Un imperatore alla volta: Aulo Vitellio Germanico

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Aulo Vitellio Germanico, chiamato generalmente Vitellio (Nuceria Alfaterna, 24 settembre 15 – Roma, 22 dicembre 69) fu dunque il terzo a salire sul trono nell’anno dei quattro imperatori. A gennaio del 69 imperatore di Roma è Otone che, più acuto osservatore della realtà politica che Galba non fosse stato, intuì il malcontento latente e le cause profonde di malessere delle province, e il fatto che tali forze, sino ad ora sotterranee, nel venire alla ribalta della storia, si erano occasionalmente coagulate intorno alla figura, di per sé insignificante, di Aulo Vitellio. Egli era comunque debitore per la sua situazione alle coorti pretorie e, in misura minore, del favore del popolino della capitale

A prima vista, si sarebbe potuto credere che la situazione di Otone fosse vantaggiosa e più favorevole di quella rivale di Vitellio che stava facendo convergere sull’Italia le legioni del nord. In Giudea, ove le tre legioni impegnate nella dura guerra contro gli Ebrei stavano stringendo d’assedio Gerusalemme, il loro comandante Tito Flavio Vespasiano aveva fatto giurar loro fedeltà davanti alle immagini di Otone. Lo stesso avevano fatto Licinio Muciano con le legioni di Siria e Tiberio Alessandro con quelle d’Egitto. Anche l’Africa aveva abbracciato la causa di Otone, sollevando l’Urbe dallo spettro della fame, che già per un attimo era balenato al momento del tentativo di Clodio Macro contro Galba. Le due maggiori province granarie dell’Impero, l’Africa Proconsolare e l’Egitto, erano dunque aperte al traffico marittimo con Ostia e Pozzuoli e ciò rimuoveva il pericolo di sommosse del popolino ormai abituato alla consuetudine delle pubbliche distribuzioni di grano. Così pure la Spagna, antica roccaforte di Galba, e l’Aquitania parevano fedeli a Otone. Ma l’adesione più importante al nuovo imperatore venne dalle legioni della Dalmazia, della Pannonia e della Mesia, che per valore e disciplina erano in grado di battersi alla pari con quelle germaniche e per vicinanza geografica al teatro d’operazioni sarebbero state in grado di intervenire nella lotta assai prima delle lontane legioni d’Asia e d’Egitto. Continua a leggere

Un imperatore alla volta: Marco Otone Cesare Augusto

Otone  Otone carta

Le legioni germaniche erano rimaste deluse e contrariate dal fatto che Galba, insediatosi al potere, non aveva concesso loro alcun riconoscimento per quanto avevano fatto; anzi, avevano assistito con sdegno alle punizioni inflitte alle città e alle tribù galliche e germaniche che non avevano partecipato al movimento di Vindice e avevano aiutato le legioni del Reno a domarlo. Dopo la morte di Nerone e l’ascesa di Galba, lo scontento diffuso non aveva accennato a placarsi e l’episodio di Fonteio Capitone non aveva certo migliorato il loro stato d’animo nei confronti di Galba. Inviato da quest’ultimo quale legato della Germania Inferiore, Capitone – a quanto pare – aveva cercato di mettersi a capo di una rivolta militare, sfruttando l’inquietudine delle truppe e la loro avversione nei confronti degli Edui, dei Sequani e delle altre tribù galliche che avevano parteggiato per Vindice. Galba, però, venuto in qualche modo a conoscenza dei suoi piani, era riuscito a prevenirlo prima che il movimento avesse avuto il tempo di prendere consistenza. Secondo Tacito, anzi, l’imperatore non fece altro che limitarsi ad avallare quanto Cornelio Aquino e Fabio Valente avevano fatto in suo nome. Aquino e Valente comandavano ciascuno una legione del Reno e, non appena ebbero sentore delle intenzioni del legato, senza attendere ulteriori istruzioni da Roma lo avevano fatto sopprimere. Esecutore materiale dell’assassinio di Capitone era stato il centurione Crispino che, più tardi, sarebbe stato messo a morte dai legionari ancora legati al ricordo del loro governatore. Pare che anche il prefetto della flotta del Reno, Giulio Burdone, fosse a parte dell’iniziativa di Aquino e Valente. Ma senza dubbio la parte di maggior rilievo dovette essere svolta dallo stesso Fabio Valente, comandante energico e spregiudicato, che aveva già svolto un ruolo, peraltro non ben conosciuto, nel fallimento della proclamazione di Verginio Rufo da parte delle legioni, e che adesso sperava di ricevere ampie ricompense dall’imperatore al quale, per due volte, aveva eliminato un pericoloso rivale. Senonché, questi suoi meriti non ricevettero affatto il riconoscimento da lui sperato, e l’ambiziosissimo Valente, amaramente deluso dall’ingratitudine di Galba, cominciò a sua volta sul fuoco dello scontento dell’elemento militare per trarne direttamente vantaggio. Continua a leggere