La guerra di Zeus

zeusbsrTra la Macedonia e la Tessaglia, nella Grecia, vi è una catena di montagne. La sua vetta più alta si disperde tra le nuvole. È la sede degli dei, l’Olimpo, la fantastica reggia dalla quale Crono, e prima di lui Urano, domina su tutte le cose. È il simbolo della somma potenza di cui Zeus vuole impadronirsi, togliendola al padre che se ne è reso indegno.
Oceano con la moglie Teti, Iperione e Thea, le Titanidi Temi e Mnemosine, si pongono al fianco di Zeus contro il loro fratello. Fedeli a Crono rimangono invece Giapeto, Crio, Ceo e la sua sposa Febe.
Rea, moglie di Crono, madre di Zeus, non interviene.
Esattamente dirimpetto al monte Olimpo sorge nella Ftiotide il monte Otri. Da là Zeus e i suoi alleati sferrano l’attacco fatale.
La battaglia inizia e si protrae per lunghi anni. Le forze in campo non consentono soluzioni: dieci anni di cataclismi, in cui la terra, scossa da un continuo tremito, travolge montagne e valli. Orribili baratri si formano ovunque. I venti soffiano con l’impeto degli uragani. Tempeste e piogge inondano i campi fertili, il mare sconvolto rischia di sommergere la terra. Bollono i vulcani e sputano lava incandescente e fumo che oscura il cielo, ma i Titani, incrollabili, non cedono.
Nelle profondità della terra, nel buio Tartaro, i Ciclopi e gli Ecatonchiri giacciono dimenticati, stretti in catene, resi impotenti dal cieco terrore di Urano, spodestato da Crono, che non ha tenuto fede alla promessa di liberarli fatta un tempo a Gea.
Improvvisamente, estenuato dalla lunga lotta micidiale, Zeus si ricorda di loro. Sceso nel Tartaro libera i giganti prigionieri conquistandoli alla sua causa. Le sorti della battaglia mutano totalmente. I fulmini volteggiano, divampano gli incendi, luci accecanti abbagliano i difensori dell’Olimpo. Il fragore assordante del tuono si aggiunge ai boati della terra e a quello dei massi di roccia che le cento e cento mani degli Ecatonchiri staccano dalle montagne e fanno ruzzolare sulle forze nemiche.
Ciclopi ed Ecatonchiri si battono accaniti e Zeus, rinfrancato, raddoppia in forze e furore. Finalmente Crono, sopraffatto, stanco e indebolito, precipita con Giapeto, Crio, Ceo e Febe negli abissi della terra, ma eternamente schierata dalla parte del più debole, Gea tenta per loro un ultimo salvataggio. Il Tartaro (o Erebo), figlio del Caos, custodisce il vinto re e i suoi seguaci. Con il Tartaro Gea dà vita ad un mostro chiamato Tifeo.
Gigantesco essere tra l’umano ed il ferino, Tifeo ha cento teste da ognuna delle quali sibilano lingue nerastre e velenose. Fiamme gli escono dagli occhi. La sua statura supera quella delle montagne. Le sue braccia, distese, raggiungono i confini della terra. Nulla può far supporre che egli non sia in grado di strappare a Zeus o a chiunque altro lo scettro divino. Le sorti della battaglia sono nuovamente in bilico.
I Ciclopi, asserviti a Zeus e a lui oramai eternamente devoti, non trascurano mezzi per dimostrargli la loro gratitudine: il tuono, il lampo e la folgore. Basterà uno solo dei fulmini dei Ciclopi, scagliato da Zeus contro il terribile mostro Tifeo, per annientarlo e assicurare a Zeus, questa volta definitivamente, la signoria dell’universo. Oramai padrone assoluto dell’arma invincibile, i fulmini, che i Ciclopi fabbricheranno costantemente per lui, egli è finalmente in grado di difendere la sua supremazia.
Custodito dai suoi antichi prigionieri, Crono, con i fratelli alleati, giace incatenato nel Tartaro. Costretto da Zeus ha rigettato i primi cinque figli: Ade, Poseidone, Era, Estia e Demetra. Con loro Zeus ripartisce regno e poteri. Ad Ade assegna il mondo sotterraneo, a Poseidone il mare. Sceglie egli stesso come sposa legittima la sorella Era. Estia sarà la dea del focolare domestico, e Demetra la personificazione della forza generatrice della terra, la terra madre, la madre del grano.
Per sé Zeus riserva il cielo e la terra e, in particolare, l’Olimpo.
Da Era avrà cinque figli e saranno i soli legittimi tra le centinaia di cui riempirà il mondo: Ares, il dio della guerra; Efesto, il dio del fuoco; Eris, la dea della discordia; Illizia, la levatrice divina; Ebe, la libatrice degli dei. Inoltre, esclusivamente sua, scaturita completamente armata dalla sua testa, somma personificazione della sua potenza e del suo valore, la figlia Atena, dea dell’intelligenza e della guerra, costituirà, per il re degli dei, motivo del massimo orgoglio e vanto. Sistemate le premesse per il suo regno, ancora una cosa resta da fare: Atlante, il figlio del Titano rivale Giapeto, ha osato, con il fratello Menezio, parteggiare con il padre contro di lui. È necessario punirlo per non ritrovarselo contro.
Zeus escogita un castigo esemplare: la statura di Atlante è immensa, il suo nome significa “colui che sopporta” e le sue
spalle sono possenti: Giove vi appoggia sopra tutta la volta del cielo! Per l’eternità le stelle sfileranno fra le sue dita e subordinato a lui sarà il destino degli uomini.