Un compleanno ufficiale per Lurate Caccivio? Difficile a dirsi…vada per il 30 dicembre 1755

P1040454È possibile stabilire con assoluta certezza la data in cui compare ufficialmente nella storia la denominazione ufficiale di Lurate Caccivio? Come spesso accade in questi casi la risposta non è univoca, soprattutto perché la maggior parte dei toponimi delle nostre località, se non possono vantare una precisa identificazione romana (molto più raro farli risalire con assoluta certezza alle popolazioni che hanno preceduto la conquista delle legioni dell’Urbe eterna), hanno iniziato ad essere identificate nell’Alto medioevo…  periodo ancora oggi caratterizzato da tanti punti interrogativi che non potranno mai (o molto difficilmente) essere risolti. Ed anche le derivazioni etimologiche attuali vanno prese con “le pinze”. Se è vero che i suffissi -ate vengono ricondotti ad un origine celtica, bisogna anche sottolineare che tali denominazioni si incominciano ad usare nell’epoca  moderna e, spesso, nel Medioevo i nomi ufficiali sono anche sostanzialmente differenti a nomi per noi abituali. Il campo su cui ci muoviamo, quindi, è “minato”… ed è buona prassi, quindi, utilizzare solo elementi precisi, anche se spesso questi finiscono per  limitare miti e leggende popolari su antenati ed episodi che avrebbero contraddistinto la storia del paese. Anche per ciò che riguarda il suo nome.
Le prime testimonianze tangibili di una denominazione ufficiale dei paesi comaschi, e quindi anche di Lurate e Caccivio (che per tanti secoli hanno vissuto storie parallele ma differenti), vanno ricondotte al basso Medioevo. In particolare, il primo riscontro storico di Lurate risale al 1346, quando negli “Statuti delle acque e delle strade del contado di Milano” compare la località “Luyrago de l’Abà”, inclusa nella pieve di Appiano e responsabile della manutenzione della cosiddetta “strata da Bolà”. La prima citazione di Caccivio è invece più “vecchia” di undici anni. “Cazivio”, infatti, è citato in una sezione dei famosi Statuti della Città di Como del 1335 quale comune appartenente alla Pieve di Fino. Interessante il fatto che questo testo esplicitamente ricorda come Cazivio sia già stato annotato in un documento del 1240 dal quale si evince figuri sotto il controllo dei quartieri di Porta San Lorenzo e Coloniola della città di Como. Gli Statuti del 1335, prendendo atto di quanto era in vigore un secolo prima, non hanno fatto altro che aggiornare lo status di questa realtà rurale del contado comasco.
Dal XIV secolo facciamo ora un salto di due secoli. In questo periodo il toponimo Lurate Abate è una denominazione consolidata. Compare infatti nei registri dell’estimo del Ducato di Milano del 1552 (un elenco con finalità di natura esclusivamente fiscale), nell’estimo redatto dall’Imperatore Carlo V (documento dalle analoghe finalità del 1558) ed in suo aggiornamento del 1644. In questo periodo Caccivio, scritto con un “c” sola, invece risulta sempre parte integrante della pieve di Fino. Almeno così risulta dal “Liber consulum civitatis Novocomi”, un testo dove sono riportati i giuramenti prestati dai consoli delle località minori alla città di Como dal 1510 al 1538. Anche nel 1652, nel documento “Redenzione feudi”, Caccivio, dove vi abitano 38 “fuochi”, risulta ancora compresa nella pieve di Fino. Con l’arrivo del dominio austriaco nel nostro territorio le cose, però, sono destinate a cambiare ed a ridosso della metà del XVIII secolo ecco che Lurate e Caccivio si incontrano. Il “rendez vous” però non è semplice. Non, però, per motivi locali bensì per episodi di politica internazionale (ovvero guerre) che impediscono alla corona asburgica di portare a compimento una profonda riforma fiscale nei propri domini. Eh sì, il moderno comune di Lurate Caccivio nasce per favorire una più efficiente tassazione dei suoi abitanti. La fotografia che descrive il nostro territorio prima di questa unione è rappresentata dalle “Risposte ai 45 quesiti”, una
sorta di indagine conoscitiva effettuata nel 1751 dall’apparato amministrativo austriaco per conoscere usi, costumi, tradizioni e stato di fatto di tutti i suoi comuni rurali o urbani che siano. In base alle risposte inserite nel “Compartimento territoriale specificante le cassine”, Lurate Abate è inserito nel ducato di Milano, pieve di Appiano ed il suo territorio comprende anche le cascine di Castello, Monte, Benedetta e Malpaga. Il comune risulta ancora un feudo dell’abate di San Simpliciano di Milano al quale, però, la
comunità (composta da 351 anime) non versa alcun tipo di tributo. I suoi amministratori però devono prestare giuramento davanti alla giurisdizione criminale del Vicariato del Seprio, una sorta di Tribunale locale d’epoca, prima di entrare in carica.
Sempre nel “Compartimento territoriale specificante le cassine” del 1751 sappiamo invece che Caccivio non è sottoposto in modo esclusivo alla giurisdizione comasca. È parte integrante del ducato di Milano ma non più della pieve di Fino Mornasco. È inserito in quella di Appiano e il suo territorio comprende anche il “cassinaggio” di Colombaro. Dalle risposte ai 45 quesiti della giunta del censimento emerge che i suoi
amministratori, per rendere effettivo il proprio potere, devono però prestare giuramento ancora davanti al podestà di Como. Una situazione che le autorità superiori ritengono anacronistica e, infatti, nel giro di due anni vengono tagliati tutti i fili di natura amministrativa con Como. Ma non solo. Dall’“Indice delle pievi e comunità dello Stato di Milano” del 1753, emerge come non sia più comune autonomo ma unito a Lurate Abate. La denominazione ufficiale è “Lurate Abate con Caccivio” ed è questa la prima volta che incontriamo ufficialmente insieme le due località nella storia. Peccato, però, che non si disponga della data precisa in cui tale “Indice delle pievi” viene pubblicato. Conoscere il giorno preciso di pubblicazione avrebbe significato rintracciare il compleanno ufficiale del nostro comune. Mancando dunque un riferimento indiscutibile, per poter disporre di una data di anniversario certa, dobbiamo fare un piccolo salto in avanti di soli due anni. Il comune di “Lurate Abate con Caccivio” infatti figura nella “Riforma al governo e  amministrazione delle comunità dello stato di Milano”, editto entrato in vigore il 30 dicembre 1755, e poi nel nuovo compartimento territoriale dello Stato di Milano del 10 giugno 1757. Quest’ultimo documento altro non è che l’atto amministrativo che decreta l’entrata in vigore del Catasto Teresiano, la monumentale opera di censimento di tutti i possidenti dell’Impero asburgico, realizzato per esclusive finalità fiscali sotto il regno
dell’imperatrice Maria Teresa d’Austria. Sarà questa la denominazione ufficiale del nostro comune nei successivi tumultosi decenni dell’epoca napoleonica. Per la cronaca, Lurate e Caccivio sono soggette a numerose variazioni di “mandamento” e poi di provincia, ovvero di quale sia il centro più grande cui far riferimento: da Appiano (1771, quando il paese conta 402 abitanti in Lurate Abate e 763 in Caccivio per un totale di 1165 residenti) passa ad essere parte della provincia di Gallarate (1786), poi al Dipartimento del Verbano nella Repubblica Cisalpina (1797), al Dipartimento dell’Olona (1798), al Distretto di Olgiate Comasco (1799, con 1088 abitanti), al II Distretto di Varese (1801) per approdare infine al Dipartimento del Lario, diventato nel 1805 Dipartimento di Como, nel Regno d’Italia napoleonico. Sempre nel 1805, quando la sua popolazione conta 1161 abitanti, cessa di essere comune autonomo e viene forzatamente annesso ad Appiano. Con la caduta di Napoleone e la Restaurazione il nostro comune torna indipendente sempre come “Lurate Abbate con Caccivio” (12 febbraio 1816). È il 23 giugno 1853, in seguito ad un nuovo aggiornamento del Compartimento territoriale della Lombardia, che la sua denominazione muta diventando “Lurate Abbate” e annoverando Caccivio solo come frazione (2531 complessivamente sono i suoi abitanti). Questo nome sarà mantenuto dopo l’unione temporanea delle province lombarde al regno di Sardegna (23 ottobre 1859; 2.671 gli abitanti) e la costituzione del Regno d’Italia nel 1861 (2.808 abitanti).
La nascita dello Stato unitario italiano segna, di fatto, l’ultimo capitolo della nostra breve storia delle denominazioni di Lurate Caccivio. Se infatti con l’arrivo del treno in paese l’edificio della stazione anticipa i tempi (sul muro della stessa compare la denominazione Lurate Caccivio), bisogna aspettare la riforma amministrativa attuata dal Regime Fascista perché dallo stato di fatto si passasse all’effettiva validità giuridica della denominazione “Lurate Caccivio”. Infatti, sino al 1927, il comune mantiene la qualificazione di Lurate Abbate e solo successivamente a tale data assume la denominazione attuale (in seguito all’emanazione del Regio Decreto 1027 del 2 giugno 1927) forte di una popolazione di 4.918 abitanti per una superficie di 592 ettari. Sono quindi poco più di 91 anni che il nostro Comune ha assunto la sua denominazione attuale. In questo periodo sono diventati ben diversi altri i numeri che  contraddistinguono il paese, come quello dei abitanti che ora sono più del doppio. Ma l’analisi di questi numeri è tutta un’altra storia.
Luigi Clerici

(Articolo apparso sul nr. 01 de “Il Tessitore” – dicembre 2018)

Cento anni dalla scomparsa di Antonio Ceruti, un Monsignore che arrivò a Casnedo per lenire le sue delusioni “culturali”

Medaglione Mons CerutiA Cernobbio sono nati, o hanno vissuto per una parte della loro vita, numerosi personaggi. Alcuni molto noti anche oggi, altri meno. Tra i “figliocci” della località il cui ricordo è stato ovattato dallo scorrere del tempo, figura certamente un insigne uomo di cultura della seconda metà del XIX secolo, Mons. Antonio Ceruti. Il sacerdote della chiesa Ambrosiana, infatti, spese gli ultimi trent’anni della sua vita a Casnedo ed alla sua morte, avvenuta il 20 maggio del 1918, venne seppellito nel suo piccolo cimitero. È quindi esattamente un secolo che Mons. Ceruti riposa a Cernobbio circondato da quell’ambiente e quella natura che tanto lo avevano appassionato in vita a tal punto da indurlo ad acquistare, nel 1886, villa Flora: una signorile casa di villeggiatura con giardino situata allora nel territorio comunale di Rovenna. Continua a leggere

Arriva il Regime Fascista: dalle proteste alla programmazione. E si ottiene qualche risultato positivo

Retrospettiva giornalistica della storia di questa linea ferroviaria (3-ultima)

La Grande Guerra porta via con sé speranze e sogni della Belle Epoque. Per diversi anni di ferrovie nel comasco se ne parla esclusivamente in ottica militare. A conflitto bellico finito, nonostante il clima sociale piuttosto acceso, ci si torna ad occupare anche della linea ferroviaria Como-Lecco. Alla vigilia della “Marcia su Roma” da parte delle avanguardie fasciste, il 14 ottobre 1922, il settimanale “Il Prealpino” di Lecco non usa mezzi termini per definire questo collegamento: «La linea ferroviaria Lecco-Como è una linea sballata e sbagliata nel progetto e nella esecuzione. Ma dal momento che c’è bisogna tenersela; e perché entri nella simpatia dei viaggiatori bisogna che non sia trascurata dalle ferrovie. E per questo occorrerebbero che le quattro corse giornaliere possano percorrere i 42 chilometri in un’ora e dieci minuti. Solo così potraà la ferrovia battere la concorrenza del servizio combinato corriera-tramvai». Sì, perché ora ad unire i due centri ci sono anche la tramvia e si incominciano a sperimentare i primi servizi di autobus. Affinché la linea venga valorizzata, e non adibita al solo traffico merci, viene costituito un Movimento per il miglioramento del servizio, iniziativa antesignana a tanti Comitati e gruppi che sorgeranno nei decenni successivi. Questa iniziativa sembra non suscitare un particolare fervore nei lecchesi che espongono le loro idee in modo schietto e diretto: «Noi di Lecco non siamo freddi davanti al movimento sorto per i miglioramento del servizio di questa dannata linea Lecco-Como – si legge sempre nel Prealpino del 14 ottobre -; siamo semplicemente scettici perché l’Amministrazione Ferroviaria non farà mai un corno per soddisfare le esigenze delle popolazioni, trincerandosi dietro il pretesto che la linea è già passiva. È la storia dell’uovo e della gallina».

La situazione, però, non risulta del tutto così catastrofica. Anzi, proprio in questi anni, sembra proprio che le istituzioni vogliano provare a migliorare effettivamente il servizio. Nel 1923 la Regia Commissione Straordinaria per il miglioramento del servizio ferroviario nel Regno d’Italia incarica gli avvocati comaschi F. Lanfranconi ed il dottor Giussani di elaborare uno studio sulla Como-Lecco. I risultati vengono presentati l’anno successivo e devono essere stati ritenuti molto positivi in quanto vengono avallati dai Commissari Prefettizi di Como e di Lecco, dalle Camere di Commercio di Como e di Lecco, dalla Deputazione provinciale di Sondrio e dal Consiglio di Disciplina dei Procuratori di Como come riporta il settimanale “L’Araldo” di Cernobbio in data 16 aprile: «Conformemente all’incarico datoci ci siamo recati ieri alla Direzione Compartimentale delle Ferrovie dello Stato di Milano per concordare le novità da introdurre sulla ferrovia Como-Lecco in seguito alla concessione della quarta coppia (di treni) da attivarsi col primo giugno p.v., quarta coppia che si è finalmente ottenuta, e per le pratiche fatte alla Conferenza di Locarno e per quelle successive». I nuovi orari vengono studiati in modo da consentire coincidenze, a Lecco, con i convogli diretti in Valtellina, a Milano ed a Bergamo; a Merone con le corse delle FNM dirette a Milano o Erba Incino; ed a Como con i treni diretti sul Gottardo. Inoltre ad Oggiono le fermate consentiranno ai viaggiatori di raggiungere Milano sfruttando le corse della ferrovia Oggiono-Molteno-Monza. I rappresentanti delle Ferrovie dello Stato, a nostra richiesta, hanno dichiarato che le quattro coppie saranno tutte di treni viaggiatori, esclusi quindi i treni misti».

Sarà anche per la particolare cura che, a partire dal 1925, il Regime Fascista dedica al trasporto ferroviario oppure per il ferreo controllo su tutto ciò che viene pubblicato dai quotidiani, in ogni caso il 29 gennaio 1930 il quotidiano”La Provincia-Il Gagliardetto” rileva che «L’Amministrazione Provinciale è vivamente grata all’Amministrazione delle FF.SS. per i notevoli miglioramenti introdotti su questa linea. Pertanto si chiede che vengano conservate tutte le coppie di treni della stagione invernale attuale». È questo un periodo in cui si investe anche da un punto di vista turistico sulla linea. Dopo tutto idee, in proposito, ne erano state avanzate diverse. Ad esempio sulla “Cronaca” di Lecco si legge: «Sarebbe inoltre desiderabile che nell’intento di apprestare alla massa dei forestirei comodità maggiori in occasione del loro soggiorno nella regione dei laghi, l’Onorevole Amministrazione delle Ferrovie dello Stato facesse pratiche presso la Società Nord Milano e la Società di Navigazione sul Lago Maggiore affine di addivenire ad un accordo per la creazione di una coppia almeno giornaliera diretta fra Venezia-Rovato e Laveno con coincidenza in quest’ultima stazione per quelle di Pallanza, Baveno, Stresa. L’onor. Amministrazione delle Ferrovie dello Stato potrebbe dimostrare la sua buona disposizione al riguardo studiando fin d’ora e preordinando il raccordo alla stazione di Albate-Camerlata coi treni della Como-Varese e della Como-Lecco».

La frase pronunciata da Benito Mussolini su come gli orari, durante il regime Fascista, arrivino sempre in orario sembra quindi calzare a pennello anche alla Como-Lecco a cinquant’anni dalla sua attivazione e dalle pagine della stampa scompare ogni accenno a disagi e critiche. Una situazione, quindi, che appare idilliaca con solo qualche auspicio di ulteriori migliorie come sottolineato dal quotidiano “La Provincia-Il Gagliardetto” il 23 dicembre 1934: «Si raccomanda l’accelleramento di marcia su questa linea di tutti i treni, facendo voti che i convogli più leggeri possano al più presto venire sostituiti con le Littorine». Il sospetto, però che anche in questo caso le cronache fossero comunque controllate ed organizzate dal Regime è più che lecito. Anche perché si tratta dell’unico periodo in cui la Como-Lecco non è stata oggetto di strali, proteste e polemiche in tutta la sua storia.

Da Milano al Lario, il canale dei sogni

Un sogno che nasce nel Rinascimento e che, con qualche evidente evoluzione dovuta allo scorrere del tempo, abbraccia l’età Moderna, il secolo del Lumi, l’Ottocento e la Belle Epoque per poi tramontare definitivamente nei primi anni Venti dello scorso secolo. Stiamo parlando dell’ambizioso progetto di collegare Como e Milano attraverso una via d’acqua navigabile. Primo fautore di questa idea, innovativa i tempi in cui vive, è Leonardo da Vinci che, complice il suo inesauribile genio, ipotizza la possibilità di agevolare il trasporto delle merci dalle Alpi verso il capoluogo lombardo sfruttando Como e il suo lago. Nel corso dei secoli altri seguono, modificando e sviluppando, questo punto di partenza fino al progetto ideato da Pagani. Il canale navigabile è dunque stato uno dei tanti sogni rimasti nel cassetto per migliorare il sistema di collegamento di Como e del suo comprensorio? Probabilmente sì, ma viene certo da innervosirsi pensando che si è  arrivati ad un passo affinché tutto diventasse realtà anche una parte minima di questa proposta, come vedremo, sarà poi destinata a realizzarsi. Continua a leggere

La funivia Cernobbio-Bisbino, “il sogno proibito” dell’Esposizione Voltiana del 1927

Vettura funiviaL’Esposizione Voltiana del 1927 è stata un evento sicuramente significativo per la città di Como ed il suo comprensorio ed in effetti ci ha lasciato un’eredità sfruttata ancora oggi, ad esempio, dal punto di vista turistico (il faro di San Maurizio) o sportivo (lo stadio “Giuseppe Sinigaglia”). Eppure il suo lascito avrebbe potuto essere ben più cospicuo se il “sogno” di un avvocato milanese, Piero Giussani, fosse diventato realtà. Questo professionista, infatti, era innamorato di Cernobbio e proprio in vista dell’Esposizione Voltiana lanciò l’idea della costruzione di una funicolare tra Cernobbio ed il monte Bisbino. Un’infrastruttura che avrebbe contribuito alla “completa valorizzazione del nostro Bisbino; un’opera che è destinata ad imprimere grande impulso alla ridente nostra città”. Continua a leggere

Nel crepuscolo del XIX secolo la Como-Lecco è sinonimo di lentezza e inaffidabilità

Retrospettiva giornalistica della storia di questa linea ferroviaria (1)

Appena costruita e già inaffidabile. Così può essere definito il servizio passeggeri lungo la linea ferroviaria Como-Lecco già nell’ultima parte del XIX secolo. Almeno questo è il giudizio che traspare dalle cronache d’epoca riportate da quotidiani e settimanali locali. A pochi anni dall’avvio del servizio di trasporto tra i due centri principali del Lario le notizie di stampa, infatti, non lesinano critiche e proteste: «Como, come capoluogo di provincia, è una delle città meno felici – si scrive sul quotidiano “La Provincia” il 16 gennaio 1893 -; gli altri centri di provincia sono centri di piccole reti ferroviarie. Invece Como è sempre più isolata: a Lecco vi si arriva prima in vettura (ovvero la carrozza a cavalli, ndr) piuttosto che in ferrovia. Ecco un grandioso ed utile argomento che dovrebbero studiare assieme le autorità locali, la stampa, il circolo dei Commercianti e la società pel Bene Economico di Como. Tutto attorno a noi si muove e s’agita e progredisce; conviene muoversi, agitarsi, progredire anche noi». Nonostante l’auspicio, però, le cose non sembrano destinate a migliorare. Qualche anno dopo, infatti, sotto il titolo “La linea ferroviaria Como-Lecco” in un articolo del quotidiano “La Prealpina” di Varese, allora territorio della Provincia di Como, datato 30 novembre 1899 si legge: «È generale il lamento della popolazione intorno agli orari della nuova linea Como-Lecco, testé aperta al pubblico. Figuratevi che il viaggio da Lecco a Como dura quasi tre ore, mentre la diligenza impiegava quattro ore e mezzo. Poi non ci sono che tre corse al giorno con pochissime coincidenze a Lecco colla linea di Bergamo ed a Como con quelle di Varese e Milano». Continua a leggere

Il sogno della “Ferrovia Lariana” (lungo la sponda occidentale del lago) per fare concorrenza al “San Gottardo”

Percorso ferrovia LarianaSono ormai decenni che ogni minimo “intoppo” al tunnel del San Gottardo ha pesanti ripercussioni sulla viabilità della città di Como, ed in particolare dell’area di Lazzago e dei paesi limitrofi. Il traffico su gomma, nonostante i passi in avanti compiuti negli ultimi tempi grazie soprattutto all’apertura di Alptransit, costituisce ancora il mezzo insostituibile per assicurare il trasporto delle merci tra il nord ed il sud dell’Europa. Almeno fino a quando il tunnel non entrerà a pieno regime (e questo dovrebbe comunque aprire alle nostre latitudini una riflessione di natura politico-economica su dove i mezzi pesanti che quotidianamente assediano l’ingresso di Como Sud dell’Autostrada A9, saranno dirottati sui treni diretti oltre le Alpi). Eppure la storia di Alptransit, e del tunnel del San Gottardo in generale, avrebbe potuto essere ben diversa. Esattamente un secolo fa Como, infatti, fu al centro di un avveniristico progetto ferroviario che avrebbe dovuto mettere il nostro comprensorio in contatto con la Svizzera utilizzando però un itinerario differente a quello che noi tutti conosciamo. In questo caso, infatti, l’idea era sfruttare le possibilità offerte dallo Spluga per dar vita da una linea ferroviaria internazionale denominata “Ferrovia Lariana”. Continua a leggere

Dalla Legge di bilancio oltre 13 milioni (in sei anni) per la manutenzione delle strade provinciali comasche. Una volta, invece, qui si sperimentava il futuro

Da un settimanale d’epoca (1922) le condizioni di una strada comasca nel periodo invernale

13 milioni e 197 mila euro da utilizzare per sistemare le strade comasche. È quanto la Legge di Bilancio 2018 attribuisce al nostro territorio, per un periodo complessivo di sei anni, in base a quanto disposto dal decreto di riparto proposto dal Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Graziano Delrio riservato ad interventi di manutenzione della rete stradale di province e città metropolitane che ha ottenuto l’assenso da parte della Conferenza Stato-Città ed autonomie locali. Una vera e propria boccata d’ossigeno per il nostro tessuto viabilistico che ha urgente bisogno, in più di un’occasione, di una necessaria serie di lavori di sistemazione e ripristino. Sembra infatti impossibile che la sconsolante realtà odierna sia stata preceduta da tempi dove proprio il territorio di Como era stato testato per dimostrare l’evoluzione nelle tecniche di costruzione e mostrare, a tutta Italia, quale fosse il futuro delle vie di comunicazione per i veicoli a motore. Forse, infatti, non tutti sanno che proprio l’attuale A9 fu la prima autostrada costruita in Italia. Venne realizzata tra il 1923 ed il 1925 ed il primo lotto il 23 settembre 1924 venne inaugurato dal viaggio di una Lancia Trikappa di casa Savoia con a bordo Re Vittorio Emanuele III. Continua a leggere

Sempre più complessi i collegamenti tra Como e Milano. Ed un tempo si cercò nella creazione di un canale navigabile la soluzione a tutti i mali

viaLe ultime notizie sulla presenza di sostanze inquinanti nei terreni dei Comuni brianzoli che dovrebbero ospitare il futuro prolungamento dell’Autostrada Pedemontana in direzione di Dalmine ha creato un vero e proprio “vespaio” nelle località a nord di Milano perché questo significa, in parole povere, un costo maggiore dell’opera (ed a Como ne sappiamo qualcosa di quanto “costano” le bonifiche con il caso ex Ticosa ancora aperto oppure, spostandoci di qualche chilometro verso Varese, per ciò che concerne la realizzazione della linea ferroviaria Mendrisio-Stabio-Varese) ed un prolungamento indefinito dei tempi di costruzione. In ogni caso questa notizia conferma come sul fronte dei collegamenti tra Como e Milano (hinterland compreso) non si stia attraversando un periodo favorevole: sul cosiddetto banco degli imputati siede infatti ancora il futuro della linea ferroviaria Milano-Monza-Como in vista dell’entrata in funzione del nuovo collegamento Alptransit sotto il San Gottardo. Direttrice per la quale sono stati annunciati ammodernamenti ma, finora, non si è mai entrati nel dettaglio su cosa di fatto questi comporteranno. Eppure ci fu un tempo in cui si sognava di realizzare addirittura una via d’acqua navigabile tra Milano ed il capoluogo lariano. Anzi, il progetto era ben più ambizioso perché il canale milanese-comasco in realtà era parte del collegamento diretto tra Genova e Basilea. Di fatto l’idea proponeva di utilizzare imbarcazioni per quello che, con fatica, si sta cercando di fare da anni sul fronte della mobilità ferroviaria, soprattutto delle merci.

La prima bozza di idea fu promossa sul finire del 1907 con i primi abbozzi di un progetto complessivamente lungo 591 chilometri di vie d’acqua, dei quali 260 risultavano all’epoca già attivi. Rilanciato a più riprese nel 1909 e nel 1912 il progetto venne accantonato a causa della I guerra mondiale ma tornò prepotentemente d’attualità nel 1918 quando fu costituito un Comitato promotore, appoggiato finanziariamente dalla società elettrica Edison, e che vedeva in prima fila il famoso imprenditore Giorgio Falck nonché l’allora sindaco di Milano, avv. Caldara. Per ciò che concerneva il tragitto Milano-Como furono presentate addirittura diverse soluzioni progettuali: ci fu chi propose lo sfruttamento della valle dell’Adda, chi invece il corso del Lambro fino al lago di Pusiano attraversando le colline di Alcurzio e Paterno. Alla fine, invece, prevalse l’idea del Dott. Mario Beretta e dell’Ing. Mario Malocchi che progettarono la creazione di una via d’acqua che da Milano avrebbero attraversato la Brianza fino a Lecco (concretamente i lavori avrebbero previsto la creazione di più canali: il primo da Lambrate a Crescenzago e ad Affori; poi un canale da Crescenzago a Sesto, Monza, Vimercate e un terzo fino a Lecco. In più sarebbe stata realizzata una tratta anche tra Monza e Trezzo d’Adda per mettere in contatto la via d’acqua con il corso del fiume Adda) sfruttando e sistemando, in parte, il corso del fiume fino alla città manzoniana, dove sarebbe stato costruito un porto, e quindi utilizzare il Lario per i successivi spostamenti fino a Como oppure al lago di Mezzola. Qui, facendo affidamento sulla trazione mista con il rimorchio, si sarebbe poi proceduto alla costruzione di un canale a fondo inclinato “indi – si legge nella presentazione del complesso elaborato – 16 chilometri di canale tubolare, poi 15 chilometri di galleria sotto lo Spluga, e altri 15 chilometri di scala di conche fino a Thusis”, nel canton Grigioni, dove, mediante ulteriori canali scoperti, le imbarcazioni avrebbero poi raggiunto il lago di Costanza e, seguendo il corso del Reno, Basilea. Tale progetto, completato dalla domanda di costruzione e dell’esercizio dei canali e dei suoi porti, venne presentata il 28 aprile 1919 al Ministero dei Lavori Pubblici il quale dopo appena due settimane si “compiacque vivamente – come riportarono le cronache dell’epoca citando direttamente le parole del Ministro Bonomi – per l’importante iniziativa di studio e di azione e si dichiarò favorevole al sorgere di una forte società fra gli interessati impegnandosi a sollecitare e semplificare il più possibile le necessarie procedure finalizzate all’emanazione dello speciale provvedimento legislativo”. Nella successiva estate il Consorzio promotore ribadì la sua disponibilità ad assumere esso stesso la concessione per il canale e i suoi numerosi porti che, vennero definiti, “il più grandioso impianto del genere nel nostro Paese e tale da poter stare a pari con i più moderni dell’estero”. Purtroppo in quell’estate 1919 si perdono le tracce di questo avveniristico progetto, fagocitato da quel clima rovente che caratterizzò la società italiana del periodo del resto uscita molto provata dalla I Guerra Mondiale e che, nell’arco di qualche anno, dopo diverse elezioni, tumulti, scioperi e quasi altrettanti cambi di Governo e di Ministri, favorì l’avvento del Partito Fascista al potere. Speriamo che, alle prese con altre tensioni politiche e con gli effetti dell’attuale contesto economico, anche i tentativi di migliorare, su gomma o su rotaia, i collegamenti tra Como (e il suo comprensorio) con Milano (e il suo hinterland) non facciano, a poco più di cento anni di distanza, la stessa fine.

Testimoni di Libertà: 25 luglio 1943, una caduta attesa

03 1940 Dichiarazione di GuerraIl 1° settembre 1939 l’invasione della Polonia da parte della Germania nazista segna l’inizio del secondo conflitto mondiale. L’Italia fascista di Mussolini dichiara il proprio stato di belligeranza il 10 giugno 1940, con l’annuncio della dichiarazione di guerra rivolta agli ambasciatori di Francia e Gran Bretagna. Un proclama accolto dalla popolazione con sentimenti contrastanti, e Cernobbio non fa eccezione. I cittadini affollano piazza del Municipio ed ascoltano il discorso del Duce dagli altoparlanti. Ma all’entusiasmo di facciata dei presenti si contrappongono i timori di cosa la guerra potrebbe portare con sé. Le madri che da giovani hanno vissuto le privazioni del conflitto del 1915/18 non nascondono qualche lacrima.
La guerra costringe numerosi uomini e giovani a lasciare il paese per essere inviati nei diversi fronti in cui si combatte. L’Italia, tra il 1940 ed il 1942, finisce per impegnarsi soprattutto in quattro azioni belliche: l’azione di contenimento verso la Francia, ormai allo stremo dopo la drammatica avanzata tedesca, nel giugno del 1940; l’effimero attacco alla Grecia a partire dal successivo autunno; il crollo sotto il comando del Maresciallo Vincenzo Graziani nel 1940 e poi il riscatto grazie all’acume del generale tedesco Erwin Rommel, la famosa “volpe del deserto”, nel 1942 in Africa, ed infine, con l’operazione “Barbarossa” promossa direttamente da Adolf Hitler, dal 1941 la campagna di Russia.Si tratta di eventi drammatici seguiti con attenzione a Cernobbio dove gli umori della popolazione sono registrati, è proprio il caso di dirlo, da parte dei funzionari del Partito Fascista che provvedono poi ad inoltrarli alla Federazione Provinciale di Como. Qui, settimanalmente, il Segretario Provinciale, Carlo Ferrario, compila i riassunti che infine finiscono sulla scrivania della segreteria di Roma del PNF diretta da Ettore Muti.
In Cernobbio i primi anni di conflitto vedono accavallarsi emozioni e sensazioni: angoscia e paura, fatalismo e rassegnazione, dolore e, speranza. Ad esempio, quando nel gennaio del 1941 gli inglesi, con il supporto di contingenti, indiani penetrano in Eritrea, Somalia ed Etiopia, restituendo quest’ultima al negus Hailé Selassié, profugo a Londra dal 1936, le autorità registrano come: “La tristezza è generale”. Ma quando Regio Esercito è costretto a cedere parte della Cirenaica davanti all’avanzata degli inglesi c’è chi, tra gli stessi soldati finiti prigionieri, confida ai suoi appunto personali: “É quasi un sollievo – scrive il cernobbiese Mario Riva -. Abbiamo finito di essere in pericolo, colla vita sempre esposta in giuoco. La prigionia sarà dura ma è la soluzione migliore in questo momento”.
Come accennato il 22 giugno 1941 Hitler scatena l’operazione “Barbarossa” contro l’URSS. Qualche settimana più tardi varcano i confini sovietici anche le divisioni italiane del C.S.I.R. (Corpo di Spedizione Italiano in Russia) seguite nel 1942 dalle armate, numericamente più consistenti, dell’A.R.M.I.R. Nell’autunno di quell’anno la campagna di Russia diviene critica e dal 17 dicembre drammatica a tal punto che si concluderà con una angosciosa ritirata dove oltre 110.000 soldati e 4.300 ufficiali non faranno più ritorno alle rispettive case4.
Il 1943 è l’anno decisivo per le sorti del secondo conflitto mondiale. Le forze dell’Asse italo-tedesco a maggio si ritirano dall’Africa del Nord mentre iniziano le incursioni aeree delle forze Alleate sul territorio nazionale. Queste hanno come ripercussione l’arrivo dei primi rifugiati a Cernobbio. L’11 giugno una veloce azione angloamericana porta all’occupazione dell’isola di Pantelleria e nella notte tra il 9 ed il 10 luglio gli Alleati sbarcano sull’isola. Secondo le autorità lo stato d’animo della popolazione può essere riassunto in tre parole: “depressione, delusione e disorientamento”5. Sarà. Comunque la situazione, a livello nazionale, si è fatta veramente drammatica e il 16 luglio il Duce si piega alle richieste di alcuni membri del Governo e del partito di riunire il Gran Consiglio, un organo consultivo che la dittatura aveva accantonato ormai da anni. La convocazione è fissata per sabato 24 luglio alle ore 17 . Per quella data Dino Grandi, presidente della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, Luigi Federzoni, Presidente dell’Accademia d’Italia, e Giuseppe Bottai mettono in atto il progetto di togliere i poteri militari a Mussolini preparando un ordine del giorno che prevede la rinuncia da parte del Duce del comando delle forze armate ed il ripristino dei pieni poteri agli organi dello Stato ed al “Re vittorioso”6, Vittorio Emanuele III.
04 1943 25 luglioAlle 2.40 di domenica 25 luglio la mozione Grandi viene approvata con 19 “sì”, 7 “no” ed un’astensione al termine di una lunga e drammatica riunione. Nel tardo pomeriggio, insieme alla nomina di Pietro Badoglio quale nuovo Capo del Governo, la notizia diventa di dominio pubblico in tutta Italia e genera sostanzialmente entusiasmo. A Cernobbio, però, non si registrano quegli eccessi che invece caratterizzano altre località. Ben si confà, quindi, il giudizio rilasciato dal Commissario Capo della Polizia di Como, Coppola, all’Ispettore generale di Milano, Petrillo, datato 28 luglio: “Nella fine del regime tutti vedono in essa una libertà di avere in Italia un ordine nuovo, basato sulla correttezza e sulla onestà”8. Ed in effetti nelle rispettive sedi delle Cooperative presenti a Cernobbio, Piazza Santo Stefano e Rovenna riappaiono i simboli dei partiti democratici tenuti nascosti per tanti anni. Tra le voci che levano il proprio giubilo per quanto accaduto figura anche quella del parroco di Cernobbio, don Umberto Marmori, persona peraltro sotto osservazione e stretto controllo daparte delle autorità fasciste fin dal 9 novembre 1941.
Don Umberto MarmoriNato a Ponna nel mese di ottobre del 1885, Umberto Marmori è parroco di Cernobbio dal 21 gennaio 1934. La sua nomina è l’ultima avvenuta in seguito ad elezione popolare: 366 capifamiglia a favore su 383 votanti per autentico “plebiscito di popolo”. Quando fa il suo ingresso presso la parrocchia del SS. Redentore don Umberto ha 48 anni, di cui ventitré trascorsi con l’abito talare prima come vicario a Lenno (1910) e poi come priore di Plesio (1921). Le cronache del suo ingresso a Cernobbio rilevano come il 21 gennaio 1934 fosse una tipica giornata invernale con tanto di abbondante nevicata nel pomeriggio: “In un tripudio di fede e d’amore Cernobbio ha accolto domenica il novello parroco don Umberto Marmori. Alla chiesa della Madonna delle Grazie, tanto cara ai cernobbiesi, e che era domenica ben parata come la parrocchiale e quella del SS. Redentore sulle cui porte principali erano epigrafi inneggianti al novello parroco e auguranti un fecondo apostolato, don Marmori ebbe il primo incontro col suo popolo (…) Numerose le autorità tra cui notammo il Segretario Politico del PNF anche il rappresentanza del Commissario Prefettizio dott. O. Ortelli forzatamente assente; il giudice conciliatore prof. Corti; il medico condotto dott. Fasola; la segretaria del Fascio Femminile sig. Ferrari Camilla, il segretario comunale cav. Pasquali; il cavaliere rag. Traversa, podestà di Ponna, i presidenti delle Associazioni locali (…) Un prolungato battimani, il suono di una gioiosa marcia, annunciano l’arrivo di don Umberto, che è accompagnato oltre dal rev. mo arciprete di Menaggio (…) Al Vangelo don Marmori rivolge la sua prima parola ai nuovi figli. E’ parola di padre e di sacerdote che null’altro vuole che conquistare anime a Dio e portarle al cuore adorabile di Cristo. Le cerimonie della presa di possesso gli forniscono i motivi per sviluppare il suo pensiero; poi è un cordiale ringraziamento a tutti e infine è la promessa di concorso a tutte le opere di bene nell’interesse non solo della Religione, ma anche della Patria; è la richiesta a tutti – dai semplici fedeli alle autorità – della loro collaborazione per il benessere religioso, morale, civile di Cernobbio”.
02 Ordine 1934Il 25 luglio 1943 la notizia della caduta di Mussolini è commentata da don Marmori con parole schiette, sincere e coraggiose se confrontate al modo di raffrontarsi della quasi totalità della popolazione: “Ha cessato finalmente una radio che instupidiva gli italiani”11. Come accennato le stesse autorità erano a conoscenza della sua malcelata sopportazione del regime da sempre e quindi avevano deciso di spiarlo a partire dall’autunno del 1941. “In passato – riporta una nota datata 1929/30 – svolse attività in favore del Partito popolare, non è in buoni rapporti con le autorità locali ma gode della stima della maggioranza della popolazione. Accolse il Concordato come imposizione da subire”.
01 Ordine 1934Questo era don Umberto Marmori per il Regime. Ma cosa pensavano invece di lui i cittadini ed i fedeli cernobbiesi? La sua missione pastorale e la sua figura sono stati al centro di un’opera di valorizzazione a cura di don Silvio Bernasconi effettuata nel 1985 che permesso di riscoprire chi fosse don Umberto allora per i suoi parrocchiani: “Fu il prete giusto per quel momento. Cernobbio, pur essendo comunità viva ed intraprendente viveva un periodo (1934, al suo arrivo) di stanchezza, in parte anche di disordine che quest’uomo dalla forte carica comunicativa seppe rinvigorire. Più che una persona dotta, fu persona sagace nel vivere i diversi problemi che il momento storico presentava. È indispensabile non dimenticare che la parte centrale del suo ministero a Cernobbio venne attraversata dal dramma della guerra, dalla partenza di molti giovani per il fronte e dall’angosciosa responsabilità nel sostenere le famiglie della comunità quando annunci di morte giungevano a squassarle nel profondo”. Don Marmori è quindi considerato un “sacerdote energico pieno di attività di bontà”. Come accennato Cernobbio, con lui, vive un periodo di trovata religiosità e di entusiasmo sociale che trova la manifestazione più evidente nel rinnovato vigore dell’associazionismo giovanile locale: “Don Marmori muovendo dalla sua cordialità innata, nutriva la grande preoccupazione di formare cristianamente soprattutto la gioventù che considerava, a ragione, forza di un ambiente. Certo, spesso la sua predicazione partiva dalla situazione contingente per precisarne contorni e sbavature. Se per politica si intende parlar chiaro e dire la verità su idee, movimenti e persone…ecco, era un politico. Preferisco, tuttavia, dire di Lui: era un prete dalla porta aperta. Pensi che tutti si sapeva dove riponeva la chiave di casa, ognuno poteva avvicinarlo senza timore di ricevere un rifiuto e a coloro che spesso lo accusavano di esagerare in tale direzione rispondeva: ‘Dovete capire che molta gente si allontanerà dalla nostra esperienza cristiana e percorrerà strade diverse però è importante che questa gente si ricordi che avvicinare il prete non è cosa difficile’. Nel periodo durante il quale don Marmori resse la Comunità di Cernobbio, l’Azione Cattolica fu tanto fiorente, e soprattutto nei suoi rami giovanili. Occorre ricordare che la vita di tutta la Chiesa italiana in quegli anni cadenzava, in modo forte, attorno a tale esperienza. Lo spirito associazionistico risultava assai utile, infatti l’Azione Cattolica, divisa nei suoi molteplici rami (fanciulli, ragazzi, giovani e adulti, permetteva al sacerdote di entrare in contatto con le diverse età e compiere una catechesi sistematica (…) ma questo attaccamento da parte di don Marmori a codesta esperienza, quel suo legame con i giovani, quel suo farli divertire, ragionare, giocare non era, in realtà, un modo sottile per ridicolizzare una politica fascista dagli schemi, a volte, troppo ottusi; quasi un distrarre, un far vedere a questa gioventù orizzonti diversi (…). Don Umberto è nella mia mente prete limpido e annunciatore coraggioso di un messaggio evangelico da vivere con forza, nonostante la situazione sociale e politica fosse assai faticosa e cruda. Don Umberto è stato un uomo che ha vissuto la propria fede ed i propri ideali pagando poi di persona. È questo che vorrei far capire: a Cernobbio don Marmori ancora oggi viene ricordato e amato, prima ancora che per il suo rapporto drammatico con il potere, perché è stato un autentico credente”.
Con l’entrata in guerra dell’Italia la sua predicazione al servizio di una “dottrina d’amore, unico segreto di pace e di prosperità dei popoli” è diametralmente all’opposto di quanto afferma, con i suoi altisonanti proclami, la retorica fascista che propugna invece fanatismo e prepotenza. I suoi silenzi ed il mancato sostegno dal pulpito alle scelte del Regime ed alle necessità belliche dell’Italia imperiale, pongono don Umberto al centro dell’attività di controllo e repressione messo in atto dalle autorità e diventa ufficialmente persona sospetta e da controllare attentamente. Uno scambio epistolare tra don Marmori e il responsabile della Camera dei Fasci e delle Corporazioni di Como, residente a Cernobbio, risalente al successivo mese di novembre, evidenzia come don Marmori sia sempre pronto a non scendere ad alcun compromesso con il fascismo e la guerra in cui ha trascinato l’Italia. Il responsabile economico locale del Regime fascista gli scrive: “Desidero segnalarVi che oggi, domenica, e domenica scorsa ho avuto occasione di ascoltare personalmente dalla parola di due differenti Sacerdoti, il concetto che la Patria è soltanto quella dei Cieli e non quella terrena. Il giovane Sacerdote di stamane, che ha predicato, ha ancora precisato che ‘la Patria non è quella terrena che Voi pensate con la Vs. fantasia, ma….ecc.’. Mi permetterete sottolineare che il concetto universale di ‘Regno dei Cieli’ ha ben altro significato di ‘Patria’. E particolarmente in questo periodo di guerra cruentissima, dove molti dei nostri fratelli combattono e muoiono per l’Italia di domani, non trovo giusto, né opportuno, si metta in discussione il concetto di ‘Patria’, terra dei nostri Padri, terra che ha dato a noi i natali, una famiglia, un idioma, oltre una fede e una religione. I soldati combattono per la nostra Patria, contro soldati che difendono la loro terra, la loro Patria. Combattono perché la nostra Patria abbia durante la vita dei figli e dei nipoti un domani di pace e di prosperità; perché l’Italia nostra prescelta da Dio per erigervi la sede terrena del suo Rappresentante, sia grande, rispettata e temuta. Come possiamo in queste ore tragiche e gloriose, mettere in dubbio il concetto di Patria? Dargli significato estensivo internazionale di Patria di tutti? Diminuirlo verso le famiglie dei combattenti che frequentano la Chiesa? Perché anzi non insistere sul concetto di Patria terrena, oggi che i nostri soldati con il nome d’Italia sulla bocca e nel cuore combattono e muoiono contro i bolscevichi, che hanno sempre negato Dio, la nostra religione e la famiglia? E combattono e muoiono in Africa Settentrionale e Orientale contro i protestanti anglicani e per introdurre tra i negri, mussulmani e ortodossi, poco men che selvaggi, a mezzi di valorosi missionari la religione di Cristo, dietro bandiere vittoriose della Patria? Non Vi sembra signor Prevosto, che sarebbe più prudente, specie in questo periodo, parlare del ‘Regno dei Cieli’ o del ‘Paradiso Celeste’ anziché mettere in discussione il concetto di Patria? Vi spero signor Prevosto, con me d’accordo e Vi ossequio”. Questo scritto riporta la data 19 novembre 1941. Il 28 novembre don Marmori risponde: “La Vostra lettera mi ha sorpreso e meravigliato. Presente io stesso in queste ultime domeniche alla predicazione in coscienza posso asserire senza smentita che dal pulpito è scesa la verità di Cristo, la sua dottrina, i suoi comandamenti, i suoi consigli che i parrocchiani hanno accolto con soddisfazione e venerazione. Il Missionario che è oggetto di critica è uno Scalabriniano ed ha per ideale e programma l’assistenza agli operai italiani all’estero e cioè i due ideali Religione e Patria. Se comunicassi copia della lettera ricevuta susciterei meraviglia e protesta, anche perché furono ultimamente ricevuti dal Capo del Governo, altamente elogiati per il loro patriottismo ed incoraggiati con sussidio a sviluppare la loro opera all’estero in favore del nome italiano. Alla voce del Capo del Governo si unisce l’approvazione generale avuta in Italia dove hanno moltiplicato le loro case, l’approvazione dalla massa del nostro popolo in Chiesa e al Cinema prova dell’ottima impressione lasciata sul pubblico che li saluta come pionieri di civiltà ed eroi del fronte esterno che lasciano la famiglia e patria per i figli d’Italia che cercano all’estero un pane spesso insidiato da chi cerca di far loro rinnegare fede e nazionalità italiana. Siamo quindi davanti ad un equivoco o ad una falsa interpretazione della dottrina di Cristo che affratella tutti e fa figli dello stesso Dio. Del resto qualunque sacerdote deve seguire le direttive del Capo della Chiesa. La fede che con tanta lealtà professate Egr. Sig. M. deve pur inchinare ogni credente davanti al sacerdote che predica una dottrina d’amore, unico segreto di pace e di prosperità dei popoli, ed inculca l’amore vero di patria confortando, incoraggiando, soccorrendo e pregando, ripetendo tutto l’insegnamento di Cristo ‘Date a Dio quello che è di Dio, a Cesare ciò che è di Cesare’. Come ogni italiano noi ci inchiniamo davanti ai nostri soldati che combattono per un domani migliore colla grande soddisfazione morale che numerosa schiera degli eroi del fronte esterno sono giovani cresciuti alla scuola di Cristo e del Sacerdote. Scusi, Egr. Sig. A. M., la mia schiettezza che stringe maggiormente i legami della reciproca comprensione”.
Successivamente una nuova missiva viene indirizzata al sacerdote di Cernobbio: “Ritornando da Roma ho trovato la Vostra cortese lettera, che merita una risposta, per precisare alcuni punti che è bene siano chiariti. Nella mia lettera, in sintesi, lamentavo che due sacerdoti, in due domeniche successive, avessero parlato della Patria che, definiva uno di loro ‘non è quella terrena che Voi pensate con la Vostra fantasia, ma ecc.’ offuscando il concetto di Patria italiana, per la quale oggi molti soldati combattono e muoiono. La Vostra lettera, perdonatemi la franchezza, non mi risponde a tono; e ve lo dimostro; sempre in omaggio alla verità ed alla chiarezza, che è bene presieda ai nostri rapporti: -) Non ho scritto e non ho messo in dubbio ‘che dal pulpito è scesa la verità di Cristo’. Dal pulpito dove parlava un simpatico sacerdote sul tema di propaganda, e non provetto oratore, è scesa la frase che Vi ho scritto, che qui ho ripetuto, e che Vi prego non mettere in dubbio perché ho, grazie a Dio, buon udito e sana la memoria! Non ho inteso criticare, e basta rileggere la mia lettera per convincersene, l’opera e la propaganda Scalabriniana, certo meritevole di elogio e considerazione. Ma ho mosso critica al giovane sacerdote propagandista, che non è infallibile, e che certo, in buona fede, ha toccato corde che oggi sarebbe bene far vibrare diversamente. Non ‘siamo quindi davanti ad un equivoco e una falsa interpretazione della dottrina di Cristo’ come Voi scrivete. Vi confermo quanto ho scritto; e tutto si riduce, a mio avviso, a una frase poco felice, sfuggita al predicatore novizio. E qui la mia lettera potrebbe essere chiusa, e da parte mia, chiusa la discussione. Ma come Voi dite, tengo io pure molto ai ‘legami della reciproca comprensione’ con Voi, che siete il nostro Pastore e il nostro Maestro nella interpretazione della Dottrina di Cristo. E allora permettetemi che sottolinei con altrettanta schiettezza pari alla Vostra, tre frasi della Vostra lettera.
a) scrivere: ‘se comunicassi copia della lettera ricevute, susciterei meraviglia e protesta’. Desidero informarvi che avete piena libertà di comunicare la mia lettera integrale a chi credete meglio; e ho l’immodestia di credere che non susciterebbe né meraviglia, né protesta. Perché: una cosa è l’aver detta una infelice definizione della Patria terrena; e altra cosa è che i dirigenti movimento missio-nario Scalabriano siano stati ‘ricevuti dal Capo del Governo’, la qual cosa mi fa molto piacere.
b) scrivete: ‘del resto qualunque Sacerdote deve seguire le direttive del Capo della Chiesa’. Esattissimo! Ma mi sono domandato più volte, e con me molti altri cattolici italiani, che frequentano la nostra Parrocchia, perché mai in molte Chiese dal pulpito scende la parabola del Vangelo, non commentata in astratto, ma volutamente proiettata sulle vicende terrene degli anni che viviamo? Perché dal Cardinal Ascalesi, al Sacerdote di S. Agostino in Como, che ho recentemente ascoltato, si parla di Patria terrena, dell’Italia nostra che per noi è la più bella terra che Dio ha creato, del valore degli italiani, della bontà della lotta che gli italiani sostengono e vincono contro i bolscevichi, i protestanti inglesi, i mussulmani, gli ebrei, ecc.? Mentre quasi mai sentiamo una parola di conforto, in tale settore dal pulpito della nostra Chiesa? E perché in molte prediche noi sentiamo, col confronto di quanto i governi hanno fatto altrove, e in tempi recenti, e quanto si è compiuto in Italia per proteggere e diffondere la religione cristiana, l’elogio al governo fascista per quanto ha fatto, ha realizzato, ha permesso, ha favorito, in venti anni di governo; mentre dal pulpito della nostra Chiesa, direi mai, o quasi mai, è stato riconosciuto quanto il governo di Mussolini ha fatto dalla ‘Conciliazione’ alla lotta contro i ‘ nemici della Chiesa’? Vi è una disparità, che chi caccia il naso fuori dalla parrocchia rileva subito; per concludere nettamente che certi silenzi non possono essere ordini o direttive superiori generali; ma interpretazioni e applicazioni locali, in perfetta buona fede, e giustificabili secondo particolari punti di vista.
c) scrivete: ‘la fede che con tanta lealtà professate, deve pure inchinare ogni credente davanti al Sacerdote che predica una dottrina d’amore, unico segreto di pace e di prosperità dei popoli’. Sono fiero di professare la nostra Religione e vi ringrazio che me ne date atto. E sono con Voi d’accordo che è la ‘Dottrina d’amore unico segreto di pace e di prosperità dei popoli’. Ma quando l’equilibrio di pace è rotto; e gli uomini sono scatenati gli uni contro gli altri per affermare nella vittoria la propria superiorità nella religione, nel diritto, nella civiltà, nei costumi, nelle giuste possibilità di vita; io sono pienamente convinto che anche il Sacerdote italiano deve sempre invocare con la parola e con le funzioni sacre la vittoria degli italiani sugli altri, delle nostre Armi sulle avverse; l’affermazione religiosa dei cattolici sugli eretici; degli italiani che celebrano Dio liberamente nelle chiese, nelle scuole, nelle famiglie, sui bolscevichi che hanno fatto delle Chiese luoghi di svago e di scandalo e scacciato i religiosi; sugli inglesi immorali e corrotti, mercanti di schiavi, e seviziatori di popoli; e su ogni altro popolo che non sia italiano e cattolico. E tale linea, che è seguita da molti sacerdoti, ha il triplice vantaggio: di rafforzare la resistenza del popolo ai disagi inevitabili e alle privazioni di guerra; di raggiungere più presto la vittoria, con risparmio di vite, con una lotta decisamente condotta a fondo; di dare infine grande conforto a coloro che hanno i figli in combattimento o che hanno pagato già, con la vita di un congiunto, il più alto tributo alla Patria terrena. E perché mai i Cappellani militari, al fronte di battaglia, dovrebbero parlare ai soldati e ufficiali di esser degni figli di Dio, e meritevoli del Regno dei Cieli, compiendo intero e il proprio dovere fino al sacrificio; se i sacerdoti, al fronte interno del paese, dovessero, in questo particolare, eroico, tragico, e grande momento della storia, non differenziare amici da nemici, non biasimare e condannare quanto i bolscevichi, gli ebrei e i massoni hanno fatto e fanno; non infondere il preciso dovere dell’ora, di essere noi italiani tutti uniti e decisi a lottare strenuamente per vincere, contro chiunque attenti alla nostra vita di popolo sano e disciplinato, cattolico e credente, proteso civilmente all’avvenire? Mi accorgo, Egr. Sig. Prevosto, di essermi molto allontanato con la penna, dalle poche righe che mi ero proposto di risponderVi. Ma vorrete comprendermi ed apprezzarmi nella mia franchezza, senza sottintesi; come sono sempre franco davanti a Dio”.
Il 25 luglio 1943 porta con sé, dunque, una sensazione di ritrovata libertà nonché l’illusione che la pace possa tornare a diffondersi. Come accennato i simboli dei vecchi partiti politici tornano a risplendere, pur con moderazione, e con loro i rispettivi ideali politici da parte di chi, durante il ventennio, ha subito angherie e violenze. Tra questi ricordiamo Angelo Noseda.
Angelo NosedaNoseda nasce a Como il 22 settembre 1866 da famiglia benestante. Laureatosi in giurisprudenza a Pavia, diviene amico di Filippo Turati e in lui, come in altri giovani intellettuali, la considerazione delle ‘leggi umane’ che sottopongono allo sfruttamento e alla miseria le ‘classi diseredate’ lo porta ad avvicinarsi, dopo una breve militanza nel Partito operaio, al socialismo scientifico. Si prodiga, quindi, per la giustizia sociale, impegnandosi nell’opera di istruzione e organizzazione dei lavoratori di Como e dei dintorni. Dopo la fondazione del Partito socialista (luglio 1892) è co-fondatore di una Lega socialista e nel mese di ottobre diventa direttore del giornale ‘Lavoratore comasco’. L’anno seguente è delegato comasco al I congresso lombardo delle associazioni di lavoratori aderenti al PSI ma nel 1894 è arrestato, e processato, per aver partecipato ad una manifestazione sediziosa a sostegno dei Fasci siciliani. Nelle elezioni amministrative del 7 luglio 1895 viene sconfitto per pochissimi voti ma la tornata elettorale sancisce il suo ruolo di leader dei socialisti comaschi, che nello stesso anno lo eleggono alla presidenza del Consolato operaio, dal quale sei anni dopo sarebbe sorta la Camera del lavoro di Como. Il suo nome figura anche tra i primi arresti perpetrati durante lo stato d’assedio del maggio 1898, in seguito al quale viene sciolta la Federazione. Dopo una detenzione di 46 giorni è assolto per insufficienza di prove e rilasciato. Nel 1899 Angelo Noseda è il primo socialista eletto in Consiglio Comunale a Como. Scoppiata in agosto del 1914 la Grande Guerra, per disciplina di partito, si dichiara neutralista, ma contrario alla Triplice Alleanza per antica formazione garibaldina decide di ridurre l’attività politica durante il conflitto. Ciò non gli impedisce, nel biennio 1917-18, di essere a capo delle manifestazioni di protesta contro il caro viveri e il protrarsi della guerra, pur cercando sempre la mediazione con le autorità.
Più notabile che un politico moderno, nel 1919 diventa sindaco di Como e si prodiga, oltre che per la copertura del deficit di bilancio, nell’alleviare le condizioni di vita dei lavoratori, colpendo soprattutto i redditi maggiori e le rendite parassitarie dei proprietari di immobili. Ma le violenze fasciste e, soprattutto, il calcolato ostruzionismo prefettizio impediscono l’attuazione di ogni iniziativa in tal senso. Alle politiche del 15 maggio 1921 è eletto deputato. Le more della ratifica dell’elezione durano un anno, mantenendolo, benché dovutamente dimissionario, nella carica amministrativa. Impiega quest’arco di tempo cercando di attuare un progetto di obbligo scolastico fino a 12 anni, bloccato dallo scioglimento forzato dell’amministrazione comunale imposto dalle squadre fasciste nell’autunno del 1922. Contro di lui, benché nel frattempo sia stato sostituito da Paolo Nulli alla guida della giunta, i fascisti si accaniscono in modo particolare. La sua rielezione a deputato, in quello stesso anno, non basta infatti a proteggerlo. Non ha comunque alcun timore ad affrontare i fascisti in pubblico dibattito, ma la violenza finisce per soggiogarlo. È dichiarato decaduto dalla carica di deputato in seguito alle leggi eccezionali mentre nel mese di novembre del 1926 gli viene devastata e saccheggiata la casa. In quell’occasione il figlio Lionello venne vigliaccamente percosso
violentemente (e infatti morira per le conseguenze di questa aggressione poco tempo dopo)20. Colpito nei valori e negli affetti più cari Angelo Noseda qualche anno dopo cesserà di esercitare la sua professione. Ridotto così al silenzio e ad un’impotenza manifesta, la polizia fascista, giudicandolo politicamente finito, non si occuperà più di lui fino alla sua morte, avvenuta a Como il 22 luglio 1940.
Gli effetti della caduta del regime nelle settimane seguenti trovano altre manifestazioni concrete. Il 2 agosto il nuovo Prefetto della provincia di Como, Michele Chiaromonte, provvede allo scioglimento delle forze della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale e dispone l’inquadramento nelle Forze Armate degli agenti in servizio presso le Forze di polizia Universitaria. Anche a Cernobbio le organizzazioni fasciste smobilitano. Lasciano la scuola il distaccamento della Milizia nazionale forestale ed il Municipio la Gioventù Italiana del Littorio. Nel frattempo quattro incursioni aeree si abbattono su Milano provocando la distruzione di centinaia di abitazioni civili e costringendo 300.000 persone a fuggire verso il Comasco. In tanti arrivano a Cernobbio e per una prima accoglienza vengono loro destinati alcuni locali del Municipio e dell’industria tessile Bernasconi. L’inaspettato aumento della popolazione residente inizia però ad avere ripercussioni nell’approvvigionamento delle derrate alimentari, già razionate e scarse. Le disponibilità monetarie per l’acquisto degli alimenti sono infatti così contenute che viene addirittura organizzata una raccolta delle divise del disciolto P.N.F.22. Tra i più attivi sul fronte dell’assistenza agli sfollati è don Umberto Marmori che tramite il Comitato Assistenza sfollati, costituito proprio in questo periodo, prende in affidamento molti rifugiati. Altri vengono accolti al Campo Solare, dagli alberghi, dagli inquilini di Villa d’Este nonché da privati benestanti. Il 15 agosto, poche ore prima di una nuova incursione aerea alleata su Milano, il prefetto Chiaromonte nomina i nuovi commissari della Pubblica Amministrazione in sostituzione di quelli compromessi col regime. A Cernobbio è destinato Filippo Frattaroli che entra in carica il successivo 2 settembre.
A livello nazionale, nel frattempo, regna la massima incertezza. L’esecutivo del maresciallo Badoglio aveva infatti adottato una politica di irresponsabile doppiezza, ovvero rassicurare Hitler del fatto che l’alleanza con la Germania non sarebbe venuta meno ed allo stesso tempo iniziare, segretamente, trattative con gli angloamericani per una pace separata. I tedeschi, allarmati per il rapido ed inatteso mutamento della situazione italiana, ignari di dove si trovasse Benito Mussolini e sospettosi di un prossimo totale “tradimento”, iniziano ad attuare il piano militare “Alarico” il cui obiettivo è il controllo totale della penisola. In questo clima di crisi e confusione viene firmato da parte del Governo italiano, il 3 settembre a Cassibile, presso Siracusa, l’armistizio con gli Alleati. L’avvenimento viene ufficializzato l’8 settembre, con qualche giorno di anticipo rispetto alle previsioni per il timore di un colpo di mano tedesco destinato a rovesciare l’esecutivo badogliano. Il giorno successivo il re e la sua famiglia, insieme con alcuni ministri e le rispettive famiglie, lasciano Roma e, raggiunta prima Pescara e poi Ortona, si imbarcano per Brindisi, città già sotto il controllo delle forze statunitensi. Gli eventi non colgono per nulla alla sprovvista i tedeschi, già a conoscenza delle trattative segrete tra italiani ed Alleati per mezzo di una serie di intercettazioni effettuate dalle SS. In poche ore la Wermacht occupa, senza difficoltà, il rimanente territorio nazionale e disarma 80 divisioni italiane abbandonate al loro destino dal comportamento irresponsabile del Governo.
La notizia dell’avvenuto armistizio coglie invece di sorpresa la popolazione di Cernobbio alle ore 18.00 di mercoledì 8 settembre con un drammatico messaggio radiofonico. Poche parole che danno origine ad un dramma, quello dei soldati in fuga per non essere fermati, e in molti casi subito uccisi, dai tedeschi che, è notorio, stanno per occupare anche il Comasco. Diversi militari cernobbiesi, riusciti anche fortunosamente a ritrovare la via di casa, percorrono in tutta fretta i numerosi sentieri alle pendici del monte Bisbino e trovano riparo in Svizzera. Altri militari sbandati, privi di documenti d’identità, non possono però superare il confine. Qui interviene l’aiuto di tante famiglie del nostro
Comune che ospitano provvisoriamente giovani e uomini mentre a Como il Commissario Prefettizio, Eugenio Rosasco, autorizza il rilascio di carte d’identità contraffatte. Seppur in un clima di confusione ed incertezza la maggior parte degli sbandati riesce a superare il confine.
06 1943 Proclamazione FascistaDomenica 12 settembre, verso mezzogiorno, reparti tedeschi di fanteria motorizzata, seguiti da mezzi corazzati entrano in Como bloccando i valichi di frontiera. L’occupazione delle forze naziste avviene proprio quando numerosi militari comaschi del 67° reggimento Fanteria stanno prendendo posizione contro i tedeschi a Monte Lungo, nelle Puglie. Un comando divisionale delle SS occupa Villa Locatelli a Cernobbio, al comando del capitano Joseph Voetterl, in realtà un agente segreto degli Stati Uniti. Voetterl, cittadino austriaco nato a Salisburgo, è il protagonista di uno dei più grandi successi dell’Office of Strategic Service americano. Dopo essere emigrato in America negli anni ‘20, all’avvento di Hitler al potere ritornò nel III Reich. Iscrittosi al partito nazista, aveva fatto carriera nelle SS, e durante la guerra era stato prima in Polonia e poi sul fronte russo di Stalingrado dove, ferito, fu trasferito in Francia, a Tolone. Disimpegnandosi con abilità riesce ad arrivare a Cernobbio dove prosegue il suo lavoro di agente segreto ed allo stesso tempo di comandante tedesco. Solo al termine della guerra, quando si viene a conoscenza del suo vero ruolo in seno all’organizzazione di Himmler, si riusce a spiegare il fatto che mai si verificarono rastrellamenti delle SS nella zona di Como pur essendo territorio soggetto a vaste operazioni da parte delle formazioni partigiane. A Villa d’Este trova sede l’ospedale militare tedesco ed il successivo ottobre Villa Belinzaghi diventerà domicilio di importanti sezioni di enti finalizzati alla produzione bellica del Reich.
La sera stessa dell’occupazione tedesca viene diramata la notizia dell’avvenuta liberazione di Benito Mussolini da parte di un gruppo di paracadutisti tedeschi, guidati dal capitano delle SS, Otto Skorzeny, dalla prigione di Campo Imperatore sul Gran Sasso. Dopo il 25 luglio l’indiscusso capo del fascismo era stato segregato prima all’isola di Ponza, poi alla Maddalena ed infine in Abruzzo. Badoglio ed il re, in base agli accordi dell’armistizio, avrebbero dovuto consegnarlo agli angloamericani, cosa che però non fecero al momento della loro fuga per Brindisi. Due giorni più tardi Mussolini, dopo un incontro con Hitler nel quartier generale tedesco a Rastenburg, nella Prussia Orientale, assume l’incarico di guidare uno Stato in Italia. Nelle stesse ore, clandestinamente, si costituisce il primo Comitato di Liberazione Nazionale provinciale. L’annuncio della sua istituzione avviene attraverso la diffusione di un volantino che invita i militari sbandati ed i giovani a raggiungere e rafforzare i primi nuclei di dissidenti armati in montagna e la popolazione ad appoggiare la resistenza armata contro i tedeschi ed i redivivi fascisti. È infatti l’inizio della guerra partigiana perché intanto è nato il Partito Fascista Repubblicano che, da parte sua, chiama i giovani ad imbracciare le armi a fianco dei nazisti. Questa notizia, in realtà, ha come unico risultato l’inizio di notti frenetiche nelle vicinanze dei valichi di confine con la Svizzera e nei sentieri del Bisbino. In due settimane nella Confederazione elvetica, infatti, vengono accolti e sistemati 19.055 “sbandati”.