Un compleanno ufficiale per Lurate Caccivio? Difficile a dirsi…vada per il 30 dicembre 1755

P1040454È possibile stabilire con assoluta certezza la data in cui compare ufficialmente nella storia la denominazione ufficiale di Lurate Caccivio? Come spesso accade in questi casi la risposta non è univoca, soprattutto perché la maggior parte dei toponimi delle nostre località, se non possono vantare una precisa identificazione romana (molto più raro farli risalire con assoluta certezza alle popolazioni che hanno preceduto la conquista delle legioni dell’Urbe eterna), hanno iniziato ad essere identificate nell’Alto medioevo…  periodo ancora oggi caratterizzato da tanti punti interrogativi che non potranno mai (o molto difficilmente) essere risolti. Ed anche le derivazioni etimologiche attuali vanno prese con “le pinze”. Se è vero che i suffissi -ate vengono ricondotti ad un origine celtica, bisogna anche sottolineare che tali denominazioni si incominciano ad usare nell’epoca  moderna e, spesso, nel Medioevo i nomi ufficiali sono anche sostanzialmente differenti a nomi per noi abituali. Il campo su cui ci muoviamo, quindi, è “minato”… ed è buona prassi, quindi, utilizzare solo elementi precisi, anche se spesso questi finiscono per  limitare miti e leggende popolari su antenati ed episodi che avrebbero contraddistinto la storia del paese. Anche per ciò che riguarda il suo nome.
Le prime testimonianze tangibili di una denominazione ufficiale dei paesi comaschi, e quindi anche di Lurate e Caccivio (che per tanti secoli hanno vissuto storie parallele ma differenti), vanno ricondotte al basso Medioevo. In particolare, il primo riscontro storico di Lurate risale al 1346, quando negli “Statuti delle acque e delle strade del contado di Milano” compare la località “Luyrago de l’Abà”, inclusa nella pieve di Appiano e responsabile della manutenzione della cosiddetta “strata da Bolà”. La prima citazione di Caccivio è invece più “vecchia” di undici anni. “Cazivio”, infatti, è citato in una sezione dei famosi Statuti della Città di Como del 1335 quale comune appartenente alla Pieve di Fino. Interessante il fatto che questo testo esplicitamente ricorda come Cazivio sia già stato annotato in un documento del 1240 dal quale si evince figuri sotto il controllo dei quartieri di Porta San Lorenzo e Coloniola della città di Como. Gli Statuti del 1335, prendendo atto di quanto era in vigore un secolo prima, non hanno fatto altro che aggiornare lo status di questa realtà rurale del contado comasco.
Dal XIV secolo facciamo ora un salto di due secoli. In questo periodo il toponimo Lurate Abate è una denominazione consolidata. Compare infatti nei registri dell’estimo del Ducato di Milano del 1552 (un elenco con finalità di natura esclusivamente fiscale), nell’estimo redatto dall’Imperatore Carlo V (documento dalle analoghe finalità del 1558) ed in suo aggiornamento del 1644. In questo periodo Caccivio, scritto con un “c” sola, invece risulta sempre parte integrante della pieve di Fino. Almeno così risulta dal “Liber consulum civitatis Novocomi”, un testo dove sono riportati i giuramenti prestati dai consoli delle località minori alla città di Como dal 1510 al 1538. Anche nel 1652, nel documento “Redenzione feudi”, Caccivio, dove vi abitano 38 “fuochi”, risulta ancora compresa nella pieve di Fino. Con l’arrivo del dominio austriaco nel nostro territorio le cose, però, sono destinate a cambiare ed a ridosso della metà del XVIII secolo ecco che Lurate e Caccivio si incontrano. Il “rendez vous” però non è semplice. Non, però, per motivi locali bensì per episodi di politica internazionale (ovvero guerre) che impediscono alla corona asburgica di portare a compimento una profonda riforma fiscale nei propri domini. Eh sì, il moderno comune di Lurate Caccivio nasce per favorire una più efficiente tassazione dei suoi abitanti. La fotografia che descrive il nostro territorio prima di questa unione è rappresentata dalle “Risposte ai 45 quesiti”, una
sorta di indagine conoscitiva effettuata nel 1751 dall’apparato amministrativo austriaco per conoscere usi, costumi, tradizioni e stato di fatto di tutti i suoi comuni rurali o urbani che siano. In base alle risposte inserite nel “Compartimento territoriale specificante le cassine”, Lurate Abate è inserito nel ducato di Milano, pieve di Appiano ed il suo territorio comprende anche le cascine di Castello, Monte, Benedetta e Malpaga. Il comune risulta ancora un feudo dell’abate di San Simpliciano di Milano al quale, però, la
comunità (composta da 351 anime) non versa alcun tipo di tributo. I suoi amministratori però devono prestare giuramento davanti alla giurisdizione criminale del Vicariato del Seprio, una sorta di Tribunale locale d’epoca, prima di entrare in carica.
Sempre nel “Compartimento territoriale specificante le cassine” del 1751 sappiamo invece che Caccivio non è sottoposto in modo esclusivo alla giurisdizione comasca. È parte integrante del ducato di Milano ma non più della pieve di Fino Mornasco. È inserito in quella di Appiano e il suo territorio comprende anche il “cassinaggio” di Colombaro. Dalle risposte ai 45 quesiti della giunta del censimento emerge che i suoi
amministratori, per rendere effettivo il proprio potere, devono però prestare giuramento ancora davanti al podestà di Como. Una situazione che le autorità superiori ritengono anacronistica e, infatti, nel giro di due anni vengono tagliati tutti i fili di natura amministrativa con Como. Ma non solo. Dall’“Indice delle pievi e comunità dello Stato di Milano” del 1753, emerge come non sia più comune autonomo ma unito a Lurate Abate. La denominazione ufficiale è “Lurate Abate con Caccivio” ed è questa la prima volta che incontriamo ufficialmente insieme le due località nella storia. Peccato, però, che non si disponga della data precisa in cui tale “Indice delle pievi” viene pubblicato. Conoscere il giorno preciso di pubblicazione avrebbe significato rintracciare il compleanno ufficiale del nostro comune. Mancando dunque un riferimento indiscutibile, per poter disporre di una data di anniversario certa, dobbiamo fare un piccolo salto in avanti di soli due anni. Il comune di “Lurate Abate con Caccivio” infatti figura nella “Riforma al governo e  amministrazione delle comunità dello stato di Milano”, editto entrato in vigore il 30 dicembre 1755, e poi nel nuovo compartimento territoriale dello Stato di Milano del 10 giugno 1757. Quest’ultimo documento altro non è che l’atto amministrativo che decreta l’entrata in vigore del Catasto Teresiano, la monumentale opera di censimento di tutti i possidenti dell’Impero asburgico, realizzato per esclusive finalità fiscali sotto il regno
dell’imperatrice Maria Teresa d’Austria. Sarà questa la denominazione ufficiale del nostro comune nei successivi tumultosi decenni dell’epoca napoleonica. Per la cronaca, Lurate e Caccivio sono soggette a numerose variazioni di “mandamento” e poi di provincia, ovvero di quale sia il centro più grande cui far riferimento: da Appiano (1771, quando il paese conta 402 abitanti in Lurate Abate e 763 in Caccivio per un totale di 1165 residenti) passa ad essere parte della provincia di Gallarate (1786), poi al Dipartimento del Verbano nella Repubblica Cisalpina (1797), al Dipartimento dell’Olona (1798), al Distretto di Olgiate Comasco (1799, con 1088 abitanti), al II Distretto di Varese (1801) per approdare infine al Dipartimento del Lario, diventato nel 1805 Dipartimento di Como, nel Regno d’Italia napoleonico. Sempre nel 1805, quando la sua popolazione conta 1161 abitanti, cessa di essere comune autonomo e viene forzatamente annesso ad Appiano. Con la caduta di Napoleone e la Restaurazione il nostro comune torna indipendente sempre come “Lurate Abbate con Caccivio” (12 febbraio 1816). È il 23 giugno 1853, in seguito ad un nuovo aggiornamento del Compartimento territoriale della Lombardia, che la sua denominazione muta diventando “Lurate Abbate” e annoverando Caccivio solo come frazione (2531 complessivamente sono i suoi abitanti). Questo nome sarà mantenuto dopo l’unione temporanea delle province lombarde al regno di Sardegna (23 ottobre 1859; 2.671 gli abitanti) e la costituzione del Regno d’Italia nel 1861 (2.808 abitanti).
La nascita dello Stato unitario italiano segna, di fatto, l’ultimo capitolo della nostra breve storia delle denominazioni di Lurate Caccivio. Se infatti con l’arrivo del treno in paese l’edificio della stazione anticipa i tempi (sul muro della stessa compare la denominazione Lurate Caccivio), bisogna aspettare la riforma amministrativa attuata dal Regime Fascista perché dallo stato di fatto si passasse all’effettiva validità giuridica della denominazione “Lurate Caccivio”. Infatti, sino al 1927, il comune mantiene la qualificazione di Lurate Abbate e solo successivamente a tale data assume la denominazione attuale (in seguito all’emanazione del Regio Decreto 1027 del 2 giugno 1927) forte di una popolazione di 4.918 abitanti per una superficie di 592 ettari. Sono quindi poco più di 91 anni che il nostro Comune ha assunto la sua denominazione attuale. In questo periodo sono diventati ben diversi altri i numeri che  contraddistinguono il paese, come quello dei abitanti che ora sono più del doppio. Ma l’analisi di questi numeri è tutta un’altra storia.
Luigi Clerici

(Articolo apparso sul nr. 01 de “Il Tessitore” – dicembre 2018)

Cento anni dalla scomparsa di Antonio Ceruti, un Monsignore che arrivò a Casnedo per lenire le sue delusioni “culturali”

Medaglione Mons CerutiA Cernobbio sono nati, o hanno vissuto per una parte della loro vita, numerosi personaggi. Alcuni molto noti anche oggi, altri meno. Tra i “figliocci” della località il cui ricordo è stato ovattato dallo scorrere del tempo, figura certamente un insigne uomo di cultura della seconda metà del XIX secolo, Mons. Antonio Ceruti. Il sacerdote della chiesa Ambrosiana, infatti, spese gli ultimi trent’anni della sua vita a Casnedo ed alla sua morte, avvenuta il 20 maggio del 1918, venne seppellito nel suo piccolo cimitero. È quindi esattamente un secolo che Mons. Ceruti riposa a Cernobbio circondato da quell’ambiente e quella natura che tanto lo avevano appassionato in vita a tal punto da indurlo ad acquistare, nel 1886, villa Flora: una signorile casa di villeggiatura con giardino situata allora nel territorio comunale di Rovenna. Continua a leggere

Arriva il Regime Fascista: dalle proteste alla programmazione. E si ottiene qualche risultato positivo

Retrospettiva giornalistica della storia di questa linea ferroviaria (3-ultima)

La Grande Guerra porta via con sé speranze e sogni della Belle Epoque. Per diversi anni di ferrovie nel comasco se ne parla esclusivamente in ottica militare. A conflitto bellico finito, nonostante il clima sociale piuttosto acceso, ci si torna ad occupare anche della linea ferroviaria Como-Lecco. Alla vigilia della “Marcia su Roma” da parte delle avanguardie fasciste, il 14 ottobre 1922, il settimanale “Il Prealpino” di Lecco non usa mezzi termini per definire questo collegamento: «La linea ferroviaria Lecco-Como è una linea sballata e sbagliata nel progetto e nella esecuzione. Ma dal momento che c’è bisogna tenersela; e perché entri nella simpatia dei viaggiatori bisogna che non sia trascurata dalle ferrovie. E per questo occorrerebbero che le quattro corse giornaliere possano percorrere i 42 chilometri in un’ora e dieci minuti. Solo così potraà la ferrovia battere la concorrenza del servizio combinato corriera-tramvai». Sì, perché ora ad unire i due centri ci sono anche la tramvia e si incominciano a sperimentare i primi servizi di autobus. Affinché la linea venga valorizzata, e non adibita al solo traffico merci, viene costituito un Movimento per il miglioramento del servizio, iniziativa antesignana a tanti Comitati e gruppi che sorgeranno nei decenni successivi. Questa iniziativa sembra non suscitare un particolare fervore nei lecchesi che espongono le loro idee in modo schietto e diretto: «Noi di Lecco non siamo freddi davanti al movimento sorto per i miglioramento del servizio di questa dannata linea Lecco-Como – si legge sempre nel Prealpino del 14 ottobre -; siamo semplicemente scettici perché l’Amministrazione Ferroviaria non farà mai un corno per soddisfare le esigenze delle popolazioni, trincerandosi dietro il pretesto che la linea è già passiva. È la storia dell’uovo e della gallina».

La situazione, però, non risulta del tutto così catastrofica. Anzi, proprio in questi anni, sembra proprio che le istituzioni vogliano provare a migliorare effettivamente il servizio. Nel 1923 la Regia Commissione Straordinaria per il miglioramento del servizio ferroviario nel Regno d’Italia incarica gli avvocati comaschi F. Lanfranconi ed il dottor Giussani di elaborare uno studio sulla Como-Lecco. I risultati vengono presentati l’anno successivo e devono essere stati ritenuti molto positivi in quanto vengono avallati dai Commissari Prefettizi di Como e di Lecco, dalle Camere di Commercio di Como e di Lecco, dalla Deputazione provinciale di Sondrio e dal Consiglio di Disciplina dei Procuratori di Como come riporta il settimanale “L’Araldo” di Cernobbio in data 16 aprile: «Conformemente all’incarico datoci ci siamo recati ieri alla Direzione Compartimentale delle Ferrovie dello Stato di Milano per concordare le novità da introdurre sulla ferrovia Como-Lecco in seguito alla concessione della quarta coppia (di treni) da attivarsi col primo giugno p.v., quarta coppia che si è finalmente ottenuta, e per le pratiche fatte alla Conferenza di Locarno e per quelle successive». I nuovi orari vengono studiati in modo da consentire coincidenze, a Lecco, con i convogli diretti in Valtellina, a Milano ed a Bergamo; a Merone con le corse delle FNM dirette a Milano o Erba Incino; ed a Como con i treni diretti sul Gottardo. Inoltre ad Oggiono le fermate consentiranno ai viaggiatori di raggiungere Milano sfruttando le corse della ferrovia Oggiono-Molteno-Monza. I rappresentanti delle Ferrovie dello Stato, a nostra richiesta, hanno dichiarato che le quattro coppie saranno tutte di treni viaggiatori, esclusi quindi i treni misti».

Sarà anche per la particolare cura che, a partire dal 1925, il Regime Fascista dedica al trasporto ferroviario oppure per il ferreo controllo su tutto ciò che viene pubblicato dai quotidiani, in ogni caso il 29 gennaio 1930 il quotidiano”La Provincia-Il Gagliardetto” rileva che «L’Amministrazione Provinciale è vivamente grata all’Amministrazione delle FF.SS. per i notevoli miglioramenti introdotti su questa linea. Pertanto si chiede che vengano conservate tutte le coppie di treni della stagione invernale attuale». È questo un periodo in cui si investe anche da un punto di vista turistico sulla linea. Dopo tutto idee, in proposito, ne erano state avanzate diverse. Ad esempio sulla “Cronaca” di Lecco si legge: «Sarebbe inoltre desiderabile che nell’intento di apprestare alla massa dei forestirei comodità maggiori in occasione del loro soggiorno nella regione dei laghi, l’Onorevole Amministrazione delle Ferrovie dello Stato facesse pratiche presso la Società Nord Milano e la Società di Navigazione sul Lago Maggiore affine di addivenire ad un accordo per la creazione di una coppia almeno giornaliera diretta fra Venezia-Rovato e Laveno con coincidenza in quest’ultima stazione per quelle di Pallanza, Baveno, Stresa. L’onor. Amministrazione delle Ferrovie dello Stato potrebbe dimostrare la sua buona disposizione al riguardo studiando fin d’ora e preordinando il raccordo alla stazione di Albate-Camerlata coi treni della Como-Varese e della Como-Lecco».

La frase pronunciata da Benito Mussolini su come gli orari, durante il regime Fascista, arrivino sempre in orario sembra quindi calzare a pennello anche alla Como-Lecco a cinquant’anni dalla sua attivazione e dalle pagine della stampa scompare ogni accenno a disagi e critiche. Una situazione, quindi, che appare idilliaca con solo qualche auspicio di ulteriori migliorie come sottolineato dal quotidiano “La Provincia-Il Gagliardetto” il 23 dicembre 1934: «Si raccomanda l’accelleramento di marcia su questa linea di tutti i treni, facendo voti che i convogli più leggeri possano al più presto venire sostituiti con le Littorine». Il sospetto, però che anche in questo caso le cronache fossero comunque controllate ed organizzate dal Regime è più che lecito. Anche perché si tratta dell’unico periodo in cui la Como-Lecco non è stata oggetto di strali, proteste e polemiche in tutta la sua storia.

Da Milano al Lario, il canale dei sogni

Un sogno che nasce nel Rinascimento e che, con qualche evidente evoluzione dovuta allo scorrere del tempo, abbraccia l’età Moderna, il secolo del Lumi, l’Ottocento e la Belle Epoque per poi tramontare definitivamente nei primi anni Venti dello scorso secolo. Stiamo parlando dell’ambizioso progetto di collegare Como e Milano attraverso una via d’acqua navigabile. Primo fautore di questa idea, innovativa i tempi in cui vive, è Leonardo da Vinci che, complice il suo inesauribile genio, ipotizza la possibilità di agevolare il trasporto delle merci dalle Alpi verso il capoluogo lombardo sfruttando Como e il suo lago. Nel corso dei secoli altri seguono, modificando e sviluppando, questo punto di partenza fino al progetto ideato da Pagani. Il canale navigabile è dunque stato uno dei tanti sogni rimasti nel cassetto per migliorare il sistema di collegamento di Como e del suo comprensorio? Probabilmente sì, ma viene certo da innervosirsi pensando che si è  arrivati ad un passo affinché tutto diventasse realtà anche una parte minima di questa proposta, come vedremo, sarà poi destinata a realizzarsi. Continua a leggere

La funivia Cernobbio-Bisbino, “il sogno proibito” dell’Esposizione Voltiana del 1927

Vettura funiviaL’Esposizione Voltiana del 1927 è stata un evento sicuramente significativo per la città di Como ed il suo comprensorio ed in effetti ci ha lasciato un’eredità sfruttata ancora oggi, ad esempio, dal punto di vista turistico (il faro di San Maurizio) o sportivo (lo stadio “Giuseppe Sinigaglia”). Eppure il suo lascito avrebbe potuto essere ben più cospicuo se il “sogno” di un avvocato milanese, Piero Giussani, fosse diventato realtà. Questo professionista, infatti, era innamorato di Cernobbio e proprio in vista dell’Esposizione Voltiana lanciò l’idea della costruzione di una funicolare tra Cernobbio ed il monte Bisbino. Un’infrastruttura che avrebbe contribuito alla “completa valorizzazione del nostro Bisbino; un’opera che è destinata ad imprimere grande impulso alla ridente nostra città”. Continua a leggere

Nel crepuscolo del XIX secolo la Como-Lecco è sinonimo di lentezza e inaffidabilità

Retrospettiva giornalistica della storia di questa linea ferroviaria (1)

Appena costruita e già inaffidabile. Così può essere definito il servizio passeggeri lungo la linea ferroviaria Como-Lecco già nell’ultima parte del XIX secolo. Almeno questo è il giudizio che traspare dalle cronache d’epoca riportate da quotidiani e settimanali locali. A pochi anni dall’avvio del servizio di trasporto tra i due centri principali del Lario le notizie di stampa, infatti, non lesinano critiche e proteste: «Como, come capoluogo di provincia, è una delle città meno felici – si scrive sul quotidiano “La Provincia” il 16 gennaio 1893 -; gli altri centri di provincia sono centri di piccole reti ferroviarie. Invece Como è sempre più isolata: a Lecco vi si arriva prima in vettura (ovvero la carrozza a cavalli, ndr) piuttosto che in ferrovia. Ecco un grandioso ed utile argomento che dovrebbero studiare assieme le autorità locali, la stampa, il circolo dei Commercianti e la società pel Bene Economico di Como. Tutto attorno a noi si muove e s’agita e progredisce; conviene muoversi, agitarsi, progredire anche noi». Nonostante l’auspicio, però, le cose non sembrano destinate a migliorare. Qualche anno dopo, infatti, sotto il titolo “La linea ferroviaria Como-Lecco” in un articolo del quotidiano “La Prealpina” di Varese, allora territorio della Provincia di Como, datato 30 novembre 1899 si legge: «È generale il lamento della popolazione intorno agli orari della nuova linea Como-Lecco, testé aperta al pubblico. Figuratevi che il viaggio da Lecco a Como dura quasi tre ore, mentre la diligenza impiegava quattro ore e mezzo. Poi non ci sono che tre corse al giorno con pochissime coincidenze a Lecco colla linea di Bergamo ed a Como con quelle di Varese e Milano». Continua a leggere

Il sogno della “Ferrovia Lariana” (lungo la sponda occidentale del lago) per fare concorrenza al “San Gottardo”

Percorso ferrovia LarianaSono ormai decenni che ogni minimo “intoppo” al tunnel del San Gottardo ha pesanti ripercussioni sulla viabilità della città di Como, ed in particolare dell’area di Lazzago e dei paesi limitrofi. Il traffico su gomma, nonostante i passi in avanti compiuti negli ultimi tempi grazie soprattutto all’apertura di Alptransit, costituisce ancora il mezzo insostituibile per assicurare il trasporto delle merci tra il nord ed il sud dell’Europa. Almeno fino a quando il tunnel non entrerà a pieno regime (e questo dovrebbe comunque aprire alle nostre latitudini una riflessione di natura politico-economica su dove i mezzi pesanti che quotidianamente assediano l’ingresso di Como Sud dell’Autostrada A9, saranno dirottati sui treni diretti oltre le Alpi). Eppure la storia di Alptransit, e del tunnel del San Gottardo in generale, avrebbe potuto essere ben diversa. Esattamente un secolo fa Como, infatti, fu al centro di un avveniristico progetto ferroviario che avrebbe dovuto mettere il nostro comprensorio in contatto con la Svizzera utilizzando però un itinerario differente a quello che noi tutti conosciamo. In questo caso, infatti, l’idea era sfruttare le possibilità offerte dallo Spluga per dar vita da una linea ferroviaria internazionale denominata “Ferrovia Lariana”. Continua a leggere