1907: quando gli emigranti partivano per l’estero dalla nostra Diocesi alla ricerca di un futuro migliore

Da ormai diversi anni il tema dei migranti è un argomento particolarmente dibattuto. Molto spesso a sproposito e con diversi preconcetti. In ogni caso di tratta di una tematica di stretta attualità. Ma l’attenzione verso i fenomeni migratori non è un’esclusiva dei nostri tempi perché anche in passato dibattiti, opinioni e studi si susseguirono per analizzare una situazione che, però, non riguardava chi voleva venire in Italia bensì chi aveva intenzione di lasciare il nostro Paese alla ricerca di un futuro migliore. Ed a queste tematiche anche nel XX secolo la Diocesi di Como ha riservato un’attenzione particolare. In particolare nei cosiddetti anni della Belle Epoque quando venne promosso un attento studio che analizzò numeri, e destinazioni, dei migranti in partenza, o in transito, dal territorio diocesano. Un lavoro che, alla luce del nostro contesto attuale, merita di essere conosciuto e che vanta non poche analogie con la situazione attuale. Le premesse del periodo le sappiamo tutti: l’Italia “liberale” era un Paese alle prese con tante difficoltà. L’avvenuta unità nazionale non aveva portato con sé la giusta attenzione alle necessità di un ampio strato della popolazione e una volta parzialmente fallita l’avventura coloniale, che avrebbe dovuto assicurare uno “sbocco interno” a chi ricercava un domani migliore, non aveva raggiunto i risultati auspicati dai Governi in seguito alla sconfitta di Adua (1896). Le crisi alimentari e produttive erano all’ordine del giorno, così come la miseria e la povertà, e tutto questo creava uno stato di tensione che talvolta sfociava in aperta violenza, anche da parte delle autorità (si pensi ai moti di Milano del 1891 e del 1898), o in scioperi. Per tanti l’unica strada per un futuro era rappresentata dall’emigrazione all’estero. Un fenomeno, del resto, incoraggiato dalle stesse autorità come la Diocesi denunciò sulle pagine del suo primo settimanale d’informazione, “La Vita del Popolo”, nel 1907: “Il Governo anziché provvedere ai mezzi per arrestare il torrente emigratorio specula sui proventi della tassa che pagano gli emigranti”. Così come accade oggi per chi lascia l’Africa o altre nazioni, gli emigranti italiani allora non potevano contare sull’assistenza di qualcuno. Di fronte all’acuirsi del fenomeno, però, nei primi anni del XX secolo vennero promosse iniziative private, di carattere sociale, che si sostituirono ad uno Stato assente come nel caso della Lega Democratico-cristiana Valtellinese o dell’Opera di assistenza degli operai italiani emigrati in Europa e nel Levante. Ma quanti e dove erano diretti gli antenati che vivevano alle nostre latitudini in questo periodo?
Dai dati statistici riscontrati nell’ufficio di segretariato di Como/Chiasso dell’Opera di assistenza, ad esempio per l’anno 1906, sappiamo che vennero esperite ben 65.045 pratiche, con un evidente risparmio per coloro che emigravano sulle tasse imposte dal Regno d’Italia pari a oltre un milione di lire, una cifra esorbitante per l’epoca! Nell’ospizio notturno, situato alle porte del confine, quell’anno furono ospitate 8.429 persone alle  quali vanno aggiunte altre 6.320 che pernottarono nella cosiddetta “baracca di Terze”. Tutte queste persone erano dirette in altri Stati europei: Francia (6.400), Germania (13.500), Lussemburgo (6.570) e Svizzera (15.400). Ma in molti, soprattutto dal territorio valtellinese, scelsero di recarsi in America del Nord, Stati Uniti, o del Sud, Uruguay e Argentina in particolare, senza trascurare il Brasile.
Alcuni dati dello studio diocesano (1907) sono interessanti. Tra chi scelse gli Stati Uniti
una quota interessante di emigranti si recò in California, in particolare a San Francisco o
nei suoi dintorni, trovando poi lavoro come “orticoltori o come spaccalegna. E ne
ritraggono buoni guadagni”. Non mancano poi emigranti impiegati nei lavori delle ferrovie o all’estrazione di metalli nelle miniere di oro, argento e rame sui monti della Sierra Nevada.

Tra la statistica dei lavori trovati dai nostri emigranti un posto di tutto rispetto spetta a chi venne impiegato nelle fornaci per la produzione di mattoni. Un’altra vasta corrente di emigranti, invece, raggiunse le coste occidentali dell’Australia (i piani di Coolgardie), lo stato australiano di Vittoria e la Nuova Zelanda, “per applicarsi nelle foreste, in miniera e nei lavori agricoli che in quegli anni si svilupparono in seguito all’introduzione dell’irrigazione artesiana”. L’analisi di questi fenomeni migratori extraeuropei evidenzia che in questo caso si trattò di un’emigrazione “semipermanente”, ovvero di durata ipotizzata dai cinque ai dieci anni. Chi invece scelse l’America Latina, invece, compì una scelta di vita perché si spostarono per lo più intere famiglie in quanto anche le donne avevano grandi possibilità di lavorare, ad esempio, “nella coltivazione delle grandi tenute che prendono a dissodare, o per aiutare nella direzione un piccolo albergo”, cioè su fabbricati adibiti ad ospitare emigranti soli appena arrivati in quelle terre. Anche le conclusioni dello studio diocesano di quell’epoca è terribilmente attuale e potrebbe essere stato scritto anche qualche istante fa, se non fosse per alcune ovvie differenze di lessico tra la lingua parlata 110 anni fa e quella odierna. Nel chiedere a tutti i fedeli uno sforzo, visto che lo Stato osteggiava ogni azione o aiuto agli emigranti, si sottolineava infatti la necessità di “sostenere chi disinteressatamente lavora per il bene di chi, da dura necessità, è costretto a lasciare la sua terra e le gioie della famiglia per recarsi in  contrade lontane a cercare un tozzo di pane”.
Luigi Clerici

(Articolo pubblicato sul nr. 3/2019 de “Il Settimanale della Diocesi di Como”).

Storia della RSI nel Comasco – 03: Arrivano i tedeschi e si infiamma il confine

La notizia dell’avvenuto armistizio coglie alla sprovvista anche la popolazione lariana alle ore 18.00 di mercoledì 8 settembre. A Lecco, due ore più tardi, si tiene una prima riunione di numerosi antifascisti durante la quale il sindacalista Gaetano Invernizzi, già condannato al confino politico, incita alla resistenza contro i nazisti invitando i giovani a nascondersi sui monti del Resegone.

Il 9 settembre, a Como, alcune migliaia di cittadini manifestano davanti alla Prefettura ed al distretto militare per chiedere armi con le quali fermare le truppe tedesche in avvicinamento alla città. La manifestazione, organizzata da esponenti del Partito d’Azione, tra i quali vi si trova l’avvocato Pier Amato Perretta, si tiene in piazza del Duomo.

In Prefettura il generale Binacchi, dopo essersi incontrato con il commissario Rosasco, accoglie la richiesta per la concessione delle armi alla popolazione civile al fine di consentire la costituzione di una Guardia di difesa nazionale, ma durante la notte questi fugge da Como per raggiungere Milano.

Nelle ore serali nei dintorni della città pare ci siano alcune migliaia di soldati fuggiaschi, alcuni dei quali raggiungono la caserma “De Cristoforis”. Le loro testimonianze provocano serie preoccupazioni nei vertici e nelle fila degli altri militari. Terrore desta, in particolar modo, il racconto della recluta Luigi Monti di Carimate, presentatosi al distretto con un paio di calzoni ed una camica borghese sopra le fasce gambiere e i pantaloni grigioverde, spiegando che :

“(…) tra Bolzaneto e Sampierdarena i tedeschi hanno aperto il fuoco sul mio reparto. Oltre 350 uomini sono stati colpiti ; a noi superstiti il capitano ci ha consigliato di rompere le righe e di dirigerci, in borghese, in qualche località ritenuta sicura”[1].

Nell’attesa dell’arrivo delle truppe tedesche in città regna la massima confusione. Il generale Ruggero, da Milano, aveva diffuso il proclama di resa ai tedeschi ma gli ufficiali del presidio militare di Como rimangono nella caserma.

Molti militari sbandati, privi di documenti d’identità, non possono superare il confine con la Svizzera e mettersi in salvo dal sicuro arresto dei nazisti. Per cercare di salvare questi soldati disperati, il Commissario Rosasco, autorizza il rilascio di carte d’identità contraffatte, sennonché, nel giro delle successive ore, si riversano sul territorio cittadino diverse centinaia di soldati in fuga da Milano, in quei momenti occupata dai tedeschi, con l’intenzione di raggiungere la Confederazione Elvetica. Seppur in un clima di confusione ed incertezza la maggior parte degli sbandati riesce a superare il confine.

Domenica 12 settembre, verso mezzogiorno, reparti tedeschi di fanteria motorizzata, seguiti da mezzi corazzati, guidati dal maggiore italiano Carmelo Zaffiro e dal tenente colonnello Biagio Sallusti, entrano nelle mura cittadine e bloccano il valico di Ponte Chiasso. L’occupazione delle forze naziste di Como avviene proprio quando numerosi militari comaschi del 67° reggimento Fanteria stanno prendendo posizione contro i tedeschi a Monte Lungo, nelle Puglie[2].

Le forze germaniche costituiscono immediatamente due folti gruppi armati, il primo dei quali si dirige alla caserma “De Cristoforis” per consegnare il messaggio di resa ordinato dal generale di Milano, Ruggero, ai soldati rimasti. Il Capitano d’ispezione Aimo Conardi, valutata l’impossibilità di reagire agli occupanti, dà ordine ai militari di abbandonare la caserma.

Il secondo gruppo, composto da SS, si reca al valico di frontiera di Chiasso per chiedere il permesso alle autorità di gendarmeria federale della Svizzera di poter effettuare un controllo sullo stato delle vie di comunicazione del Cantone Ticino fino a Lugano per verificare se qualche soldato italiano ha approfittato della confusione per superare il confine. La richiesta viene, evidentemente, respinta.

A Como i tedeschi installano i propri comandi nei punti strategici della città : Comando Piazza nel retro della casa del Fascio ; comando Gendarmeria nel palazzo Saibene in piazza S.Agostino ; comando Logistico all’Hotel Suisse in piazza Cavour ; Comando Gestapo[3] in un edificio sito in via Zezio ; all’Istituto Carducci in via Cavallotti[4] prende sede il comando R.u.K[5], il cui comandante, generale Hans Leyers, requisisce come propria abitazione la villa della famiglia Rosasco. Depositi del materiale sequestrato sarebbero, in seguito, diventati lo stadio Sinigaglia e l’adiacente capannone dell’idroscalo.

I più alti ufficiali tedeschi prendono alloggio presso i prestigiosi alberghi sul lungolago Terminus, S.Gottardo e Barchetta, mentre un contingente di 400 SS si stabilisce a Mariano Comense al fine di avere sotto stretta sorveglianza la strada Milano-Como mentre altri presidi vengono dislocati in tutta la provincia per un totale di 2.845 uomini. In particolare a Ponte Lambro si costituisce il presidio Polizia ed a Mandello si stabilisce l’Armata tedesca “SS Liguria”. Un presidio confinario, forte di 250 militari, prende posizione in alto lago.

I comandi divisionali delle SS vengono dislocati ad Alzate Brianza a Villa Guardia il comando provinciale mentre la direzione per la Lombardia occupa Villa Locatelli a Cernobbio, al comando del capitano Joseph Voetterl, in realtà un agente segreto degli Stati Uniti.

Voetterl, cittadino austriaco nato a Salisburgo, fu il protagonista di uno dei più grandi successi dell’Office of Strategic Service americano. Dopo essere emigrato in America negli anni ‘20, all’avvento di Hitler al potere ritornò nel III Reich. Iscrittosi al partito nazista, aveva fatto carriera nelle SS, e durante la guerra era stato prima in Polonia e poi sul fronte russo di Stalingrado dove, ferito, fu trasferito in Francia, a Tolone. Disimpegnandosi con abilità riuscì ad arrivare a Cernobbio dove continuò il suo lavoro di agente segreto ed allo stesso tempo di comandante tedesco. Solo al termine della guerra, quando si venne a conoscenza del suo vero ruolo in seno all’oganizzazione di Himmler, si riuscì a spiegare il fatto che mai si verificarono rastrellamenti delle SS nella zona di Como pur essendo territorio soggetto a vaste operazioni da parte delle formazioni partigiane[6].

In provincia di Como prende sede anche la “29a Divisione SS Italiane” costituita da volontari, considerata dai tedeschi reparto:

“della Waffen SS con tutti i diritti e doveri, i cui ufficiali sono assolutamente esclusi da qualsiasi contatto con forze militari e politiche”[7].

Presso il capoluogo lariano viene dislocato l’apposito ufficio di arruolamento ma solo per qualche mese in città sarà di stanza l’VIII battaglione, al comando del maggiore Carlo Pace, successivamente trasferito a Lecco.[8]

Altri reparti delle SS italiane avevano assunto il controllo di tutta la provincia : ad Alzate Brianza vi si trovava il Quartier Generale e la Polizia Militare ; ad Albate il carcere ed il concentramento “quadrupedi requisiti” ; ad Asso il comando artiglieria ; a Barzanò un contingente di quasi 800 uomini, dei quali 300 tedeschi ; a Valmadrera aveva sede l’Ispettorato Generale Comando Unità Armate, alle dipendenze del generale Manelli[9].  A Lurago d’Erba aveva anche sede la scuola per il genio delle SS italiane.

La sera stessa dell’occupazione della città viene diramata la notizia dell’avvenuta liberazione di Benito Mussolini da parte di un gruppo di paracadutisti tedeschi, guidati dal capitano delle SS, Otto Skorzeny, dalla prigione di Campo Imperatore sul Gran Sasso. Dopo il 25 luglio l’indiscusso capo del fascismo era stato segregato prima all’isola di Ponza, poi alla Maddalena  ed infine in Abruzzo. Badoglio ed il re, in base agli accordi dell’armistizio, avrebbero dovuto consegnarlo agli angloamericani, cosa che però non fecero al momento della loro fuga per Brindisi[10].

La notizia ebbe come risultato l’inizio di notti frenetiche nelle vicinanze dei valichi di confine con la Svizzera nei dintorni della città, ovvero Pedrinate, Vacallo e Pizzamiglio[11] e lungo le prealpi lariane , zone non ancora sotto un peculiare controllo tedesco. Militari, ex detenuti politici, ebrei, prigionieri di guerra ed evasi dai campi di concentramento italiani cercano disperatamente di evitare la cattura e la conseguente deportazione nei campi di lavoro in Germania. Le autorità elvetiche, che avevano visto crescere in modo impressionante il numero dei rifugiati, per timore di un colpo di mano tedesco nel loro territorio, decisero e realizzarono il trasferimento degli stessi verso l’interno della Confederazione. In due settimane furono accolti e sistemati 19.055 “sbandati”[12].

[1] BIANCHI, Antifascismo e resistenza nel comasco, cit., p. 80.

[2] COPPENO, Como dalla dittatura alla libertà, cit., p. 175.

[3] Si tratta della forza di polizia tedesca con compiti di sicurezza.

[4] COPPENO, Como dalla dittatura alla libertà, cit., p. 182.

[5] E’ il Dipartimento Armi e Produzione bellica.

[6] Ulteriori notizie su Johann Voettrl possono trovarsi in BIANCHI, Antifascismo e resistenza, cit., pp. 98-100.

[7] I nazisti affidarono alle SS italiane unicamente compiti di polizia e rastrellamento, evitando il loro impiego in uno dei diversi fronti. BIANCHI, Antifascismo e resistenza, cit., p. 91.

[8] Costituito da 26 ufficiali, 100 sottoufficiali e 573 soldati, il battaglione fu spostato a Lecco con lo scopo di proteggere alcune industrie della cittadina che lavoravano esclusivamente per la Germania, in particolar modo l’industria Fiocchi che produce bossoli e pallottole per fucili, pistole e mitragliatrici.

[9] Lazzero RICCIOTTI, Le SS italiane. Storia dei 20.000 che giurarono fedeltà a Hitler, Rizzoli, Milano 1982, p. 72.

[10] MOREDDU, Il Quirinale, cit., p. 251.

[11] Piccoli paesi situati a nord est e nord ovest di Chiasso, circondati dalle prealpi.

[12] In tutto il mese di settembre trovarono rifugio in Svizzera 19.134 militari e 1626 civili. CANI-MONIZZA, Como e la sua storia,  cit., p. 299.

Storia di Israele – 10: dalla distensione alla crisi: la lunga vigilia della nuova guerra (I)

FrancobolloNel mese di maggio del 1964 il presidente dell’URSS, Kruscév, arrivava in Egitto per partecipare alla solenne inaugurazione della prima parte delle opere della diga di Assuan. Nasser riceveva il titolo di Eroe dell’Unione Sovietica e l’ordine di Lenin ma al capo del Cremlino non piaceva il tono troppo nazionalistico dell’Egitto che aveva ristretto la libertà ai partiti comunisti nella R.A.U. A parte questi problemi politici era la situazione economica a preoccupare. La disoccupazione persisteva e l’Egitto, per vivere, aspettava il grano americano. Ora, gli Stati Uniti ne tenevano alto il prezzo politico, chiedendo in cambio il controllo degli armamenti, particolari misure economiche, un atteggiamento più favorevole. Le consegne avvenivano a singhiozzo e così si voleva mostrare agli egiziani che era arrivata l’ora di smetterla con i loro scatti di ostilità.

Se questo atteggiamento contribuiva in certo qual modo a stringere attorno a Nasser il gruppo dirigente, diffondeva invece nella popolazione uno scontento sempre più minaccioso. La mancanza di borghesia e l’opposizione della destra, evidenziata nell’associazione dei Fratelli Musulmani, era sfociata in arresti e rivolte. Nasser diede vita infatti ad una repressione in grande stile. Centinaia di Fratelli Musulmani furono trascinati in tribunale, e parecchi furono accusati di aver organizzato attentati contro il Capo dello Stato. Sette attivisti furono condannati a morte e tre furono uccisi, fra cui Sayyid Qtub, un ideologo e teorico venerato nel mondo arabo. Da tutto il mondo musulmano giunsero inutilmente domande di grazia, e manifestazioni violente ebbero luogo ad Amman, a Khartoum e altrove.

La politica estera egiziana restava apparentemente immutata, ma nel gennaio del 1967 si verificava una nuova crisi nei rapporti con gli USA, collegata ancora una volta con le consegne di grano e con le pretese americane di controllare gli armamenti. Probabilmente dopo aver nutrito qualche speranza gli Stati Uniti tornavano alla loro diffidenza, anzi ostilità, verso Nasser ed il suo regime. Comunque, dal 1964 al 1967, l’Egitto non si era allontanato, nei confronti d’Israele, dalla sua politica abituale: intransigenza verbale e passività nei fatti. Niente sembrava spingere Nasser a cercare un conflitto armato. Al contrario.

Nel frattempo si evolveva in modo nuovo la situazione in Siria. Apparentemente le relazioni con l’Egitto erano migliorate ma nell’aprile del 1964 il governo del partito al potere, il Ba’th, dovette affrontare una prova di forza. In seno al partito, ed al governo, c’era troppo potere alle minoranze religiose ed il comitato centrale della forza politica decise di eliminare queste frange, composte soprattutto dai Fratelli Musulmani (una moschea in cui si erano rifugiati alcuni adepti fu demolita a cannonate). Mentre Nasser condannava l’empietà del Ba’th nonostante la lotta che lui stesso sosteneva contro i Fratelli Musulmani, Damasco accusava il Cairo di aver aiutato la rivolta dei propri avversari. La Siria era sola. Per superare questa situazione scomoda nel 1965 diede una svolta a destra, decidendo una serie impressionante di nazionalizzazioni. La resistenza dei commercianti fu superata grazie agli appoggi di cui il regime godeva sempre e alle repressioni dirette da un tribunale militare eccezionale. Fu fatta anche una riforma agraria e si accentuò l’avvicinamento all’URSS ed al blocco sovietico.

Ma il Ba’th era diviso da lotte intestine, attraverso le quali si esprimevano spesso conflitti ideologici. Al sesto congresso del partito, la sinistra marxista ebbe la maggioranza. La destra ed il centro del partito intrapresero oscure manovre per conservare la loro egemonia, ma il 23 febbraio 1966, un colpo di stato militare rovesciò il governo ba’thista di destra, i cui membri vennero imprigionati. Il nuovo governo accentuò i provvedimenti di nazionalizzazione, mentre un pugno di ferro schiacciava i tentativi dei suoi avversari, che denunciavano il “regime ateo ed ostile all’Islam”. Il giornale comunista riprese ad essere stampato anche se il partito restava vietato ma ciò non impedì un ulteriore avvicinamento all’URSS ed agli stati arabi antimperialisti: Egitto, Algeria e Yemen repubblicano. Il 4 novembre 1966 veniva firmato un accordo di mutua difesa tra Egitto e Siria, dato che i siriani si ritenevano particolarmente presi di mira dalla politica statunitense e osservavano le mosse dei diversi regimi filoamericani vicini, per prevenire un attacco a sorpresa. Guardavano verso la Turchia e la Giordania, ma soprattutto la grande forza militare rappresentata da Israele.

I governi degli altri stati arabi erano violentemente ostili ad Egitto e Siria ed in questo erano colpiti nel sentimento di appartenenza comune alla comunità musulmana. Per superare questo stato di cose, al principio del 1966, re Fajsal, lanciava l’idea di un vertice islamico. Naturalmente il suo piano figurava d’appoggio alle rivendicazioni arabe nei confronti di Israele. La lotta politica per la Palestina si sarebbe quindi trasformata in una rivendicazione religiosa dell’Islam contro l’ebraismo. Nonostante le precauzioni oratorie prese da re Fajsal, le reazioni degli stati a tendenza socialista furono molto violente. Il Libano fu ostile, in quanto stato fondato sulla dualità-cristiano islamica nel quadro dell’arabismo mentre Hussein di Giordania fu invece il primo e più entusiasta adepto. Così il patto islamico finì con l’accentuare le divergenze tra stati socialisteggianti e filoccidentali. Il punto di attrito era rappresentato dallo Yemen.

Più di una volta Nasser aveva cercato di sbrogliarsi dall’inghippo yemenita attraverso un compromesso con l’Arabia Saudita che sosteneva la fazione monarchica. Molti fattori tendevano quindi a scartare Israele dal quadro delle lotte concrete in cui erano impegnati i paesi arabi nell’attualità immediata. Ma alcuni fattori importanti, all’interno del mondo arabo, premevano in senso opposto. Due gruppi di pressione avevano seri motivi per conservare sempre un’atmosfera bellicosa contro Israele e si trovavano dotati delle circostanze di alcuni mezzi importanti per farlo e dopotutto non avevano molto da perdere. Si trattava delle varie organizzazioni palestinesi e la sinistra rivoluzionaria siriana.

Nel gennaio del 1964, al primo vertice arabo organizzato da Nasser, era nata un organizzazione militare ed un’entità politica per i palestinesi che prese il nome di OLP nel maggio dello stesso anno, dopo una riunione a Gerusalemme Est. Presidente venne nominato Shukeiri, gran muftì di Al-Quds, che ricoprì anche l’incarico di delegato all’ONU.

L’OLP decise subito di formare un esercito di liberazione (applicando la coscrizione ai palestinesi dispersi per tutti i paesi arabi) e costituì un proprio bilancio, alimentato dai versamenti delle nazioni arabe e da un’imposta da riscuotersi sui palestinesi. L’organizzazione mostrò quindi il pugno di ferro. Hussein non tardò a mostrarsi violentemente ostile verso una politica che minacciava direttamente il suo regno. L’Arabia Saudita, che un tempo aveva protetto Shukeiri, gli divenne apertamente avversa. Il Libano, spaventato dal rischio di dover fronteggiare l’esercito israeliano con i propri 12 mila uomini male equipaggiati e peggio preparati, rifiutò di lasciar insediare nel proprio territorio truppe arabe dipendenti dal comando riunificato. Ognuno temeva di venir compromesso dai propri alleati o di dover intervenire per gli interessi di stati vicini.

Gli unici appoggi arrivarono da Siria ed Egitto. Dopo le critiche del vertice arabo all’OLP, Shukeiri cercò appoggi con la Cina ed iniziò ad accusare Hussein di Giordania di tradimento alla “nazione araba” e compì alcuni tentativi (vani) di rovesciarlo.

Nel gennaio del 1965 un’incursione in Israele, con 12 morti e 18 feriti, venne rivendicata da un movimento di liberazione palestinese clandestino (al-Fath). L’azione incontrollata di questi terroristi imbarazzò parecchio le organizzazioni ufficiali che non poterono impedire la nascita di altri groppuscoli della morte. Lo sponsor di questi terroristi era la Siria, la cui frontiera con Israele non aveva problemi geografici nè di evenutale ritorsione (le alture del Golan sovrastavano la Galilea facendone un facilissimo campo di bersagli) nè diplomatici (non c’erano caschi blu ai suoi confini). La sinistra siriana del Ba’th, giunta al potere, nel desiderio di superare le divisioni comunitarie che ostacolavano ogni attività progressista nel paese e fondando sulla popolazione in buona parte estranea all’Islam sunnita, imponeva un politica intransigente sul piano nazionale. Il miglior argomento per trascinare le masse, mobilitate da un secolo per la lotta di liberazione nazionale, consisteva nel presentare la lotta sociale come prosecuzione naturale di quella guerra. La Palestina era considerata una regione meridionale del sogno della “grande Siria”. Tutto questo impediva al governo siriano di ostacolare l’azione dei commandos palestinesi. L’unica paura era rappresentata da Damasco a 75 chilometri dalla frontiera israeliana e per di più nessuno si faceva illusioni sulla capacità dell’esercito siriano di arrestare un’avanzata di carri armati con la stella di Davide sulla capitale. Di qui questa condotta disperata, che poteva venire giudicata irrazionale ma ogni moderatismo sembrava un tradimento della rivoluzione siriana.

Nei mesi di febbraio e marzo il presidente tunisino Habib Burghiba, in viaggio nell’Oriente arabo salvo la Siria, propose il riconoscimento d’Israele, almeno parziale. Questi partì dalle diverse capitali seguito dalle imprecazioni delle folle, dalle dichiarazioni ostili dei capi più impegnati, dal rifiuto di tutti, eccettuati alcuni uomini politici cristiani libanesi. Egli non era spinto contro Israele né da integralismo musulmano, né da un profondo senso di nazionalità araba, né da ardore rivoluzionario antimperialista. Appartenendo all’occidente arabo non sentiva le profondità che il problema sollevava in oriente.

La situazione internazionale si era intanto aggravata. Correvano voci su negoziati segreti per la fornitura di armi americane ad Israele, compensata da analoghe consegne all’Arabia Saudita, all’Iraq, alla Giordania ed al Libano. Tra febbraio e marzo si seppe che anche la Brd avrebbe consegnato armi e sostegno di tipo economico oltre a riconoscere (formalmente) lo stato ebraico. Questo era un modo mascherato per gli Usa di consegnare armi a questo paese senza suscitare le reazioni degli arabi. Conosciuta la cosa gli arabi cercarono di fare pressioni sulla Germania e Nasser minacciò di riconoscere la DDR il cui presidente Ulbricht era stato in visita in Egitto. A questo gesto seguì un breve battibecco tra i due paesi e gli arabi dovettero ritornare sui loro passi. Un altro avvenimento, su un altro piano, suscitava ampie reazioni. La Chiesa cattolica, dopo il Concilio Vaticano II, aveva deciso di abbandonare l’atteggiamento di ostilità e di aggressività verso gli ebrei per adottare rapporti di coesistenza.

Storia di Israele e del Sionismo – 08. V) La Guerra di Suez

La guerra del Canale di Suez (1956)

La guerra del Canale di Suez (1956)

Nel 1955 Ben Gurion torna al potere e decide di porre fine allo “stato di tranquillità” attaccando Gaza il 28 febbraio. Gli egiziani, provocati,  organizzano gruppi di volontari della morte, i fedàiyyin, per la guerriglia contro Israele. In più Nasser chiude lo stretto di Tiran, all’imbocco del golfo di Aqaba, unica via del mar Rosso per le navi verso Israele, dirette al porto di Eilat, cittadina lungo gli 11 chilometri di costa conquistati dall’Haganah nel 1947. Ben Gurion capisce così che l’unica soluzione per risolvere questa situazione è la guerra. Continua a leggere

Storia di Israele e del Sionismo – 07

bolli israeleIV) I primi anni di vita dello Stato d’Israele

Israele era stato fondato da un gruppo che si riconosceva in un uomo: David Ben Gurion. Per il suo Stato si richiamava ai principi di un socialismo non marxista: l’ideologia era un mezzo, non il fine dello stato. Israele sarebbe dovuto diventare una comunità dura e pura di lavoratori, non dominati da alcuna classe oziosa o parassitaria. L’jishuw era stato fondato in buona parte da coloni provenienti dalla Russia, penetrati da una ideologia socialista o socialisteggiante, di tipo marxista o tolstoliano. Proprio questo strato di coloni ha fornito al nuovo stato i suoi quadri principali. Alcuni emigranti fondarono colonie agricole di tipo collettivistico, i famosi kibbuzzim (forma plurale del vocabolo kibbuz). Col tempo queste si sono trasformate in imprese di tipo capitalistico, dove semplicemente l’imprenditore è rappresentato da una collettività. Continua a leggere

Storia di Israele e del Sionismo – 04

Irgun_poster_Erez_JisraelCAPITOLO II) DAL NAZIONALISMO ALLE NAZIONI (II p.te)

Fu quindi provata una mediazione il cui risultato fu la redazione del Memorandum Churchill, pubblicato il 3 giugno 1922. Nel testo non si indicava affatto che l’intera Palestina dovesse trasformarsi nel focolare ebraico. Inoltre venivano limitate le immigrazioni a seconda della capacità economica del paese di assorbire nuovi arrivati. Si tutelava in più tutta la popolazione araba. Per gli ebrei era il segno del ripudio, sancito anche da parte della Società delle Nazioni, del progetto di dar vita ad un loro Stato. La Francia e la Gran Bretagna non riuscivano a districarsi in questa situazione, oscillando una volta da una parte e successivamente dall’altra, accordando ampie autonomie alle comunità religiose di minoranza, fino a concedere l’indipendenza formale ai paesi sotto la loro tutela, tranne, evidentemente, la Palestina. Questa terra si trovava in una situazione particolare dato il fatto che ogni sforzo per tener conto delle rivendicazioni di un gruppo etnico veniva interpretato dall’altro come una vergognosa collusione col nemico. Continua a leggere