nord delle Alpi per i loro affari, la denominazione andrebbe ricondotta al termine tedesco Karl che all’epoca significava grosso. Carlone, quindi, non è altro che un frumento con i grani più grossi, da cui anche l’appellativo formentone con cui viene anche conosciuto. In minor misura si coltivavano le piante leguminose. Non mancavano poi castagni e noci, nonché qualche altro albero da frutta. Sembrerà strano ma significativa era la produzione di vino così come il fatto che una parte non trascurabile di terreni era lasciata a brughiera ed a pascolo mentre non mancavano i boschi per la legna. Come accennato l’elenco di tali coltivazioni si ritrova nei numerosi atti di compravendita o subaffitto dei terreni. Per lo più questi avevano come oggetto la cessione per un certo periodo di campi da parte di contadini a loro creditori. In questo modo i contadini cercavano di pagare un debito in precedenza accumulato. Concretamente il negozio giuridico era però una finta vendita in quanto il il compratore era il creditore e questi lasciava in affitto il terreno al contadino venditore-debitore costretto così a cercare di farlo rendere al massimo per riuscire il debito e la rata di affitto. Attraverso questi contratti si può venire a conoscenza di alcune consuetudini rimaste in parte attuali fino agli anni ’50 del secolo scorso.