Un mito…una storia: Chirone

centauroCentauro, figlio del titano Crono e di Filira, figlia dell’Oceano. Al contrario degli altri centauri è di carattere mite e versato in molte scienze. Visse a lungo in una grotta del Monte Pelio in Tessaglia, poi si trasferì a Capo Malea, nel Peloponneso. Si racconta che Chirone ripensava con nostalgia al passato, quando aveva allevato tanti famosi figli di dei, insegnando loro la medicina, la musica, l’astronomia. Continua a leggere

I greci in fuga

Aiace ed EttoreDa nove anni i greci assediano la città di Troia, Minerva, protettrice dei greci, e Apollo, che è dalle parte dei troiani, hanno voglia di vedere qualcosa di nuovo. Da loro ispirato, un figlio di re Priamo, Eleno, convince il fratello Ettore a sfidare il più forte tra i nemici: vada tranquillo, gli spegia, perché non si vede nel suo destino alcun segnale di morte. Ettore esulta e ferma gridando gli eserciti. Venga avanti chi ha coraggio; unica condizione, il vincitore renderà al suo popolo la salma dello sconfitto. I greci tacciono, hanno vergogna di rifiutare e timore di accettare. Li rimprovera Menelao, che comincia irosamente ad armarsi ma si ferma quando Agamennone ricorda come perfino Achille tremasse all’idea di battersi con Ettore. Si decide allora di tentare la sorte. Concorrono dieci tra i migliori e viene indicato Aiace Telamonio. E’ il più duro avversario che potesse toccare all’eroe troiano. Aiace avanza sul campo con uno spaventoso sorriso, protetto da uno scudo che sembra un torre, sette pelli di toro e un ultimo strato di rame. Ettore, malgrado tutta la sua baldanza, sente battere forte il cuore nel petto. La sua lancia fora sei delle sette pelli, ma si impiglia nell’ultima; l’asta di Aiace trapassa invece lo scudo del troiano e gli sfiora il corpo. Ettore, ferito poi da un colpo di spada, afferra un enorme sasso, fermato però dal formidabile scudo di Aiace che alza a sua volta un macigno ancor più pesante e lo abbatte sul nemico. Ma intanto è scesa la sera, gli araldi dei due popoli consigliano di smettere. Tanto Ettore quanto Aiace sono soddisfatti: hanno mostrato tutto il loro valore, sono rimasti in vita. Si scambiano cavallerescamente dei doni e tornano fra i loro. Unici delusi Minerva e Apollo che avevano seguito lo scontro dall’alto di una quercia in forma di avvoltoi. Assedianti e difensori della città sono intanto ugualmente preoccupati. I troiani parlano di restituire Elena per far finire la guerra, ma Paride si oppone. Nestore, il più saggio fra i greci, consiglia di proteggere le navi costruendo una palizzata munita di torri e di porte, con una profonda fossa capcedi fermare i carri nemici. I soldati sono stranchi; l’offerta troiana di una tregua per bruciare i cadaveri viene accettata. E’ un momento di dolore e di pianto; ma peggio sarà l’indomani , perché il sommo Zeus impone agli dei di non aiutare più né troiani né greci, per cui gli uomini dovranno contare soltanto sulle proprie forze.

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La guerra di Zeus

zeusbsrTra la Macedonia e la Tessaglia, nella Grecia, vi è una catena di montagne. La sua vetta più alta si disperde tra le nuvole. È la sede degli dei, l’Olimpo, la fantastica reggia dalla quale Crono, e prima di lui Urano, domina su tutte le cose. È il simbolo della somma potenza di cui Zeus vuole impadronirsi, togliendola al padre che se ne è reso indegno.
Oceano con la moglie Teti, Iperione e Thea, le Titanidi Temi e Mnemosine, si pongono al fianco di Zeus contro il loro fratello. Fedeli a Crono rimangono invece Giapeto, Crio, Ceo e la sua sposa Febe.
Rea, moglie di Crono, madre di Zeus, non interviene.
Esattamente dirimpetto al monte Olimpo sorge nella Ftiotide il monte Otri. Da là Zeus e i suoi alleati sferrano l’attacco fatale.
La battaglia inizia e si protrae per lunghi anni. Le forze in campo non consentono soluzioni: dieci anni di cataclismi, in cui la terra, scossa da un continuo tremito, travolge montagne e valli. Orribili baratri si formano ovunque. I venti soffiano con l’impeto degli uragani. Tempeste e piogge inondano i campi fertili, il mare sconvolto rischia di sommergere la terra. Bollono i vulcani e sputano lava incandescente e fumo che oscura il cielo, ma i Titani, incrollabili, non cedono.
Nelle profondità della terra, nel buio Tartaro, i Ciclopi e gli Ecatonchiri giacciono dimenticati, stretti in catene, resi impotenti dal cieco terrore di Urano, spodestato da Crono, che non ha tenuto fede alla promessa di liberarli fatta un tempo a Gea.
Improvvisamente, estenuato dalla lunga lotta micidiale, Zeus si ricorda di loro. Sceso nel Tartaro libera i giganti prigionieri conquistandoli alla sua causa. Le sorti della battaglia mutano totalmente. I fulmini volteggiano, divampano gli incendi, luci accecanti abbagliano i difensori dell’Olimpo. Il fragore assordante del tuono si aggiunge ai boati della terra e a quello dei massi di roccia che le cento e cento mani degli Ecatonchiri staccano dalle montagne e fanno ruzzolare sulle forze nemiche.
Ciclopi ed Ecatonchiri si battono accaniti e Zeus, rinfrancato, raddoppia in forze e furore. Finalmente Crono, sopraffatto, stanco e indebolito, precipita con Giapeto, Crio, Ceo e Febe negli abissi della terra, ma eternamente schierata dalla parte del più debole, Gea tenta per loro un ultimo salvataggio. Il Tartaro (o Erebo), figlio del Caos, custodisce il vinto re e i suoi seguaci. Con il Tartaro Gea dà vita ad un mostro chiamato Tifeo.
Gigantesco essere tra l’umano ed il ferino, Tifeo ha cento teste da ognuna delle quali sibilano lingue nerastre e velenose. Fiamme gli escono dagli occhi. La sua statura supera quella delle montagne. Le sue braccia, distese, raggiungono i confini della terra. Nulla può far supporre che egli non sia in grado di strappare a Zeus o a chiunque altro lo scettro divino. Le sorti della battaglia sono nuovamente in bilico.
I Ciclopi, asserviti a Zeus e a lui oramai eternamente devoti, non trascurano mezzi per dimostrargli la loro gratitudine: il tuono, il lampo e la folgore. Basterà uno solo dei fulmini dei Ciclopi, scagliato da Zeus contro il terribile mostro Tifeo, per annientarlo e assicurare a Zeus, questa volta definitivamente, la signoria dell’universo. Oramai padrone assoluto dell’arma invincibile, i fulmini, che i Ciclopi fabbricheranno costantemente per lui, egli è finalmente in grado di difendere la sua supremazia.
Custodito dai suoi antichi prigionieri, Crono, con i fratelli alleati, giace incatenato nel Tartaro. Costretto da Zeus ha rigettato i primi cinque figli: Ade, Poseidone, Era, Estia e Demetra. Con loro Zeus ripartisce regno e poteri. Ad Ade assegna il mondo sotterraneo, a Poseidone il mare. Sceglie egli stesso come sposa legittima la sorella Era. Estia sarà la dea del focolare domestico, e Demetra la personificazione della forza generatrice della terra, la terra madre, la madre del grano.
Per sé Zeus riserva il cielo e la terra e, in particolare, l’Olimpo.
Da Era avrà cinque figli e saranno i soli legittimi tra le centinaia di cui riempirà il mondo: Ares, il dio della guerra; Efesto, il dio del fuoco; Eris, la dea della discordia; Illizia, la levatrice divina; Ebe, la libatrice degli dei. Inoltre, esclusivamente sua, scaturita completamente armata dalla sua testa, somma personificazione della sua potenza e del suo valore, la figlia Atena, dea dell’intelligenza e della guerra, costituirà, per il re degli dei, motivo del massimo orgoglio e vanto. Sistemate le premesse per il suo regno, ancora una cosa resta da fare: Atlante, il figlio del Titano rivale Giapeto, ha osato, con il fratello Menezio, parteggiare con il padre contro di lui. È necessario punirlo per non ritrovarselo contro.
Zeus escogita un castigo esemplare: la statura di Atlante è immensa, il suo nome significa “colui che sopporta” e le sue
spalle sono possenti: Giove vi appoggia sopra tutta la volta del cielo! Per l’eternità le stelle sfileranno fra le sue dita e subordinato a lui sarà il destino degli uomini.

L’insaziabile fame di Crono

ReaSu tutto, dunque, regnava Gea con il figlio e sposo Urano. Da molto tempo i due dominavano l’universo, quando Urano pensò di relegare nei più profondi recessi della terra i suoi primi sei figli, i Ciclopi e gli Ecatonchiri. Oltre all’orrore questi gli ispiravano anche una inconscia paura. Gea, loro madre, però fu profondamente ferita da questa decisione ed aizzò contro il padre gli altri dodici figli, i Titani i quali rimasero però titubanti. Con una sola eccezione: Crono, il più giovane, orgoglioso e ribelle. Questi si disse pronto, per liberare i prigionieri, a usare contro Urano un falcetto d’acciaio che Gea stessa aveva fabbricato e acquistare in tal modo la supremazia sui fratelli maggiori. Continua a leggere